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Nell'Ungheria del Muro di Orbán arresti e soldati contro i profughi PDF Stampa
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di Bernardo Valli

 

La Repubblica, 16 settembre 2015

 

Dietro il filo spinato, migliaia di persone ammassate. Oltre 170 i fermati. Via allo sciopero della fame. Il primo ministro chiude le frontiere e la maggior parte del paese è con lui. Anche molti intellettuali di sinistra lo appoggiano in nome dell'unità etnica della nazione. Dietro il filo spinato, migliaia di persone ammassate. Oltre 170 i fermati. Via allo sciopero della fame

Budapest. La conosco da tempo. Quando l'incontrai la prima volta criticava da sinistra il "comunismo al gulash". Lo chiamavano così perché era permissivo. Era una specialità comunista ungherese. Per l'intellettuale che allora si definiva marxista liberale, il regime riempiva le pance perché i cervelli non pensassero. Era un comunismo godereccio rispetto agli altri modelli al potere nell'area dell'impero sovietico. Una versione volgare dell'idea socialista. C'erano persino le ragazze in minigonna e si vedeva che molte non avevano il reggiseno. Una vergogna per la conoscente che ritrovo dopo anni, più anziana e supernazionalista.

I carri armati sovietici, sempre presenti, dopo avere stroncato nel 1956 l'insurrezione, lasciavano fare, non erano esigenti, in quegli anni Sessanta sulle sponde del Danubio, purché si rispettasse la fedeltà a Mosca. Adesso l'ex marxista liberale di un tempo, rimasta scrittrice, è per Viktor Orbán. È una sua ammiratrice. Anche se è il leader della destra. La sterzata ideologica mi stupisce, ma lei sorride ironica. I tempi sono cambiati. E con i tempi i problemi.

Oggi non è più questione di destra e sinistra: è in gioco l'unità etnica della nazione raggiunta attraverso tanti drammi. Per questo approva che nelle ultime ore Orbán abbia chiuso la barriera di filo spinato lungo il confine con la Serbia e che ne prepari un'altra lungo quello con la Romania. L'Ungheria sarà così più protetta. La legge che Orbán ha appena promulgato e che condanna a tre anni i migranti illegali è una conseguenza di quel che accade.

E naturalmente non poteva fare a meno di far arrestare decine di uomini e donne (173 secondo l'ultimo bilancio) dalla polizia e dall'esercito mandato a rincalzo nelle province di frontiera. Inoltre non è serio ritenere il primo ministro responsabile degli scioperi della fame di uomini e donne fermati dal filo spinato nella loro marcia verso la Germania. Lo spettacolo di migliaia di profughi assiepati davanti ai valichi e alle truppe schierate non è nuovo nella storia ungherese. Ma spesso le vittime erano i gendarmi di oggi. Devo rammentarglielo.

Il ministro degli interni, György Bakondi, ha annunciato la creazione di "una zona di transito" dove i rifugiati che si trovano in territorio ungherese saranno raccolti prima di essere rispediti in Serbia. La notizia mi riporta con la memoria a tanti anni fa, quando giovane cronista fui mandato al Brennero ad accogliere i profughi ungheresi, dopo la repressione sovietica del 56.

Ne arrivarono 250mila in Occidente. Fu il mio primo servizio giornalistico emozionante. Lo racconto all'ex intellettuale di sinistra, per ricordarle che mezzo secolo fa anche i suoi connazionali fuggivano in cerca di un asilo politico. La risposta è che oggi Orbán si trova di fronte a un'invasione di musulmani. Anche il clero ungherese è perplesso. Il primate d'Ungheria, il cardinale Péter Erdo, arcivescovo di Esztergom, è stato sibillino: ha detto che non è un trafficante di esseri umani.

