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Giustizia: assolti 194 dei 202 cittadini arrestati e sbattuti in cella... se questo è un genio PDF Stampa
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di Piero Sansonetti

 

Il Garantista, 14 aprile 2015

 

Assolti 194 dei 202 cittadini arrestati e sbattuti in cella dal campione dei pm anti-ndrangheta. Si è concluso la settimana scorsa, con una valanga di assoluzioni, il processo contro 202 abitanti di Platì (Locride, provincia di Reggio Calabria), 202 arrestati su 4.000 abitanti, circa uno ogni cinque famiglie. Erano stati tutti catturati, in una notte del novembre di 12 anni fa, sotto l'accusa di essere mafiosi.

L'operazione, ordinata dal dottor Nicola Gratteri, era stata eseguita da oltre mille carabinieri in assetto di guerra, che avevano circondato il paese e lo avevano messo a soqquadro, avevano trascinato via in manette uomini, donne, persone anziane, qualche ragazzo (anche un ragazzo handicappato) e avevano persino cercato di arrestare un assessore che era morto da un anno e mezzo.

Piatì, da quel giorno, in tutto il mondo è diventata famosa come la capitale della mafia. Beh, era una bufala. I lettori calabresi del Garantista conoscono bene questa vicenda della quale ci siamo molto occupati. 1 cittadini del resto d'Italia la ignorano, perché nessun giornale e nessuna Tv ne hanno parlato. È curioso che nessuno parli di un fiasco giudiziario di queste proporzioni - forse senza precedenti nella storia giudiziaria della Repubblica italiana - che oltretutto ha coinvolto uno dei tre quattro nomi più noti tra i Pm dell'intera penisola, l'uomo che dirige una commissione incaricata di preparare una riforma della giustizia, il candidato a fare il ministro del governo Renzi (bloccato solo dall'intervento, provvidenziale, di quel sant'uomo di Napolitano...), l'autore di tanti libri, di tante interviste televisive (l'ultima l'altra sera alla Rai da Fabio Fazio). Eppure è così.

È così per due ragioni: prima ragione, la stampa italiana è restia ad occuparsi di cose calabresi, non considera la Calabria territorio nazionale e ritiene comunque di poterla menzionare solo quando si tratta di raccontare che i calabresi sono 'ndranghetisti. Una notizia di segno opposto non è notizia. Seconda ragione, la stampa nazionale è restia a fare le bucce ai magistrati. Se un politico fa una sciocchezza, o ha un insuccesso, è giusto crocifiggerlo e sommergerlo col fango; se un magistrato ha un infortunio (diciamo così) è meglio tacere.

Da questo punto di vista l'intervista condotta l'altra da Fabio Fazio è un esempio clamoroso di giornalismo subalterno. Possibile che devi intervistare un Pm che quarantotto ore prima ha subito lo smacco clamoroso di una inchiesta famosissima, finita in una bolla dì sapone, e non gli fai neppure una domanda su quell'inchiesta e quella sconfitta? Niente, silenzio, velo complice? Sono rimasto senza parole vedendo quell'intervista.

Ero convinto che prima o poi almeno un accenno di domandina, Fazio, gliela avrebbe fatta. Macché! Andrebbe proiettata nelle scuole di giornalismo questa puntata di Che Tempo che fa sotto il titolo: "come non si fa un'intervista". Chissà se stavolta interverrà il consiglio di amministrazione della Rai, o la commissione di vigilanza. Dal punto di vista professionale l'infortunio di Fazio è spettacolare.

Ma torniamo a Gratteri. Tenendo conto del fatto che l'operazione Piatì, nel 2003, ebbe un'eco gigantesco sulla stampa nazionale e internazionale. È stata un delle poche volte nelle quali i media si sono occupati di Calabria, e lo hanno fatto per spiegare come un intero paese dell'Aspromonte fosse abitato da mafiosi, e poi per lodare il Pm sceriffo, Gratteri, appunto, che era stato capace di sgominare le cosche e far vincere lo Stato. Ora si scopre che i casi sono due. O davvero Piatì è tutta mafiosa, e allora Gratteri è stato un incapace a condurre un'inchiesta che ha portato all'assoluzione di tutti. Oppure (come è largamente probabile)

non è vero che Piatì è tutta mafiosa, e allora Gratteri ha fatto sbattere in galera duecento anime innocenti.

