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Sessualità in carcere: un proibizionismo che ha radici lontane PDF Stampa
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di Giusy Santella


mardeisargassi.it, 28 novembre 2020

 

La Commissione Giustizia sta perdendo tempo con gli appartamenti dell'amore in carcere: a scriverlo sul suo profilo Facebook è stato il leghista Andrea Ostellari, in occasione della prima seduta della Commissione Giustizia del Senato per discutere il disegno di legge 1876 riguardante le norme a tutela delle relazioni affettive dei detenuti. Seduta durante la quale si è stabilito di rimettere il voto all'Assemblea.

Andando con ordine, il disegno di legge, il cui testo è stato elaborato dalla Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale nel 2019 e presentato dal Consiglio Regionale della Toscana per l'approvazione, interviene sulla legge 354 del 1975, che si occupa dell'ordinamento penitenziario, e sul suo regolamento attuativo (D.P.R. 230 del 2000).

Le modifiche riguardano innanzitutto i colloqui telefonici, che vengono resi quotidiani e raddoppiati in quanto a durata - la cui importanza risulta fondamentale in piena pandemia - e i permessi di necessità per consentirne l'utilizzo anche per motivi rilevanti e non solo necessari e urgenti. Ciò che, però, sembra aver infastidito il senatore Ostellari è la previsione di cui all'articolo 1, che prevede la possibilità di effettuare un colloquio, una volta al mese, e con le persone ammesse allo stesso - dunque, ampliando la definizione di famiglia in senso stretto - in unità abitative senza controllo audio né video per un tempo che va dalle sei alle ventiquattro ore.

Si tratta di una previsione già presente in moltissimi paesi europei, ma anche extraeuropei, come il Canada, dove la possibilità di incontrare la propria famiglia all'interno di prefabbricati in carcere si estende fino a tre giorni consecutivi e che ha chiaramente come fine quello di tutelare l'affettività in tutte le sue forme, compresa la sessualità, che non è in alcun modo presa in considerazione nel nostro ordinamento pur rappresentando, a detta di molte autorevoli voci, un'esigenza reale e fortemente avvertita.

Il silenzio sul tema esprime in realtà un proibizionismo che, da un lato, non individua nel detenuto un individuo che abbia gli stessi bisogni di coloro che si trovano all'esterno e, dall'altro, non ritiene che la sessualità sia una necessità, bensì un lusso di cui si può fare a meno senza alcun impatto negativo sulla persona. Il senatore Ostellari esprime così il pensiero comune, considerato che fino a oggi, nonostante le diverse pronunce sul tema, qualsiasi disegno di legge in tal senso non ha mai avuto seguito.

Indicazioni esplicite sulla necessità di affrontare la questione provengono dal Consiglio d'Europa e dal Parlamento europeo oramai dalla fine degli anni Novanta, senza considerare che la stessa Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo non solo vieta i trattamenti inumani e degradanti - in cui può essere compresa l'astinenza sessuale coatta - ma, soprattutto, all'articolo 8, tutela il rispetto della vita privata e familiare di cui l'affettività e la sessualità sono senz'altro espressione. Nello stesso senso, si sono espresse le Raccomandazioni delle regole penitenziarie europee del 2006 e le Regole di Bangkok delle Nazioni Unite del 2010, e non sono mancate pronunce delle corti europee. Inoltre, la nostra Corte Costituzionale ha sottolineato la necessità di un intervento del legislatore già nel 2012.

L'introduzione dell'istituto giuridico dei colloqui intimi in carcere è stata proposta varie volte, a cominciare dal 1999 da parte di Alessandro Margara, allora direttore del dipartimento di amministrazione penitenziaria, che però ricevette un parere negativo dal Consiglio di Stato che riteneva necessaria una scelta parlamentare.

La stessa proposta, stralciata dalla riforma dell'ordinamento penitenziario del 2018, fu poi avanzata dagli Stati Generali di esecuzione penale. Un tale proibizionismo confligge con uno dei principi cardine del nostro ordinamento, ossia il divieto di qualsiasi afflizione maggiore rispetto a quella conseguente alla privazione della libertà e cela un intento punitivo tipico di una pena corporale che avremmo dovuto superare già da tempo.

Simile intento è ravvisabile anche se si prendono in considerazione gli altri istituti attraverso cui viene - o dovrebbe essere - tutelato il diritto all'affettività delle persone detenute. Basti pensare ai colloqui, svolti senza alcuna privacy e spesso ledendo anche il diritto alla salute dei familiari, costretti a lunghissime file e condizioni inumane.

Gli stessi permessi premio spettano soltanto a una minoranza dei detenuti e, dunque, solo questi vedono tutelato il loro diritto alla sessualità in saltuarie occasioni. Eppure, la degradazione di una necessità a un lusso, secondo lo stesso studioso Andrea Pugiotto che da anni si occupa del tema, rappresenta una violazione palese del tessuto costituzionale: non solo dell'articolo 27 che riguarda la necessità di una pena rieducativa e rispondente al senso di umanità, ma anche dei diritti inviolabili della persona di cui all'articolo 2, del diritto al mantenimento dei rapporti affettivi e familiari e, ancora, del diritto alla salute psicofisica.