Erano in pochi, due forse tre mila, sulla piazza davanti al Parlamento, a gridare "Orbán dittatore" e a esibire un distintivo con su scritto "Solidarietà". Non c'era un solo poliziotto nei paraggi. E sulla sponda del Danubio il traffico continuava indifferente, come se quella manifestazione promossa dall'opposizione non fosse degna d'attenzione. Secondo Janos, agente di pubblicità e grande lettore di giornali, neppure le critiche a Orbán dei quotidiani, che sono frequenti e non censurate, neppure se appaiono sul

Népszabadság, il più diffuso, hanno un grande effetto sulla gente. Stando ai sondaggi meno di un terzo degli ungheresi si dichiara in favore di Orbán (ma il quarantuno per cento dei votanti). Lui, Janos, esperto in pubblicità, non pensa che il primo ministro abbia carisma, anzi non lo trova né colto né buon oratore, neppure spiritoso, ma ritiene che in questo momento interpreti i sentimenti di larga parte della popolazione. Anche di quella che non condivide la sua politica di destra sciovinista, e che tuttavia si riconosce nel suo rifiuto degli immigrati, avanguardie di una società multiculturale, destinata a inquinare la civiltà cristiana magiara.

In realtà Viktor Orbán ha il carisma che Janos non gli riconosce. Come non gliela riconoscono quasi tutti i non pochi scrittori e scienziati ungheresi conosciuti all'estero. L'opinione pubblica cui tiene Orbán è tuttavia un'altra. Le élite lo interessano poco. A guidarlo nell'interpretare quel che pensano gli ungheresi è un ex restauratore di mobili: il suo guru è Árpád Habony. Il linguaggio popolare, lo sguardo acceso si adeguano alle inchieste di opinione che Habony conduce con squadre specializzate. Così Orbán trascina con sé quella larga parte della società frustrata dal comunismo e dal post comunismo di sinistra, rivelatosi corrotto e incapace.

Sono sostenitori di Orbán gli agricoltori, gli operai, i piccoli borghesi diventati di destra per delusione o per convinzione, spesso portati alla xenofobia o all'insofferenza per le minoranze come i Rom, comunque animati dal forte nazionalismo di un paese che si sente accerchiato. Una base che si è compattata se non allargata negli anni del suo governo (1998-2002 e 2010-2015) perché ha capito di essere favorita, e destinata a sostituire negli affari, nel commercio, nella funzione pubblica, la parte di società dominante nel post comunismo, e spesso con radici nel regime precedente, quello del comunismo al gulash.

Viktor Orbán ha 52 anni. Ha avuto il tempo di essere uno dei responsabili della gioventù comunista e poi anche un militante nella campagna finale contro la presenza sovietica. Lo si ricorda con la barba e la voce forte chiedere la partenza dell'Armata rossa in piazza degli Eroi, nel cuore di Budapest. La sua tesi per la laurea in legge era sulla Solidarnosc polacca. Nato in provincia in una famiglia piccolo borghese calvinista ha poi sposato una cattolica, dalla quale ha avuto cinque figli.

Dopo gli studi a Budapest, grazie all'aiuto della Fondazione Soros (il miliardario progressista) ha fatto un breve soggiorno a Oxford, ma nella città universitaria inglese non ha assimilato l'uso dell'understatement. Lui descrive l'Ungheria d'oggi come un paese accerchiato, sul punto di essere invaso. E su questo tema accende le fantasie ricorrendo alla storia, ai momenti cruciali del paese, anche quelli antichi, quando le popolazioni asiatiche scendevano nelle pianure che sarebbero diventate l'Ungheria. Le statue degli eroi nazionali ritornano, si moltiplicano sulle piazze. Capita a Orbán di ricorrere a formule contradittorie, stravaganti, come "democrazia illiberale". Angela Merkel si stupì e fece dell'ironia sulla fervida immaginazione di Viktor Orbán.

