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Giustizia: un anno di condanna a Grillo per diffamazione, sotto accusa i talk show PDF Stampa
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di Astolfo Di Amato

 

Il Garantista, 15 settembre 2015

 

Grillo è stato condannato, dal tribunale di Ascoli Piceno, ad un anno di reclusione, senza sospensione condizionale della pena, per il reato di diffamazione aggravata. Gli è stato, in particolare, contestato, secondo quanto riferiscono le agenzie di stampa, di aver fatto, durante la campagna per il referendum sul nucleare, la seguente affermazione: "Vi invito a non pagare più il canone, io non lo pago più, perché non puoi permettere ad un ingegnere dei materiali, nemmeno del nucleare, parlo di Battaglia, un consulente delle multinazionali, di andare in televisione e dire, con nonchalance, che a Chernobyl non è morto nessuno. Io ti prendo a calci nel c.o e ti sbatto fuori dalla televisione, ti denuncio e ti mando in galera". L'affermazione di Grillo era riferita ad un intervento dell'ingegner Battaglia nella trasmissione televisiva Annozero, condotta da Santoro.

Sulla circostanza che la frase incriminata abbia un chiaro contenuto offensivo e diffamatorio, nei riguardi di Battaglia, non possono esservi dubbi. La frase di Grillo, difatti, non si limita affatto ad una critica di quelle che sarebbero state le affermazioni di Battaglia, ma giunge a denigrare la persona in modo violentemente offensivo. In questo senso, la sentenza del tribunale di Ascoli appare perfettamente in linea con i canoni elaborati da una giurisprudenza consolidata sui limiti che possono consentire un legittimo esercizio del diritto di critica.

Vi è, peraltro, un versante della decisione che, sia pure senza ancora conoscere le motivazioni, lascia perplessi. Ed è il seguente. Trasmissioni televisive come Annozero, e come tanti altri talk show televisivi che a quel format si sono ispirati, sono caratterizzate da una dialettica che spesso trascende nei toni e che sostituisce frequentemente l'aggressione verbale alla pacata esposizione delle proprie ragioni. La cifra caratterizzante di tali trasmissioni è, perciò, un dibattito fatto di critiche aspre, portate avanti con espressioni molto colorite in cui è spesso difficile rinvenire una analisi obiettiva dei contenuti discussi.

La partigianeria portata avanti ad oltranza rappresenta, e ancora più rappresentava all'epoca della trasmissione Annozero, un elemento fondamentale del successo di quel tipo di dibattito televisivo. La questione che, allora, si pone è se la virulenza delle espressioni attribuite a Grillo vada parametrata o no al tono urlato e aggressivo che complessivamente segna di frequente le trasmissioni quale quella nella quale è intervenuto Battaglia. Difatti, se il parametro deve essere costituito dal tono generale della trasmissione televisiva, possono sorgere dei dubbi sulla effettiva illiceità della condotta di Grillo.

Al riguardo diventa giocoforza osservare che la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha ritenuto pienamente legittimo l'uso di espressioni offensive nell'ambito del dibattito politico e sindacale, proprio in considerazione del tono acceso che di regola caratterizza tale tipo di dibattito. Così, secondo la giurisprudenza, è alla stregua del tono che caratterizza un certo tipo di dibattito che va valutata l'offensività o no delle espressioni usate. Se tale criterio dovesse essere ritenuto applicabile anche ai talk show televisivi caratterizzati da una dialettica aggressiva e violenta, verrebbero meno le possibili ragioni a sostegno della condanna di Grillo.

 
Giustizia: Beppe Grillo condannato per diffamazione. "Io come Mandela e Pertini" PDF Stampa
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Il Tempo, 15 settembre 2015

 

Il leader del M5S diffamò nel 2011 il professor Battaglia. La pena: un anno di prigione e 50mila euro di risarcimento. "Beppe Grillo condannato a un anno di prigione". Con questo titolo apre il blog del leader M5S, che riporta la sentenza emessa ai suo danni e chiosa: "Forse fa paura che il Movimento 5 Stelle si stia avvicinando al governo? Se Pertini e Mandela sono finiti in prigione potrò andarci anch'io per una causa che sento giusta e che è stata appoggiata dalla stragrande maggioranza degli italiani al referendum". Si tratta, nello specifico, della querelle sul nucleare.

