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Trattativa Stato-mafia, le accuse che spiegano la sentenza PDF Stampa
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di Armando Spataro


La Repubblica, 26 settembre 2021

 

Difficile, se non impossibile, pensare che uomini delle istituzioni volessero rafforzare le iniziative dei boss. Come era prevedibile, la sentenza della II Corte d'Assise di Appello di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia ha generato opposti commenti. In attesa delle motivazioni, è bene discuterne con freddezza, comunque nel rispetto di quanti si sono impegnati per far emergere la verità sulla "zona grigia" che spesso ha caratterizzato i rapporti tra mafia e istituzioni.

Il dibattito post sentenza, però, è caratterizzato da una grave lacuna preliminare, l'omessa conoscenza dei capi di imputazione. Infatti, coloro che la criticano affermano che se la trattativa tra mafia e istituzioni c'è stata ("il fatto sussiste") non sarebbe accettabile che siano stati condannati solo i mafiosi affiliati ed invece assolti gli ex alti ufficiali dei Carabinieri ("perché il fatto non costituisce reato"), essendone stati, gli uni e gli altri, gli attori.

Ma proprio qui sta l'errore: la contestazione in sede penale non è quella di avere dato luogo ad una trattativa - reato non previsto dal nostro codice penale - ma di avere tutti, in concorso tra loro ed a partire dal 1992, minacciato esponenti politici e delle istituzioni, prospettando stragi ed altri gravi delitti, per condizionare la regolare attività del governo e di altri corpi politici. Il tutto con varie aggravanti, tra cui quella di voler avvantaggiare Cosa nostra, avvalendosi della sua forza intimidatrice.

Tale minaccia, prevista e punita dall'articolo 338 del Codice penale, è descritta in circa quattro pagine di capi di imputazione fin troppo articolati, sicché la sintesi qui proposta non è certo esaustiva, ma basta a porsi una precisa domanda: se il reato è facilmente configurabile per i vari boss mafiosi, che hanno minacciato e commesso gravi delitti, in particolare le stragi del 1992 e del 1993, per ottenere dalle istituzioni alcuni vantaggi, quali la revisione del cosiddetto maxiprocesso a carico dei componenti della "cupola" o del "carcere duro" previsto dall'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, si può pensare che pubblici ufficiali ed esponenti politici approvassero tali condotte minacciose e si proponessero gli stessi fini, anche per rafforzare il potere mafioso?

Questo, infatti, integra il concorso in quel reato, il che appare assolutamente illogico, quasi surreale. È certo possibile, invece, che alcuni ufficiali dei carabinieri, a fronte di una lunga stagione di delitti mafiosi (risalente già agli anni Ottanta) nel corso della quale era drammaticamente emersa l'incapacità dello Stato di prevenire tali crimini, abbiano ritenuto di dover contattare uomini collegati a Cosa nostra per capire quali fossero le condizioni poste dall'organizzazione criminale per interrompere quella serie di sanguinose aggressioni (salvo poi verificare se tale iniziativa sia stata decisa autonomamente o sollecitata da uomini politici, anche di governo). Questo, però, non può integrare una condotta di concorso nel reato, ma semmai scelte e prassi investigative politicamente ed eticamente censurabili, tali da suscitare reazioni simili a quelle che, ad esempio, divisero il Paese in occasione delle trattative tra Stato e Br durante il sequestro Moro o quello del giudice Sossi.

Nel capo di imputazione, si legge però che quel tipo di approccio da parte di uomini delle istituzioni avrebbe comunque rafforzato la criminale determinazione mafiosa a minacciare lo Stato: potrebbe in teoria essere avvenuto, ma neppure ciò integra il concorso degli uomini delle istituzioni nel reato contestato poiché è a tal fine richiesto il dolo, cioè la volontà di rafforzare quella di chi agisce.

Ma è francamente difficile - se non impossibile - pensare che gli uomini delle istituzioni qui imputati, tentando di contenere l'impatto criminale di Cosa nostra, sia pure con contatti criticabili, "tifassero" per i mafiosi e ne volessero rafforzare la capacità di condizionare l'attività del governo e di limitare il doveroso esercizio dei poteri repressivi dello Stato.

Si vedrà se queste osservazioni saranno presenti nella motivazione della sentenza, ma intanto va respinta l'immagine del magistrato che si propone anche il compito di scrivere la storia oltre l'unico che gli compete, cioè quello di provare la responsabilità degli autori dei reati con riscontri oggettivi. Lo affermò anche il magistrato fiorentino Gabriele Chelazzi che, dinanzi alla Commissione parlamentare Antimafia nel 2002, parlando delle sue indagini su stragi e sui rapporti tra mafia e politica, concluse affermando che le connessioni e le conseguenze sulla società di fatti di grave entità, come ad esempio le stragi, non possono che essere accertate da una commissione parlamentare, competente per approfondimenti sotto altri profili.