Ciò che infatti sfugge ai più è che le necessità sessuali e affettive sono espressione del più ampio diritto alla salute e non capricci, come invece sostenuto da Donato Capece, segretario generale del Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria), che ha affermato testualmente che a fare i postriboli in carcere non ci sta. Le scusanti utilizzate da molti addetti ai lavori per rifiutare tale necessità riguardano in particolare motivi di sicurezza - che, però, sembrano superati nei Paesi che dispongono in tal senso - e il sovraffollamento, trasformando così un problema strutturale che va affrontato da sempre in una giustificazione per negare diritti e umanità.

Nello stesso carcere di Milano-Opera viene utilizzato in via sperimentale un appartamento messo a disposizione a turno per gli incontri familiari, specificando però che non c'è posto per la sessualità perché gli incontri avvengono necessariamente con l'intera famiglia. Dunque, anche laddove ci sono prefabbricati utilizzabili, la volontà è quella di eliminare del tutto la possibilità, ignorando che essa incide negativamente sull'intero percorso risocializzante del detenuto.

Numerosi studi sul tema parlano infatti di una regressione a livello emotivo al livello infantile poiché il recluso ferma le proprie emozioni al momento dell'ingresso in carcere. Chiaramente, questo è solo uno dei tanti modi attraverso cui viene portato avanti il processo di infantilizzazione dei detenuti, che diventano completamente dipendenti dall'amministrazione penitenziaria. Il processo di spersonalizzazione può anche condurre alle cosiddette forme di sessualità compensativa o a quella che viene definita omosessualità indotta, che non è espressione di un libero orientamento sessuale.

L'astinenza coatta - che può divenire addirittura perpetua nel caso dell'ergastolo - è nell'ordinamento italiano una vera e propria pena accessoria inflitta a chiunque sia condannato alla reclusione. Quest'ultima diviene così penitenza, con gravissime ripercussioni sull'individualità del detenuto e sul suo percorso risocializzante. Dunque, ci troviamo d'accordo con il senatore Ostellari quando ritiene che si stia perdendo tempo: di temi così importanti, oggi, non si dovrebbe neanche più discutere, perché avremmo dovuto già ampiamente affrontarli. Invece, dimostriamo ancora una volta di essere in estremo ritardo nella tutela dei diritti fondamentali, oltre che nel raggiungimento di una pena che sia davvero dignitosa.

 
Il deserto semantico del carcere PDF Stampa
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di Francesco Sala


teatrodioklahoma.net, 28 novembre 2020

 

Chi favorisce la concezione carceraria della pena? Una riflessione sulla cultura giustizialista e forcaiola che caratterizza il nostro tempo. La ricerca linguistica ha dimostrato nel corso degli anni come la cognizione delle parole sia legata indissolubilmente alle esperienze che leghiamo ad esse. Il luogo di questo deposito di esperienze è il campo semantico, cioè l'insieme di correlazioni esperienziali (mediate e dirette) che abbiamo nei confronti di una certa parola.

In sostanza ogni esperienza che facciamo di una parola, diciamo della parola amore, interverrà sulla nostra concezione di quel concetto espresso da quella parola. Le nostre esperienze amorose, quelle degli altri e, forse soprattutto, le rappresentazioni che riceviamo tramite canzoni o film romantici, concorrono tutte nel definire la nostra concezione di amore.

Nella, disperante, sfera dell'informazione giornalistica italiana esiste una parola il cui campo semantico è popolato principalmente da fantasmi e mitologie, nonostante sia concreta esperienza per centinaia di migliaia di persone: il carcere.

Questo luogo misterioso e terribile è al contempo in primo piano ed assente nei discorsi delle testate giornalistiche e nel dibattito d'opinione. Presente (e basta una rapida scorsa a una qualunque testata in un giorno qualunque per accorgersene) perché affolla i titoli delle notizie, di solito con brevi accenni sul numero di anni di condanna che toccheranno al malcapitato di turno. Ma al contempo assente perché in buona sostanza di questo luogo non si sa nulla, o meglio, nulla di preciso. La conoscenza mediatica che se ne ha è formata per lo più da idee di ristrettezze di spazi e di privazione della libertà e vede di solito come sorgenti di queste informazioni serie tv e film, spesso riferiti al mondo anglosassone. In definitiva, una conoscenza piuttosto povera e spettacolarmente stereotipata.

Questa situazione di assoluta ignoranza sulla materia e di sostanziale invisibilità nel dibattito pubblico non è una semplice distrazione giornalistica sul "dovere di cronaca", quanto piuttosto un preciso risultato di una politica reazionaria che ha ogni interesse nel presentare il carcere come un luogo dove rinchiudere chi offende il patto sociale, punirlo e, possibilmente, dimenticarsene per sempre. Non c'è niente altro in questa visione, chi infrange la legge deve soffrire, con buona pace dei principi costituzionali sulla funzione rieducativa della pena.

bbiamo ben visto all'opera questo modo di concepire la pena e le carceri e abbiamo visto quale tipo di considerazione per la vita e la dignità ne consegua. Lo abbiamo visto a marzo, quando una gestione al tempo stesso criminale e dilettantistica della situazione ha fatto esplodere la rabbia in decine di istituti. 14 detenuti sono usciti cadaveri dalle loro celle.

