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Il realismo attento di Angela Merkel la non buonista PDF Stampa
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di Paolo Lepri

 

Corriere della Sera, 13 ottobre 2015

 

"Sensato", una parola che più merkeliana di così non si potrebbe. Non dispiace questo pacato richiamo alla necessità che la politica risolva i problemi.

È buona, o almeno molti tedeschi pensano che lo sia, ma evita di cadere nella trappola stucchevole del buonismo. Stiamo parlando di Angela Merkel, che ha detto di non "poter immaginare" l'eventualità di ospitare profughi a casa sua. Una affermazione, questa, che si adatta totalmente al suo stile anti-declamatorio e realista. Il mondo si era invece abituato da tempo alla dolciastra gara di chi annuncia la volontà di svuotare con un cucchiaino il mare agitato dell'emergenza migranti. Lo ha fatto il premier finlandese Juha Sipilä, imprenditore liberale conquistato dal moderatismo compassionevole. Altri lo hanno imitato. Perfino un "cattivo" come Matteo Salvini ha fatto un passo in questa direzione. Precisando però di avere "un monolocale".

La donna più potente del mondo ha rispetto per chi ha fatto la scelta dell'accoglienza privata, ma pensa che il suo "dovere" sia quello di "fare tutto il necessario affinché lo Stato sia in grado di gestire la situazione in modo sensato". "Sensato", una parola che più merkeliana di così non si potrebbe. Non dispiace, comunque, questo pacato richiamo alla necessità che la politica risolva i problemi. Evitando le strizzate d'occhio e calcolando però costi e benefici di questa mancanza di protagonismo caritatevole. Sicuramente Angela ha fatto anche i suoi conti.

È una donna che governa sondaggi alla mano, compiuti continuamente da agguerriti gruppi di lavoro che occupano molte stanze della cancelleria. Al suo confronto Berlusconi era un dilettante. Perché se è vero che gli esempi di solidarietà aumentano, è anche vero che la sua popolarità è diminuita sensibilmente dopo la decisione di aprire le porte ai disperati. I cristiano-sociali, poi, sono in rivolta e invitano Orbán ad avvelenare le loro platee. Per risalire la china è meglio evitare in ogni caso il buonismo.

 
Immigrati: ius soli "temperato", ecco tutte le regole per diventare cittadini italiani PDF Stampa
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di Matteo Basile

 

Il Giornale, 13 ottobre 2015

 

Oggi alla Camera lo ius soli "temperato". Per la cittadinanza cinque anni di scuola e genitori con permesso di soggiorno. Un bambino che nasce in Italia da genitori stranieri non diventa automaticamente italiano. Può diventarlo, ma solo ad alcune condizioni. Non sarà una legge sullo ius soli radicale ma una versione soft quella che sarà votata oggi in prima lettura alla Camera. Niente diritto alla cittadinanza immediato come accade negli Stati Uniti ma un compromesso all'italiana ribattezzato "ius soli temperato". Due le vincolanti principali per diventare italiani: genitori con permesso di soggiorno di lunga durata e l'obbligo della frequenza di almeno un ciclo scolastico.

Il percorso per arrivare al compromesso è stato complicato e farcito di polemiche. Il Pd, per vedere approvato il disegno di legge, ha dovuto cedere alle pressioni di Ncd e Scelta Civica accettando paletti più stringenti mentre le opposizioni restano critiche. Contraria Sel, Lega Nord e Fratelli d'Italia sulle barricate e Forza Italia decisamente pronta a dare battaglia. Ambigua la posizione M5S mentre esulta la sinistra che vede in dirittura d'arrivo una delle "battaglie" che da sempre porta avanti non senza guai, vedi la partecipazione alle primarie Pd di immigrati spesso foraggiati dal partito stesso.

Ma cosa cambia in concreto? Se la legge verrà approvata senza ulteriori modifiche, potrà diventare cittadino italiano chi è nato in Italia da genitori stranieri, se almeno uno di loro è in possesso di un permesso di soggiorno Ue di lungo periodo. Ma nemmeno in questo caso il processo sarà automatico: è infatti necessaria comunque una dichiarazione di volontà di un genitore (o di chi esercita la responsabilità genitoriale) da presentare al comune di residenza del minore entro il compimento dei 18 anni. Diventato maggiorenne è lo stesso minore a poter fare richiesta entro due anni (e non più uno come previsto sinora). Inoltre, la famiglia deve dimostrare di avere un reddito minimo non inferiore all'importo annuo dell'assegno sociale e la disponibilità di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge. Previsto anche il superamento di un test di conoscenza della lingua italiana anche se ancora non è chiaro come e da chi sarà organizzato.

