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Varese: cerca di portare droga al compagno detenuto, donna denunciata PDF Stampa
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La Prealpina, 27 settembre 2015

 

Donna entra nel carcere dei Miogni con il figlioletto e un "rigonfiamento" sospetto della tasca. Perquisita, aveva in tasca una dose di marijuana: denunciata. Con un figlioletto, chi vuoi che mi controlli? Deve avere pensato così la donna che sabato 26 ha tentato di portare in carcere della droga al suo uomo. La donna, 30 anni, residente in uno dei comuni più vicini al capoluogo, ha pensato di poter tranquillamente portare sostanza stupefacente ai Miogni, magari consegnandola al marito.

D'altronde, con un bimbo piccolo, di nemmeno due anni, al seguito, la signora deve aver pensato che tutta l'attenzione sarebbe stata sul piccolo, che una mamma con il figlioletto mai avrebbe tentato di portare della droga in carcere. E invece non è andata così. I controlli sono costanti tra le persone che hanno diritto di parlare con i propri cari detenuti nella casa circondariale di via Felicita Morandi. E sono scattati puntuali sabato mattina. E dal controllo è venuta fuori la verità. La donna era nervosa perché aveva addosso qualche grammo di marijuana. Non l'aveva nemmeno nascosta bene. La droga non era nascosta nella biancheria intima, modalità spesso utilizzata, ma semplicemente infilata nella tasca dei pantaloni. Un pezzetto nascosto così, senza involucro, nella piccola tasca-occhiello dei jeans.

Uno spazio esiguo: il rigonfiamento determinato dalla presenza del pezzetto di marijuana è stato subito notato. La donna è stata fermata e denunciata. Ha provato a difendersi, giustificando in modo confuso il possesso di droga. Gl agenti della Polizia penitenziaria hanno dunque gestito di estendere i controlli anche nell'abitazione della donna. Non è emerso però nulla di illegale, non c'era altra droga, né custodita né nascosta, tra le pareti dell'abitazione. Il marito della donna, che è stata denunciata a piede libero per detenzione di sostanza stupefacente. è detenuto ai Miogni per reati collegati alla droga e dovrà scontare una pena di un paio d'anni.

 
Torino: il Salone del Libro esclude l'Arabia Saudita "no alla decapitazione dell'attivista" PDF Stampa
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di Emanuela Minucci

 

La Stampa, 27 settembre 2015

 

Non sarà più il Paese ospite nel 2016. Fassino: inaccettabile. Ali al-Nimr, a 17 anni, aveva manifestato contro la monarchia. L'Arabia Saudita non sarà più il Paese ospite del prossimo Salone del Libro di Torino. A deciderlo, anticipando le conclusioni del consiglio d'amministrazione della Fondazione previsto il 6 ottobre, all'unisono, il sindaco Fassino e il presidente della Regione Piemonte Chiamparino. A chiedere loro di prendere una rapida posizione in merito, prima un tweet lanciato dal consigliere dell'Associazione Adelaide Aglietta Silvio Viale: #NoArabia Saudita ospite d'onore #Salone Del Libro poi una mozione in Comune e infine un appello dei Radicali all'assemblea regionale. Centoquaranta caratteri per contestare quell'Arabia Saudita "che ha

deciso la vergognosa condanna a morte di Ali al-Nimr con decapitazione e crocifissione per aver partecipato da minorenne a una manifestazione contro il regime". Qualche ora dopo, il sindaco Fassino ha risposto all'appello con poche, ferme righe: "Si risparmi la vita di Al Nimr. Nessuna ragione di Stato, politica o religiosa giustifica che si condanni un giovane alla decapitazione e alla crocifissione". Poi la conclusione: "È evidente che una condanna a morte negherebbe in radice quelle ragioni di dialogo che erano alla base dell'invito all'Arabia Saudita quale Paese ospite dell'edizione 2016 del Salone del Libro". Poi è arrivata la dichiarazione del governatore Chiamparino: "Riteniamo che sia necessario riconsiderare tale invito,

data l'importanza, soprattutto in questo momento storico, di trasmettere messaggi univoci e coerenti in tema di rispetto dei diritti universali della persona".