Tutti per overdose, pare, dopo aver fatto incetta di psicofarmaci nelle infermerie prese d'assalto, ma nessuno comunque si sta dando troppa pena di fare ulteriore luce sulla vicenda. Anche volendo credere all'overdose, le responsabilità dello Stato e di quel personaggio tragicomico di Bonafede rimangono evidenti a chiunque abbia occhi per vedere. Lo sono anche oggi con quasi 2.000 infetti fra detenuti e personale nelle carceri e già 3 morti a causa del Covid, oltre al medico del carcere di Secondigliano.

Questa cultura politica della pena si presenta come autoevidente, necessaria, senza alternative e nell'attuale panorama dell'opinione pubblica è certamente quella di gran lunga maggioritaria. Così maggioritaria da eliminare, anche solo concettualmente qualunque alternativa, come se fosse sempre stata questa l'unica maniera di approcciarsi al problema.

Eppure non è sempre stato così. Fino agli anni 80 le politiche abolizioniste (oggi considerate fantascienza anche dal più fervente garantista) erano radicate nel dibattito intorno al carcere e persino negli Stati Uniti una buona fetta della classe politica propendeva per esse. In Italia l'istituto dell'indulto e dell'amnistia era utilizzato normalmente, in misura di due-tre volte a decade, come politica deflattiva degli istituti penitenziari e ben pochi gridavano allo scandalo per questo.

Sembra utile quindi chiedersi come si sia arrivati all'attuale situazione e, soprattutto, quali siano i soggetti politici ed istituzionali che hanno spinto per una concezione carcerocentrica della pena e che vantaggio ne abbiano tratto.

I vantaggi, a volerli vedere, sono abbastanza semplici da identificare. Negli ultimi 15 anni ogni governo si è preoccupato di espandere i confini dei poteri inquirenti. Sono state aumentate, e spesso raddoppiate, le pene minime per diversi reati (rapina, furto aggravato, evasione, occupazione di edifici), e questo nonostante una diminuzione tendenziale di questi reati da oltre 20 anni. Sono aumentate a dismisura le già ampie possibilità d'intercettazione attraverso trojan e captatori informatici.

L'articolo 270 del codice penale in materia di terrorismo dal 2001 si è allargato in una dozzina fra commi e lettere per far rientrare sotto la sua definizione un numero sempre più grande di eventi. E questo nonostante l'Italia avesse già dagli anni 70 e 80 varato leggi speciali che inasprivano le pene e prevedevano una molteplicità di fattispecie. La giustificazione politica, in questo caso, risiedeva nei molti attacchi di matrice jihadista susseguitisi dal 2001 in avanti, anche se l'Italia non è mai stata toccata in maniera diretta sul suolo nazionale.

Per farla breve, chi di mestiere applica articoli del codice penale alle azioni degli individui si trova con una cassetta degli attrezzi enorme e, ad essere onesti, assolutamente sproporzionata all'effettiva bisogna1. Ma non sono gli unici soggetti che ne traggono vantaggio. Il discorso giustizialista rafforza le posizioni politiche più involute. Non è un caso che sia fatto proprio da un Salvini che nel suo breve mandato da ministro dell'interno ha emanato ben due decreti sicurezza i cui destinatari politici erano platealmente i movimenti di occupazione per la casa e le ONG che si occupavano di soccorrere i migranti.

Di per sé questo non è uno scoop. Il fatto che le politiche repressive accompagnino le istanze conservatrici e reazionarie è un meccanismo basilare di facile comprensione. Un po' meno immediato risulta come il giustizialismo si sia imposto in un arco così grande del panorama politico. Il punto va ricercato nella narrazione mediatica che si è data negli ultimi trent'anni della giustizia e dei reati. I partitari delle politiche Law & Order si sono sapientemente nascosti dietro una serie di narrazioni molto più accettabili e, apparentemente, incontestabili. Chi avrebbe da ridire su una disposizione di legge che porta il nome di antimafia? Chi contesterebbe una norma che viene chiamata antiterrorismo? In pochi sono riusciti a vedere oltre la retorica di queste norme, e sono ancora meno le persone che si sono schierate pubblicamente contro queste.

Il passaggio importante è che le norme securitarie vengono mascherate come azioni di contrasto contro nemici inaccettabili, dal mafioso all'ultrà passando per il terrorista. Queste norme vengono sempre presentate nei molti periodi di emergenza annunciati dalle testate di giornale. D'altronde si sa che se una situazione è urgente non si può perdere troppo tempo a discutere sul come e sul cosa e a fare distinguo.

Va fatto qualcosa subito. E puntualmente vediamo un gran messe di norme fare ingresso nel codice penale dopo ogni singolo periodo di emergenza. E, altrettanto puntualmente, vediamo utilizzare queste norme in un senso politico. Ben diverso dallo spirito che le aveva fatte accettare come necessarie sotto la pressione dell'emergenza e dell'inaccettabilità.

