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Milano: ricerca di Casa della Carità "accesso ai diritti in carcere, una doppia pena" PDF Stampa
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mi-lorenteggio.com, 1 ottobre 2015

 

Presentata ieri una ricerca condotta negli istituti milanesi di Bollate e San Vittore dal Souq - Centro Studi Sofferenza Urbana della Casa della carità

Don Virginio Colmegna: "Questo lavoro è uno strumento importante, una premessa alle azioni che le istituzioni e il terzo settore possono e devono mettere in campo per far sì che la situazione migliori". Una doppia pena. È quella che molti detenuti milanesi, una volta entrati in carcere, scontano a causa delle difficoltà che incontrano nell'affermare i loro diritti di giustizia. E che, oltre ad essere iniqua, rischia di incidere negativamente sul recupero dei detenuti stessi. A porre l'attenzione su questo aspetto del mondo carcerario è la ricerca che è stata presentata oggi dal Souq, il Centro Studi Sofferenza Urbana della Casa della carità.

Condotta negli istituti di San Vittore e Bollate dalle ricercatrici Lucia Dalla Pellegrina e Margherita Saraceno, l'indagine sottolinea come sia difficile per i cittadini privati della loro libertà risolvere questioni legali precedenti la detenzione o sorte in seguito all'ingresso in carcere, che però non sono legate al reato commesso. Nel primo caso, ci riesce solo il 15 per cento, nel secondo si oscilla tra il 9.3 per cento di Bollate e il 15.5 di San Vittore (vedi ricerca alle-gata, tabella 4). Dati preoccupanti che, però, sono stati raccolti grazie alla collaborazione del personale e degli stessi detenuti delle due carceri, tra cui i membri dell'Associazione Articolo 21.

"La ricerca del Souq, anche per le modalità partecipate con cui è stata realizzata, è uno strumento importante, una premessa alle azioni che le istituzioni e il terzo settore possono e devono mettere in campo per far sì che la situazione migliori" ha dichiarato don Virginio Colmegna. Insieme al presidente della Casa della carità, hanno partecipato al convegno tenutosi nella Sala Pirelli di Regione Lombardia, anche i direttori delle due carceri coinvolte Gloria Manzelli e Massimo Parisi, Lucia Castellano (vice presidente Commissione speciale situazione carceraria in Lombardia), Gherardo Colombo e Francesco Maisto (presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna), Luigi Pagano (provveditore regionale dell'Amministrazione Penitenziaria del Piemonte e della Valle d'Aosta) e Livia Pomodoro. "La cittadinanza - e i diritti ad essa connessi - non sono un dono, ma un patrimonio collettivo che ciascuno di noi detiene, detenuti compresi" ha aggiunto il presidente della Casa della carità. "È questo il messaggio che lanciamo oggi alla politica, affinché si muova. Ma è anche un segnale che mandiamo a tutti i cittadini, perché quella per i diritti deve essere un movimento ampio e partecipato".

 

Sintesi della ricerca

 

Accesso alla giustizia in carcere: alcune evidenze basate su un "questionario fra pari". L'accesso alla giustizia, nella sua accezione più generale, risulta limitato e difficile per i detenuti. Il mancato o limitato accesso quindi si traduce in una sorta di pena accessoria che, benché non prevista dall'ordinamento, aumenta la dimensione afflittiva del carcere. Gli ostacoli al pieno accesso ai diritti fondamentali e di cittadinanza e i limiti alla risoluzione delle questioni legali (specie nell'ambito del diritto di famiglia e civile-amministrativo) colpiscono in prevalenza soggetti che sono già maggiormente vulnerabili perché stranieri o privi di una rete di supporto all'esterno del carcere quale, ad esempio, la famiglia.

Benché gli istituti di detenzione organizzino servizi a supporto della risoluzione dei problemi legali e amministrativi dei reclusi, la detenzione rappresenta in sé il paradosso dell'essere "dentro il sistema giustizia" ed esserne al contempo esclusi. Questo, non solo rappresenta un serio problema di equità e giustizia, ma presumibilmente riduce la possibilità di associare al percorso detentivo una valenza riabilitativa e di recupero dei detenuti. Il presente lavoro descrive un primo tentativo di mappare i principali bisogni legali dei reclusi attraverso una survey condotta nel 2014 tramite un questionario tra pari (sottoposto ai detenuti da detenuti-somministratori) presso la Casa Circondariale di San Vittore (Milano) e la Casa di Reclusione di Bollate.