Naturalmente in questa "Capo-retto" di Gratteri non esiste alcun "profilo penale", come si dice sempre quando ì giornali prendono di punta un politico. Per esempio l'ex ministro Lupi. Poi i giornali dicono: però c'è un profilo di opportunità, e Lupi deve dimettersi. E si è dimesso. Perché suo figlio ingegnere aveva avuto un posto di lavoro da ingegnere precario a 1.200 euro al mese. Ora io dico: ma non c'è un motivo di opportunità grande come una casa perché Gratteri, quanto meno, la smetta di presiedere commissioni che dovrebbero stabilire come riformare la giustizia? Un insuccesso professionale di queste proporzioni, che in qualunque altra professione porterebbe ad una vera e propria rovina nella propria carriera, per un Pm non ha alcuna conseguenza? Va bene, prendiamo atto che i Pm sono al di sopra di ogni sospetto. Prendiamo atto che la stampa è pronta a perdonare loro ogni cosa. Però almeno che si sappia che le cose sono andare così, e si sappia che, insomma, forse, Gratteri, che è stato dipinto a tutti come un genio, come il numero uno, come il più bravo di tutti, insomma... diciamo la verità... No?

 

P.S. Nell'intervista a Fazio, Gratteri si è mostrato nella vesti del magistrato inflessibile, reazionario, nostalgico dei regimi forti. Un uomo di estrema destra, ordine, disciplina, pene esemplari. E questo è del tutto legittimo. Sono assolutamente convinto che Gratteri sia un magistrato in buonafede al 100 per cento.

Il problema è che lui è convinto di essere stato investito da Dio di una missione epocale: quella di ripulire il paese dai corrotti, dai sospettabili di corruzione, dai cattivi, dai disonesti, dagli anarchici, e naturalmente dai garantisti.

Ecco, bisognerebbe spiegargli che non è così. Lui deve occuparsi di fare le inchieste giudiziarie, di cercare i delitti, i colpevoli e le prove. Deve applicarsi di più a queste cose, in modo da evitare bufale come quelle di Piatì, fare meno interviste, pontificare di meno, e soprattutto rinunciare all'idea che tocchi a lui riformare la giustizia, perché penso che a nessuno possa venire in mente di affidare la riforma della giustizia al Pm che ha preso la toppa di Platì.

 
Giustizia: mille carabinieri in piena notte circondarono il paese di Platì PDF Stampa
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di Ilario Ammendolia

 

Il Garantista, 14 aprile 2015

 

Fu un'operazione di guerra, si inventarono anche una città sotterranea, ma era un errore di stampa. Mamme strappate al bambini, un ragazzo handicappato trascinato via.

Le sentenze di assoluzione pronunciate dalla Corte di appello di Reggio Calabria l'altro ieri fanno definitivamente scoppiare come una bolla di sapone la "brillante" operazione "Marine". Una Caporetto per il pm Nicola Gratteri. Ricordiamo i fatti: era l'alba del 12 novembre del 2003, quando scatta l'operazione "Marine" dedicata ai morti di Nassirya. Le truppe si muovono circondando un piccolo paese della Calabria: Platì! Sono un vero esercito. Si parla di mille uomini che avanzano protetti dalle tenebre verso l'Aspromonte. All'alba, l'assalto.

Abitazioni forzate, pianto di bimbi, urla di donne. Sembra un territorio controllato dall'Isis ma l'operazione si svolge in Calabria, nel cuore della notte. Quando il sole sorge, i notiziari nazionali riportano come prima notizia i risultati della operazione di polizia: circa 150 gli arrestati. Più di duecento le persone denunciate. Un numero enorme per un paese così piccolo.

E come se a Roma, in una sola notte, ci fossero centomila arresti! Si sarebbe gridato al colpo di Stato, ma qui siamo in Calabria ed è tutta un'altra storia. Poi i cellulari carichi di prigionieri scendono verso valle e man mano che si allontanano da paese, il cuore della gente di Piatì diventa sempre più piccolo. Non possono far altro che suonare le campane e rifugiarsi in Chiesa. Si rivolgono alla Giustizia di Dio, avendo constatato la fallacia di quella umana. Quei corpi in catene rappresentano la mortificazione estrema della persona umana. Sono l'altra faccia dei morti ammazzati sulle nostre strade.

Quanti sono gli innocenti? Secondo i giudici quasi tutti. Per giorni l'operazione Marine tiene le prime pagine dei giornali, perfino i titoli principali del NY Times e della Bbc. Nel frattempo l'operazione fornirà altri mattoni per costruire l'immagine della "Calabria criminale" su cui scrivere libri seriali, produrre fiction e film che rasentano il razzismo e la diffamazione sistematica verso i calabresi. Già nelle prime ore dell'operazione, l'opinione pubblica verrà messa a conoscenza della protervia dei pubblici amministratori di Platì, così spavaldi da realizzare una città sotterranea chiamandola "zona latitanti". Una colossale e cinica bugia. Infatti, una correzione automatica del computer trasforma la parola "latistanti" (distanza da due lati) in latitanti. Però l'inesistente città sotterranea entra nella leggenda.