Il cui stile ricorda quello di Putin. Sembrano sintomi di strabismo politico. Il primo ministro ungherese, alla testa di un paese dell'Unione europea, e membro della Nato, sembra avere come modello, almeno in parte, il presidente russo. Punta su riforme che non cancellano del tutto i riti democratici, ma che li limitano, adeguandoli ai suoi interessi. Controlla il mondo degli affari e quello imprenditoriale favorendo persone fidate. Anche lui ha i suoi oligarchi. A guidarlo nei problemi economici è Lajos Simicska, l'ex tesoriere di Fidesz, il suo partito. Simicska è l'uomo che ha raccolto i mezzi finanziari per la scalata al potere. La nazionalizzazione di alcuni servizi pubblici essenziali in mani straniere serve per assegnare la direzione a dei vassalli. E adesso starebbe per vendere ai privati 300mila ettari di terra e gli acquirenti prescelti, nessuno ne dubita, saranno suoi sostenitori. Con Putin ha ottimi rapporti. Si aspetta dal presidente russo aiuti economici, in particolare per la costruzione di una centrale nucleare.

Dal ritratto di Viktor Orbán si potrebbe ricavare l'impressione di un uomo politico instabile. In realtà non ha veri avversari all'interno perché l'opposizione di sinistra è divisa in due partiti in aperta tenzone: il partito socialista (12 per cento) e la coalizione democratica (13 per cento). Inoltre il tema della difesa da una società multiculturale, con una componente islamica, estende i consensi travolgendo il confine tra destra e sinistra. Punto di riferimento per altri paesi dell'Est (dalla Slovacchia alla Repubblica ceca, alle tre repubbliche baltiche) Viktor Orbán non è isolato nell'Unione europea. Non lo è nemmeno nel Partito popolare, nel Parlamento di Strasburgo, perché ha l'appoggio dei bavaresi della Csu. Senza contare gli sguardi teneri dei partiti populisti occidentali.

 
"Mancano regole sui migranti", l'Italia blocca l'apertura degli hotspot PDF Stampa
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di Fiorenza Sarzanini

 

Corriere della Sera, 16 settembre 2015

 

Respinti i solleciti Ue a far partire da oggi le strutture: prima inizi la redistribuzione. Secondo il Viminale, ci vorranno almeno due mesi per siglare una nuova intesa. La data di inizio era stata fissata per oggi. E invece tutto è stato bloccato. Nessun "hotspot", gli ormai famosi centri di smistamento e identificazione, sarà aperto.

Nel documento stilato dalla commissione europea che due giorni fa ha diviso i governi mostrando ancora una volta il fallimento di politiche comuni in materia di immigrazione, era ritenuto "cruciale che un efficace meccanismo diventi operativo dal 16 settembre in Italia e in Grecia per garantire l'identificazione, la registrazione e la raccolta delle impronte digitali dei migranti". Ma l'Italia dice no, nessuna misura sarà attuata fino a che l'intero sistema non sarà approvato e otterrà il via libera per entrare in funzione.

Non serve l'ulteriore monito della cancelliera tedesca Angela Merkel di far partire la nuova procedura per il censimento degli stranieri, né la decisione presa in serata dalla presidenza di turno lussemburghese di convocare per il 22 settembre una nuova riunione dei ministri dell'Interno "con l'obiettivo di raggiungere un accordo sulla crisi migratoria". Fino a quando non saranno stabilite regole chiare sul trasferimento dei profughi negli altri Stati, nel nostro Paese non sarà fatto nulla di ciò che la Ue sollecita.

L'irritazione per quanto accaduto martedì sera a Bruxelles, quando non si è riusciti a dare il via libera neanche a un accordo di massima sul piano messo a punto dalla commissione guidata da Jean-Claude Junker, era apparsa evidente pochi minuti dopo la chiusura della riunione ed è montata con il trascorrere delle ore.