 
Milano: i Servizi Sociali "una famiglia stabile per il bimbo di Alex e Martina" PDF Stampa
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di Alessandra Cori e Franco Vanni

 

La Repubblica, 1 ottobre 2015

 

Depositata la relazione su adottabilità del figlio della coppia Levato-Boettcher. Si tratta della perizia stilata dai servizi sociali dopo gli incontri del bimbo con i genitori e i colloqui con i familiari dei due condannati a 14 anni. Sulla base del fascicolo i giudici minorili decideranno il futuro del piccolo.

I servizi sociali del Comune di Milano hanno depositato al Tribunale per i minorenni la relazione sul nucleo familiare composto da Martina Levato e Alexander Boettcher, condannati a 14 anni per un'aggressione con l'acido e sotto processo per altri blitz, e dai loro rispettivi genitori nell'ambito del procedimento di adottabilità del figlio della coppia, nato lo scorso Ferragosto. Alla fine del procedimento i giudici, in ipotesi, potrebbero decidere di dichiarare il bimbo adottabile e di affidarlo subito, in vista dell'adozione, ad una famiglia "terza". Gli operatori dei servizi sociali hanno assistito, assieme a psicologi, agli incontri settimanali e separati tra i genitori e il bimbo e anche a quelli tra i nonni materni e la nonna paterna e il nipote. Hanno avuto colloqui con Alex e Martina, proprio al fine di redigere la relazione consegnata ai giudici minorili.

Il termine di consegna della relazione era stato fissato dagli stessi giudici minorili con il provvedimento del 21 agosto scorso con il quale i magistrati, oltre ad aprire il procedimento di adottabilità, avevano deciso di separare il bimbo dalla madre. Il piccolo, infatti, è stato portato in una casa famiglia fuori Milano e affidato temporaneamente al Comune di Milano, nella persona del sindaco Pisapia (tutore legale), mentre la madre è tornata nel carcere di San Vittore. Le parti interessate (hanno chiesto l'affidamento del piccolo, oltre ad Alex e Martina, anche i nonni) ora avranno accesso al fascicolo del procedimento. E i giudici daranno tempo ai loro legali di depositare memorie e fisseranno un'udienza per la discussione, le istanze e la decisione. Da quanto si è appresso, inoltre, i giudici potrebbero anche ascoltare Levato e Boettcher prima di decidere, anche perché, in base alle norme, è un loro diritto poter parlare di fronte al Tribunale.

 
Trieste: nove poliziotti a processo per il suicidio di Alina Diachiuk, la solidarietà del Coisp PDF Stampa
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triesteprima.it, 1 ottobre 2015

 

Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, ha manifestato silenziosamente la propria solidarietà ai colleghi in Tribunale a Trieste in occasione dell'avvio dell'udienza preliminare a carico di 9 Poliziotti coinvolti nel caso del suicidio della giovane ucraina Alina Bonar Diachiuk.

"Dare solidarietà a colleghi finiti nei guai solo per aver fatto ciò che era previsto e che era stato loro detto di fare, nonostante che strutture e mezzi a loro disposizione non fossero idonei e, soprattutto, senza che a chi gestisce l'intero sistema fosse importato dell'insostenibile responsabilità loro affidata, è il minimo che potessimo fare.

Il minimo che avessimo il dovere di fare, in quanto rappresentanti di una categoria che continua ad essere lasciata a se stessa, quella di uomini e donne dai quali si pretende tutto senza concedere nulla, ai quali si addossa ogni responsabilità senza assumersi alcun onere di metterli in condizione di operare al meglio, ai quali si scarica addosso ogni conseguenza problematica di un lavoro ingrato e difficile ed a volte impossibile salvo assumere su di se, invece, ognuno dei continui ottimi risultati che quegli stessi uomini e donne portano a casa a costo di sacrifici personali. Il grave episodio accaduto ad Opicina è il simbolo di tutto ciò, ed ecco perché quella è una delle sedi in cui far sentire la nostra presenza ai colleghi che rischiano loro malgrado di restare schiacciati dal peso di un sistema inadeguato che non hanno pensato, predisposto e messo in piedi loro".