Per anni all'opinione pubblica viene raccontata un'altra storia. Si continua a parlare di una "brillante operazione" e nessun rappresentante delle istituzioni, in questi lunghi anni, troverà il coraggio di dire che s'è scritta una pessima pagina di (ingiustizia sommaria che dissanguerà le casse dello Stato e rafforzerà enormemente la ndrangheta, saldando in un fronte unico 'ndranghetisti e cittadini perbene. Si eviterà di dire che in quella operazione è stato arrestato anche un povero portatore di handicap che non sapeva pronunciare il proprio nome e che per farlo salire sul cellulare i suoi compaesani gli hanno raccontato la pietosa bugia che lo avrebbero portato a Lourdes.

Ho riproposto questa storia solo perché l'Italia sappia che alle varie operazioni "Marine" abbiamo il dovere di contrapporre "l'operazione verità". Verità sulla Calabria! Dobbiamo raccontare a noi stessi, all'Italia e al mondo una verità cinicamente oscurata, ferita, stravolta dall'informazione di regime e dai poteri forti.

Rifletta la "commissione" presieduta dal dottor Gratteri, insediata al ministero della Giustizia, su quanto è successo a Piatì. Prenda atto che "Marine" non è stata una operazione contro la 'ndrangheta ma contro la Calabria, un oggettivo favoreggiamento alle organizzazioni criminali. Si acquisisca la consapevolezza che la 'ndrangheta s'è legittimata grazie ad operazioni insensate come quella di Platì.

L'attuale classe dirigente che sa di pecorume continuerà a nascondere la testa nell'erba, parlando d'altro! Ciò ha reso possibile che in nome della falsa legalità venisse imposto un pesante basto e una stringente bardatura al popolo calabrese ed italiano. In nome della legalità si stanno colpendo al cuore i diritti dei cittadini soprattutto dei più deboli.

Noi ci collochiamo in un altro emisfero e non abbasseremo la testa. Alla legalità formale contrapponiamo l'antindrangheta dei diritti. Diritto di fare impresa, diritto al lavoro, diritto alla vita ed alla sicurezza. Diritto di dormire tranquilli quando non si commettono reati né prepotenze di sorta, senza la paura che qualcuno ti metta una bomba estorsiva o, peggio ancora, che, nell'ombra qualcuno trami "legalmente" contro la tua libertà solo perché non intendi chinare la testa, né trovarti un "protettore".

 
Giustizia: l'escalation penale sugli eco-reati produce malagiustizia... parola di pm PDF Stampa
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Il Foglio, 14 aprile 2015

 

Gli imprenditori, attraverso Confindustria, da tempo denunciano che il disegno di legge sui reati ambientali, in discussione alla Camera per la lettura definitiva - salvo modifiche impalatabili per le associazioni ambientaliste - introdurrebbe la fattispecie del disastro ambientale nel codice penale con effetti nefasti per l'economia. "Non distingue tra dolo e colpa, tra chi ha un incidente e si attiva per riparare e chi inquina per scelta criminale", dice Confindustria.

E l'imprenditore, già soggetto a una regolamentazione rigida, oltre ad assumersi il rischio aziendale (calcolato) si troverebbe ad affrontare anche quello (imponderabile) di subire indagini e sequestri. Preoccupazioni che trovano fondamento nella relazione del sostituto procuratore di Udine, Viviana Del Tedesco, contenuta nel Rapporto 2015 dell'associazione Italia Decide.

"Semplificare è possibile: come le pubbliche amministrazioni potrebbero fare pace con le imprese" - presentato ieri alla Camera. Del Tedesco è il pm che ha perseguito le società che avevano inventato un'emergenza ambientale inesistente al fine di ottenere sovvenzioni pubbliche per bonificare la laguna di Grado e Marano, in Friuli. Del Tedesco scrive che in fatto di norme ambientali sono gli imprenditori onesti a pagare lo scotto più alto a causa di una "produzione normativa ipertrofica".

"La confusione regna sovrana e il rinvio ad allegati dove si fa riferimento a soglie di contaminazione astrattamente considerati costringe ad avviare attività costose (es. analisi del rischio sui prodotti agricoli, ndr) per ottenere risultati privi di utilità, se non dannosi, sotto il profilo della tutela sostanziale dell'ambiente e scientificamente errati".

