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Giustizia: intercettazioni, la propaganda di Travaglio per continuare a sputtanare PDF Stampa
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di Filippo Facci

 

Libero, 1 ottobre 2015

 

"Il Fatto" pubblica (e lo farà per giorni) le intercettazioni considerate irrilevanti dai magistrati. Sono vietate anche dalla legge attuale. Ma nessuno se ne cura. È vietato dalla legge, ma nessuno ci fa caso. Fantastico. Emblematico. Trovate voi l'aggettivo.

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Giustizia: il Csm ormai è un "centro di potere", l'indecenza che il governo non vede PDF Stampa
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di Giorgio Mulè

 

Panorama, 1 ottobre 2015

 

Mettiamola così. Un magistrato-bandiera come Raffaele Cantone, che il governo issa ogni due per tre al solo scopo di rivendicare la sua assoluta dirittura morale, afferma: "Il Consiglio superiore della magistratura è ormai un centro di potere di cui si fa fatica ad accettare il ruolo(...). Le correnti sono diventate un cancro della magistratura (...). Le correnti hanno rappresentato e rappresentano oggi un vero e proprio sistema che per certi versi è peggiore della politica: perché sono uno strumento indispensabile per fare carriera".

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Giustizia: nel Csm dividersi è normale, ma senza contrapposizioni precostituite PDF Stampa
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di Renato Balduzzi

 

Avvenire, 1 ottobre 2015

 

Mattinata intensa, quella di ieri al Consiglio superiore della magistratura, dove sono state ricordate due figure di elevato spessore umano, cristiano e professionale come Vittorio Bachelet e Giovanni Conso (ma l'Associazione Bachelet, che ha voluto l'iniziativa, ha promesso, per bocca del magistrato di Cassazione Riccardo Fuzio, di aver in animo di promuovere un'iniziativa a ricordo anche di un altro protagonista delle nostre istituzioni, il compianto Piero Alberto Capotosti).

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Giustizia: beni sequestrati alla mafia, un tesoro disperso tra troppe mani PDF Stampa
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di Roberto Galullo

 

Il Sole 24 Ore, 1 ottobre 2015

 

Il monito "conoscere per deliberare" lanciato nel 1955 al Paese da Luigi Einaudi ben si adatta anche alla gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia. Si aggiunga che l'ex presidente della Repubblica lo lanciò attraverso il volume "Le prediche inutili" e si capisce ancora meglio che il paragone non è poi così azzardato, visto che sono anni che esperti e analisti si sperticano per dire che così com'è, proprio non va.

Poco o nulla possono i direttori dell'Agenzia nazionale (Anbsc) che per ultimi si sono alternati alla guida di questo (otto)volante, se non denunciare le mille storture e i molti scandali (come è accaduto al prefetto Giuseppe Caruso) o tentare di indirizzare una macchina statale complessa (come fa il prefetto Umberto Postiglione dal 13 giugno 2014).

Come possa conoscere e dunque gestire al meglio il tesoro miliardario sottratto alle mafie, deve essere un rovello della stessa Agenzia, se è vero che alla voce "statistiche", fino a qualche ora fa si leggeva: "In aggiornamento. Riallineamento in corso con dati del ministero della Giustizia".

I dati, già. Buio (spesso) fitto. E dire che la legge 109/96 nacque solo con lo scopo di creare una banca dati per governare il patrimonio sottratto alle mafie. Il ministero della Giustizia, a pagina 3 della relazione consegnata a febbraio di quest'anno al Parlamento su "Consistenza, destinazione ed utilizzo dei beni sequestrati o confiscati - Stato dei procedimenti di sequestro o confisca", scrive che l'esigenza della banca dati "derivava anche dal fatto che, sino a quel momento, la raccolta dei dati era stata rimessa all'iniziativa delle amministrazioni a vario titolo interessate, le quali, senza alcun raccordo tra loro, avevano provveduto a creare autonomi sistemi di rilevazione, talvolta privi di precisi criteri procedurali".

I milioni di euro spesi in questi anni (compreso un bando da sette milioni per l'informatizzazione) devono però aver fruttato poco se è vero che, paradossalmente, i dati tra Agenzia e ministero sono "in corso di riallineamento".

Numeri e pallottoliere. C'è da perdersi tra le pieghe ma come dato di partenza fissiamo ciò che sottoscrive lo stesso ministero: i beni inseriti nella banca dati sono, a fine febbraio 2015, 139.187. Dopo una crescita continua fino al 2013, nel 2014 si è registrata una certa flessione, con gli uffici giudiziari che hanno posto la loro attenzione su 16.701 beni (circa 1.400 al mese).

I beni sequestrati sono 17.973 (la stragrande maggioranza in Sicilia) e quelli confiscati sono 46.799 (anche qui domina la Sicilia). Il totale fa 64.772.

