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Stati Uniti: il Papa incontra le vittime di preti pedofili "Dio stesso piange..." PDF Stampa
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di Gian Guido Vecchi

 

La Repubblica, 28 settembre 2015

 

Bergoglio ai vescovi: "I responsabili dovranno renderne conto". Poi la visita ai detenuti del carcere Curran-Fromhold di Philadelphia: "Tutti abbiamo qualcosa di cui purificarci". Per chiudere, la funzione al Benjamin Franklin Parkway che ha richiamato oltre un milione di fedeli.

Instancabile, papa Francesco ha cominciato il suo ultimo giorno negli Stati Uniti incontrando nel Seminario San Carlo Borromeo di Philadelphia un gruppo di vittime di abusi sessuali compiuti da ecclesiastici. Lo ha rivelato lo stesso Pontefice prima di iniziare il suo discorso ai vescovi che partecipano all'Incontro Mondiale delle Famiglie: "Lo dico perché ho appena terminato una riunione con un gruppo di persone vittime di abusi e sono lieto di avere l'opportunità di condividere con voi" la notizia.

Con tre inchieste del Grand Jury alle spalle l'arcidiocesi di Philadelphia è stata il centro dello scandalo pedofilia, la "ferita" più profonda della chiesa, con un'ultima sentenza che risale al 2011. L'incontro di Francesco è avvenuto in privato, senza proclami, tra le 8 e le 9. C'erano tre donne e due uomini che hanno subito abusi quando erano minorenni. Ognuno era accompagnato da un familiare o persona di sostegno. E c'erano anche il cardinale Sean Patrick ÒMalley, arcivescovo di Boston e presidente della Commissione istituita dal Papa per la tutela dei minori, l'arcivescovo di Philadelphia monsignor Charles Chaput e il vescovo Fitzgerald, responsabile dell'ufficio della diocesi per la protezione dei minori.

Il Papa ha ascoltato le testimonianze delle vittime dei pedofili, ha rivolto loro alcune parole e poi li ha salutati uno ad uno. Ha pregato con loro. Ha espresso "vergogna" per i "gravi danni" causati: "Mi dispiace profondamente", ha detto in spagnolo, "Dio stesso piange". "I reati di abusi sessuali contro minori non possono essere mantenuti in segreto per più tempo", ha detto promettendo "l'impegno alla vigilanza della chiesa per proteggere i minori" e promettendo che "tutti i responsabili dovranno renderne conto".

Il Papa ha assicurato a ogni vittima e alle loro famiglie "la nostra gratitudine per il loro immenso coraggio" nel denunciare gli abusi subiti. Poi ha rinnovato l'impegno suo e della Chiesa perché tutte le vittime siano ascoltate e trattate con giustizia, i colpevoli puniti e i crimini combattuti con una efficace opera di prevenzione nella Chiesa e nella società. L'incontro è durato circa mezz'ora ed è terminato con la benedizione del Papa. Francesco ha deciso di creare un nuovo tribunale vaticano per perseguire vescovi che non sono riusciti a proteggere "il loro gregge, coprendo i preti pedofili piuttosto segnalare alla polizia".

Cuba, Washington, New York, e ora Philadelphia. In sei giorni Francesco ha lasciato un segno indelebile nella storia della chiesa e di un'America che oggi lo saluta. E Philadelphia continua a seguirlo, le strade sono a disposizione dei fedeli che a centinaia di migliaia hanno voluto vedere seppur da lontano il papa argentino. La visita al carcere Curran-Fromhold.

Francesco, 78 anni, il "Papa del popolo", ha visitato i detenuti del carcere Curran-Fromhold di Philadelphia dove si è recato subito dopo il discorso ai vescovi provenienti da tutto il mondo: "Una società che non sa soffrire i dolori dei suoi figli, che non li prende sul serio, è una società condannata a rimanere prigioniera di se stessa, prigioniera di tutto ciò che la fa soffrire" ha detto rivolto ai circa cento presenti, che poi ha abbracciato uno per uno.

"Tutti abbiamo bisogno di essere purificati, di essere lavati. Anche io", ha detto Francesco nell'istituto di correzione. "Tutti siamo cercati da questo maestro che ci vuole aiutare a riprendere il cammino". "Sono venuto soprattutto come fratello a condividere la vostra situazione e a farla anche mia" ha aggiunto, "sono venuto perché possiamo pregare insieme e presentare al nostro Dio quello che ci fa male, anche quello che ci incoraggia, e ricevere da Lui la forza della Risurrezione".

