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Giustizia: detenuti stranieri, il pericolo è di confondere "immigrato" con "terrorista" PDF Stampa
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di Gaia Bozza

 

www.fanpage.it, 10 febbraio 2015

 

Il 17 marzo l'Osservatorio dell'associazione Antigone presenterà i dati sugli stranieri in carcere nel 2014. Ma quella dei detenuti stranieri non è l'unica emergenza, perché dietro le sbarre si continua a morire ed è presente una forte negazione dei diritti. Con il pericolo sovraffollamento per niente sventato, soprattutto "se si confondono immigrazione e terrorismo".

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Giustizia: carceri e Islam, c'è chi fa soltanto propaganda PDF Stampa
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di Arrigo Cavallina (Volontario dell'Associazione "La Fraternità")

 

L'Arena, 10 febbraio 2015

 

L'articolo "Servono più strumenti per monitorare il carcere", sull'Arena del 24 gennaio, apre prendendo ingenuamente per buona la versione degli incidenti nella casa di reclusione di Padova data dal Sappe, sindacato della polizia penitenziaria. Scelta comprensibile: perché dubitare di quella fonte?

Riprendo dal quotidiano di Padova "Il Mattino" le affermazioni virgolettate del segretario del Sappe: "Quel che è accaduto giovedì sera è gravissimo, anche in relazione all'atteggiamento assunto da molti detenuti di nazionalità araba. Nella sezione si respirava alta tensione, con atteggiamenti palesemente provocatori da parte di buona parte dei detenuti verso i poliziotti.

All'atto dell'ingresso nel Reparto detentivo di due poliziotti penitenziari questi sono stati aggrediti e feriti senza alcuna giustificazione e le cose sono drammaticamente degenerate con urla e grida. Molti dei detenuti, di origine araba, inneggiavano ad Allah e all'Isis. Era comunque qualcosa di organizzato visto che sono stati rinvenuti bastoni e coltelli artigianali. Le manifestazioni di solidarietà e sostegno al gruppo islamista dell'Isis da parte dei detenuti arabi sono inquietanti e preoccupanti."

Tanto è bastato per scatenare immediatamente le reazioni degli esponenti leghisti. Il sindaco di Padova Bitonci: "Esprimo la mia solidarietà agli agenti aggrediti. Trovo molto preoccupante per la loro incolumità e per quella di tutti i padovani che alcuni detenuti arabi abbiano inneggiato all'Isis durante la rivolta di ieri".

Il capogruppo alla Camera Fedriga: "A Padova carcerati immigrati scatenano l'inferno inneggiando ad Allah e all'Isis, i servizi segreti israeliani dicono che il 70% delle moschee è a rischio terrorismo, ma Alfano sminuisce il problema con affermazioni irresponsabili." Il deputato Caon: "Preoccupante che, nel corso della rivolta, ci sia chi ha inneggiato all'Isis: è chiaro che il rischio è elevatissimo", occasione quindi per rilanciare gli slogan consueti: "La nostra ricetta è pronta da sempre: stop immigrazione, stop Triton, moratoria su nuove moschee e controlli ferrei su quelle esistenti, pene severissime e confisca del passaporto per chi fa apologia di terrorismo".

L'ispezione compiuta congiuntamente dal magistrato inquirente e dal capo della squadra mobile ha accertato che i fatti si sono svolti in modo completamente diverso e che l'assist del Sappe ai leghisti si basava su notizie false. Ci informa "Il Mattino", nello stesso articolo, che nel reparto dove è scoppiata una rissa tra detenuti sono alloggiate solo persone provenienti dall'est europeo, non ci sono arabi, detenuti in un altro reparto separato. Non c'era né provocazione né preordinazione; gli agenti intervenuti per sedare la rissa sono stati a loro volta aggrediti. E nessuno si è sognato di inneggiare all'Isis, che almeno in questa occasione non c'entra proprio.

Resta la ragionevole preoccupazione che dove le condizioni di vita, e tanto più se di vita incarcerata, costringono ai margini, all'esclusione, alla compressione dei diritti, alla scarsa comunicazione con la società circostante, lì potrebbero aprirsi un varco la lettura distorta e rabbiosa della religione e l'esempio terroristico.

