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Stati Uniti: carceri e droghe, se Obama sembra Pannella PDF Stampa
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di Valter Vecellio

 

Il Garantista, 18 luglio 2015

 

Non sarà facile, per i futuri storici, inquadrare la presidenza di Barack Obama, che, piaccia o no, ha già conquistato un suo posto nella storia. È infatti il primo nero ad aver messo il suo spazzolino da denti alla Casa Bianca. Anche se una retorica a noi cara, quella del Frank Capra di "Mister Smith va a Washington", dice che quello è il paese dalle mille opportunità. Come dimenticare che solo sessant'anni fa Rosa Louise Parks viene incarcerata per essersi seduta nella fila dell'autobus riservata ai bianchi? Obama è riuscito a essere presidente due volte, e questo è già storia.

Si può obiettare che "essere" storia non equivale a essere "buona storia". Verissimo; e anche la Presidenza Obama è segnata da una quantità di episodi e fatti discutibili, che saranno discussi; e non è detto che quello che oggi appare positivo lo sia davvero. Contraddittorio, fumoso, indeciso al massimo, per esempio, è stata (e continua a essere), la posizione assunta per quel che riguarda la crisi in Siria. Per quel che riguarda la lotta al terrorismo di matrice islamica, anche qui: tante le indecisioni, molti gli errori. Lo sdoganamento dell'Iran, per esempio: dal punto di vista tattico forse si può parlare di successo; ma la tattica senza una robusta strategia e una "visione" non porta lontano. A fronte dei tanti entusiasmi, meglio optare per una più pragmatica prudenza; nutrire speranza non significa "essere" speranza. Comunque, visto che si è guadagnato tempo, si dovrebbe cercare di mettere a frutto questa opportunità per aiutare e sostenere tutti i movimenti che nei paesi del Medio Oriente e nella parte africana del Mediterraneo

si battono per i diritti umani e lo Stato di diritto. Se è vero che è illusorio, velleitario, pericoloso voler "esportare" la democrazia alla George W. Bush, è anche vero che si può nutrirla, aiutarla a crescere, la democrazia: là dove germoglia (e non accade solo in Tunisia). Obama, e chi gli succederà, non dovrebbero sciupare questa opportunità.

Lo stesso discorso può essere fatto per Cuba: il ripristino delle relazioni diplomatiche, la fine dell'embargo non dovrebbe comportare solo business, anche se solo gli affari, il motore del tutto (oltre al ruolo che gioca e intende giocare il Vaticano: a Cuba e in tutto il Sud e Centro America). Yoani Sanchez, forse, è di umore eccessivamente nero quando osserva che le organizzazioni per i diritti umani non sono state minimamente coinvolte in questo processo, e mette in guardia dal rischio che si affermi un capitalismo militare di stato, il cui controllo sarà ferreo quanto lo è stato il castrismo. Però, al momento, non si registrano grandi novità.

Avremo tempo e modo di misurare tutto ciò, e verificare se le speranze dell'oggi diverranno "fatti" o si tramuteranno in illusioni. Subito, però, si può riconoscere che i "gesti", per quanto simbolici, hanno un loro peso, una loro importanza. Giunto al crepuscolo della sua presidenza, non più oberato dal problema di doversi garantire la rielezione, Obama, evidentemente, si sente più libero, "leggero"; e si pone un obiettivo ambizioso: riformare il sistema della giustizia penale del suo paese.

È noto che le prigioni americane sono affollate come nessun altro paese democratico al mondo; gli Stati Uniti "ospitano" il 5 per cento della popolazione mondiale, e contemporaneamente il 20 per cento di quella carceraria: 2,2 milioni di detenuti. Una vasta letteratura e cinematografia documentano come le prigioni americane siano il regno di ogni tipo di abuso, violenza e brutalità. Eppure, sembra incredibile: di tutti i 44 presidenti degli Stati Uniti, solo Obama ha compiuto il passo simbolico di visitare un carcere, di andare a toccare con mano quella tremenda realtà.

Neppure un "padre" come Abramo Lincoln, un presidente "caritatevole" come Jimmy Carter, un presidente di fiuto come Bill Clinton, l'hanno fatto. Nessuno. Vero è che noi italiani per primi possiamo dare, al riguardo, lezioni a nessuno: di tutti i presidenti italiani, solo Giorgio Napolitano ha visitato le carceri italiane (e mandato al Parlamento un messaggio costituzionale che andrebbe diffuso nelle scuole, nei palazzi di Giustizia).

Per tornare a Obama: al Congresso, a chi si candida alla sua successione, al suo Paese il Presidente dice che si perdono intere generazioni, che migliaia e migliaia di giovani finiscono in galera, e non vengono più recuperati. "Io non ho simpatia per chi commette crimini violenti", sillaba Obama. "Però dobbiamo riflettere se queste condanne così lunghe, spesso a vita, siano la maniera migliore di affrontare i reati di altro genere"; e ha fatto quello che tanti politici italiani pur potendolo fare, non fanno: entrare in una cella. Dopo averla vista si è chiesto: "È lì che dovrebbero vivere tre adulti?".