La difficoltà ad adempiere a tutti gli obblighi è amplificata dalla produzione normativa che aumenta la possibilità di sbagliare col rischio di essere responsabili non per colpa specifica (con intenzione) ma anche per colpa generica (per non avere fatto qualcosa): "Si riduce sempre più la possibilità concreta di evitare il rischio di essere perseguiti a titolo di colpa e l'esercizio di qualsivoglia attività umana comporta assunzioni di responsabilità non controllabili con la conseguente mortificazione dell'iniziativa di ciascun soggetto (imprenditore), aumento dei costi di gestione e riduzione delle volontà virtuose. Più che fare le cose bene e in modo che funzionino in concreto, la preoccupazione principale di ciascuno è quella di 'essere a normà. Ma è in colpa colui che non sa nemmeno bene cosa deve fare per essere a norma? - si chiede Del Tedesco. La moltiplicazione delle norme tecniche mortifica il principio di certezza del diritto e il concetto di colpa viene dunque stravolto".

Se nessuno sa esattamente cosa deve fare, chi vuole operare correttamente avrà difficoltà crescenti a farlo mentre chi si comporta in modo superficiale per trarne vantaggio è giustificato dal caos normativo. Le conseguenze per l'esercizio della giustizia sono altrettanto perverse. Del Tedesco aggiunge un concetto tipicamente rimosso dalla magistratura d'assalto: "L'ipertrofia delle norme penali previste nelle materie tecniche che sfuggono alle conoscenze del magistrato e affidate inevitabilmente ai consulenti, non esalta ma svilisce la magistratura che a sua volta, non potendo avere il controllo delle innumerevoli indagini nei più disparati settori, si burocratizza e non garantisce qualità.

Devolvere alla magistratura la valutazione di questioni tecniche significa aumentare i tempi delle indagini. Se invece di avere tante norme confuse ve ne fossero poche con obiettivi precisi, le indagini della magistratura sarebbero meno numerose, più mirate, meno costose e si risolverebbero in tempi ragionevoli garantendo alla collettività un servizio sostanziale".

 
Giustizia: contro la corruzione meno leggi e regolamenti e costi delle procedure più bassi PDF Stampa
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di Umberto Fantigrossi (Presidente Unione Nazionale Avvocati Amministrativisti)

 

Milano Finanza, 14 aprile 2015

 

Come spesso accade, all'individuazione di un obiettivo di interesse pubblico lo Stato fa seguire la creazione di un nuovo apparato. È accaduto così anche nel caso della lotta alla corruzione, con la creazione di un'apposita Autorità nazionale an ti corruzione, cui spetta, secondo l'art. 1 della legge istitutiva (la 190 del 2012), di assicurare azione coordinata, attività di controllo, prevenzione e contrasto della corruzione e dell'illegalità nella pubblica amministrazione.

Per quanto in questo primo periodo di funzionamento l'Autorità abbia sicuramente fatto sentire la sua voce e svolto con incisività il suo ruolo, per esempio nel caso dell'Expo di Milano, vedo difficile che questo approccio, per così dire dall'alto, abbia l'effettiva possibilità di combattere il fenomeno in tutte le sue dimensioni. Anzi, rischia di diventare l'ennesimo soggetto produttore di regolamenti e indirizzi, quando è proprio l'eccesso dì leggi e di norme secondarie che fa crescere il pericolo dell'abuso nell'applicazione del precetto e pone il cittadino in una condizione di sudditanza, predisponendolo alla corruzione.

Bisogna quindi pensare a un approccio diverso, che parta dal basso e precisamente da coinvolgimento diretto del cittadino, come parte attiva di un processo di lotta alla corruzione. Qualche autorevole esponente del governo ha recentemente affermato che la corruzione si avvantaggia perché quello italiano è uno Stato debole, troppo spesso facile preda delle organizzazioni che fanno corruzione. Ma questa vale per la grande corruzione, mentre esiste ed è altrettanto pericolosa quella diffusa.

A volte il cittadino o l'imprenditore paga anche per avere ciò che gli spetta secondo norma: la piccola concessione edilizia o la piccola autorizzazione commerciale e questo perché non si fida degli strumenti di cui potrebbe disporre per ottenere legalmente quello che gli spetta in tempi rapidi. E allora urge una strategia che punti a dare più poteri al cittadino e possa incidere sui fattori che producono o quanto meno favoriscono la corruzione.