Il ministro Angelino Alfano lo ha spiegato esplicitamente ieri mattina ai responsabili dei dipartimenti interessati - in particolare quello dell'Immigrazione Mario Morcone e il capo della Polizia Alessandro Pansa - dopo aver concordato la linea con Palazzo Chigi. Del resto in un'intervista rilasciata a Rtl era già stato esplicito: "Nei prossimi due mesi partiranno le prime redistribuzioni di richiedenti asilo dall'Italia verso l'Europa e poi faremo partire gli hotspot, i centri di smistamento in cui si distingueranno chi ha diritto all'asilo e chi invece va rimpatriato".

Due mesi, questo secondo il titolare del Viminale, potrebbe essere il tempo necessario a siglare una nuova intesa. In realtà le resistenze dei Paesi del blocco dell'Est appaiono solide, difficile che si riesca a convincere tutti ad accettare una divisione "permanente e obbligatoria" di chi varca i confini europei per scappare dalla guerra. Ma anche - questa era l'altra condizione posta dall'Italia già qualche settimana fa - che si riesca ad effettuare i rimpatri assistiti negli Stati d'origine di chi non ha diritto all'asilo, in particolare in Africa.

Ostacoli che convincono i tecnici del ministero dell'Interno a cercare soluzioni alternative per l'accoglienza di chi è già in Italia e di chi arriverà nelle prossime settimane. Non a caso si è deciso di "sfollare" il Centro di Mineo - portando il numero delle presenze dalle attuali 2.900 persone a 2.000 con la previsione di dimezzarlo ancora - se non addirittura di svuotarlo completamente entro la fine dell'anno. E di accelerare la messa a disposizione dei 20 mila posti secondo le quote regionali indicate nella circolare inviata alle prefetture la scorsa settimana per sistemare gli stranieri in alberghi, residence, campeggi. Il timore è che la scelta di molti Stati di sospendere il trattato di Schengen e ripristinare i controlli alle frontiere provochi una situazione di emergenza nel nostro Paese lasciando di fatto "intrappolati" anche coloro che arrivano in Italia solo per transito ma vogliono stabilirsi altrove.

 
Sanzione delirante per gli albergatori che ospitano i profughi PDF Stampa
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di Luca Fazio

 

Il Manifesto, 16 settembre 2015

 

Regione Lombardia. Su istigazione della Lega di Roberto Maroni, la nuova legge sul turismo approvata ieri sera contiene un emendamento punitivo che nega i fondi regionali a chi ospita migranti nel proprio hotel. Ritirata all'ultimo minuto la proposta di multe e revoca di licenza, resta un provvedimento che qualifica la classe politica che dirige goffamente il Pirellone.

Razzisti piccoli piccoli. Lavorano di cesello, si incattiviscono sugli emendamenti, provocano. C'è sempre una deprimente particina anche per loro nell'Europa ossessionata dalla criminale politica del controllo. C'è chi mette il filo spinato e chiude le frontiere, chi come Matteo Salvini rispolvera un classico di ogni inizio anno scolastico chiacchierando in tv - "se in classe ci sono pochi bambini italiani non c'è confronto ma solo casino" - e poi c'è anche chi vorrebbe blindare gli alberghi della Lombardia con provvedimenti ridicoli (che infatti ieri sera sono passati in consiglio regionale con alcune sostanziali correzioni). Sono leghisti, perdono tempo nel palazzo della Regione di Roberto Maroni, a pochi passi dalla stazione dove da mesi vengono soccorse migliaia di persone che fuggono da fame e guerre. Ce l'hanno con loro e sono in preda all'ansia di farlo sapere.