Vediamo di fare chiarezza con qualche esempio. Nessuno avrebbe osato contestare una normativa sulla tratta degli esseri umani, eppure quelle norme sono state utilizzate a Riace contro chi portava avanti progetti di accoglienza. In pochi si sarebbero opposti dopo le stragi di Londra e Madrid (2005 e 2003) ad una normativa contro il terrorismo, ma quelle stesse leggi sono servite per portare sotto processo decine di militanti dei vari movimenti che ancora resistono in questo paese.

Compresi, e qui siamo al capolavoro, chi ha messo a rischio la propria vita per combattere proprio il terrorismo islamista, come sta accadendo in questi giorni alla combattente delle YPJ Maria Edgarda Marcucci. Difficilmente si sarebbero trovati difensori pubblici delle curve più agitate, ma, com'era da aspettarsi, lo strumento del daspo ha trovato sempre più larga applicazione fino a diventare uno strumento di sanzione verso ogni sorta di comportamento deviante, come l'ubriachezza o chiedere l'elemosina.

Questi meravigliosi successi della repressione non sarebbero stati possibili senza una condivisione dei valori securitari da parte di una fetta enorme della popolazione. Una fetta molto più ampia dell'elettorato dei partiti che poi hanno capitalizzato questi successi.

Il giustizialismo ha saputo trarre profitto dall'incessante martellamento mediatico che proveniva dai media che parlavano dell'impunità dei politici, delle centinaia di migliaia di processi distrutti dalla prescrizione (istituto ormai cancellato nei fatti), dei magistrati con le mani legate o dei magistrati che scarceravano in pochi giorni i peggiori criminali, delle carceri con celle di lusso, dei poliziotti senza mezzi impotenti nel compiere il proprio lavoro, ecc...

Questo continuo piagnisteo sull'impotenza della giustizia e dei suoi esecutori si è ben accompagnato con la narrativa di paura che tanto piace ai giornalisti nostrani. Ecco il secondo elemento fondamentale di questo connubio. Da una quantità incredibile di mass media viene una costante informazione che ci ricorda quanto sia forte e potente la criminalità, quanto siano spaventosi i tempi in cui viviamo e quanto siano pericolose le nostre città. Uniti insieme questi due elementi hanno formato l'olio su cui le forze più conservatrici e reazionarie hanno potuto introdurre la propria agenda.

Non si tratta qui di sminuire la potenza e la penetrazione della criminalità organizzata nella società. Chi ha a cuore la causa dell'emancipazione umana non può che provare ribrezzo e odio di fronte a questi agglomerati di potere violento e mancanza di considerazione della dignità umana rappresentati dalle mafie e dal terrorismo di matrice islamo-fascista. Si tratta piuttosto di mettere in discussione la narrativa tossica che ne dà il fronte del populismo giustizialista, e proporre delle spiegazioni causali alternative all'insorgenza dei fenomeni criminali.

La paura che scaturisce dall'insicurezza sociale non può venire combattuta dal feticcio del carcere e della repressione. Queste soluzioni anzi acuiscono e perdurano quei fenomeni, perché sono soluzioni assolutamente coerenti con il mantenimento del sistema di potere che le genera.

L'agenda di queste politiche si limita infatti a combattere repressivamente questi fenomeni senza mai mettere in discussione i rapporti sociali che li creano. Ed è proprio questo il suo principale interesse politico. Insistere su una politica di repressione dura non mette in discussione minimamente i rapporti sociali che sono la vera causa dei fenomeni che dichiara di voler colpire. Non viene mai colpita l'alienazione l'abbandono che questa società costantemente crea, come se questi fenomeni macroscopici non avessero nulla a che fare con le tossicodipendenze che mandano in carcere tanti piccoli spacciatori e che fanno arricchire quelli grandi.

Non viene mai colpita la povertà e lo sfruttamento che creano un formidabile campo di reclutamento per ogni tipo di mafia. Non viene mai colpita la diseguaglianza sociale. Non vengono mai colpiti i sistemi di pensiero patriarcale che portano alle spaventose vessazioni sul corpo delle donne di cui ogni donna ha fatto esperienza nel corso della vita. Non vengono mai colpite le politiche coloniali di spoliazione delle risorse e di quelle popolazioni che poi trovano nel fondamentalismo religioso una forma di resistenza a quelle stesse spoliazioni.

In conclusione. Il giustizialismo non ha nulla a che vedere con la giustizia eticamente intesa. La sua concezione ultra-carceraria della pena, imprigionando le persone, non fa null'altro se non imprigionare gli esiti delle contraddizioni sociali. Questo tipo di risposta non intacca in nessun modo (volutamente) le cause che stanno alla base di queste contraddizioni, ma anzi le acuisce e le esaspera. Il risultato è che non solo la nozione di giustizia che ne deriva è del tutto illusoria, ma lo è anche quella di sicurezza.