La decisione di ospitare un Paese destinato a dividere l'opinione pubblica, va detto, non è stata assunta dall'attuale presidente Giovanna Milella, ma dal

suo predecessore Rolando Picchioni nel 2014 anche perché trattative di questo tipo durano minimo un anno. E già a maggio di quest'anno la presidente Milella, a poche ore dalla sua nomina, criticò la scelta: "Dobbiamo ripensarci su". "L'Arabia che divide" diventò così all'inizio dell'estate un caso politico-diplomatico. Sembrava un po' un film già visto nel 2008, quando l'ospite scelto dal Salone era Israele, nei 60 anni dello Stato ebraico: anche lì la questione scatenò un'accesa discussione fra scrittori, intellettuali e politici. E nei cortei si arrivò a incendiare la bandiera israeliana. L'Arabia Saudita fin dall'inizio non ha gradito certe critiche.

L'ambasciatore saudita a Roma, Rayed Khalid A. Krimly scrisse che "La partecipazione a un evento culturale non può essere viziata da un'interpretazione eurocentrica, univoca e xenofoba". Per concludere: "Desta stupore constatare che quanti si ergono a promotori del liberalismo e del pluralismo stiano manifestando ostilità alla partecipazione di rappresentanti di altre culture in un evento di cultura internazionale". E non si era ancora arrivati alla bocciatura definitiva.

 
Medio Oriente: giornalista italiano picchiato e ferito da soldati israeliani PDF Stampa
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di Michele Giorgio

 

Il Manifesto, 27 settembre 2015

 

Andrea Bernardi, 32 anni, videoreporter italiano dell'agenzia francese Afp, è stato aggredito, senza alcuna ragione, da alcuni soldati israeliani mentre era nel villaggio di Beit Furik (Cisgiordania)- Descriverla come una "disavventura" è riduttivo. Andrea Bernardi, 32 anni, videoreporter italiano dell'agenzia francese Afp, è stato aggredito fisicamente, senza ragione, da alcuni soldati israeliani due giorni fa mentre era nel villaggio di Beit Furik (Cisgiordania) in occasione dei funerali di un giovane palestinese, Ahmed Khatatbeh. Oltre a qualche costola lussata e un colpo ricevuto al viso, Bernardi ha anche visto la sua attrezzatura fatta a pezzi.

Soldati dal pugno facile e, qualche giorno fa, anche dal grilletto facile. Amnesty International ha descritto come una "esecuzione" l'uccisione avvenuta a inizio settimana ad un posto di blocco israeliano di una ragazza palestinese, Hadil Hashlamoum, 18 anni. Ieri abbiamo intervistato Andrea Bernardi, ancora scosso per l'accaduto sul quale, afferma un portavoce militare israeliano, è stata aperta un'inchiesta.

Andrea, cosa è successo venerdì?

"Con un collega palestinese, il fotografo Abbas Momani, sono arrivato all'ingresso di Beit Furik. Appena scesi dall'auto alcuni agenti della guardia di frontiera ci hanno chiesto i documenti. Ho mostrato la mia tessera stampa, quella rilasciata da Israele, e non ci sono stati problemi. Ci siamo incamminati verso la linea dove erano schierati alcuni soldati israeliani, eravamo alle loro spalle, mentre i dimostranti palestinesi erano dall'altra parte.

Abbas ha cominciato a scattare qualche foto, io mi sono fermato perchè avevo un problema alla videocamera. Un attimo dopo ho visto uno dei soldati che cercava di strappare di mano al mio collega la macchina fotografica. Siamo giornalisti, siamo giornalisti... ho urlato in inglese per fermare il militare. A quel punto è arrivato un altro soldato che ha dato un pugno alla mia telecamera spaccando il microfono. Mi ha gridato contro frasi del tipo... cosa fai qui, cosa vuoi qui, vai via dal mio Paese...poi mi ha strappato la videocamera (principale) e l'ha sbattuta per terra. Il numero dei soldati intorno a noi è subito aumentato, alcuni di loro hanno caricato le armi e ho detto al fotografo di andare via".

Ti hanno aggredito di nuovo, c'è anche un filmato dell'agenzia palestinese Palmedia che lo mostra...

"Ci siamo accorti che un soldato ci correva dietro. Dopo averci raggiunto ha cominciato a svuotarci le tasche per prenderci le memory card dell'altra videocamera e dell'altra macchina fotografica. A quel punto un altro soldato salta fuori da una jeep, corre verso di noi, prende la videocamera che avevo in mano e la sbatte a terra per due volte con la ferma intenzione di romperla".