Ieri si sono ritagliati un quarto d'ora di celebrità con una proposta contenuta in un emendamento alla nuova legge regionale sul turismo. La firmano il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo, il suo sottoposto Fabio Rolfi e il consigliere Pietro Foroni. Cosa vorrebbero fare? Multare con una sanzione da 5 a 10 mila euro quegli albergatori che daranno ospitalità a stranieri senza permesso di soggiorno, profughi e "migranti economici" compresi. E se non dovesse bastare, sarebbero disposti anche a sospendergli l'attività da sei mesi a un anno. La proposta, oltre a fare a pugni col buon senso, con gli alleati del Ncd e con la realtà - qualora gli albergatori si prestassero ad ospitare profughi lo farebbero su indicazione e con il permesso del ministero dell'Interno - se non altro ha il merito di qualificare la classe politica che dirige goffamente la Regione Lombardia.

"Tutte le strutture ricettive alberghiere e non alberghiere - si leggeva sull'emendamento ritoccato all'ultimo minuto - non possono ospitare, anche in via emergenziale, soggetti entrati illegalmente nel territorio italiano che non siano stati definitivamente regolarizzati ai sensi della normativa vigente". Le sanzioni avrebbero dovuto scoraggiare gli albergatori. "Si propone di evitare - era l'obiettivo dichiarato - che le strutture dedicate al turismo e alla ricettività lombarda, che si vogliono qualificare a valorizzare, possano essere utilizzate come alloggi o rifugi temporanei per soggetti entrati illegalmente nei confini dello Stato (siano essi profughi o migranti economici)".

Il provvedimento sanzionatorio, il solito pasticcio in salsa padana che poi si limiterà a minacciare "mancate corresponsioni" di contributi in caso di lavori di ristrutturazione, è stato rivendicato anche dal governatore, ma senza troppa convinzione. "Se il governo li mette negli alberghi nostri, a spese dei lombardi, io ho il dovere di reagire come governatore", ha farfugliato Maroni. Per lui "quello che decide il Consiglio regionale è sovrano". Poi, in conclusione, una sottigliezza da vero statista: "Io sono favorevole a tutte le iniziative che evidenziano la nostra opposizione a questa gestione". Comprese le iniziative strampalate come questa, che comunque non sembrano scaldare più di tanto le opposizioni. Per Alessandro Alfieri, segretario regionale del Pd, si tratta del solito spot leghista contro i migranti.

"La Lega finisce per penalizzare gli imprenditori lombardi - ha detto - per mero furore ideologico. Dobbiamo fare una legge per il turismo lombardo, per aiutare anche gli albergatori a fare bene il loro lavoro, non per punirli. La gestione dei profughi non c'entra nulla con questo provvedimento, teniamo separati i due argomenti e la Regione faccia bene quello che altre Regioni già fanno: aiuti i comuni a gestire queste persone in modo umano e razionale".

Gli albergatori come la pensano? Il ricatto meschino certo non farà piacere. La Regione Lombardia alla fine ha deciso di "vendicarsi" con gli albergatori che ospitano i migranti negando loro eventuali fondi regionali previsti in caso di ristrutturazioni edilizie. Se ne faranno una ragione. Il fatto è che gli albergatori che in questo momento ospitano i profughi hanno già stipulato contratti con le prefetture. È il governo che paga, per cui non sarà un emendamento leghista a gettarli sul lastrico.

 
Cannabis legale, Europa a due velocità PDF Stampa
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di Susanna Ronconi

 

Il Manifesto, 16 settembre 2015

 

"La questione cruciale che l'Europa, oggi, ha di fronte non è se sia necessario o meno modernizzare le politiche sulla cannabis, ma quando e come farlo". Così Tom Blickman, ricercatore del Tni (Transnational Institute di Amsterdam), sintetizza il punto sul dibattito europeo attorno alla riforma del governo legislativo e politico di produzione e consumo di canapa nel suo intervento alla Summer School di Forum Droghe e Cnca svoltasi a Firenze il 3-5 settembre.

Blickman è attento studioso dei processi di cambiamento che a livello mondiale stanno imprimendo una accelerazione decisa alla riforma delle politiche delle droghe in materia di canapa, processo tanto significativo da aver portato, in modo irrituale, ad una anticipazione al 2016 della sessione globale di Ungass prevista per il 2019, su pressione di alcuni stati dell'America Latina che hanno imboccato la via della legalizzazione.