La condanna. "Oggi è stata emessa la sentenza dal tribunale di Ascoli Piceno contro di me per diffamazione - spiega Grillo - per aver detto in un comizio che il professor Franco Battaglia, docente di Chimica ambientale del Dipartimento di Ingegneria "Enzo Ferrari" dell'Università di Modena e Reggio affermava delle coglionate in merito al nucleare. Il fatto risale all'11 maggio 2011, in occasione di un mio comizio elettorale a San Benedetto del Tronto in vista del referendum sul nucleare". "Vi invito a non pagare più il canone, io non lo pago più perché - dissi davanti al pubblico del comizio - non puoi permettere ad un ingegnere dei materiali, nemmeno del nucleare, parlo di Battaglia, un consulente delle multinazionali, di andare in televisione e dire, con nonchalance, che a Chernobyl non è morto nessuno. "Io ti prendo a calci nel c...o e ti sbatto fuori dalla televisione, ti denuncio e ti mando in galera", dissi riferendomi alla partecipazione di Battaglia ad una puntata di Anno Zero", riporta Grillo.

"Il Pm aveva chiesto una multa di 6.000 euro. Il giudice mi ha invece tolto la condizionale condannandomi a un anno di prigione e a 50.000 euro di risarcimento. Io sono fiero - rivendica Grillo - di aver contribuito a evitare la costruzione di nuove centrali nucleari in Italia.

È un'eredità che lascio ai nostri figli che potranno evitare incidenti come Chernobyl e Fukushima". A Chernobyl non è morto nessuno?, chiede il leader 5 Stelle. Segue un post scriptum in cui Grilllo puntualizza come, contrariamente a quanto riportato da alcuni organi di informazione, la pena non è stata sospesa.

Il commento del professor Battaglia. "Grillo dovrebbe smetterla di diffamare a destra e manca. Lui può fare la carriera politica che vuole ma deve farla in modo civile. Oltre a offendermi e a incitare alla violenza contro di me, disse che io difendevo il nucleare perché sarei pagato dalle multinazionali. Ma quello che più mi preoccupa di Grillo è che molta gente lo segue e lo ascolta, per questo deve fare attenzione quando parla. Ora è stato condannato a un anno di reclusione per diffamazione aggravata dalla recidiva per la precedente condanna, sempre per diffamazione, ai danni del premio Nobel Rita Levi-Montalcini.

"Immagino che Grillo farà appello e cercherà di arrivare alla prescrizione, che sarà nel 2020 - continua il docente universitario - In quattro anni avrebbe potuto chiedermi scusa e invece non lo ha fatto. Ora - conclude Battaglia - mi auguro che si faccia un po' di servizi sociali, come Berlusconi".

Le condanne precedenti. Quella stabilita dal tribunale piceno non è la prima condanna per diffamazione. Risale a 12 anni fa il patteggiamento in una causa intentata contro di lui dal premio Nobel Rita Levi-Montalcini, definita dal leader una "vecchia p...", insinuando che la scienziata avesse ottenuto il premio grazie a una ditta farmaceutica.

Nel 2012 è arrivata la condanna in appello per aver diffamato a mezzo stampa la Fininvest in un suo articolo di otto anni prima sulla testata Internazionale. Due anni fa la condanna definitiva in Cassazione per diffamazione nei confronti di Giorgio Galvagno, ex sindaco di Asti e parlamentare di Forza Italia. Sempre nel 2013 la condanna in primo grado per la causa indetta dal tesoriere del Pd Antonio Misiani.