Ma una delle novità principali riguarda l'introduzione dello "ius culturae", ovvero la concessione della cittadinanza a chi ha svolto almeno un ciclo scolastico completo. Il minore straniero, nato in Italia o entrato nel nostro paese entro il dodicesimo anno di età, per diventare italiano deve aver frequentato una scuola italiana per almeno cinque anni o seguito percorsi di formazione professionale triennali o quadriennali che rilascino un diploma professionale. Non è tutto. Verrà infatti tenuto conto anche del merito: chi, per esempio, è stato bocciato alle elementari dovrà aspettare per vedere esaudita la propria richiesta.

I numeri dei potenziali beneficiari della riforma sono enormi: i minorenni stranieri oggi in Italia sono oltre 1 milione e ben 925.569 hanno al momento una cittadinanza non comunitaria. Ma i nuovi paletti non permetteranno a tutti di avere un passaporto italiano. Le nuove norme invece si applicheranno, retroattivamente, ai 127mila stranieri in possesso dei requisiti che hanno superato il limite di età dei 20 anni per farne richiesta.

 
La protesta dei drappi neri, la Turchia piange i morti "adesso fermiamo il Paese" PDF Stampa
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di Marco Ansaldo

 

La Repubblica, 13 ottobre 2015

 

Ad Ankara e in altre città i funerali delle 128 vittime. A Istanbul in segno di lutto e di sfida a Erdogan, la gente espone sui balconi e in strada vessilli scuri. Ma incombe la paura di altri attentati. Nel sud est due bambine uccise dalla polizia durante gli scontri. Un lungo drappo nero scende da un balcone di Besiktas, il quartiere che si apre sullo Stretto del Bosforo, a Istanbul. È la sede del Cumhuriyet Halki Partisi, Partito repubblicano del popolo, la formazione socialdemocratica oggi all'opposizione. Ma a guardarsi intorno non è l'unico segno di lutto. Salendo per Barbaros Bulvari, il boulevard di Barbarossa, dalle abitazioni spuntano vessilli oscurati, i giovani comunisti consegnano ai passanti volantini con un fiocco nero, e dalle auto emerge qualche fazzoletto di colore scuro. La sera, alla tv statale, pure quando trasmettono le partite di calcio una fascia nera compare in alto a destra.

La Turchia fatica a elaborare il dolore per la strage delle 128 persone morte sabato mattina per i due kamikaze saltati in aria alla stazione di Ankara. E la metropoli, il centro più internazionale del Paese, teme più di altre città che l'onda di attentati, letta in progressione geografica, da Diyarbakir a Suruc ad Ankara, possa infine arrivare qui. La sindrome da bomba non lascia indifferente nessuno. Ieri sera un allarme nella metro della capitale ha fatto chiudere la linea ferroviaria. Ma il livello di allerta, quello personale dei cittadini, prima che quello della sicurezza, resta altissimo.

Ieri e oggi associazioni varie, medici, ingegneri, architetti, docenti universitari, dietro lo slogan "Fermiamo la vita nel paese", si sono astenuti dal lavoro in solidarietà con le famiglie delle vittime. E i funerali, anche quelli celebrati a Istanbul, si trasformano quasi spontaneamente in cortei di protesta.

I tre giorni di lutto proclamati sabato vanno adesso a concludersi. Ma quasi tutti i partiti hanno comunque sospeso i comizi elettorali e le altre manifestazioni di piazza, in vista del ritorno alle urne, il primo novembre prossimo. Una decisione che coinvolge i conservatori islamici, i socialdemocratici, i curdi, ma che non ha trovato il consenso dei nazionalisti. Spiega il leader del partito curdo, Selahattin Demirtas, il gruppo più colpito tra le vittime del massacro, mentre visitava a Istanbul una famiglia con un congiunto ucciso: "Non troviamo necessario organizzare grandi raduni nei prossimi giorni. Come possiamo pensare a questo, in un'atmosfera così amara? La vita di una singola persona è più importante del nostro successo elettorale".

Lo stesso Partito dei lavoratori del Kurdistan, il Pkk, benché attaccato l'altro ieri sia nel sud est del Paese sia nei suoi "santuari" nel Nord Iraq, ha fatto sapere di voler mantenere il cessate il fuoco, nel tentativo di abbassare il livello dello scontro con l'esercito e svelenire i toni.

