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Basta ritardi e ambiguità: la riforma della giustizia non può più aspettare PDF Stampa
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di Bernardino Tuccillo


Il Riformista, 21 aprile 2021

 

Caro Riformista, è una novità clamorosa che persino il pm d'assalto Henry John Woodcock si sia schierato per la separazione delle carriere tra pm e giudici e per sottrarre le nomine ai vertici degli uffici giudiziari alla discrezionalità di un Csm dilaniato dalla lotta tra correnti politicizzate, puntando dunque su merito e sorteggi. Credo che tutto l'arco delle forze davvero riformiste dovrebbero fare dell'iniziativa per una seria ed efficace riforma della giustizia il cuore della propria agenda programmatica. Per 35 anni le posizioni di parte significativa della sinistra si sono identificate con un rigetto delle iniziative prima di Craxi e poi di Berlusconi sul tema, che si riteneva, per il secondo con qualche ragione, fossero più interessate a mettere a mettere la mordacchia all'iniziativa "autonoma" e all'indipendenza della magistratura che a realizzare una compiuta riforma di sistema.

Credo abbia ragione il direttore Piero Sansonetti: "La sinistra nasce garantista, non giustizialista e forcaiola, si è sempre battuta per estendere e consolidare i diritti, anche quelli individuali, e mai per comprimerli". È un'anomalia tutta italiana che posizioni da "Santa Inquisizione" abbiano rappresentato uno dei tratti identitari delle forze cosiddette progressiste che hanno prodotto, di recente, lo sconfortante risultato di una riforma illiberale della prescrizione dei processi (su cui è auspicabile che il nuovo governo voglia intervenire).

Mi sentirei più sicuro in un Paese dove due magistrati non convengono sul fatto che "Salvini forse ha ragione, ma bisogna colpirlo" come emerge dal libro-intervista di Luca Palamara, anche se censuro politicamente le scelte dell'ex ministro degli Interni. Vorrei vivere in una città dove i procedimenti aperti sul primo cittadino non siano esaminati da suoi ex colleghi che magari hanno preparato il suo stesso concorso e con i quali ci sono, probabilmente, rapporti di cordialità e sintonia che culminano nella partecipazione a iniziative comuni come presentazioni di libri e altro.

È pretendere troppo che i magistrati che conducono le indagini siano da reclutare con un concorso diverso dai giudici che su quelle indagini devono pronunciarsi? È eversivo pretendere che accusa e difesa siano posti su un piano di assoluto equilibrio e pari dignità? Perché i magistrati, in caso di evidenti errori giudiziari commessi per colpa grave o negligenza, non dovrebbero rispondere in prima persona, così come avviene per tutte le altre categorie (medici, avvocati, ingegneri, amministratori pubblici), e al loro posto devono essere chiamati lo Stato e l'Erario pubblico a risarcire il danno procurato per una ingiusta detenzione, per esempio?

Non siamo al cospetto di un privilegio castale medievale e intollerabile? Perché non pretendere che le nomine al vertice degli uffici giudiziari siano svincolate da logiche correntizie e quindi politiche? E che i procuratori rispondano esclusivamente alla propria coscienza e professionalità e siano ispirati solo dal dovere di assicurare legalità e giustizia?

Le forze democratiche e di progresso hanno il dovere di impegnarsi per una Giustizia davvero equa e giusta, che rappresenti uno dei cardini della nostra democrazia, incentrata sulla separazione dei poteri, che non solo sia ma che appaia anche libera e indipendente, che si dimostri all'altezza dei compiti fondamentali che la nostra Costituzione le ha assegnato. Si tratta di un tema cruciale per il futuro del nostro Paese. Ambiguità, mediazioni al ribasso e ritardi non appaiono più ammissibili.

 
"Si dica addio alla prescrizione di Bonafede", Costa torna a brandire gli emendamenti-siluro PDF Stampa
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di Errico Novi


Il Dubbio, 21 aprile 2021

 

A tre giorni dal termine per presentare modifiche al ddl penale, il responsabile giustizia di Azione avverte gli alleati di governo che sulla norma cara ai 5 stelle non accetterà "soluzioni pasticciate". Invece Leu interviene con proposte che non eliminano l'ipotesi del processo eterno per i condannati in primo grado. Sta per riaccendersi il solito incendio.