Ci chiediamo come far emergere questo rischio eventuale, come prevenirlo o sanarlo. Probabilmente proprio chi ha la possibilità di pregare in libertà nelle moschee riconosciute, chi conosce e pratica la cultura islamica, chi è capace di guidare pubblicamente le letture religiose, chi già partecipa al pacifico confronto tra le fedi, ha la competenza e l'intuito, più di noi, di cogliere i segnali oscuri e di operare sul piano efficace delle spiegazioni, e non solo su quello dell'ulteriore compressione. Si tratterebbe quindi, per esempio, di intensificare la collaborazione con gli esponenti della comunità islamica, le cui posizioni sono state ampiamente esposte anche in precedenti articoli dell'Arena.

Gridare al lupo dove non c'è, per farne strumentalizzazione politica, e propagandare provvedimenti che andrebbero verso l'esasperazione, è il modo più certo per aggravare i fattori di rischio senza vedere e capire dove un'eventuale minaccia potrebbe invece annidarsi e in che cosa potrebbe consistere.

In questo senso sono molto apprezzabili gli interventi, citati nell'articolo dell'Arena, di due persone perfettamente informate sulla realtà del carcere di Montorio, la Direttrice Maria Grazia Bregoli, che parla di "ottimo esempio di convivenza e di capacità di integrazione, dove la solidarietà scatta subito nel momento del bisogno", e la Garante dei diritti dei detenuti Margherita Forestan, che aggiunge: "In questi anni hanno convissuto serenamente a Montorio persone di religione diversa, senza che vi siano mai state tensioni o scontri".

Anche l'associazione La Fraternità ritiene di aver dato un qualche contribuito alla costruzione di questo clima organizzando, negli anni scorsi, gruppi di dialogo interculturale, dei quali si possono scaricare e leggere ampie relazioni, per gli anni dal 2008 al 2013 alla pagina www.lafraternita.it/2011/03/progetto-intercultura. In proposito è doveroso fare memoria riconoscente di Silvana Pozzerle, che ci ha lasciati proprio un anno fa e che per prima aveva pensato e partecipato a quell'esperienza.

 
Giustizia: testimoni di giustizia assunti dalle Pa, ma dopo un test di "meritevolezza" PDF Stampa
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di Gianni Macheda

 

Italia Oggi, 10 febbraio 2015

 

Testimoni di giustizia assunti dalle pubbliche amministrazioni, ma dopo aver superato un test di "meritevolezza" del beneficio, una prova di idoneità e sapendo comunque di dover rinunciare a tutto o parte dell'assegno statale di mantenimento dei familiari. Chi non si trova bene nel nuovo posto di lavoro potrà fare domanda di comando o distacco presso altri enti.

Lo prevede il regolamento del ministero dell'interno 18 dicembre 2014, n. 204, che dà attuazione al dl 101/2013 e che è stato pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale n. 30. In vigore dal prossimo 21 febbraio, il decreto siglato di concerto con il ministro della funzione pubblica, si applica ai testimoni di giustizia sottoposti alle misure speciali di protezione previste dalla legge in quali, per accedere a un programma di assunzione per chiamata diretta nominativa, dovranno presentare domanda alla Commissione centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione, indicando una o più sedi territoriali dove gradirebbero essere collocati.

Compito della Commissione, anche valutando quanti e quali benefici economici i testimoni abbiano già percepito o se abbiano già fruito di interventi finalizzati al reinserimento sociale, è quello di deliberare il riconoscimento del diritto all'assunzione. Di tali soggetti verrà poi fatto un elenco, partendo da chi ha percepito al momento più benefici (che quindi avrà meno possibilità di essere assunto) a chi ne ha ottenuti di meno (che dunque avrà più chance).

Entro il 1° gennaio e il 1° settembre di ogni anno viene fatta la ricognizione dei posti disponibili, acquisendoli presso le amministrazioni locali e le camere di commercio e gli uffici statali. Una lista che viene poi incrociata con quella delle domande, tenendo conto del titolo di studio e della professionalità dei testimoni, delle esigenze di sicurezza personale e delle preferenze espresse.

Scattano dunque le pratiche dell'assunzione che prevedono anche lo svolgimento delle prove di idoneità, il quale non comporta valutazione comparativa ma è volto solo ad accertare l'idoneità del lavoratore a svolgere le mansioni del profilo nel quale avviene l'assunzione. Fatta l'assegnazione il testimone ha 15 giorni di tempo per accettare o no; se rifiuta, decade dal beneficio.