La Turchia a fatica cerca di tornare alla vita normale. Il primo ministro, Ahmet Davutoglu, per le elezioni generali ha confermato la data di novembre. "Avranno luogo - ha detto- qualsiasi siano le circostanze". Eppure molti si domandano che cosa possa mai succedere in questi quindici, delicatissimi giorni che precederanno il voto. E soprattutto: servirà la strage di Ankara a sciogliere uno stallo politico che vede contrapposto un potere politico ormai incrostato nelle difesa delle sue prerogative, di fronte a istanze di democrazia piena e di libertà che non sono più garantite?

La gente per strada a Istanbul appare dare per nulla credito alle spiegazioni ufficiali sulla strage, che indicano come pista il Califfato Islamico come mandante. "Vedendo come è accaduto l'incidente - ha annunciato ieri in tv Davutoglu - stiamo indagando sui jihadisti come prima priorità". Nei locali di Besiktas i residenti guardano le immagini e si fanno scettici. Molti puntano piuttosto, conoscendo bene la storia turca dei decenni passati, su un possibile coinvolgimento dei servizi segreti volto a destabilizzare il Paese, finendo per premiare così, come chiede il presidente Erdogan, chi si pone invece come il campione della stabilità.

In tanti, anzi, se la prendono con un governo che ha fatto della sicurezza una vera ossessione, mentre le misure minime di garanzia sabato mattina sono state completamente disattese durante il corteo pacifista in marcia davanti alla stazione maledetta. Ora chiedono le dimissioni del ministro dell'Interno e di quello della Giustizia, ma senza troppa convinzione che la loro voce verrà sentita. "Non è possibile parlare di fallimento in generale - si è subito opposto il premier - questo attacco non trasformerà la Turchia nella Siria".

Il dolore, però, non dà tregua a nessuno. Soprattutto quando arriva la notizia che altre vite si sono perdute, dopo la strage. Come quella di due bambine ammazzate nelle proteste avvenute nel sud-est dell'Anatolia. Una di 12 anni, nella provincia di Diyarbakir, morta per un proiettile vagante arrivatole in testa. L'altra ad Adana, a sud, per un'altra pallottola sparata nel corso di una rivolta sedata dalla polizia con lacrimogeni e idranti. E non consola nessuno sapere che i due agenti che alcuni giorni fa avevano trascinato per strada il cadavere di un simpatizzante della guerriglia curda, come hanno mostrato un video raccapricciante girato da loro stessi, siano stati sospesi dal servizio. Sono ben altre le notizie che la Turchia vorrebbe vedere in prima pagina, e non sangue, morti, funerali, come ogni giorno, ormai, da due mesi a questa parte.

 
Medio Oriente: palestinesi sotto occupazione e senza libertà, perché il mondo tace? PDF Stampa
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di Marwan Barghouthi

 

Il Manifesto, 13 ottobre 2015

 

Lettera di Marwan Barghouthi, leader palestinese in prigione e Membro del Parlamento, detto "il Mandela palestinese".

L'escalation di violenze non è cominciata con l'uccisione di due coloni israeliani, è cominciata molto tempo fa ed è andata avanti per anni. Ogni giorno ci sono Palestinesi uccisi, feriti, arrestati. Ogni giorno che passa, il colonialismo avanza, l'assedio del nostro popolo a Gaza continua, oppressioni e umiliazioni si susseguono. Mentre molti oggi ci vogliono schiacciati dalle possibili conseguenze di una nuova spirale di violenza, io continuerò, come ho fatto nel 20021, a chiedere di occuparsi delle cause che stanno alla radice della violenza: il rifiuto della libertà ai Palestinesi.

Alcuni hanno detto che il motivo per cui non si è raggiunto un accordo di pace è stata la mancata volontà del defunto Presidente Yasser Arafat o l'incapacità del Presidente Mahmoud Abbas, mentre sia l'uno che l'altro erano disposti e capaci di firmare un accordo di pace. Il vero problema è che Israele ha scelto l'occupazione al posto della pace ed ha usato i negoziati come una cortina di fumo per portare avanti il suo progetto coloniale. Tutti i governi del mondo conoscono questa semplice verità, eppure molti di loro fanno finta che un ritorno alle ricette fallite del passato ci potrebbe permettere di raggiungere libertà e pace.