Lo ha toccato con mano. Tardi, certo; ma alla fine lo ha fatto. Al Congresso manda la richiesta di approvare una legge che abbassi le sentenze minime per i reati non violenti; annuncia programmi di prevenzione della criminalità e di recupero; chiede la fine alla tolleranza per gli abusi, le violenze e gli stupri nelle prigioni. Impresa non facile: il Congresso è a maggioranza repubblicana, già si respira aria di campagna elettorale, demagogia e populismo la fanno da padrone: basta vedere la "presa" della demenziale campagna di un Donald Trump, al cui confronto Matteo Salvini e Marine Le Pen sono mammolette.

Però, questa volta Obama fa quello che è giusto fare, quello che da una democrazia come quella americana è giusto, doveroso attendersi. Detto ciò, una domanda ai miei colleghi (non di questo giornale, che costituisce una rara, felice eccezione), ai commentatori di pronto e sagace intervento; agli editorialisti e ai pensatori distillatori di gemme di riflessione: se vi preparate ad applaudire quello che dice e propone Obama, perché lo stesso applauso non lo riservate a quanti le stesse cose, da tempo, le dicono e cercano di farle in Italia? Sì, avete capito bene: vi chiedo perché applaudite Obama, e non applaudite Marco Pan-nella, Rita Bernardini, i radicali.

 
Medio Oriente: Freedom Flotilla; sarà rivista decisione Cpi di non procedere contro Israele PDF Stampa
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di Michele Giorgio

 

Il Manifesto, 18 luglio 2015

 

Per i giudici della Corte penale internazionale il procuratore Fatou Bensouda nel 2010 fece "errori materiali nella sua determinazione della gravità del caso" e ora deve rivedere al più presto la sua decisione. Un commando israeliano uccise 10 passeggeri turchi a bordo del traghetto diretto a Gaza.

"I militari israeliani mi hanno dato l'impressione di voler sparare per uccidere... avevano una lista con nomi e fotografie delle persone a bordo", raccontò cinque anni fa il giornalista greco Aris Chatzistefanou, di Radio Skai, che si trovava a bordo della nave Mavi Marmara abbordata da un commando israeliano a circa 130 km dalla costa, quindi in acque internazionali, nella notte tra il 30 e il 31 maggio del 2010. I militari israeliani fecero fuoco e uccisero nove passeggeri turchi, un altro, ferito gravemente, è deceduto dopo una lunga agonia.

La Mavi Marmara navigava assieme ad altre imbarcazioni verso Gaza, nel quadro di una iniziativa della Freedom Flotilla volta a rompere il blocco navale imposto da Israele intorno al quel lembo di territorio palestinese. Sempre in quei giorni uno spagnolo, Manuel Tapial, una delle centinaia di attivisti a bordo delle navi della Freedom Flotilla, dichiarò che gli israeliani "hanno cominciato a sparare, prima dall'elicottero, poco dopo che i primi soldati si erano calati a bordo". Ci fu resistenza, confermò Tapial ai microfoni della CadenaSer, ma, aggiunse, "era una resistenza difensiva, con bastoni, cui si poteva rispondere in maniera non così violenta".

Sono soltanto due delle innumerevoli testimonianze raccolte nei giorni successivi all'assalto della Mavi Marmara e all'arresto di centinaia di attivisti a bordo delle imbarcazioni della Freedom Flotilla, tra di essi anche quattro italiani: Angela Lano, Manolo Luppicchini, Manuel Zani e Joe Fallisi. L'abbordaggio fece precipitare al punto più basso le relazioni tra Turchia e Israele. Tel Aviv ha sempre negato l'uso intenzionale della forza e ripete che i suoi soldati "furono aggrediti" e "costretti a sparare per difendersi".

Una tesi contraddetta dalle testimonianze dei passeggeri ma che convinse subito gli Stati Uniti di Barak Obama e anche l'Italia che nelle settimane e mesi successivi nelle sedi internazionali si oppose alla condanna di Israele. Un quotidiano italiano, Il Giornale, applaudì alla strage con un titolo indimenticabile: "Israele ha fatto bene a sparare. Dieci morti tra gli amici dei terroristi". Ma quella tesi convinse anche il procuratore della Corte penale internazionale (Cpi), Fatou Bensouda, che, nell'autunno del 2010, decise di non aprire un procedimento contro Israele perché non ritenne l'accaduto "sufficientemente grave".