Una volta assunto, se subentrano motivi di sicurezza che impediscano di lavorare nel posto scelto, si aprono le porte all'assegnazione in comando o distacco presso altre amministrazioni, ed è comunque garantito il collocamento dei testimoni di giustizia in aspettativa retribuita. Nell'ipotesi di assunzione la Commissione centrale può poi rideterminare la misura dell'assegno di mantenimento per le persone a carico e prive di capacità lavorativa, ma anche misure atte a favorirne il reinserimento sociale.

 
Giustizia: Calderoli (Lega); Renzi cambi norma su eccesso di legittima difesa PDF Stampa
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Il Velino, 10 febbraio 2015

 

"I delinquenti in uno Stato normale vanno in galera, in Italia no: girano liberi continuando a rapinare, aggredire se non di peggio. E se un cittadino onesto si difende finisce nei guai. Come direbbe il grande Gino Bartali, "è tutto sbagliato, è tutto da rifare".

Lo afferma Roberto Calderoli, Vice Presidente del Senato, che spiega: "In uno Stato normale chi compie furti, sparatorie e aggressioni va in galera, non è libero di andare in giro armato a rapinare gioiellerie, costringendo la gente onesta a difendersi rispondendo al fuoco e - continua - in uno Stato normale uno spacciatore con 4 espulsioni alle spalle che accoltella due carabinieri se ne sta in prigione, non viene scarcerato dopo una notte diventando uccel di bosco".

"In uno Stato normale esiste la certezza della pena, ma, purtroppo, in Italia vengono protetti i delinquenti mentre chi si difende rischia carcere e risarcimento", denuncia l'esponente della Lega Nord. "Invece di perdere tempo, Renzi e Orlando mettano mano a quell'assurdità che è l'eccesso di legittima difesa", è la proposta di Calderoli che aggiunge: "E Alfano utilizzi le forze dell'ordine per il presidio del territorio e il ripristino della legalità anziché - conclude - per traghettare ed accogliere gli immigrati clandestini".

 
Giustizia: "Spiegate perché è morto", il caso Jerinò in Parlamento PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Garantista, 10 febbraio 2015

 

La deputata Pd Enza Bruno Bossio chiede risposte: perché il detenuto perse la vita a dicembre nel carcere di Arghillà? La morte poco chiara del detenuto Roberto Jerinò, denunciata su queste stesse pagine de "Il Garantista", approda al parlamento.

Su sollecitazione di Emilio Quintieri, esponente del Partito Radicale, l'onorevole Enza Bruno Bossio, deputata del Partito democratico e membro della commissione bicamerale Antimafia, ha presentato un interrogazione parlamentare a risposta in commissione ai ministri della Giustizia, Andrea Orlando e della Salute, Beatrice Lorenzin.

La parlamentare calabrese - che da tempo si occupa anche della tutela dei diritti umani fondamentali all'interno degli stabilimenti penitenziari - ha chiesto al Governo di chiarire le circostanze della morte del detenuto Roberto Jerinò, deceduto lo scorso 23 dicembre 2014 presso l'Ospedale Riuniti di Reggio Calabria. Il 60enne, di Gioiosa Ionica, Comune della Provincia di Reggio Calabria, si trovava in custodia cautelare presso la Casa Circondariale "Arghillà" di Reggio Calabria, dopo essere stato ristretto per un qualche tempo presso la Casa Circondariale di Paola, in Provincia di Cosenza.

L'On. Enza Bruno Bossio, nella sua interrogazione (la n. 5/04649 del 05.02.2014), riferisce quanto trapelato in merito agli ultimi momenti di vita del detenuto e narrato su 11 Garantista lo scorso 6 gennaio 2015 ritenendo che "a giudizio dell'interrogante, i fatti esposti nel presente atto di sindacato ispettivo richiedono doverosi accertamenti dal momento che il signor Roberto Jerinò era affidato alla custodia dello Stato".

In merito, c'è da dire, che a seguito di una denuncia dei familiari dell'uomo, il sostituto procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Dott. Giovanni Calamita, ha aperto un fascicolo attualmente contro ignoti per accertare se ci siano eventuali responsabilità da parte del personale dell'amministrazione penitenziaria che lo aveva in custodia o dei sanitari penitenziari ed ospedalieri che lo avevano in cura.