Così Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, nel giorno in cui una rappresentanza del Sindacato Indipendente di Polizia ha manifestato silenziosamente la propria solidarietà ai colleghi in Tribunale a Trieste in occasione dell'avvio dell'udienza preliminare a carico di 9 Poliziotti coinvolti nel caso del suicidio della giovane ucraina Alina Bonar Diachiuk, che si tolse la vita nell'aprile del 2012 mentre era trattenuta presso il Commissariato di Villa Opicina.

La donna era stata scarcerata la mattina di sabato 14 aprile dal giudice del Tribunale di Trieste, dopo una condanna a 4 anni di reclusione emessa con il rito del patteggiamento per il reato di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, in attesa di essere allontanata dall'Italia.

Poiché la straniera non era in regola con le disposizioni inerenti il soggiorno, visto che nella fascia pomeridiana non vi era in servizio personale dell'Ufficio Stranieri, ed inoltre che né il sabato pomeriggio né la domenica sono fissate udienze per l'Autorità chiamata a convalidare i decreti di espulsione, fu il personale della Squadra Volante a prelevare dal carcere la cittadina ucraina per accompagnarla presso la sala fermati all'interno del Commissariato di Villa Opicina in attesa dei provvedimenti amministrativi previsti dalla Legge, in considerazione del fatto che secondo la Questura gli immigrati in attesa di espulsione non dovevano essere rimessi in libertà.

Qui la donna si tolse la vita ed, in seguito, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio di 9 Poliziotti, fra cui l'allora responsabile dell'Ufficio Immigrazione, con accuse che, a vario titolo, vanno dal sequestro di persona alla morte come conseguenza di altro delitto, ritenendo che la clandestina non dovesse invece essere trattenuta in attesa di espulsione.

Una grave "discrasia" evidenziata fin da subito dal Coisp che, soprattutto, si è battuto per evidenziare l'impossibilità di adempiere a disposizioni come quelle contenute nell'allora neo "svuota-carceri" che addossano ai Poliziotti l'onere di trattenere presso le camere di sicurezza, a volte inesistenti o fatiscenti, soggetti fermati in attesa di giudizio.

L'udienza di ieri non è entrata nel vivo venendo piuttosto rinviata al prossimo 19 gennaio, ma intanto Maccari ha voluto rimarcare la Posizione del Coisp rispetto a questa come a vicende simili. "Quel che è accaduto a Trieste - ha concluso - ben poteva verificarsi in molti altri posti, come infatti è avvenuto. Ogni giorno, difatti, immigrati clandestini vengono trattenuti negli Uffici di Polizia per eseguirne l'espulsione nonché decine di arrestati vengono trattenuti in attesa di giudizio grazie alle norme dell'ultimo cosiddetto svuota-carceri. Non vi sono disposizioni che regolano punto per punto tali trattenimenti. Sono state fatte le leggi, ma chi le ha fatte si è ben guardato dal redigere le regole per applicarle, demandando agli uomini ed alle donne della Polizia di Stato l'obbligo di arrangiarsi per adempiervi.

Nei weekend non è in servizio un giudice che possa convalidare i decreti di espulsione e, di certo non a caso, adesso infatti anche a Trieste è previsto che i clandestini in attesa di giudizio se ne vadano liberi, e se fanno perdere le proprie tracce e non tornano per dare esecuzione al provvedimento al momento che esso diventa esecutivo, tanto piacere e tanti saluti alla pretesa di legalità dei cittadini ed al lavoro di chi prima è stato chiamato per legge a fermarli.

Ma se prima a Trieste non era così per volontà di chi di competenza, non è certamente colpa dei Poliziotti che eseguono ogni giorno degli ordini. Come purtroppo il Coisp aveva profetizzato al momento dell'approvazione del decreto svuota carceri, la tragedia di Opicina, l'ennesima, è la conseguenza diretta dello scaricabarile che è stato consapevolmente effettuato sulle spalle delle Forze dell'Ordine, costrette a trattenere persone per giorni in strutture inadeguate senza che siano mai state fissate delle regole procedurali".