Ci risiamo. "Basta passi indietro sull'addio alla prescrizione di Bonafede", dice Enrico Costa. Lo fa il giorno in cui si infittiscono le voci su una "linea moderata" di altre forze governative, come Leu, rispetto alla norma cara ai 5 stelle. Il responsabile Giustizia di Azione ed ex viceministro a via Arenula annuncia di voler presentare propri emendamenti entro venerdì. Alle 17 di quel giorno scade, in commissione Giustizia alla Camera, il termine per depositare proposte di modifica alla riforma del processo penale. È il momento della verità. Come riportato da Domani, uno dei protagonisti del confronto, Federico Conte di Leu, ha pronto un nuovo schema che prevede la decadenza dell'azione penale, la cosiddetta prescrizione di fase, solo in quei giudizi d'appello successivi a un'assoluzione in primo grado.

Qualora invece in primo grado ci sia una condanna, il parlamentare di Leu, avvocato penalista come Costa, lascerebbe in sostanza inalterato lo schema del lodo Conte bis, che prende il suo nome: in quel caso la prescrizione resterebbe abolita come previsto dalla famigerata norma Bonafede. La sola mitigazione consisterebbe in 45 giorni di sconto, sulla pena eventualmente inflitta, per ogni 6 mesi di sforamento rispetto alla durata massima prevista (ma solo in via "ordinatoria") nel ddl penale per il secondo grado, che è di due anni. Ipotesi sulla quale, va ricordato, lo stesso ex guardasigilli del M5S si era detto disponibile a discutere.

Il timore di Costa è che almeno in prima battuta il Pd converga sulla "attenuazione minima" già delineata da Conte. "Appena si è insediato il governo Draghi", riepiloga il responsabile Giustizia di Azione, "abbiamo responsabilmente ritirato gli emendamenti sulla prescrizione al decreto Milleproroghe.

Abbiamo anche digerito la scelta di mantenere il ddl Bonafede di riforma del processo penale come testo base sul quale presentare gli emendamenti. Stiamo prendendo atto, pur senza condividerlo, del fatto che il governo non ha intenzione di sgombrare il campo dallo stop alla prescrizione prima dell'esame del ddl penale. Tre passi indietro che", avverte Costa, "si giustificano solo se all'orizzonte se ne intravede uno avanti significativo, decisivo, chiaro e non pasticciato. Esattamente come gli emendamenti che depositeremo venerdì. Ora la maggioranza è a un bivio", conclude il deputato.

A dire il vero, che le modifiche alla norma Bonafede sarebbero arrivate solo all'interno della riforma penale era diventato pacifico già quando, pochi giorni dopo il giuramento da ministra, Marta Cartabia aveva promosso l'ordine del giorno sulla ragionevole durata del processo. Così sarà, dunque. Nel giuro di poche ore, dagli emendamenti si comprenderà meglio l'orizzonte entro cui intende muoversi ciascun partito, compreso il Pd. Dopodiché anche passato venerdì, avranno tempo per proporre ulteriori modifiche sia la guardasigilli sia i relatori della riforma. Uno dei quali è Franco Vazio, vicepresidente dem della commissione Giustizia. La partita insomma è ancora tutta da giocare.

 
La Cartabia prospetta una mediazione sulla prescrizione PDF Stampa
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di Valerio Valentini


Il Foglio, 21 aprile 2021

 

Bonafede tentenna, il Pd sbuffa. Quando i dispacci diramati da Via Arenula hanno preso a circolare, prospettando una soluzione preventiva che evitasse l'inasprirsi delle ostilità, Alfonso Bonafede c'ha provato, a tenere a prendere tempo.

"Fatemi confrontare coi miei, sapete che per noi il tema è delicato", ha fatto sapere l'ex Guardasigilli ai collaboratori di quella Marta Cartabia che lo ha succeduto al ministero della Giustizia. E che, tramite la sua commissione di esperti, una mediazione su come superare la prescrizione, puntando sulla certezza delle fasi processuali, l'ha trovata.