Dopo sei tornato indietro, perché

"Per recuperare le attrezzature distrutte, in modo da dimostrare il danno e le aggressioni che avevamo subito. Mi sono avvicinato lentamente e ho scattato qualche foto dei materiali distrutti. Quando ho preso da terra ciò che restava della videocamera, la jeep si è improvvisamente diretta verso di me. Il soldato alla guida è uscito con una pistola in pugno, altri due mi hanno buttato per terra. Mi hanno immobilizzato premendo forte con il ginocchio sulle costole e sul collo.

Uno di loro mi ha dato uno schiaffo e mi hanno preso di nuovo la videocamera. Non avevo fatto nulla di sbagliato, solo il mio lavoro, come mostra chiaramente il filmato. E che non ci sia stato nulla di improprio nel mio comportamento è provato dal fatto che i soldati non mi hanno arrestato. Sono rimasto in silenzio, ho cercato di evitare qualsiasi scontro o provocazione. Loro invece mi hanno sbattuto per terra senza motivo, senza chiedermi di identificarmi e di mostrare un documento. I soldati volevano solo far sparire le immagini che, peraltro, non c'erano perchè ero appena arrivato sul posto e non avevo girato nulla. La verità è che quei militari hanno fatto qualcosa di osceno, di molto grave. In tanti anni di lavoro in Medio Oriente una cosa del genere non mi era mai capitata".

Pensi che questa aggressività dei soldati israeliani nei confronti di giornalisti sia frutto indiretto dei toni usati e dei provvedimenti approvati nei giorni scorsi dal governo Netanyahu che, anche a Gerusalemme, ha allentato ulteriormente le regole di ingaggio e le disposizioni per l'uso della forza da parte delle forze di polizia e militari.

"Vedremo cosa accadrà a Gerusalemme nei prossimi giorni. Quello che posso dire è che in Cisgiordania queste regole sono già lente e che negli ultimi mesi è crescita l'aggressività di soldati e poliziotti israeliani nei confronti dei fotografi. A Nabi Saleh un mio collega è stato preso a sassate da un militare, un altro fotografo è stato picchiato per due volte consecutive dai poliziotti nella città vecchia di Gerusalemme durante i recenti scontri sulla Spianata delle moschee".

 
Stati Uniti: detenuto si offre di donare il midollo al giudice che lo ha condannato PDF Stampa
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di Paola Arosio

 

Corriere della Sera, 27 settembre 2015

 

Una cella di pochi metri quadrati, con una piccola finestra da cui si possono scorgere brandelli del mondo fuori. È qui che vive Charles Alston, il detenuto che, apprese le gravi condizioni di salute del giudice che lo ha condannato, si offre di donandogli il midollo. Un gesto di straordinaria generosità che commuove il magistrato e suscita una vasta eco in tutta la contea.

Tutto comincia molto tempo fa, quando Charles commette un furto con scasso. Arrestato dalla polizia, viene trascinato in tribunale e condannato dal giudice Carl Fox a una pena severa.

Passano venticinque anni da allora: e Charles li trascorre tutti in galera, al Franklin Correctional Center della città di Bunn, in Carolina del Nord. Lo scorso aprile Fox si ammala di leucemia. È urgente trovare un donatore e il giudice cerca di sensibilizzare l'opinione pubblica attraverso la campagna Save the Fox. È così che Charles viene a conoscenza della vicenda e decide di scrivere una lettera a Fox, offrendosi di donare il proprio midollo, se compatibile. "Non c'è odio nel mio cuore verso di te", scrive il detenuto. "Non serbo alcun rancore per la condanna, visto che se non fossi stato condannato non sarei diventato un uomo migliore".

Pur se molto colpito dal gesto, il giudice non può accettare l'offerta perché i detenuti non sono autorizzati a donare sangue o midollo per l'alto rischio di malattie infettive. "Non avrei mai pensato che Alston mi avrebbe contattato e si sarebbe offerto di fare un sacrificio per salvare la mia vita", commenta Fox. "Gli sono molto grato perché è grazie a lui che si è riaccesa in me la speranza".