"Avevamo descritto allora lo scenario e lo rifacciamo oggi - conclude Maccari -: il personale di una Volante arresta un cittadino o qualcuno dispone che determinati soggetti siano trattenuti? Ebbene li si deve trattenere presso la camera di sicurezza e sorvegliarli, ma nel contempo proseguire l'attività di controllo del territorio o garantire le richieste di intervento da parte dei cittadini. Ebbene, il dono dell'ubiquità non ce l'abbiamo, così come non siamo medici né abbiamo a disposizione 24 ore per poter effettuare una valutazione dello stato psico-fisico delle persone che dobbiamo trattenere, così come non abbiamo possibilità di garantire loro qualche minuto d'aria, così come non abbiamo possibilità di garantire loro pasti decenti, e molto altro ancora.

Le camere di sicurezza non sono luoghi vigilati come le celle di un carcere, né possono esserlo, non avendo le Questure, e gli uffici di Polizia in genere, personale sufficiente. Personale che, tra l'altro, è stato formato per fare indagini, combattere la criminalità, mantenere l'ordine pubblico, non certo per fare "la guardia" ai malviventi, e che non ha alcuna preparazione che possa aiutarlo ad affrontare emergenze di natura medica, come spesso si verifica. Il suicidio della cittadina ucraina si sarebbe potuto evitare. Ma la tragedia si è verificata e non certo per colpa dei Poliziotti".

 
Novara: detenuti al lavoro con Assa nell'area perimetrale dello stabilimento ex Olcese PDF Stampa
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novaratoday.it, 1 ottobre 2015

 

I detenuti hanno svolto lavori di pulizia dai rifiuti e di mondatura delle erbe infestanti.

I detenuti del carcere di Novara di nuovo al lavoro per la pulizia e il decoro della città. Sono infatti proseguiti questa mattina, mercoledì 30 settembre, i lavori di pulizia dai rifiuti e di mondatura delle erbe infestanti dell'area perimetrale dello stabilimento ex Olcese, compresa tra via Visconti e via Leonardo Da Vinci.

"Un intervento importante - ha sottolineato il presidente di Assa Marcello Marzo - che va a riqualificare, almeno nella sua parte esterna, un'area da tempo all'abbandono che è però centrale, molto estesa e molto frequentata ogni giorno dai tanti pendolari e da chi vi transita per l'attraversamento della città, in particolare per raggiungere il polo chimico e non solo".

L'intervento è stato eseguito da una squadra di detenuti della Casa circondariale di via Sforzesca, accompagnati dagli agenti della polizia penitenziaria, con il coordinamento tecnico e il supporto operativo e logistico di Assa. Un'attività che rientra nell'ambito delle Giornate di recupero ambientale, sulla base del protocollo che vede coinvolti Comune, Magistratura di sorveglianza, Casa circondariale, Uepe e Assa.

All'avvio dei lavori era presente anche il sindaco Andrea Ballarè, che ha verificato di persona la qualità e l'importanza dell'intervento. "Questa attività - ha commentato il primo cittadino - come quella messa in campo attraverso il volontariato dei profughi ospitati in città, o come le diverse azioni legate all'albo dei volontari promosso dal Comune di Novara, rappresentano un modo nuovo ed efficace di affrontare insieme il tema del necessario potenziamento delle manutenzioni svolte dalla pubblica amministrazione con una significativa dimensione sociale".

 
Livorno: teatro in carcere a Porto Azzurro PDF Stampa
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di Licia Baldi (Associazione di volontariato "Dialogo")

 

Toscana Oggi, 1 ottobre 2015

 

Il teatro è entrato in carcere a Porto Azzurro già nella seconda metà degli anni Ottanta, con sporadiche interessanti esperienze teatrali, portate avanti con la simpatica intraprendenza di un giovanile gruppo studentesco che collaborava con gli ospiti della Casa di Reclusione. Ma è dal 1992 che l'attività di teatro diviene stabile, sotto la guida seria e appassionata di Manola Scali, animatrice e regista di un laboratorio teatrale, che nel tempo viene a denominarsi "Il Carro di Tespi".