Il tutto, ovviamente, prima che sul dibattito riservato tra i partiti irrompesse il frastuono del video di Beppe Grillo. Che è, certo, una questione privata. Ma visti i toni utilizzati dal comico genovese, la sua scombiccherata arringa in difesa del figlio Ciro accusato di stupro in nome della tutela degli indagati, ha messo ancor più in imbarazzo i parlamentari del M5S È un po' l'effetto Ciro sulla prescrizione, insomma.

Un inciampo comunicativo che stronca buona parte della combattività dei deputati grillini, che già si preparano all'assedio in commissione Giustizia alla Camera, dove entro venerdì verranno depositati gli emendamenti al disegno di legge sulla riforma del processo penale. "Alla luce della sopraggiunta sensibilità garantista di Grillo qualsiasi arroccamento del M5s sulle vecchie posizioni giustizialiste risulterebbe davvero poco sostenibile", spiega il deputato dem Carmelo Miceli uscendo dalla riunione convocata da Anna Rossomando, responsabile nazionale Giustizia per il Nazareno, che ha indicato ai colleghi l'opportunità imperdibile di varare una riforma organica del processo penale, "tenendo fermo l'obiettivo assoluto della ragionevole durata".

E certo, tutti dal Pd sperano anche che né i calendiani di Azione, né Italia viva, procedano per provocazioni. "Perché questo porterebbe i grillini a irrigidirsi di nuovo", prosegue Miceli. E in effetti loro, i grillini, sono già in trincea. "Io da presidente della commissione Giustizia vorrei mantenere una certa neutralità", mette le mani avanti Mario Perantoni, che poi però subito, da Cinque Stelle tutto d'un pezzo, non può che suonare la sua campana: "Mi limito a ricordare che il M5s, entrando in questo governo, ha ribadito la condizione che su certe battaglie non si sarebbe tornati indietro".

Ma è evidente che se perfino il Pd vede prossima l'opportunità di una svolta, figurarsi cosa avviene dalle parti di Forza Italia. "Noi non possiamo che accogliere con gioia Grillo nella grande famiglia dei garantisti", se la ride l'azzurro Pierantonio Zanettin. "Ed è per questo - aggiunge - che ci aspettiamo una mediazione di alto livello dalla ministra".

Perché poi, al di là delle dissimulazioni di prammatica, sono tutti consapevoli che la soluzione verrà da lì, da Via Arenula. E anzi Bonafede, proprio per difendere la riforma che porta il suo nome, nelle scorse settimane aveva provato a dettare la linea della fermezza: "Dobbiamo convincere gli altri partiti a rimandare la presentazione degli emendamenti finché non arriveranno quelli del governo", aveva catechizzato i suoi.

Tentativo fallito, perché il renziano Catello Vitiello, fiutando l'inghippo, s'era messo di traverso. E dunque da venerdì inizia la baruffa, a Montecitorio, ma con la sottaciuta consapevolezza che la mediazione necessaria sarà poi la Cartabia, a indicarla. E il gruppo di lavoro che la ministra ha creato a metà marzo, presieduto dal presidente emerito della Consulta Giorgio Lattanzi, una via l'ha già indicata ai responsabili dei vari partiti.

È quella che porterebbe al mantenimento della sospensione della prescrizione dopo il primo grado, salvaguardando così l'onore grillino, ma definendo poi dei tempi fissi per l'Appello e la Cassazione oltre i quali si procederebbe a una progressiva riduzione della condanna. È un po' il sistema in vigore anche in altri paesi europei, come la Spagna e la Germania, ed è valido a scongiurare il rischio del processo infinito.

"Ma è anche la soluzione minima", mugugnano in Forza Italia. Anche Enrico Costa, deputato di Azione e in guerra permanente col M5s, si tiene le mani libere: "Noi presenteremo emendamenti di tutti i generi pur di cancellare lo stop alla prescrizione".

E insomma pare farsi largo l'ipotesi di un intervento più drastico, pure questo vagliato dal comitato di giuristi a servizio della Cartabia, che introduca cioè l'improcedibilità dell'azione penale o l'ineseguibilità della sentenza oltre la scadenza dei termini fissati per il secondo grado. Ma così, forse, lo smacco al M5s sarebbe eccessivo. Anche dopo il video di Grillo.