Non esiste infatti una migliore fabbrica di emarginazione di quella del carcere. Una fabbrica che replica infinitamente i reati e le loro cause, cioè le medesime offese sociali che sarebbe chiamata a risolvere. Il chiudere degli umani per qualche anno fra quattro mura non migliora in nessun modo né la condizione della persona né la persona stessa, infatti abbiamo visto come l'unica risposta a questa evidenza sia stata di far sì che il numero di anni sia il più alto possibile nella speranza di spezzare umanamente il detenuto o farlo uscire troppo invecchiato per nuocere. Perseguendo naturalmente questa logica si capisce bene come si arrivi a pensare che l'unica pena sensata sarebbe quella dell'ergastolo per ogni tipo di reato, dalla calunnia al furto.

E' tempo di chiedersi quale idea di giustizia promani dai tribunali e dalle colonne dei giornali più forcaioli. Quale tipo di idee mettano nel suo campo semantico e chi questo tipo di concezioni avvantaggino sul piano politico. Senza questa operazione sarà impossibile mettere in campo delle narrative e delle azioni alternative e contrarie. Alternative a queste concezione feroce e cinica della pena. Contrarie all'ordine sociale che crea le carceri per riempirli di emarginazione, pensando così di nascondere i propri fallimenti.

 
"Il diritto di difesa è un principio inviolabile per tutti. Pure per quelli che chiamate mostri" PDF Stampa
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di Simona Musco


Il Dubbio, 28 novembre 2020

 

Riparte il dibattito sulla gogna per i legali che difendono autori di crimini efferati. Parlano le consigliere del Cnf: "A rischio la cultura della giurisdizione". Il diritto alla difesa vale per tutti, anche per il peggiore dei criminali. E l'avvocato mai va identificato con i reati commessi dai clienti: è una figura indispensabile per garantire un processo giusto ed equo.

Un principio di diritto, sancito dalla Costituzione, che ancora una volta tocca proprio a loro, gli avvocati, ribadire. L'occasione arriva a seguito della scelta dell'avvocata Rosanna Rovere, già presidente dell'Ordine forense della provincia di Pordenone, di non accettare l'incarico della difesa del presunto omicida della compagna, a Roveredo in Piano. Una scelta - legittima - che riapre il dibattito pubblico sul ruolo dell'avvocatura. Un dibattito fagocitato da social e talk show, che restituiscono degenerazioni tali da distinguere gli avvocati in due categorie inesistenti: quelli buoni e quelli cattivi.

La cronaca degli ultimi mesi - e non solo - ha fornito una valanga di esempi di tali estremizzazioni. Come le minacce di morte agli avvocati che hanno assunto la difesa dei presunti assassini di Willy Monteiro, quelle al difensore del giovane accusato della morte di Eleonora Manta e Daniele De Santis o quello del presunto pusher che ha venduto la droga che ha ucciso i due ragazzini di Terni, Flavio e Gianluca. Storie di quotidiana barbarie, scritte sulla base di un unico copione: chi difende un assassino, un pedofilo o uno spacciatore merita di soffrire. E di fare, possibilmente, la stessa fine dei propri clienti. Una visione contorta contro la quale l'avvocatura è costretta, ancora una volta, a schierarsi con fermezza.

"Veniamo da anni di identificazione tra avvocati e clienti, come se ci fosse un'adesione morale al reato - spiega Giovanna Ollà, consigliera del Consiglio nazionale forense -. Ciò ha portato spesso a minacce e insulti". Ma ci sono anche altri aspetti: si tende a fare distinzione tra gli avvocati che sono guidati dalla luce della morale e quelli che esercitano la loro professione in maniera spregiudicata, guidati solo dalla logica del denaro. "Si rischia di creare, così, anche due categorie di cittadini che si imbattono in un processo penale - continua Ollà - quelli che meritano di essere difesi e quelli che, invece, non lo meritano".

Un'idea pericolosa, perché significa mettere in dubbio la stessa cultura della giurisdizione. Ma la portata del reato va stabilita all'interno del processo e non con modalità massmediatiche. "La scelta di non difendere qualcuno quando non si è certi di poter svolgere serenamente il proprio mandato è corretta - precisa la penalista -, perché bisogna garantire una difesa precisa, puntuale e convinta. Quello che non è corretto è l'interpretazione che di queste scelte viene fatta da parte dell'opinione pubblica che, fraintendendo e strumentalizzando una decisione personale, santifica una categoria di professionisti, demonizzando quelli che difendono anche i "mostri", creando così cittadini di serie A e cittadini di serie B".

La difesa, dunque, deve essere garantita a tutti. E la legge del taglione non può essere applicata in uno Stato di diritto. "In un processo si determinano le circostanze, la misura della pena: dal processo non si deve mai prescindere - aggiunge - e dentro il processo non si deve prescindere dalla difesa". Fatti di cronaca come questo portano con sé anche un'altra degenerazione: quella secondo la quale le donne non dovrebbero difendere gli autori di femminicidi e violenze sessuale, come se fosse una sorta di ulteriore aggravante. Un errore che sconfina nella negazione, nei fatti, del principio di pari opportunità. Il punto da affrontare, dunque, è sempre lo stesso: la Giustizia non è vendetta.