Sul corpo di Jerinò, su disposizione del magistrato, è stata eseguito anche l'esame necroscopico. Nei prossimi giorni, secondo quanto riferisce il radicale Quintieri, i congiunti del defunto che sono rappresentati e difesi dall'avvocato Caterina Fuda del Foro di Reggio Calabria, saranno sentiti come persone informate sui fatti, presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria. L'onorevole Enza Bruno Bossio, nello specifico, ha chiesto ai ministri della Giustizia e della Salute, se e di quali informazioni disponga il Governo in ordine ai fatti descritti; se e quali problemi di salute presentasse il detenuto Roberto Jerinò all'atto della visita obbligatoria di primo ingresso presso la Casa Circondariale di Paola e poi presso quella di "Arghillà" di Reggio Calabria ricavabili dal suo diario clinico e quali motivi abbiano determinato il trasferimento dello stesso dallo stabilimento penitenziario di Paola a quello di "Arghillà" di Reggio Calabria; se e come sia stata prestata l'assistenza sanitaria al detenuto durante la sua restrizione carceraria chiarendo cosa gli era stato diagnosticato ed a quali trattamenti terapeutici fosse sottoposto visto che, in pochissimo tempo, le sue condizioni si sono irrimediabilmente compromesse; quando, da chi e per quali ragioni il detenuto sia stato trasferito presso l'Ospedale Riuniti di Reggio Calabria specificando se il ricovero, in considerazione della gravità del quadro patologico, avrebbe potuto effettuarsi prima che le condizioni del signor Jerinò peggiorassero in modo fatale come è avvenuto; se siano noti i motivi per i quali sia stato negato al detenuto, da parte dell'autorità giudiziaria competente, di ottenere la concessione degli arresti domiciliari presso la propria abitazione e di quali elementi disponga il governo circa la dinamica del decesso e le relative cause e se siano state ravvisate eventuali responsabilità del personale operante presso l'amministrazione penitenziaria.

Inoltre, l'attenzione della deputata democratica, si è focalizzata anche sulla struttura carceraria. Sono state chieste delucidazioni anche su quali fossero le condizioni della casa circondariale "Arghillà" di Reggio Calabria all'epoca dei fatti (dicembre 2014), facendo riferimento alla capienza regolamentare, a quanti detenuti vi fossero ristretti, quanti tra questi fossero tossicodipendenti e quanti affetti da gravi disturbi mentali o altri gravi patologie e se si fosse in grado di riuscire a garantire, in maniera sufficiente ed adeguata, non soltanto la sorveglianza dei detenuti ma anche l'assistenza sanitaria ed il sostegno educativo e psicologico nei loro confronti; se attualmente si trovino ristretti in detto Istituto in custodia cautelare o in espiazione di pena detenuti con gravi problemi di salute e se risulti se siano state presentate dagli stessi alle autorità giudiziarie competenti istanze di concessione degli arresti domiciliari o di sospensione o differimento della esecuzione della pena e, in caso affermativo, quali siano gli esiti delle stesse; se il predetto istituto penitenziario sia stato ispezionato dalla competente azienda sanitaria provinciale ed, in caso affermativo, a quando risalgano le visite e cosa sia scritto nelle rispettive relazioni inoltrate ai ministri interrogati, agli uffici regionali ed al magistrato di sorveglianza in merito allo stato igienico sanitario dell'istituto, all'adeguatezza delle misure di profilassi contro le malattie infettive disposte dal servizio sanitario penitenziario ed alle condizioni igieniche e sanitarie dei detenuti ai sensi dell'articolo 11 commi 12 e 13 dell'Ordinamento penitenziario approvato con legge n. 354 del 1975 e infine, se e con che frequenza il magistrato di Sorveglianza competente abbia visitato, negli ultimi anni, i locali dove si trovano ristretti i detenuti ai sensi dell'articolo 75, comma 1, del regolamento di esecuzione penitenziaria approvato con decreto del Presidente della Repubblica n. 230/2000 e se abbia mai prospettato al ministro della Giustizia eventuali problemi, disservizi o violazioni dei diritti dei detenuti nell'ambito della sua attività di vigilanza ai sensi dell'articolo 69 del citato ordinamento penitenziario.

 
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