 
Coraggio: "Doveroso l'intervento della Consulta a tutela dei nuovi diritti" PDF Stampa
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di Davide Varì


Il Dubbio, 21 aprile 2021

 

L'intervista al presidente della Corte Costituzionale, Giancarlo Coraggio, contenuta nell'Annuario 2020 della Consulta: un'iniziativa editoriale, sul modello di altre Corti nel mondo, per raccontare l'anno appena trascorso con mezzi e metodi propri del resoconto contemporaneo.

 

Presidente, il 2020 è stato l'anno della pandemia. L'emergenza vi ha costretto a rivedere l'organizzazione del lavoro per garantire la continuità della giustizia costituzionale. Dal mese di aprile le udienze pubbliche sono state celebrate anche con collegamenti da remoto, sia di giudici che di avvocati, ed è stata introdotta la firma digitale delle sentenze. I numeri dicono che a fine anno la pendenza si è ridotta e la durata del processo è scesa sotto i 9 mesi, la più bassa dal 2016. Insomma, un quadro con più chiari che scuri. È così?

In effetti, gli obblighi e i limiti imposti dalla pandemia non hanno inciso negativamente sulla "produttività" della Corte, tanto che è diminuito il numero delle cause pendenti. Grazie all'impegno del Segretariato generale e di tutto il personale, è stato possibile effettuare le udienze pubbliche e le camere di consiglio anche da remoto e va sottolineata la disponibilità dei colleghi e del Foro, che si sono rapidamente adattati all'uso di queste tecnologie, pur consapevoli che l'impossibilità di un rapporto diretto e personale - "guardarsi in faccia" - è stato un sacrificio di non poco conto. Non posso non aggiungere, tuttavia, che tutto ciò è stato reso possibile dalla situazione indubbiamente privilegiata della Corte costituzionale rispetto agli altri uffici giudiziari, sia per il numero più limitato dei giudizi sia per le disponibilità finanziarie e strumentali.

 

Come negli anni precedenti, l'attenzione alla società civile è rimasta viva. Nel 2020, il processo ha aperto le porte alle "voci di fuori" con una delibera di gennaio, quella sugli amici curiae e sugli esperti in alcune discipline. Dopo un anno, quale riflessione si sente di fare su questa nuova esperienza, che allinea la Corte ad altri Paesi?

Un bilancio indubbiamente positivo. Quanto agli amici curiae, l'istituto, anche se estraneo alla nostra tradizione giudiziaria, si è innestato senza particolari difficoltà in un processo, quale quello costituzionale, dalle caratteristiche affatto speciali per il suo oggetto e per la generalità della sua efficacia. L' attenta gestione del nuovo istituto da parte della Corte - su 64 richieste ne abbiamo accolte 28, relative a 12 cause su un totale di 326 - ha permesso di arricchire il dibattito processuale, sia pure con l'apporto solo scritto degli amici curiae, senza un eccessivo appesantimento del processo. Importante si è rivelato anche il contributo di esperti in alcuni giudizi - nel 2020 quello sulle Poer delle Agenzie fiscali - nei quali è opportuno approfondire specifici profili tecnici. Questa maggiore partecipazione della società civile nel processo - che ha ricevuto il plauso dell'Europa nel Report sullo stato della giustizia dei Paesi membri - ha prodotto effetti ampiamenti positivi.

 

Nel 2020 è continuato il trend in aumento delle sentenze rispetto alle ordinanze e la tendenza della Corte a entrare nel merito delle questioni, superando gli ostacoli di ammissibilità. Così come avete continuato a colmare vuoti di tutela costituzionale anche là dove "la rima non era obbligata", come si dice quando non c'è una sola soluzione per riempire il vuoto lasciato da una dichiarazione di incostituzionalità. Due direzioni ormai consolidate?

Quanto alla prima questione, in generale è vero che, a prescindere dalla forma del provvedimento - sentenza ovvero ordinanza - è continuato il trend di riduzione delle pronunce di inammissibilità e ciò vuoi per la migliore formulazione delle ordinanze di rimessione e dei ricorsi vuoi per la maggiore propensione della Corte ad arrivare all'esame del merito. Personalmente, ritengo tutto ciò estremamente apprezzabile, perché ho sempre pensato, nel lungo esercizio della mia attività giudiziaria, che le pronunce di inammissibilità, quale ne sia la causa, costituiscano una sconfitta per la giustizia.