Follia è continuare a fare sempre la stessa cosa e aspettarsi che il risultato cambi. Non ci può essere negoziato senza un chiaro impegno di Israele a ritirarsi completamente dal territorio palestinese che ha occupato nel 1967 (tra cui Gerusalemme), una completa cessazione di tutte le pratiche coloniali, il riconoscimento dei diritti inalienabili dei Palestinesi, compreso il loro diritto all'autodeterminazione e al ritorno, la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi. Non possiamo convivere con l'occupazione, e non ci arrenderemo all'occupazione.

Ci si esorta ad essere pazienti e lo siamo stati, offrendo occasioni e occasioni per raggiungere un accordo di pace, dal 2005 ad oggi. Forse val la pena ricordare al mondo che, per noi, espropriazione, esilio forzato, trasferimento e oppressione durano ormai da quasi 70 anni e che noi siamo l'unico problema bloccato nell'agenda dell'Onu dalla sua fondazione. Ci è stato detto che se ci affidavamo a metodi pacifici e alla strada della diplomazia e della politica, ci saremmo guadagnati l'appoggio della comunità internazionale per porre fine all'occupazione. Eppure, come già era avvenuto nel 1999 alla fine del periodo di interim, la comunità internazionale non ha intrapreso alcuna azione significativa, come ad esempio costituire una struttura internazionale per applicare la legge internazionale e le risoluzioni dell'Onu, varare misure per garantire la responsabilizzazione delle parti, anche attraverso boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni, come era stato fatto per liberare il mondo dal regime dell'apartheid.

E allora, in mancanza di un intervento internazionale per porre fine all'occupazione, in mancanza di una seria azione dei vari governi per interrompere l'impunità di Israele, in mancanza di qualunque prospettiva di protezione internazionale per il popolo palestinese sotto occupazione, e mentre il colonialismo e le sue manifestazioni violente hanno un'impennata (compresi gli atti di violenza dei coloni israeliani), cosa dovremmo fare? Stare inerti ad aspettare che un'altra famiglia palestinese sia bruciata, che un altro giovane palestinese sia ucciso, che un altro insediamento sia costruito, che un'altra casa palestinese sia distrutta, che un altro bambino palestinese sia arrestato, che i coloni facciano un altro attacco, che ci sia un'altra aggressione contro il nostro popolo a Gaza?

Tutto il mondo sa che Gerusalemme è la fiamma che può ispirare la pace e che può accendere la guerra. E allora perché il mondo rimane immobile mentre gli attacchi israeliani contro i Palestinesi della città e contro i luoghi santi musulmani e cristiani - specialmente Al-Haram Al-Sharif - continuano senza sosta? Le azioni e i crimini di Israele non distruggono soltanto la soluzione dei due stati secondo i confini del 1967 e non violano soltanto la legge internazionale, ma minacciano di trasformare un conflitto politico risolvibile in una guerra religiosa senza fine che indebolirà ulteriormente la stabilità in una regione che è già preda di un disordine senza precedenti.

Nessun popolo della terra accetterebbe di convivere con l'oppressione. È nella natura dell'uomo anelare alla libertà, lottare per la libertà, sacrificarsi per la libertà. E la libertà del popolo palestinese è in grave ritardo. Durante la prima Intifada il governo di Israele lanciò lo slogan "spezza le loro ossa per spezzare la loro volontà", ma, una generazione dopo l'altra, il popolo palestinese ha dimostrato che la sua volontà è indistruttibile e non deve essere messa alla prova.

Questa nuova generazione palestinese non ha aspettato colloqui di riconciliazione per incarnare quell'unità nazionale che i partiti politici non hanno saputo raggiungere, ma si è posta al di sopra delle divisioni politiche e della frammentazione geografica. Non ha aspettato istruzioni per sostenere il suo diritto, e il suo dovere, di opporsi a questa occupazione. E lo fa disarmata, di fronte ad una delle maggiori potenze militari del mondo. Eppure continuiamo ad esser convinti che libertà e dignità trionferanno, e noi avremo la meglio. E che quella bandiera che abbiamo innalzato con orgoglio all'Onu sventolerà un giorno sulle mura della città vecchia di Gerusalemme, e non per un giorno ma per sempre.

Mi sono unito alla lotta per l'indipendenza palestinese 40 anni fa e sono stato imprigionato per la prima volta a 15 anni. Questo non mi ha impedito di adoperarmi per una pace basata sulla legge internazionale e sulle risoluzioni dell'Onu. Ma ho visto Israele, la potenza occupante, distruggere metodicamente questa prospettiva un anno dopo l'altro. Ho trascorso 20 anni della mia vita, tra cui gli ultimi 13, nelle prigioni di Israele e tutti questi anni mi hanno reso ancora più convinto di questa immutabile verità: l'ultimo giorno dell'occupazione sarà il primo giorno della pace. Coloro che cercano quest'ultima devono agire, e agire subito, perché si realizzi la prima condizione.