"Non c'è nessuna critica a chi decide di non accettare un mandato fiduciario, lo si fa per varie ragioni - sottolinea Patrizia Corona, consigliera del Cnf -. Questa discussione pubblica sulla decisione di una collega ingenera una percezione distorta di quello che è il ruolo dell'avvocato, che deve essere sempre e solo di difesa del proprio assistito, affinché abbia un processo giusto ed equo. E non è la difesa del crimine che ha commesso: non si può fare questo tipo di identificazione. Abbiamo combattuto per anni per questa distinzione.

Non si possono definire "buoni" gli avvocati in quanto non accettano di difendere chi si è macchiato di crimini odiosi, perché tutti i crimini sono, di per sé, condannabili. Ma ogni soggetto ha diritto ad un avvocato che dia garanzia di difesa perché abbia un processo secondo le regole, che accerti se abbia realmente commesso il reato di cui è accusato". Il dibattito che si è scatenato è stato, dunque, sbagliato. Perché la funzione dell'avvocato, ribadisce Corona, non è etica, ma tecnica.

In gioco ci sono anni di cultura giuridica. Difesa talvolta anche fino al sacrificio estremo da parte dell'avvocatura, ricorda la consigliera del Cnf Francesca Sorbi. "Il nostro ruolo non è giudicare le persone - aggiunge - ma garantire la migliore tutela tecnica, sia nel civile sia nel penale. Guai a chi confonde l'avvocato con il suo assistito, nel bene e nel male". E non bisogna nemmeno confondersi con il giudice: la prova si forma in tribunale, durante un giusto processo.

"Su qualsiasi comportamento possono influire tantissimi elementi, quindi anche quando ci si trova di fronte al colpevole conclamato è necessario valutare tutte le circostanze che possono aver portato ad una certa azione", spiega. Rinunciare ad un mandato è, comunque, una scelta legittima. A meno che non si tratti di una difesa d'ufficio, quando si può decidere di rimettere il mandato solo in caso di incompatibilità, "negli altri casi si è sempre liberi di scegliere: siamo liberi professionisti. Ma bisogna sempre stare molto attenti: il rifiuto non deve essere inteso come un'anticipazione di giudizio, perché noi non siamo tenuti a dare quel giudizio".

Il principio da rivendicare, secondo il presidente dell'Unione delle Camere penali del Veneto, Federico Vianelli, è "elementare", ma troppo spesso messo in discussione: "Il diritto di difesa va riconosciuto a tutti, indistintamente, gli accusati di ogni reato, anche del più bieco e ripugnante. Questo è lo Stato di diritto ed iI diritto di difesa - scrivono in una nota -. Questa è la ragione della indispensabile presenza dell'avvocato nel processo, garanzia da riconoscere a tutti, senza alcuna distinzione".

E il discorso, come sottolineato da Sorbi, vale anche per il civile. Perché, spiega Maurizio Bandera, componente del direttivo nazionale dell'Associazione italiana degli avvocati per la famiglia e i minori, potersi tutelare in un processo è sacrosanto, inviolabile e incoercibile. "È un argomento sul quale bisogna confrontarsi - sottolinea. Sostenere la tesi che c'è gente che non merita di essere difesa o di scegliere chi ritiene più adeguato a sostenerlo è una deriva pericolosa. Ma un avvocato che non è pienamente convinto di poter offrire una difesa efficace fa bene a rinunciare, perché altrimenti fa male a tutti, compresa la collettività, che vede nel processo un'occasione affinché venga affermato un principio di giustizia ma anche di autorità dello Stato. Arrivare in quel contesto con un'indecisione di fondo rischia di essere pericoloso".

 
"Rieduchiamo gli uomini, o non salveremo le donne" PDF Stampa
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di Francesca Spasiano


Il Dubbio, 28 novembre 2020

 

Presentato ieri in Senato un ddl che istituisce i centri di recupero Bonafede: "La svolta è anticipare la soglia di intervento dello Stato". Bonetti: "La precondizione per superare la violenza è una piena parità di genere".

Su un punto sono (quasi) tutti d'accordo. Contrastare la violenza sulle donne significa prima di tutto riuscire a prevenirla. Magari con una strategia nazionale organizzata su tre livelli: cultura, diritto e formazione. C'è il caso, però, che quella violenza sia già entrata dalla porta di casa e con le chiavi, come si dice. Allora bisogna parlare non solo di prevenzione, ma di protezione.

E rovesciare la visuale: "Il problema della violenza di genere non è un problema delle donne, questo è un concetto che dobbiamo superare. È di tutta la società e semmai, per dire la verità, è un problema degli uomini". A dirlo è il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, nel corso della conferenza stampa tenuta ieri in Senato sulla "prevenzione della violenza di genere attraverso l'intervento sugli uomini autori di atti di violenza domestica".

L'idea può fare storcere il naso, spiegano le due senatrici che hanno presentato un doppio disegno di legge per istituire dei centri di recupero per uomini "maltrattanti". Le relatrici, Donatella Conzatti, di Italia Viva e Alessandra Maiorino, del Movimento 5 Stelle, fanno parte entrambe della Commissione sui femminicidi. Prima di formulare un "programma di gestione del rischio della violenza di genere" hanno studiato - raccontano - quella rete di supporto nazionale alle donne che va dalle case rifugio e i centri antiviolenza, al lavoro di questori e magistrati.