"Vivete - ha detto loro Bergoglio - un momento difficile, carico di tensioni, doloroso non solo per voi, ma per le vostre famiglie e per tutta la società. Un momento che nella vostra vita può avere un unico scopo: tendere la mano per riprendere il cammino, tendere la mano che aiuti al reinserimento sociale. Un reinserimento di cui tutti facciamo parte, che tutti siamo chiamati a stimolare, accompagnare e realizzare. Un reinserimento cercato e desiderato da tutti: reclusi, famiglie, funzionari, politiche sociali e educative. Un reinserimento che benefica ed eleva il livello morale di tutta la comunità".

La messa al B. Franklyn Parkway. La visita di Bergoglio negli Stati Uniti si è conclusa con la messa celebrata al B. Franklyn Parkway, cui hanno assistito oltre un milione di fedeli. La funzione chiudeva l'Incontro mondiale delle famiglie e alla famiglia il Papa ha dedicato la sua omelia. Durante il rito monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, ha annunciato che il prossimo Incontro mondiale, il nono, si terrà fra tre anni a Dublino.

Il rientro. L'aereo di papa Francesco, un Being 777 dell'America Airlines, è decollato dall'aeroporto internazionale di Philadelphia alla volta di Roma-Ciampino poco prima delle 2 ora italiana. La partenza è avvenuta con circa 15 minuti di anticipo sull'orario indicato delle 20 locali. L'atterraggio è previsto alle 9.45 italiane. "Questa terra è stata benedetta con enormi doni e opportunità. Ringrazio il Signore di avere potuto essere testimone della fede del popolo di Dio in questo Paese", ha affermato Bergoglio nel saluto finale alla folla raccolta in aeroporto. "Pregate per me. Dio benedica l'America", ha concluso. A porgergli il saluto c'era anche il vicepresidente Usa, Joe Biden. A sottolineare fino alla fine uno dei tratti caratterizzanti la sua visita negli Usa, il contatto con la gente, Francesco ha continuato a salutare la folla dal finestrino dell'aereo prima del decollo.

 
Arabia Saudita: la voce di Alì dal carcere "non fatemi morire qui a 20 anni" PDF Stampa
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di Francesca Caferri

 

La Repubblica, 28 settembre 2015

 

Il sorriso più grande lo ha riservato a sua madre, quando ha cercato di parlargli di quello che potrebbe accadergli da un giorno all'altro: "Ho fede in Dio, non mi piego. Non voglio morire qui: e sono e resto un ottimista". Poi ha cercato di tranquillizzare il padre e la sorella, anche loro andati a trovarlo in prigione dopo lunghe settimane di attesa: "Non dovete preoccuparvi. Io sto bene: sono forte. So perfettamente quello che è stato deciso per me: ma non mi lascio abbattere.

Adesso tocca a voi essere forti". Poche altre battute prima che, dopo dieci minuti scarsi, una guardia riconducesse Alì al Nimr nella sua cella di prigione, facendo di nuovo precipitare nel buio il destino di questo ragazzo di 20 anni la cui storia ha mobilitato migliaia di persone in tutto il mondo.

I fatti: Alì al Nimr è un cittadino saudita arrestato nel 2012 nella Provincia Orientale, quella più ricca di petrolio, ma anche di tensioni, del Paese, All'epoca del suo fermo l'atmosfera nella zona era tesissima: sotto la spinta della Primavera araba - e, secondo Riad - dell'incoraggiamento iraniano i cittadini di fede sciita, che sono la maggioranza nella regione ma una minoranza nel Regno avevano dato vita a manifestazioni per chiedere un rispetto maggiore dei loro diritti.

Il ministero dell'Interno, guidato dall'attuale erede al trono Mohammed Bin Nayef, aveva risposto con durezza. Come dozzine di altre persone in quei giorni, Alì al Nimr è stato arrestato. A lui però è toccata una sentenza durissima: riconosciuto colpevole di possedere illegalmente un'arma e di aver attaccato le forze di sicurezza, è stato condannato a morte nel maggio del 2014. La sentenza è stata confermata qualche settimana fa e potrebbe essere eseguita in qualunque momento: ad Ali sarà tagliata la testa e poi il suo cadavere sarà crocefisso in pubblico.

"Speravamo che almeno questo non lo sapesse. Ma non è così: le guardie gli hanno dato i giornali". Baqer è il fratello maggiore di Ali, quello che la famiglia ha eletto a portavoce. Dall'America, dove vive per motivi di studio, racconta i dettagli dell'incontro di due giorni fa. "Lo hanno visto bene - spiega - per quanto possa star bene uno che è in carcere da tre anni. Non aveva più i segni delle botte. Adesso per lui la tortura è un'altra, è l'attesa di una fine orribile".