Non parlare del "se" regolamentare, ma del "come e quando" significa leggere un dato di realtà, quello della ormai evidente normalizzazione dell'uso di cannabis, non solo riferita al numero imponente di consumatori ma soprattutto a come questo consumo sia diventato, vissuto e percepito come un comportamento quotidiano, ordinario, socialmente e culturalmente accettato. Ciò che ormai oggi stride è la contraddizione tra questa natura sociale e culturale e un governo del fenomeno caparbiamente punizionista e patologizzante, che continua a produrre e riprodurre una fittizia e controproducente divisione tra paese che usa e paese che non usa sostanze. Nazioni come l'Uruguay e alcuni stati degli Usa hanno messo mano a questa contraddizione tra paese reale e paese legale, mentre l'Europa sembra in posizione di stallo.

L'Europa dei governi, però, non certo quella sociale né quella delle città. Che, anzi, sono in grande movimento. L'auto-organizzazione dei consumatori in forma di Cannabis Social Club (Csc), nati nelle maglie delle "zone grigie" delle legislazioni nazionali, si sta diffondendo: oltre alla realtà più ampia e diversificata della Spagna (700 club, di cui 350 in Catalogna, 250 a Barcellona, 75 nei Paesi Baschi), il fenomeno è in crescita in Belgio e in Svizzera, e "incubatori" sono attivi in Francia, Regno Unito, Italia, Repubblica Ceca, Slovenia, Bulgaria.

Ma "dal basso" premono anche le città e le regioni, l'altro paese legale che già aveva promosso il radicale cambiamento della riduzione del danno negli anni 80-90, spingendo su governi sordi e inerziali.

Le autorità locali si muovono con gli strumenti amministrativi che loro competono, e che pur con non pochi limiti, tuttavia consentono loro di innovare: per esempio, sui Csc Paesi Baschi e Catalogna stanno elaborando un quadro di regolazione, così come stanno facendo Ginevra, Zurigo, Berna e Basilea. Altre città puntano sul modello coffee shop olandese, dunque su un sistema di licenze che rendano legale fornire cannabis: ci stanno lavorando Copenhagen, e in Germania città importanti come Berlino, Brema, Colonia, Dusseldorf, Francoforte.

E in filigrana tra questi progetti e sperimentazioni stanno già emergendo linee guida per modelli praticabili, sostenibili e "sicuri". "La riforma delle politiche sulle droghe - afferma Blickman - è spesso bottom-up, come dimostra il successo della rete Ecdp (European Cities for Drug Policy) nel promuovere la riduzione del danno a livello locale e internazionale. Sulla canapa è tempo di lanciare un "Ecdp 2.0". E in Italia? C'è qualche sindaco che batta un colpo?

 
Emirati Arabi: Amedeo Matacena "perché Orlando vuole me e non fa estradare Battisti?" PDF Stampa
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di Martino Villosio

 

Il Tempo, 16 settembre 2015

 

"Non è una notizia inaspettata, ma è ridicolo che un ministro provi a nascondere l'incapacità sua e del governo di riformare la giustizia vendendo un po' di fumo all'opinione pubblica con l'estradizione di Matacena. Io sono stato condannato a tre anni ingiustamente, Orlando per cominciare poteva andare in Brasile a chiedere di estradare il compagno pluriomicida Cesare Battisti invece di venire qui". Amedeo Matacena, latitante da tre estati dopo una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, risponde da Dubai. Ieri ha compiuto 52 anni. Un compleanno amaro, visto che nello stesso giorno il Guardasigilli Andrea Orlando è volato negli Emirati Arabi per siglare importanti accordi di cooperazione giudiziaria che potrebbero stringere la morsa intorno all'armatore calabrese, ex parlamentare di Forza Italia.

