Lunedì 17 Febbraio 2020
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Prima di abolire la prescrizione fate lavorare meglio i giudici PDF Stampa
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di Pier Luigi del Viscovo


Il Giornale, 17 febbraio 2020

 

Il dibattito sulla prescrizione nasconde un importante tema di cultura economico-sociale. Della prescrizione in sé, la capacità del sistema di perseguire i delinquenti, non interessa a nessuno degli attori sul palco, questo è ovvio. Per ognuno è una bandiera.

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Un nuovo spread chiamato stato di diritto PDF Stampa
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di Annalisa Chirico


Il Foglio, 17 febbraio 2020

 

L'economia italiana è ferma e da tempo il suo problema è anche la giustizia, con i suoi tempi dilatati, le sue inefficienze, la sua imprevedibilità e le incertezze normative che scoraggiano imprese e investimenti. Idee per invertire la rotta. Un girotondo.

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Ilaria Capua, la virologa che finì in "quarantena" per uno scandalo inventato PDF Stampa
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di Davide Varì

 

Il Dubbio, 17 febbraio 2020

 

La scienziata che in questi giorni sta combattendo il Coronavirus fu accusata di "traffico di virus". Fu assolta dopo una lunga odissea. C'è stato un tempo in cui Ilaria Capua, la virologa che in questi giorni sta seguendo la diffusione e la mutazione del Coronavirus, era in quarantena assieme a suo marito. Una quarantena mediatico-giudiziaria cominciata nell'aprile del 2014, mese in cui l'Espresso fece un titolo da far rabbrividire anche Bonnie e Clyde: "Trafficanti di virus". E poi, sempre più duri: "Accordi tra scienziati e aziende per produrre vaccini e arricchirsi, ceppi di aviaria contrabbandati per posta rischiando di diffonderli. L'inchiesta segreta dei NAS e dei magistrati di Roma sul grande affare delle epidemie".

E al vertice di quella presunta associazioni a delinquere composta da camici bianchi (l'Espresso parlò esplicitamente di "Cupola dei vaccini") ci sarebbe stata proprio lei: Ilaria Capua. Almeno secondo le rivelazioni del settimanale dei De Benedetti, perché la diretta interessate di quell'indagine non ne sapeva nulla.

Solo qualche mese dopo la virologa scoprì che era sotto inchiesta dal lontano 2005, ciò significa che se lei e la famigerata cupola stavano davvero infettando il mondo per arricchirsi attraverso un traffico illecito di vaccini, la procura decise misteriosamente (e con un filo di incoscienza) di lasciarla agire indisturbata per dieci lunghi anni. Fatto sta che nel 2015 i magistrati decisero di agire chiedendo il rinvio a giudizio per Ilaria Capua e altre trenta persone.

Le accuse, raccolte dai Nas, vennero però analizzate da Science, una delle riviste scientifiche più importanti e autorevoli, e il giudizio sul lavoro dei Nas fu lapidario: "I documenti non sembra siano stati revisionati da esperti scientifici". Del resto, nella relazione di Science, pesò inevitabilmente anche la reputazione di Ilaria Capua che per il mondo accademico era la scienziata che nel 2006, in piena emergenza Sars, decise di sfidare i colossi dell'industria farmaceutica depositando la sequenza genetica del primo ceppo africano di influenza H5N1 in GenBank (un database "open access") e non in un database ad accesso limitato. Una scelta molto coraggiosa che diede il via alla condivisione trasparente dei dati medici in modo da mettere nelle migliori condizioni di lavoro i laboratori di virologia di tutto il mondo.

Inutile dire che nel 2016 Ilaria Capua venne assolta perché "il fatto non sussiste". Una vittoria netta e cristallina. Ma ancora più interessante è la relazione - pubblicata qualche giorno fa dal Foglio - degli ispettori ministeriali inviati a verificare il lavoro dei magistrati.Al termine di quella ispezione l'allora ministro della Giustizia Orlando scrisse al Csm che la condotta del dottor Capaldo, titolare dell'indagine, aveva determinato "una violazione grave, determinata da inescusabile negligenza".E ancora: "Con tale condotta il dott. Capaldo - scriveva Orlando - si è reso immeritevole della fiducia e della considerazione di cui il magistrato deve godere, con compromissione del prestigio dell'ordine giudiziario e dell'immagine del magistrato". Il dottor Capaldo ora si gode la sua lauta pensione mente Ilaria Capua è tornata in trincea, stavolta in America, dove dirige il dipartimento dell'Emerging Pathogens Institute dell'Università della Florida.

 
Per l'astensione del legale dall'udienza non basta la comunicazione con la Pec PDF Stampa
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di Giampaolo Piagnerelli


Il Sole 24 Ore, 17 febbraio 2020

 

L'astensione degli avvocati difensori nel processo penale non è legittimata dall'invio della Pec che avvisa di un'eventuale "'assenza dei legali". Lo precisa la Cassazione con la sentenza n. 5798/20.