E il resto? Sorpresa: 36.628 sono i beni dissequestrati (tutti quelli con rigetti e/o revoche di sequestri o confische) che, in pratica, tornano ai proprietari (spesso mafiosi). Sono 32.547 i beni proposti (per i quali si è ancora nella fase di attesa di un pronunciamento da parte del giudice di primo grado) e sono infine 5.240 i beni destinati, cioè quelli giunti alla confisca definitiva e poi mantenuti al patrimonio dello Stato o assegnati agli enti locali. Un rivolo, rispetto al fiume che lo alimenta, che poi, quando non viene fatto morire per consunzione e abbandono, si perde nelle mani di pochissime associazioni che detengono il monopolio dell'uso e del riuso. Un rivolo che si perde anche nei meandri della telematica: il sito dell'Agenzia riporta che i provvedimenti per destinare i beni sarebbero solo 1.173 (di cui 739 in Sicilia).

 
Giustizia: per i beni sequestrati un esercito di amministratori, senza regole e trasparenza PDF Stampa
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di Roberto Galullo

 

Il Sole 24 Ore, 1 ottobre 2015

 

Se la conoscenza è potere allora si capisce perché manchi - nonostante le richieste sollevate a destra e manca - un Albo degli amministratori giudiziari. O meglio: l'Albo c'è ma non si vede, perché mancano i decreti attuativi (che devono seguire la legge 4/2010).

Nessuno, dunque, sa quanti siano gli amministratori. Secondo l'Istituto nazionale degli amministratori giudiziari (Inag), ci sarebbero circa 500 professionisti/amministratori giudiziari, stabilmente impegnati nella gestione di patrimoni complessi composti da aziende e circa 700 impegnati occasionalmente su altri beni (immobili, mobili registrati e altri beni). Molti soggetti, infatti, vista la complessità della materia e in considerazione dell'assenza di un tariffario di riferimento (che arricchiscono taluni e fanno vivere talatri), investono le energie in altri settori professionali.

La Camera penale di Palermo, presieduta da Antonino Rubino, in una lettera inviata al Csm e al ministro della Giustizia Andrea Orlando, scrive che "la vicenda giudiziaria che oggi colpisce il Tribunale di Palermo, al di là dell'accertamento cui è delegata l'autorità giudiziaria, pone il vero punto nodale della questione che consiste nella stratificazione nel tempo dei medesimi soggetti che sono chiamati a gestire ed occuparsi esclusivamente dei procedimenti di misure di prevenzione". "Manca una normativa di riferimento univoca con i criteri di determinazione del compenso dell'amministratore e ciò - dichiara al Sole-24 Ore Domenico Posca, fondatore dell'Inag - costituisce un'altra grave lacuna della legislazione che finisce col creare disparità di trattamento a fronte di identiche prestazioni professionali".

Non c'è dunque da meravigliarsi se nell'opacità degli strumenti a supporto dell'autorità giudiziaria scoppino scandali (tutti da verificare in sede processuale) come quello recente di Palermo e i Tribunali siano costretti a mettere pezze: Palermo stessa non esclude l'azzeramento di alcuni incarichi. Ieri la prima Commissione del Csm ha aperto la procedura di trasferimento d'ufficio, per incompatibilità ambientale, nei confronti dei cinque magistrati coinvolti nell'indagine svolta dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta sulla gestione della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo.

Già gli incarichi, che non sono solo quelli degli amministratori ma di una pletora di consulenti, periti, commissari liquidatori, presidenti e consiglieri di amministrazione.

Per Posca, l'aiuto "che potrebbe essere assicurato dallo Stato in termini di agevolazioni contributive e trattamenti fiscali differenziati sarebbe determinante non solo per legalizzarle completamente, ma anche per migliorarne la gestione e incrementare l'occupazione. Una scelta strategica e senza spese per lo Stato sarebbe, infine, quella di consentire l'utilizzo, seppur parziale, dei 342 milioni definitivamente confiscati e depositati presso il Fug (Fondo unico giustizia) a garanzia di aperture di credito bancario in favore delle aziende sequestrate che ne fanno richiesta". Al Fondo confluiscono le somme e i relativi proventi, compresa ogni altra attività finanziaria a contenuto monetario o patrimoniale (titoli al portatore, a quelli emessi o garantiti dallo Stato anche se non al portatore, valori di bollo, crediti pecuniari, conti correnti, conti di deposito titoli, libretti di deposito) sequestrati - per larga parte - nei procedimenti penali, per l'applicazione di misure di prevenzione patrimoniali (cioè grazie alla lotta alle mafie). Al 5 agosto il Fug, complessivamente, contava 3,4 miliardi.

 
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