 
Giustizia: al via gli avvocati specializzati PDF Stampa
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di Gabriele Ventura

 

Italia Oggi, 15 settembre 2015

 

Specializzazioni forensi al via. Ma per diventare specialisti gli avvocati dovranno frequentare corsi ad hoc (o aver trattato ogni anno almeno 15 affari rilevanti ai fini della specializzazione) e non potranno conseguire il titolo in più di due settori. Il prossimo 15 settembre verrà pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero della giustizia recante il regolamento che disciplina le modalità di conseguimento e mantenimento del titolo di avvocato specialista. Il provvedimento entrerà definitivamente in vigore decorsi 60 giorni dall'approdo in G.U., vale a dire il 15 novembre 2015. Sempre martedì prossimo sarà pubblicato il decreto che stabilisce le forme di pubblicità per l'esame di abilitazione all'esercizio della professione di avvocato. Ricapitoliamone quindi i principali contenuti.

Le specializzazioni. Gli avvocati potranno conseguire il titolo di specialista in non più di due di una serie di settori. Tra questi: il diritto delle relazioni familiari, delle persone e dei minori, il diritto agrario, diritti reali, di proprietà, locazioni e condominio, ambiente, diritto industriale e delle proprietà intellettuali, diritto commerciale, della concorrenza e societario. Ancora: diritto dell'esecuzione forzata, bancario e finanziario, della navigazione e dei trasporti. Gli elenchi degli avvocati specialisti saranno tenuti dai Consigli dell'ordine.

Quanto ai requisiti per poter diventare avvocati specialisti, è necessario aver frequentato, nei cinque anni precedenti, i corsi di specializzazione; non aver riportato, negli ultimi tre anni, una sanzione disciplinare definitiva diversa dall'avvertimento conseguente a un comportamento in violazione del dovere di competenza o aggiornamento professionale; non aver subito, nei due anni precedenti, la revoca del titolo di specialista. I corsi, invece, che sono organizzati da una commissione permanente presso il ministero della giustizia, hanno una durata almeno biennale e una didattica non inferiore a 200 ore, delle quali almeno 100 devono essere di didattica frontale. L'avvocato deve frequentare almeno l'80% della durata del corso ed è prevista almeno una prova, scritta e orale, al termine di ciascun anno di corso.

Altra strada per diventare avvocati specialisti è la comprovata esperienza. L'art. 8 del regolamento prevede che i requisiti essenziali siano: aver maturato un'anzianità di iscrizione all'albo degli avvocati ininterrotta e senza sospensioni di almeno otto anni; aver esercitato negli ultimi cinque anni in modo assiduo, prevalente e continuativo attività di avvocato in uno dei settori di specializzazione. Per dimostrarlo, l'avvocato deve produrre documentazione che attesti la trattazione nel quinquennio di incarichi professionali fiduciari rilevanti per quantità e qualità almeno pari a 15 per anno. Infine, possono presentare domanda al Cnf per il conferimento del titolo di avvocato specialista, previo superamento di una prova scritta e orale, gli avvocati che, nei cinque anni precedenti l'entrata in vigore del regolamento, abbiano conseguito (o stiano conseguendo) un attestato di frequenza di un corso almeno biennale di alta formazione specialistica organizzato dal Cnf, dai Coa o dalle associazioni forensi.

Esame di avvocato. Il secondo decreto stabilisce invece le forme di pubblicità per l'esame di abilitazione all'esercizio della professione di avvocato. Secondo tale regolamento la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto che fissa gli esami di stato dovrà avvenire almeno 90 giorni prima della data d'esame e, nei successivi dieci giorni, il ministero della giustizia e il Consiglio nazionale forense ne daranno comunicazione sui propri siti internet.

 
Misure cautelari: rischio reiterazione solo se è certa l'occasione per delinquere PDF Stampa
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di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 15 settembre 2015

 

Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 14 settembre 2015 n. 36919.

Per ritenere attuale e concreto il rischio di reiterazione del reato, non basta ipotizzare che l'indagato se ci sarà l'occasione tornerà a delinquere, ma è necessario prevedere che quell'"opportunità" ci sarà. La Cassazione, con la sentenza 36919, prende le distanze dal vecchio adagio con il quale si avverte che "l'occasione fa l'uomo ladro", e invita i giudici a stabilire se il momento propizio per commettere di nuovo il delitto può davvero ricapitare.