Le regole - La Cassazione chiarisce che nel processo penale alle parti non è consentito effettuare comunicazioni, notificazioni e istanze mediante l'uso della posta elettronica certificata e, pertanto, deve ritenersi illegittima la comunicazione diretta alla cancelleria tramite tale forma di trasmissione, quando la stessa non sia accompagnata da un formale deposito in cancelleria come previsto dall'articolo 121 del Cpp. Nel caso concreto, pure a volere riconoscere l'obbligo in capo al giudice di prendere in considerazione il contenuto dell'istanza di differimento dell'udienza motivata dall'adesione del difensore all'astensione dalle udienze proclamata dall'organismo unitario degli avvocati, va evidenziato come il giudice di appello avesse congruamente motivato evidenziando come l'istanza fosse pervenuta alla cancelleria dell'ufficio giudiziario soltanto allorquando l'udienza era già terminata e quando era ormai chiuso il relativo verbale cosicché non sarebbe stato possibile disporre il differimento dell'udienza dal momento che la stessa era stata già programma ed effettuata all'ora di rito.

Conclusioni - La motivazione - sottolinea la Cassazione - risulta in piena sintonia con la disciplina regolamentare contenuta nel codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati che all'articolo 3 punto b) prevede che la dichiarazione di astensione possa essere comunicata con atto scritto trasmesso o depositato nella cancelleria del giudice o presso la segreteria del pubblico ministero almeno due giorni prima della data stabilita proprio per consentire all'autorità giudiziaria di esaminarla preventivamente e di apprezzare le ragioni della richiesta e confrontarle con la peculiarità del caso concreto.

 
Omicidio stradale: lo stato di ebbrezza è presupposto di applicazione dell'aggravante PDF Stampa
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di Giuseppe Amato


Il Sole 24 Ore, 17 febbraio 2020

 

Cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 5 febbraio 2020 n. 4882. In tema di omicidio stradale, il testo dell'articolo 589-bis, comma 2, del Cpnon riconduce la fattispecie aggravata all'ipotesi in cui lo stato di ebbrezza sia la causa del sinistro mortale, ma indica nello stato di ebbrezza il presupposto di applicazione dell'aggravante. Il legislatore, infatti - precisa la Cassazione con la sentenza 4882/2020- stabilisce l'aggravamento per l'ipotesi in cui il conducente, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica, cagioni, per la violazione delle norme sulla circolazione stradale, la morte di una persona. Del resto, che la guida in stato di ebbrezza costituisca di per sé il presupposto applicativo dell'aggravante, ancorché non incidente sulla causazione del sinistro, si desume anche dalla scelta legislativa di introdurre con la fattispecie autonoma dell'omicidio stradale un reato complesso in cui la contravvenzione di cui all'articolo 186 del codice della strada perde la propria autonomia.

La violazione della regola cautelare - È assolutamente condivisibile il principio secondo cui la violazione della regola cautelare rappresentata dall'essersi posto alla guida in condizioni pregiudicate non entra necessariamente nel contenuto della colpa penalmente sanzionata ex articolo 589-bis, comma 2, del codice penale, nel senso che l'ipotesi incriminatrice è configurabile anche allorquando l'incidente non risulti essersi verificato in ragione dell'alterazione del conducente, cui questo quindi risulti addebitabile per altri e diversi profili di colpa.

È peraltro ovvio, secondo le regole generali, che, perché possa formalizzarsi l'addebito (aggravato o meno), a carico del conducente risultato in condizioni alterate, occorre il riscontro della sussistenza del nesso causale tra la condotta e l'evento dannoso derivatone, che occorre sempre provare e che si deve escludere quando sia dimostrato che l'incidente si sarebbe ugualmente verificato senza quella condotta o quando risulti parimenti dimostrato che è stato, comunque, determinato esclusivamente da una causa diversa al medesimo non imputabile (per riferimenti, sezione IV, 24 maggio 2007, parte civile Venticinque in proc. Cammusso).

Sulla responsabilità aggravata -Vale cioè il principio pacifico secondo cui, in materia di incidenti da circolazione stradale, l'accertata sussistenza di una condotta antigiuridica di uno degli utenti della strada con violazione di specifiche norme di legge (qui, la violazione della normativa in tema di assunzione di alcool o di droghe) o di precetti generali di comune prudenza non può di per sé far presumere l'esistenza della "causalità" tra il suo comportamento e l'evento dannoso, che occorre sempre provare e che si deve escludere quando sia dimostrato che l'incidente si sarebbe ugualmente verificato senza quella condotta o è stato, comunque, determinato esclusivamente da una causa diversa: ciò perché, per poter affermare la responsabilità, occorre non solo la "causalità materiale" tra la condotta e l'evento dannoso, ma anche la cosiddetta "causalità della colpa" ossia la dimostrazione del nesso in concreto tra la condotta violatrice e l'evento (per riferimenti, ancora, sezione IV, 18 maggio 2011, parte civile Longo e altri in proc. Mercurio e altro; nonché, sezione IV, 22 settembre 2011, Michelini).

Per intenderci, non potrebbe essere ritenuto responsabile del reato di omicidio colposo aggravato de quo il conducente - pure in stato di ebbrezza alcolica o sotto l'influenza della droga - allorquando risulti che, anche laddove fosse risultato in condizioni "normali", l'incidente si sarebbe comunque verificato per altre ragioni, a lui non imputabili e magari riconducibili esclusivamente alla condotta della vittima. Per converso, sussisterebbe la responsabilità "aggravata" in caso di incidente riconducibile alla colpa del conducente in condizioni alterate, pur se i profili di colpa nulla avessero a che fare con lo stato di alterazione.

 
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