 

Quanto alla seconda questione?

Tocca un punto delicato della funzione e del ruolo della Corte, quello cioè dei rapporti con il Legislatore. Nel complesso, l'atteggiamento di self restraint della Corte, implicito nella formula "a rime obbligate", è ispirato alla volontà di non sostituire le proprie valutazioni a quelle del Parlamento, là dove la pronuncia di accoglimento richiederebbe di scegliere fra una pluralità di soluzioni. Nel tempo, la modifica del contesto in cui la giustizia costituzionale si è trovata ad operare, l'emergere con forza di nuovi diritti fondamentali privi di tutela e l'esigenza sempre più avvertita di garantirli, hanno reso indispensabile e doveroso l'intervento della Corte, anche quando esso presuppone l'esercizio di discrezionalità. Tuttavia, siamo stati molto attenti a entrare in punta di piedi nel quadro legislativo, sforzandoci di trovare in quello stesso quadro i riferimenti necessari. Come caso guida, in questo senso, può essere ricordata la sentenza Cartabia n. 40 del 2019 con cui la sanzione penale in materia di stupefacenti è stata rideterminata ispirandosi a sanzioni già previste nell'ordinamento sulla stessa materia. Questa strada, peraltro, è stata poi seguita in altre pronunce del 2020.

 

Se dovesse fare un bilancio sulla "leale collaborazione" tra la Corte e il Legislatore, il saldo sarebbe positivo o negativo?

È un fatto che i numerosi moniti con cui la Corte ha chiesto al legislatore di intervenire sono aumentati e sono in gran parte rimasti inevasi. Un esempio virtuoso di leale collaborazione si è avuto però con il ricalcolo dell'assegno spettante agli invalidi civili totali: subito dopo la decisione che ne ha stabilito l'insufficienza a garantire "il minimo vitale", il legislatore è intervenuto per adeguare l'ammontare della pensione. Naturalmente, mi rendo conto che, specie nell'attuale situazione politica, il Parlamento si trova di fronte a impegni non meno delicati e rilevanti. Tuttavia, la Corte non finirà mai di sottolineare la necessità di un migliore raccordo tra le due Istituzioni. È in questo contesto di difficoltà di attuazione delle nostre decisioni che si spiega la novità introdotta nel 2019, sul caso dell'aiuto al suicidio. In quell'occasione, com'è noto, la Corte non si è limitata a un semplice monito ma, sul presupposto dell'incostituzionalità della disciplina vigente, ha posto al Legislatore un termine entro cui doveva intervenire, fissando al contempo una nuova udienza nella quale, in mancanza dell'intervento legislativo, avrebbe provveduto direttamente (ordinanza n. 207/2018). Ciò che poi è in concreto avvenuto a seguito del perdurante silenzio del Parlamento. La stessa eccezionale procedura è stata seguita nel 2020 a proposito della sanzione detentiva per il reato di diffamazione a mezzo stampa, sanzione ritenuta incompatibile con la nostra Costituzione e con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo (ordinanza n. 37 del 2020). Il termine concesso al Legislatore è tuttora pendente (scade il 22 giugno 2021) e sarebbe augurabile che il Parlamento manifestasse una maggiore sensibilità per una questione che tocca uno dei fondamentali della democrazia.

 

L'apertura all'esterno, durante la pandemia, è stata declinata anche con i Podcast. Nel 2020 è nata La Libreria dei Podcast della Corte costituzionale per continuare a promuovere la cultura costituzionale. Siete l'unica Istituzione che ha usato questo nuovo strumento di comunicazione, anche nell'attività istituzionale, per esempio in occasione della Relazione annuale. Ma il 2020 è stato anche l'anno dell'App, del nuovo sito, della nascita di un profilo Twitter della Corte. Tutto ciò rafforza l'immagine di un'Istituzione aperta e moderna. È realmente così?