 
Iran: condannato per spionaggio il reporter del "Washington Post" Jason Rezaian PDF Stampa
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di Paolo Mastrolilli

 

La Stampa, 13 ottobre 2015

 

Rischia 20 anni, ma Rohani suggerisce uno scambio di prigionieri. Lo hanno condannato, di nascosto. E ora Jason Rezaian, corrispondente dall'Iran del "Washington Post", rischia fino a venti anni di prigione per aver commesso atti di spionaggio. Teheran però avrebbe intenzione di usarlo come mercé di scambio, per riportare indietro alcuni cittadini della Repubblica islamica detenuti dagli Stati Uniti. Rezaian è nato in California 39 anni fa, da padre di origine iraniana e madre americana. nel 2008 si era trasferito a Teheran e nel 2012 era stato assunto dal "Washington Post".

Due anni dopo, il 22 luglio 2014, era stato arrestato insieme alla moglie iraniana Yeganeh Salehi, per la quale aveva fatto domanda di visto per andare negli Usa. Lei era stata rilasciata in ottobre, mentre lui era stato incriminato con quattro capi di accusa, fra cui quello più grave di aver spiato a favore di un governo straniero. Le prove non sono mai state pubblicate, ma fra di esse ci sarebbe una lettera che aveva scritto nel 2008 per chiedere lavoro nell'amministrazione Obama. Diritti violati Da allora Jason è rimasto rinchiuso nel carcere di Evin, con pochissime possibilità di comunicare con la moglie e la famiglia.

Il suo processo è cominciato a porte chiuse davanti al giudice Abolghassem Salavati, noto per le sue sentenze draconiane imposte ai detenuti politici, al punto che nel 2011 l'Unione Europea lo ha sottoposto a sanzioni per violazioni dei diritti umani. Per difenderlo il Washington Post ha inviato anche una petizione all'Onu, che ha espresso grave preoccupazione accusando la Repubblica islamica di aver ignorato i suoi diritti legali e chiedendo il rilascio immediato.

A questo punto Rezaian è stato detenuto più a lungo degli ostaggi americani del 1979, 448 giorni, e due mesi fa è stato condannato in segreto. La notizia l'ha rivelata domenica alla tv di stato il portavoce della Corte Rivoluzionaria di Teheran, Gholam Hossein Mosheni-Ejei, senza però chiarire i dettagli della sentenza. Il presunto reato, però, può comportare una condanna fino a 20 anni di prigione. Il direttore del "Washington Post", Martin Baron, ha definito il verdetto come "un'ingiustizia oltraggiosa", e ha annunciato che il giornale farà comunque ricorso. "L'Iran - ha detto Baron - si è comportato in una maniera inconcepibile durante tutto il caso, ma soprattutto con questa indifendibile decisione di condannare un giornalista innocente per seri crimini, dopo un procedimento svolto in segreto, senza alcuna prova di qualunque reato". Il ministro degli Esteri iraniano Zarif, parlando qualche giorno fa a New York, aveva detto che Rezaian era stato spinto da qualche funzionario americano di basso livello a raccogliere informazioni, perché poteva essere ricattato a causa della sua richiesta di visto per la moglie. Nulla però è stato aggiunto per sostenere l'accusa.

Il suo caso è stato discusso durante il negoziato per il programma nucleare, e in varie occasioni lo stesso presidente Rohani aveva suggerito la possibilità di uno scambio tra prigionieri. In cambio della liberazione di Rezaian, e forse degli altri detenuti americani Saeed Abedin, pastore dell'Idaho accusato di aver creato chiese clandestine; Amir Hekmati, ex marine arrestato mentre visitava la nonna; e Robert Levinson, scomparso dal 2007, Teheran potrebbe chiedere il rilascio di alcuni suoi cittadini condannati per aver violato le sanzioni contro la Repubblica islamica. Una conferma delle nuove possibilità di dialogo create dall'accordo nucleare, ma anche delle enormi differenze e diffidenze che ancora restano fra i due paesi. It veterano dei marine Amir Hekmati viene arrestato nell'agosto 2011. Nel 2012 viene condannato a morte per spionaggio, pena poi commutata in otto anni di carcere.

 
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