Baqer descrive il fratello come un ragazzo tranquillo, che dà poca confidenza agli altri: tutt'al-tra storia rispetto all'agitatore sociale della versione ufficiale. Anche sull'arresto ha un'altra storia da raccontare: "Lo hanno fermato durante una delle tante retate casuali: era in moto quando una macchina della polizia lo ha bloccato". Soltanto quando le autorità hanno capito chi era è scattata l'accusa di sedizione: Alì è infatti il nipote di un importante religioso sciita, Nimr Baqr al Nim, anch'egli condannato a morte.

Per Baqer le accuse contro il fratello sono legate esclusivamente a questo motivo: "Aveva preso parte alle proteste, come centinaia di altre persone. Ma non esistono altre prove contro di lui: e nessuno ha subito una condanna come la sua". Baqer racconta del loro ultimo incontro, l'estate scorsa, prima che la sentenza di morte fosse confermata: "Aveva ancora i lividi, mi ha raccontato delle torture con cui gli è stata estorta la confessione. Mi ha detto di non preoccuparmi: lui è così".

Parola per parola la voce del ragazzo si fa più cupa: non bastano a rassicurarlo le prese di posizione di Francois Hollande, Jeremy Corbin e del dipartimento di Stato americano. Gli fanno poco effetto gli appelli di Amnesty International, Human Rights Watch e di organizzazioni come il Gruppo saudita-europeo per i diritti umani. "Il tempo stringe - dice - posso solo sperare che questi sforzi servano".

 
Iran: il presidente Rohani apre a possibilità di scambio di prigionieri con gli Usa PDF Stampa
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Askanews, 28 settembre 2015

 

Tra i detenuti di Teheran c'è giornalista del Washington Post. L'Iran è pronto a uno scambio di prigionieri con Washington, che vedrebbe la liberazione di iraniani detenuti negli Stati Uniti a fronte di quella di americani dietro le sbarre in Iran, compreso un giornalista del Washington Post. Lo ha affermato il presidente della repubblica islamica, Hassan Rohani.

"Se gli americani prendono le misure adeguate e li liberano, allora si determinerebbe un ambiente sicuramente propizio perchè noi facciamo tutto quanto in nostro potere per la rimessa in libertà più rapida possibile di americani detenuti in Iran". Lo ha dichiarato il presidente Rohani in un'intervista a Cnn International.

"Niente mi renderebbe più felice", ha aggiunto, quando gli è stato chiesto cosa potesse fare per aiutare i detenuti americani. Il presidente iraniano si è espresso a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Stuzzicato dai giornalisti a rispondere alla proposta iraniana, il segretario di stato americano John Kerry ha riconosciuto che i due governi "hanno avuto discussioni" a riguardo ma che serve "attendere di vedere a che stato siamo".

L'Iran chiede che gli Stati Uniti - con cui non hanno più rapporti diplomatici dal 1980 - liberino 19 loro connazionali detenuti per reati legati alle sanzioni americane contro Teheran per il suo controverso programma nucleare. La Repubblica islamica e le grandi potenze hanno concluso, lo scorso 14 luglio, uno storico accordo per controllare questo programma nucleare.

Già a inizio settembre il presidente del parlamento iraniano Ali Larijani, in un'intervista alla radio pubblica americana Npr, non aveva escluso l'idea di uno scambio di prigionieri per far liberare il corrispondente del Washington Post, Jason Rezaian, e altri due americani. Rezaian, 39 anni, è stato arrestato nel luglio 2014 nella sua casa di Teheran, dove lavorava come corrispondente del Washington Post da due anni.

 
Libia: inviato Onu Leon chiede liberazioni detenuti per le celebrazioni dell'Eid al Adha PDF Stampa
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Nova, 28 settembre 2015

 

In occasione delle celebrazioni dell'Eid al Adha (Festa del sacrificio), l'inviato dell'Onu per la Libia, Bernardino Leon ha lanciato un appello a tutte le parti in Libia affinché liberino coloro che sono ancora detenuti contro la legge, in modo che possano ritornare alle loro famiglie. Lo riferisce oggi l'agenzia di stampa libica "Lana". Tramite un comunicato pubblicato sul sito internet della missione Unsmil Leon ha detto "oltre a contribuire al rispetto dei diritti umani e costruire la fiducia tra i libici, tali liberazioni sarebbero in linea con il testo e lo spirito dell'accordo politico che le parti libiche stanno cercando di concludere".

 
Giustizia: l'Italia prima in Europa per sentenze Corte Strasburgo inapplicate PDF Stampa
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Ansa, 27 settembre 2015

 

Il Consiglio d'Europa denuncia "problema strutturale del Paese". L'Italia è al vertice della classifica dei Paesi del Consiglio d'Europa che non applicano le sentenze della Corte europea dei diritti umani. All'inizio di quest'anno erano 2.622 le decisioni della Corte non rispettate.

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