Senza dubbio. È un nuovo modo di intendere i rapporti tra la società civile e le Istituzioni. L'utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione messi a disposizione dalle moderne tecnologie ha permesso un'apertura in altri tempi impensabile, e debbo dire che il riscontro è stato estremamente positivo poiché i cittadini hanno dimostrato un reale e crescente interesse. In particolare, i giovani e le donne sono tra i più assidui frequentatori dei nostri canali social, preziosi strumenti per veicolare informazioni sulla Costituzione e sull'attività della Corte in modo più moderno ed efficace.

 

Nel 2020 è stato messo in cantiere un nuovo ciclo di podcast, gli INCONTRI con esponenti del mondo della cultura. Dopo gli studenti, i detenuti, la cittadinanza, continua l'interlocuzione con il mondo "fuori". Come valuta questa nuova iniziativa?

In modo estremamente positivo. Il dialogo che si è così instaurato su temi di grande rilevanza - dai sistemi elettorali all'informazione, dall'università alla famiglia, dall'ambiente alla scienza, dalla letteratura all'arte - oltre a rafforzare l'apertura della Corte alla società civile, ha costituito un oggettivo, reale arricchimento per noi giudici, come ho potuto constatare dai commenti dei colleghi che con entusiasmo hanno partecipato, e partecipano, al progetto. In generale, ho sempre ritenuto che l'autoreferenzialità sia un pericolo per tutti i giudici e sono sempre più convinto che l'apertura alla realtà, sociale, economica e culturale, sia assolutamente indispensabile per un'Istituzione come la Corte, le cui decisioni, su questa realtà, sono destinate ad incidere.

 
Liguria. Rossetti (Pd): "Misure urgenti a favore dei malati psichiatrici in carcere" PDF Stampa
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lavocedigenova.it, 21 aprile 2021


"Oggi è stato approvato all'unanimità un ordine del giorno di cui sono stato proponente, firmato da tutti i gruppi consiliari, che ha fatto seguito ad una campagna di raccolta adesioni lanciata dal Partito Radicale Non Violento Transnazionale Transpartito, in merito al problema dei malati psichici nelle carceri italiane, un problema profondo che necessita di interventi urgenti nel segno della legalità costituzionale e del rispetto dei diritti umani". Lo ha dichiarato in una nota Pippo Rossetti, Consigliere Regionale PD.

"L'Appello è stato sottoscritto da molte personalità del mondo della politica di diversi schieramenti, dello spettacolo, della scienza, del giornalismo e della cultura oltre che da centinaia di cittadini. L'appello del Partito Radicale dice che "nei 109 istituti di pena italiani il 78% dei ristretti è affetto almeno da una condizione patologica, di cui per il 41% da una patologia psichiatrica e i dati ci dicono che i detenuti con dipendenze da sostanze psicoattive rappresentano il 23,6%, con disturbi nevrotici il 18%, il 6% con disturbi legati all'abuso di alcol e il 2,7% con disturbi affettivi. Considerato che dall'ultimo rapporto dell'Associazione Antigone del 2020 risulta che, nei 98 istituti visitati, il 27% dei detenuti è in terapia psichiatrica (Spoleto il 97%, a Lucca il 90%, a Vercelli l'86%) e il 14% dei detenuti è in trattamento per dipendenze".

"La normativa italiana è ferma a quanto prescritto dal Codice Rocco del regime fascista, risalente a ben 91 anni fa, le norme relative alla imputabilità, alla pericolosità sociale, sono del 1930 e sono ancora in vigore, nonostante siano profondamente mutate le conoscenze scientifiche in ambito psichiatrico ed inoltre, esistono due provvedimenti cautelari della Cedu in materia di diritti dei detenuti e soggetti vulnerabili relative al caso di due pazienti psichiatrici detenuti in carcere che hanno disposto che il Governo italiano provveda al loro immediato trasferimento presso una struttura idonea ad assicurare un trattamento medico-sanitario adeguato alle loro condizioni di salute.

Da oggi il Presidente e la Giunta si sono impegnati a farsi parte attiva presso il Ministro alla Salute alla Giustizia affinché il Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero di Grazia e Giustizia) metta a disposizione i dati necessari nei portali istituzionali atti a completare la fotografia reale della situazione della patologia psichica in carcere, e che si adottino con la massima urgenza misure per il trasferimento dei malati psichici in strutture e servizi territoriali/residenziali curativi alternativi al regime detentivo".

 
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