Il primo fattore sul quale intervenire è proprio quello della patologia di una normativa così vasta da impedire di sapere con certezza quale sia la disciplina di una certa fattispecie: la recente edizione della Gazzetta Ufficiale con la legge di Stabilità contiene più di 700 commi distribuiti su più di 500 pagine. È in arrivo la nuova legge di riforma della pubblica amministrazione e si preannuncia che conterrà i principi direttivi da attuare con circa 10 decreti legislativi di attuazione. Questo fenomeno non è un fattore legato alla corruzione?

Il secondo fattore riguarda una manutenzione straordinaria di leggi fondamentali per il rapporto tra cittadini, imprese e pubbliche autorità, come, in primo luogo, la cosiddetta legge sulla Trasparenza (n. 241/90), che in 25 anni ha subito un eccesso di interventi di modifica estemporanei e una incessante azione di erosione del suo ambito di efficacia, per l'azione di discipline speciali e derogatorie. Occorre tornare alla sua logica originaria di norma generale del procedimento amministrativo: il cittadino va messo nelle condizioni di colloquiare in modo paritario e su basi di correttezza e trasparenza il proprio interlocutore istituzionale.

Il terzo fronte di intervento dal basso è quello della giustizia amministrativa. Il ricorso al Tar è infatti uno degli strumenti più forti di cui cittadini e imprese dispongono per combattere la corruzione. Quindi la giustizia amministrativa va potenziata anche come strumento di prevenzione della corruzione, rendendola più accessibile dal punto di vista della presenza sul territorio e dei costi di accesso. Su questo aspetto, non si può tacere che l'attuale livello delle tasse sui ricorsi al giudice amministrativo rischia di garantire l'impunità per le violazioni nelle gare fino a 2-300 mila euro, soglia sotto la quale il costo degli atti supera il margine di guadagno dell'impresa. A livello aggregato, vuol dire circa 100 milioni di euro di spesa pubblica su cui non c'è controllo.

 
Lettere: un ufficio stampa ai detenuti, solo così avremo parità nei processi PDF Stampa
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di Loris Cereda

 

Il Garantista, 14 aprile 2015

 

Una delle prime cose che saltano all'occhio come prova dell'assoluta disparità di diritti tra accusa e difesa nel processo penale italiano è la capacità di orientare l'opinione pubblica, per lo meno nei processi che non hanno una forza mediatica sufficiente ad entrare nei programmi televisivi. Alcune Procure adoperano in modo sistematico ormai una precisa strategia: fanno pervenire le veline ai giornalisti, i quali, ossequiosi al comandamento secondo cui il mostro va sempre sbattuto in prima pagina, sfruttano le "verità" scritte negli "atti" per confezionare l'immagine del presunto colpevole.

Tale rappresentazione pubblica, oltre a non aver niente a che fare con la Verità, spesso non ha nemmeno niente a che fare con quella verità che la Procura sta cercando di dimostrare. Se esistesse un ufficio stampa a disposizione degli arrestati che, con la stessa forza delle Procure, fosse in grado di ristabilire un principio di equità, anche l'opinione pubblica sarebbe in grado di farsi un giudizio equo su ciò che ad un uomo sta succedendo. E, magari, anche i procuratori della Repubblica userebbero maggior buon senso nel svolgere le loro mansioni.

Fatta questa premessa, vorrei portare a conoscenza del maggior numero di persone possibili il caso che mi è stato esposto da un semplice detenuto. "Egregio Signor Loris", mi scrive, "mi chiamo Pietro Noci, sono detenuto nel carcere di Opera. L'11 giugno del 2009 venivo arrestato per una serie di rapine nel Nord Italia, in seguito a un'indagine condotta dai carabinieri di Genova; il pubblico ministero di Genova trasmetteva gli atti alle varie Procure competenti.

Nel procedimento penale svolto nel capoluogo ligure venivo condannato sulla base di deduzioni investigative; dopo di che ben altri 6 Tribunali in sede dibattimentale mi hanno assolto dallo stesso faldone d'indagine. La conclusione del Ris è stata la seguente: 'Non compatibilità tra il volto del rapinatore con quello di Noci Pietrò. Ora il mio avvocato presenterà istanza di revisione del primo processo".

Ho sintetizzato la lunga lettera; nei fatti un uomo è in carcere per una vicenda finita in due processi diversi, che lo vedono innocente e colpevole. Sua moglie è costretta a sobbarcarsi un carico esistenziale ed economico tremendo, i magistrati che si sono interessati al caso magari fanno carriera. E noi, facciamo qualcosa? Siamo in grado di assicurare all'incredibile storia di quest'uomo la stessa indignazione suscitata in genere dal fatto di cronaca nera amplificato dai media? O la sventura di un innocente merita di essere oscurata?

 
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