In questa rete manca qualcosa, spiegano le due senatrici, ed è l'idea "culturalmente sbagliata" che agli uomini non serva aiuto per riconoscere e correggere i propri comportamenti violenti. Soprattutto in quei casi, i cosiddetti "reati spia", in cui la violenza non è ancora efferata. Nel progetto di legge, infatti, si propone di finanziare e accreditare questi centri, nati a partire dal 2009, nella rete nazionale antiviolenza, con una doppia finalità: allinearli a un standard operativo e dislocarli in maniera omogenea sul territorio. Lo scopo è anticipare, con un automatismo, il momento trattamentale all'istituto dell'ammonimento erogato dai questori: gli uomini che hanno assunto comportamenti violenti sarebbero quindi invitati in "maniera normativamente cogente" a frequentare corsi di rieducazione.

"Credo che il parlamento e il governo stiano dando davvero un bel segnale", dice il guardasigilli. "È fondamentale - spiega - dare l'idea di una battaglia che si sta portando avanti con compattezza. Inoltre, bisogna non solo sanzionare e reprimere ma prevenire. Questo è l'elemento di novità che stiamo portando avanti". Secondo il ministro, è fondamentale lottare contro la "degenerazione culturale" con ogni strumento: "Dobbiamo continuare a promuovere eventi come quello di oggi (ieri, ndr) - aggiunge - perché è importante che se ne parli e tante donne sappiano di avere tanti diritti da tutelare e che c'è uno Stato che sta già compiendo passi importanti che ottengono riconoscimenti a livello internazionale".

Bonafede quindi passa in rassegna il primo anno di attività del "Codice Rosso", la legge che ha introdotto, tra le altre cose, una corsia preferenziale di ascolto e intervento per le donne vittime di violenza. In base alla normativa, entro tre giorni dall'iscrizione della notizia di reato, il pubblico ministero deve sentire la persona offesa che ha presentato denuncia, in modo da agire tempestivamente: di qui la denominazione analoga ai casi più urgenti nei Pronto Soccorso. Dall'entrata in vigore del "Codice Rosso", prosegue il guardasigilli, "sono stati avviati in numerosi istituti penitenziari i percorsi trattamentali specifici (per gli uomini che hanno compiuto reati di violenza contro le donne, ndr).

Stiamo avendo dei primi feedback positivi, e continueremo ad investire in questo senso, perché lo consideriamo uno dei tasselli fondamentali di un mosaico che stiamo cercando di costruire per proteggere le donne e i loro figli". Dello stesso avviso la ministra per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti, che precisa: "Dobbiamo avere il coraggio anche di esplorare percorsi nuovi, perché il processo della violenza contro le donne ha molteplici sfaccettature".

"La precondizione per superare questa piaga della violenza è la formazione di una piena parità di genere, di una valorizzazione dell'esperienza femminile in tutti i contesti del nostro paese. Una parità di genere - sottolinea la ministra nel suo intervento in Senato - che deve vedere come soggetti protagonisti anche gli uomini, perché non basta concentrarsi sulla vittima. Ecco perché i centri dell'antiviolenza devono chiedere agli uomini di assumersi la responsabilità della loro colpevolezza, e quindi conseguentemente di cambiare".

Abbiamo bisogno, spiega Bonetto, di azioni che "cambino il paradigma sociale" a tutti i livelli in cui la violenza di genere si manifesta: tra questi l'economia e il lavoro. "Il fatto che molte donne non abbiano autonomia finanziaria nel nostro paese - spiega è un problema grande perché le priva di una libertà di scelta. È evidente che una donna che sa di non essere autonoma dal punto di vista economico fa fatica a denunciare la violenza domestica".

Proprio per questo, il ministero della Famiglia lancia il "reddito di libertà": "Un fondo di garanzia di 3 milioni di euro per dare fiducia alle donne che escono dalla violenza e aiutarle a reinserirsi nella comunità con un progetto concreto". Per la costituzione del fondo, spiega Bonetti, "abbiamo siglato un protocollo con l'Ente nazionale Microcredito, Abi e Federcasse e Caritas italiana" e, conclude, "i centri antiviolenza e la case-rifugio saranno i protagonisti nella relazione con le donne vittime di violenza".

 
"Noi, donne che condannarono i boss" PDF Stampa
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di Felice Cavallaro


Corriere della Sera, 28 novembre 2020

 

L'aula bunker, la paura, il senso civico. I ricordi di Francesca Vitale, Teresa Cerniglia e Maddalena Cucchiara, che accettarono di far parte della giuria al Maxi processo. "Grasso disse: i nostri figli ci ringrazieranno".