E dell'antico Tespi (che per primo, con l'invenzione di un attore dialogante con il coro, dette origine nel VI sec. a.C. allo spettacolo teatrale) il laboratorio di Porto Azzurro ha qualcosa in comune. È il primato della parola sulla scenografia, è il teatro povero, che appunto alla parola e alla musica si affida, privo di effetti scenici e di preziosi giochi di luce. L'altro aspetto del teatro di Tespi, quello di teatro ambulante (si dice che con il suo carro Tespi offrisse spettacoli in giro per i villaggi dell'Attica), è per adesso un miraggio. Infatti, molto di rado gli attori detenuti hanno potuto recitare fuori dal carcere e rappresentare le loro esperienze e le loro emozioni a un variegato pubblico esterno, in un vero teatro. Formuliamo un auspicio per il prossimo futuro.

Ma se questo particolare "Carro di Tespi" non può uscire all'esterno, è anche vero ed emozionante che da fuori vengano in carcere numerosi spettatori. Sabato scorso, ad esempio, alcuni gruppi di studenti con i loro insegnanti (del Liceo Foresi di Portoferraio, dell'Istituto Carducci Volta Pacinotti di Piombino e della scuola media Galilei di Cecina) hanno assistito in carcere alla messa in scena della commedia di Molière "Il malato immaginario". È stata replicata così la rappresentazione che il sabato precedente aveva avuto fra gli spettatori anche ospiti della Casa famiglia e frequentatori del Centro diurno di Salute mentale dell'Asl, accompagnati da assistenti sociali. Così il carcere si apre al territorio ed è il teatro, efficace comunicatore, a fare da ponte fra questi due mondi apparentemente così distanti, che vengono a unirsi in una comune riflessione, in una risata, in un applauso.

Il laboratorio teatrale di Porto Azzurro si inserisce nel progetto "Teatro in carcere", promosso e finanziato dalla Regione Toscana che, unitamente al Provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, crede decisamente nel valore culturale e sociale di questa iniziativa. Porto Azzurro risponde ogni anno con impegno, con fantasia e non senza difficoltà. Nel repertorio di opere rappresentate dal Laboratorio si trovano esperienze diverse, dal teatro classico greco di Euripide (l'Ifigenia, le Troiane) al Don Chisciotte, a Pinocchio, a Sister Act e fino a Guareschi e a molti altri lavori teatrali, fra i quali anche un testo originale costruito sulle esperienze vissute in stato di detenzione.

Il laboratorio teatrale è affiancato da un corso biblico, condotto da Bruno Pistocchi, e da un laboratorio musicale, nato da poco tempo, ma che ha già ottenuto pregevoli risultati ed è condotto da Daniele Pistocchi. Dalla lettura della Bibbia e di testi di altre grandi esperienze religiose viene tratta una riflessione comune, che annualmente, è messa in scena in forma di dialogo e di canti, in occasione della rappresentazione teatrale. Ad esempio quest'anno, prima dell'inizio della commedia di Molière, sono stati espressi concetti derivati dalla lettura del libro di Giobbe, il grande malato della Bibbia, e anche riflessioni personali degli attori. Ne è scaturito un messaggio che invita alla fiducia in Dio, oltre ogni tentativo razionale di comprendere il senso del dolore nella vita umana.

Il Carro di Tespi si arricchisce anche, da qualche anno, dell'apporto di alcune attrici del Gruppo archeologico livornese, bravissime e quanto mai simpatiche! Meritano un applauso e un grazie particolarmente sentito.

Un grazie va anche, naturalmente, alla Direzione del carcere, agli educatori, agli operatori della polizia penitenziaria e a quanti danno una mano a portare avanti questo progetto, compresi i fotografi e la stampa. Da parte dell'Associazione di volontariato "Dialogo", che nel progetto teatrale ha una delle principali voci del suo programma, ancora un caloroso grazie e un ben augurante arrivederci al prossimo spettacolo.

 
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