 

È preoccupato?

"No. La cosa che mi fa riflettere è che sembra che i problemi della giustizia italiana, dall'inefficienza alla totale assenza di certezza del diritto, dalle sentenze sbagliate ai giudici che non rispondono quando fanno errori e commettono falso ideologico nelle loro sentenze, siano ridotti alla necessità di estradarmi. Il tutto a causa di una sentenza ingiusta, emessa da un giudice di Magistratura Democratica che ha sostituito il collega di Unicost, e dunque non di sinistra, cui inizialmente era stato assegnato il mio processo. Questo magistrato per la foga di condannarmi ha ignorato i principi della cosiddetta sentenza Mannino della Cassazione, già applicati per assolvere Andreotti ed altri collegi parlamentari, e inoltre mi ha dato 5 anni applicando retroattivamente una legge in maniera illegittima. Tanto che la Cassazione ha ridotto in seguito la pena a tre anni applicando la norma giusta. Ovviamente senza che il giudice di MD abbia subito alcun provvedimento".

 

Lei tenterà di fuggire ancora?

"Io sono qui, e qui resto. Se mi faranno tornare in Italia verrò, perché non sono mai fuggito. All'epoca della condanna per concorso ero fuori dal Paese perché stavo finalizzando l'acquisto di una casa per la famiglia. I legali mi avevano detto di stare tranquillo perché il reato sarebbe andato prescritto. Comunque prima che un accordo di estradizione diventi operativo deve essere ratificato dal Parlamento. Non mi risulta che sia stato dato un potere di delega al ministro su questo caso particolare. Se dovessero fare un'operazione in violazione del potere del Parlamento lascio a lei ogni ulteriore commento. Inoltre gli accordi simili stipulati dall'Italia con tutti gli altri Paesi non hanno mai avuto operatività retroattiva, se questo dovesse averlo sarebbe un altro dei "casi strani" che mi hanno riguardato".

 

Davvero lei si sente perseguitato?

"Quegli "strani casi" li ho elencati nella domanda di grazia che a breve i miei legali depositeranno all'attenzione del Capo dello Stato. Le ricordo che la sinistra è riuscita a governare in Calabria solo dopo che il sottoscritto è stato fatto fuori per vie giudiziarie".

 

Se dovesse tornare in Italia si toglierebbe qualche sassolino? A marzo lei si disse pronto, nel caso in cui fosse successo qualcosa ai suoi familiari, a rivelare i conti correnti svizzeri in cui sarebbero state depositate presunte tangenti dell'affaire Telecom Serbia prese da tre importanti politici italiani...

"Vedremo. La volontà di togliermeli dei sassolini ci sarebbe, ma non esiste una giustizia in Italia di cui fidarsi e a cui affidare alcunché. Io ho sempre in mente la famosa vicenda del dossier Mitrokin, l'elenco delle spie al servizio del KGB in cui emersero importanti personalità della sinistra italiana. Non è successo niente. E a proposito di due pesi e due misure mi lasci dire una cosa al ministro Orlando".

 

Che cosa?

"Una vera riforma della giustizia non è riuscito a farla. La legge sulla responsabilità civile dei giudici si è rivelata una boutade. Napolitano gli aveva chiesto provvedimenti di amnistia e indulto rimanendo inascoltato. Tutto lo spessore di questo ministro si riduce nel venire qui a Dubai. Matacena ha avuto tre anni. Io sarei andato prima in Brasile per far estradare chi ha ammazzato delle persone. Perché a prendere il compagno Cesare Battisti non ci va nessuno?".

 

Si aspettava più sostegno dai suoi ex colleghi del centrodestra?

"Il problema del centrodestra è che insorge solo quando si tratta di Berlusconi. Non l'hanno fatto per nessun altro, tranne forse nei casi di Previti e Dell'Utri. È sempre mancata una percezione globale del problema giustizia in Italia".

 
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