Dopo il capolavoro di Bellocchio e Favino su Buscetta, non era semplice girare nella stessa aula bunker, cimentarsi ancora nel racconto del maxi processo alla mafia. Ma c'è riuscito il regista Francesco Micciché, realizzando una docu-fiction che esalta per la prima volta il ruolo delle giudici popolari di quella corte di assise che processò più di 450 imputati mettendo alle corde Cosa nostra. È la storia di una professoressa e due casalinghe con fascia tricolore, accanto ai giudici Alfonso Giordano e Pietro Grasso, di fronte a Liggio, Bagarella, Calò, a boss e sicari.

Gli studenti dell'insegnante lasciati per un anno e mezzo ai supplenti. I mariti chiamati a occuparsi dei figli. Le ansie e i problemi di vita quotidiana, le scorte e l'orrore di quei racconti. Tre donne interpretate da una potente Donatella Finocchiaro che vedremo su RaiUno giovedì 3 dicembre (per "Stand by me" in collaborazione con Rai Fiction), accanto a un inedito e rigoroso Nino Frassica nei panni del presidente della Corte.

In regia nel 1986 c'erano Falcone e Borsellino, i due magistrati costretti a raccogliere le prove dell'accusa all'Asinara perché a Palermo cadevano mille morti all'anno e nel suo delirio di onnipotenza il sanguinario clan di Riina & C. aveva deciso che il grande processo sarebbe saltato. Anche con qualche aggancio in Cassazione. Invece si fece, producendo 19 ergastoli, 114 assoluzioni, 342 condanne, 2.655 anni di carcere inflitti dopo 35 giorni di camera di consiglio.

Una storia raccontata tante volte con gli obiettivi puntati fra le gabbie dell'aula bunker dell'Ucciardone. Stavolta con lo zoom affondato sui tormenti di Francesca Vitale, la professoressa di italiano con il marito antiquario, Teresa Cerniglia, sposata con un docente, e Maddalena Cucchiara, il marito medico, impegnatissimo, ma come gli altri pronto a prendere i figli a scuola, a occuparsi delle incombenze di casa.

Ecco uno spaccato familiare che rivela le angolature di un impegno civile non sempre colto da tanti semplici cittadini chiamati in quell'epoca grigia ad un ruolo così importante. D'altronde, perfino molti magistrati si tirarono indietro. Non a caso a presiedere la corte finì un giudice del Civile, Alfonso Giordano, che non presentò certificati medici. Come accadeva per i sorteggiati della giuria: timorosi impiegati, professionisti, commercianti. Non per le tre donne ora 80enni che nella docu-fiction compaiono con i loro acciacchi, liete di rivedersi in Donatella Finocchiaro, impegnata anche in scene che raccontano minacce e rischi corsi dalle coraggiose giurate.

A cominciare dall'incursione nella galleria d'arte del marito della professoressa Vitale: "Rubarono 23 quadri e altri pronti per essere portati via. Telefonai al giudice Grasso". Evento evocato dalla Finocchiaro-Vitale decisa a ritirarsi perché vedeva sconvolta la vita familiare: "Forse è meglio che torno a fare la professoressa. Mio figlio nemmeno mi parla". E Grasso, nella sintesi della fiction: "Ho gli stessi problemi con mio figlio. Ma io ero di turno quando ammazzarono Piersanti Mattarella. Penso a Ninni Cassarà. E so che non possiamo mollare. Un giorno i nostri figli capiranno e ci ringrazieranno".

C'è pure un mistero rimasto irrisolto, evocato da Maddalena Cucchiara nella sua casa di Palermo: "Vivo ancora al settimo piano. Il giorno prima che iniziasse il Maxi chiamo l'ascensore, apro la porta e solo per un soffio mi accorgo che sotto c'era il vuoto. Un palazzo messo sottosopra. Indagini e terrore". Quell'agitazione la ricorda bene Teresa Cerniglia spiegando l'affanno di dover governare casa, ma con la testa al bunker: "Mi svegliavo all'alba per mettere su le lenticchie, preparare qualcosa. Il piccolo aveva 12 anni, l'altro al liceo. Alle 7 ero pronta".

Poi la corsa con le auto di scorta all'Ucciardone. "Immersione fino a sera". Senza pause. Tranne un giorno: "Ci fu un buco di 2 ore. Chiedemmo di uscire. Andammo in un negozio di via Libertà, con i ragazzi di scorta scambiati per delinquenti. Chiamarono la polizia, temendo una rapina. Arrivarono agenti armati e ho temuto che si sparassero fra loro. Mai più uscita".

Ansie comuni alla professoressa Vitale che ricorda i trasferimenti sulla blindata con altri due giudici: "Un giorno l'auto si blocca davanti alla casa di Falcone. Un sobbalzo. Una botta. L'autista che non riusciva più a ripartire. La scorta allarmata. Due volanti a sirena spiegata. Noi catapultati dentro e via verso il bunker, senza capire se fosse un attentato". Sono gli spaccati riproposti da un racconto completato da un giudice popolare stroncato da una malattia durante le riprese, ma presente giovedì in tv, Mario Lombardo, giornalista autore di un libro sul processo: "Si capì in quel bunker che, mentre per l'eccidio di Dalla Chiesa avevamo visto morire la speranza dei palermitani onesti, con il Maxi stava rinascendo la stessa speranza".

 
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