 
Romania: segretario Affari europei; nessuna prove su esistenza carceri della Cia PDF Stampa
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Nova, 27 settembre 2015

 

Non ci sono nuove prove che attestino l'esistenza di istituti di detenzione della Cia in Romania. Lo ha dichiarato il segretario di Stato romeno agli Affari Europei, George Ciamba, secondo il quale non ci sono neanche dati che confermino che gli aeroporti romeni siano stati utilizzati dai servizi segreti statunitensi per il trasporto o la detenzione di prigionieri sospettati di terrorismo. Ciamba ha parlato nel corso di un incontro con una delegazione del Parlamento europeo che stava indagando su questo tema.

Il rappresentante governativo, inoltre, ha ricordato che è in fase di svolgimento un'inchiesta giudiziaria della Procura generale sulla vicenda. Anche nel 2006 l'Europarlamento indagò sull'eventuale presenza di carceri della Cia in Romania.

La questione delle carceri della Cia era riemersa lo scorso aprile e il premier romeno, Victor Ponta, era intervenuto per confermare che da quando aveva assunto l'incarico non erano emerse informazioni in merito. "Negli ultimi tre anni, ovvero da quando sono diventato primo ministro, non ho mai ricevuto alcun tipo di informazioni sull'esistenza di queste prigioni. Se ci siano state o meno prima non lo so, dato che non ricoprivo posizioni di rilievo nelle istituzioni statali e posso parlare solo di quello che so per certo", ha detto Ponta. Le parole del capo del governo romeno si riferiscono all'intervista rilasciata nei giorni precedenti al principale settimanale tedesco "Der Spiegel" dall'ex presidente della Repubblica, Ion Iliescu.

L'ex capo dello stato aveva dichiarato di aver consentito nel 2002-03 la creazione di un centro di detenzione della Cia in Romania. Tuttavia, Iliescu aveva riferito di non essere inizialmente a conoscenza del fatto che si sarebbe trattato di un'unità di detenzione, quanto più di un centro di comando dislocato sul territorio di un paese amico. I dettagli dell'accordo erano stati stabiliti da Ioan Talpes, che all'epoca era capo di gabinetto del presidente romeno e direttore del Dipartimento di sicurezza nazionale della presidenza.

Il nome di Talpes, che era stato direttore del Servizio d'intelligence estero romeno (Sie) dal 1992 al 1997, è tornato alla ribalta lo scorso dicembre quando aveva dichiarato che la Cia gestiva "una o due" carceri in Romania. Le parole di Talpes si riferivano a uno scottante rapporto di 6.700 pagine (di cui solo poco più di 500 sono state rese pubbliche) pubblicato nel 2014 dalla commissione intelligence del Senato statunitense. Nel documento si accusava la Cia di aver compiuto delle torture su alcuni detenuti, atti illeciti che peraltro si sarebbero rivelati "inutili". Secondo il documento la Cia avrebbe gestito dei centri di detenzione in Romania, e non solo (in Europa spiccano i nomi di Lituania e Polonia) dove venivano reclusi sospetti terroristi di al Qaeda.

"Nel nostro paese c'è stato almeno un centro di transito per i detenuti sospettati di terrorismo, ma potrebbero essere stati anche due", aveva detto Talpes il quale aveva confermato che "le carceri venivano gestite esclusivamente dalla Cia" e che le autorità romene intendevano "soltanto offrire collaborazione per poter ottenere l'adesione alla Nato".

"Non siamo mai stati al corrente delle attività svolte all'interno del centro di detenzione", aveva aggiunto Talpes. Subito dopo le dichiarazioni dell'ex esponente dell'intelligence romena, Iliescu aveva assicurato di "non sapere nulla su quanto rivelato da Senato Usa", una versione dei fatti smentita a qualche mese di distanza dallo stesso ex presidente.

L'ultimo rapporto di Amnesty International, pubblicato lo scorso febbraio, aveva segnalato particolari problemi nel rispetto dei diritti umani in Romania. Un'intera parte del rapporto sul paese balcanico si concentra sulla questione delle "carceri segrete". Amnesty citava le parole di Talpes e riportava le dichiarazioni, risalenti al 2012, di Abd al Rahim al Nashiri, un saudita che si trova attualmente in carcere a Guantánamo.

Al Nashiri ha presentato una denuncia contro la Romania alla Corte europea dei diritti dell'uomo, sostenendo di essere stato detenuto in segreto a Bucarest tra il 2004 e il 2006. Il 24 luglio scorso la Polonia è stata condannata proprio dal tribunale di Strasburgo a risarcire due persone che avevano accusato Varsavia di aver subito delle torture in prigione della Cia dislocata nel paese est europeo.

 
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