A conclusione dell'indagine preliminare, Bensouda scrisse che c'erano "basi ragionevoli" per parlare di "crimini di guerra", ma non tanto gravi da giustificare un intervento della Cpi. Non è questa l'opinione dei giudici della stessa corte che due giorni fa, accogliendo un ricorso presentato delle Isole Comore (la Mavi Marmara era turca ma durante la missione per Gaza batteva bandiera delle Comore), ha invitato Bensouda a riconsiderare la sua decisione di non indagare l'assalto israeliano al convoglio della Freedom Flotilla.

I giudici hanno stabilito che Bensouda ha fatto "errori materiali nella sua determinazione della gravità del caso" e ora deve rivedere al più presto la sua decisione e comunicarla all'organo del Tribunale che decide sull'ammissibilità dei casi, alle famiglie delle 10 vittime turche e alle Isole Comore. La vicenda che sembrava chiusa ora è di nuovo in primo piano, mentre i rapporti tra Turchia e Israele sembrano ritornati ad una "quasi normalità".

Per la Freedom Flotilla è una rivincita, che giunge poche settimane dopo l'ennesimo abbordaggio di una delle sue imbarcazioni dirette a Gaza, la "Marianne", avvenuto sempre in acque internazionali, da parte della Marina israeliana. Rabbiosa la reazione del governo israeliano. Il premier Netanyahu ha ribadito la tesi che i soldati spararono per difendersi e che l'azione della Marina israeliana avvenne nel rispetto delle leggi internazionali. Secondo Netanyahu la Cpi dovrebbe occuparsi di ciò che accade in Siria e non della Mavi Marmara.

 
Iran: Segretario di Stato americano John Kerry fiducioso su rilascio detenuti americani PDF Stampa
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di Giusy Regina

 

arabpress.eu, 18 luglio 2015

 

Il Segretario di Stato americano John Kerry ha detto di aver sollevato il tema degli americani detenuti in Iran ad ogni incontro tenutosi durante le ultime settimane di negoziati nucleari. Kerry sembra fiducioso che Teheran li libererà al più presto. L'amministrazione Obama ha dovuto affrontare le critiche per non aver assicurato il rilascio degli americani come parte della transazione sul nucleare, in cambio di un alleggerimento delle sanzioni.

"Non c'è stato nemmeno un incontro che ha avuto luogo, in cui non abbiamo sollevato la questione dei nostri cittadini americani detenuti", ha detto Kerry, concludendo: "Restiamo molto, molto fiduciosi che l'Iran prenderà la decisione giusta, cioè quella di far tornare quei cittadini negli Stati Uniti. Noi continuiamo a lavorare su questo".

 
Norvegia: il pluriomicida Breivik iscritto all'università di Oslo, corso di Scienze politiche PDF Stampa
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Askanews, 18 luglio 2015

 

Fa discutere in Norvegia la decisione dell'Università di Oslo che ha accettato l'iscrizione di Anders Behring Breivik a un corso di Scienze politiche. Ma l'estremista di destra, in carcere per aver ucciso 77 persone a Oslo e sull'isola di Utoya nel 2011, non potrà comunque sostenere tutti gli esami, poiché per alcuni è richiesta al frequenza obbligatoria.

"Ha ottenuto un posto a un corso di laurea poiché risponde ai criteri di ammissione", ha dichiarato Marina Tofting, portavoce dell'Università, cui tutti i detenuti con il grado di istruzione necessario hanno diritto ad iscriversi. Ma il diploma per Breivik resta una prospettiva lontana poiché cinque delle nove materie obbligatorie prevedono la frequenza e le attuali condizioni detentive del pluriomicida gli impongono un isolamento de facto totale.

Il 22 luglio del 2011, Breivik, fanatico ultranazionalista ed oppositore del multiculturalismo, fece esplodere una bomba nei pressi della sede del governo nella capitale norvegese, poi si recò nell'isola di Utoya, che ospitava un campus dei giovani socialdemocratici, e, travestito da poliziotto, uccise a sangue freddo decine di ragazzi. Oggi sconta una condanna a 21 anni di carcere, il massimo previsto dal codice penale norvegese, ma la condanna può essere prolungata all'infinito fin tanto che il detenuto viene considerato pericoloso per la società.

 
Sudan: iniziativa umanitaria locale porta alla liberazione di 200 detenuti PDF Stampa
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Nova, 18 luglio 2015

 

Un'iniziativa umanitaria locale chiamata "Jana", condotta da attivisti e giornalisti sudanesi impegnati nel volontariato, ha permesso la liberazione di 200 detenuti. Gli attivisti hanno avviato una raccolta di fondi riuscendo a pagare la cauzione necessaria per permettere a 200 detenuti in stato di indigenza di uscire dal carcere. Alcuni di questi detenuti, che si trovavano nel carcere di Khartoum, potevano uscire col il pagamento di una cauzione di poche decine di dollari ma le loro famiglie non erano in grado di pagarla. Il gruppo di attivisti si impegnerà anche al reintegro nella società di questi detenuti scarcerati.

 
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