La Suprema corte bacchetta il tribunale del riesame che non ha tenuto in debito conto le modifiche introdotte dalla legge 47/2015 che rende più stringente l'obbligo di verifica sulla necessità delle misure cautelari. I giudici annullano l'ordinanza con la quale veniva disposto l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria nei confronti di un indiziato per cessione di sostanza stupefacente. Una conclusione basata "sulle disinvolte e ripetute modalità della condotta".

Per la Cassazione non basta. Il giudice deve cambiare il suo schema logico non può più ipotizzare che "se si presenta l'occasione, sicuramente o molto probabilmente, la persona sottoposta alle indagini reitererà il delitto" ma dovrà seguire la diversa impostazione concludendo che "siccome è certo o comunque altamente probabile che si presenterà l'occasione del delitto, altrettanto certamente, o comunque con elevato grado di probabilità la persona sottoposta alle indagini/imputata tornerà a delinquere".

 
Arresti domiciliari esclusi solo in vista della condizionale PDF Stampa
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di Patrizia Maciocchi

 

Il Sole 24 Ore, 15 settembre 2015

 

Il giudice nel valutare l'esigenza delle misure cautelari deve considerare la possibilità per l'imputato di ottenere la condizionale o una condanna inferiore ai tre anni. Se in base al suo pronostico la toga ritiene possibile la concessione della condizionale (articolo 163 del Codice penale) dovrà escludere il ricorso alle misure cautelari, quando invece, a suo avviso, l'asticella della giustizia sia orientata verso una condanna non superiore ai tre anni il giudice potrà limitarsi a dire no alla sola custodia in carcere. La Cassazione, con la sentenza 36918 depositata ieri, fornisce i chiarimenti per una corretta lettura dell'articolo 275, comma 2-bis del Codice di procedura penale, sul quale è intervenuto il Dl 92/2014, convertito nella legge 117/2014. La nuova norma sbarra la strada della custodia in carcere in tutti i casi in cui il giudice prevede che alla fine del giudizio la pena resterà sotto la soglia dei 3 anni.

Un'indicazione seguita dai giudici di merito che avevano sostituito la misura della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, nei confronti di un imputato accusato di aver prodotto fatture false finalizzate all'evasione fiscale (articolo 8, Dlgs 74/2000).

Contro la decisione dei giudici di merito aveva fatto ricorso l'imputato ritenendo immotivata l'esigenza delle misure cautelari sebbene nella forma meno restrittiva. Una conclusione raggiunta guardando al destino di un coimputato per lo stesso reato al quale era stata concessa la condizionale dopo il patteggiamento. A suo avviso il Tribunale della libertà avrebbe dovuto prevedere gli effetti di una possibile pena concordata e del beneficio della condizionale.

Per la Suprema corte però il giudice cautelare si è comportato in modo esemplare. La prognosi, infatti, non deve basarsi su dati astratti ma sul caso concreto. L'impatto che sull'esito finale del giudizio possono avere i riti alternativi non va parametrato alla loro ipotetica praticabilità "ma ad elementi che ne facciano ritenere la più che probabile fattibilità". Fermo restando - ricorda la Suprema corte - che il pericolo di recidiva rende "infausta la prognosi della concedibilità della sospensione condizionale". Nel caso esaminato il reato era stato contestato in relazione a diverse annualità: una continuazione, che avrebbe con ogni probabilità fatto lievitare la pena minima di un anno e sei mesi, allontanando la possibilità del beneficio invocato.

Obiettivo del legislatore non è lasciare impuniti i reati ma fare in modo che, a procedimenti conclusi, l'imputato non sia in credito con la giustizia per essere stato sottoposto durante il percorso processuale a restrizioni che non era destinato a subire alla fine. Il tutto per un'errata valutazione del giudice.

 
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