La sentenza di Palermo, peraltro, rende onore anche a Francesco Di Maggio, deceduto nel 2002, il primo pm ad occuparsi del contrasto della mafia nel Nord del Paese, ma incredibilmente considerato nel capo d'accusa, con forzatura inaccettabile, concorrente dei mafiosi nelle condotte finalizzate a condizionare lo Stato.

 
La "trattativa" che certi pm hanno voluto distorcere PDF Stampa
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di Carlo Nordio


Il Messaggero, 26 settembre 2021

 

La prima reazione emotiva alla pronuncia della sentenza di Palermo che ha stracciato anni di indagini devastanti per gli imputati, costose per la giustizia, e umilianti per il Paese, sarebbe stata quella di rivolgere ai magistrati che Sciascia definiva professionisti dell'antimafia le parole indirizzate da Cromwell al Lungo Parlamento, e che Leo Amery ripeté a Chamberlain dopo l'umiliante disfatta della Norvegia: "Troppo a lungo avete occupato quel posto per quel poco di bene che avete fatto. Andatevene, e sia finita con voi. In nome di Dio, andatevene".

Tuttavia, poiché sappiamo che sarebbero moniti inutili, respinti con sdegno in nome dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura, dell'obbligatorietà dell'azione penale e di altre petulanti litanie, ci limiteremo a un paio di considerazioni, una di ordine giuridico-politico, l'altra di costume.

La Prima. È quasi banale dire che occorre aspettare le motivazioni della sentenza. Ma possiamo provare a interpretarla. Per la posizione di Dell'Utri è facile: assolto per non aver commesso il fatto, non c'entrava nulla.

Qualcuno dirà: "Si rallegri che l'ha fatta franca, e ringrazi il cielo". C'è una cosa che supera la stupidità umana, checché ne dicesse Voltaire, ed è il veleno dell'odio e del pregiudizio. Ma Dell'Utri può consolarsi: chi sibila questi rancori sta ora forse anche peggio di lui. Per gli altri imputati, Mori e colleghi, la sentenza dice che "Il fatto non costituisce reato". E qui il discorso è più complesso, e anche più interessante.

In linea generale questa formula è meno favorevole di quella usata per Dell'Utri e di quella ancor più radicale che "Il fatto non sussiste". Quella adottata dalla Corte di Palermo significa che il fatto in sé - presumiamo una sorta di trattativa - è avvenuto, ma era legittimo. Se così fosse, e non vediamo altra soluzione, questa formula è politicamente e moralmente molto più significativa e liberatoria di quella che il fatto fosse inesistente. Perché significherebbe che, in certe circostanze, un approccio attraverso intermediari con le organizzazioni criminali non è illecito, e anzi talvolta utile e doveroso. Convinzione che avevamo sin dall'inizio di questo strambo processo, di cui, pur da giuristi modesti, non abbiamo mai capito il capo d'imputazione.

E la ragione è molto semplice: che lo Stato ha sempre trattato - in modo più o meno riservato - con le peggiori cosche criminali dell'Italia e del mondo. Lo ha fatto con le Brigate Rosse, pagando il riscatto di Ciro Cirillo, tenendo discretamente i contatti con i rapitori di Moro, e non cedendo alle richieste dei brigatisti solo perché erano inaccettabili. Lo ha fatto con i terroristi palestinesi e il famoso "Lodo Moro", accettando che l'Italia diventasse zona franca per il trasporto delle loro armi purché fosse affrancata dai loro attentati. Lo ha fatto con gli stessi dirottatori della Achille Lauro, creando un conflitto con l'America di Ronald Reagan.

Lo ha fatto con tutti i banditi sequestratori di ostaggi - giornalisti, cooperanti ecc. - pagando lauti riscatti anche quando aveva diffidato le vittime ad avventurarsi in luoghi ostili. Lo ha fatto fino a ieri, e purtroppo dovrà continuare a farlo quando si tratta, come si dice, di salvare vite umane. E davvero i Procuratori di Palermo credevano che lo Stato non potesse farlo con la mafia, quantomeno per evitare, come ha fatto con i palestinesi, guai peggiori di quelli già provocati? Se credevano questo, potevano anche credere all'asinello che vola.

Ebbene, ora una sentenza della Corte superiore ci dice che Mori e compagni hanno esercitato una facoltà legittima, o addirittura un dovere. Ci volevano dieci anni di accuse che hanno sfiorato persino il Presidente della Repubblica, ammazzato di crepacuore il suo consulente giuridico, esposto alla gogna ministri, generali, e l'intera Arma dei Carabinieri, dilapidato enormi risorse umane e finanziare per arrivare a questo? Basta. Sia finita.

E questo ci porta alla seconda considerazione, anche più amara. In un Paese normale magistrati che prendono simili cantonate il giorno dopo cambiano mestiere. In America, di cui abbiamo scopiazzato il codice e dove esiste quella rigorosa certezza della pena che tanto piace al dottor Davigo, Pubblici Ministeri che perdono questi processi non vengono rieletti, e tornano a casa. Noi non diremo che debbano pagare i risarcimenti: sarebbe troppo complicato e anche inutile, tanto sono assicurati.

Ma rifletterci sopra, questo sì. E invece da noi, come nel caso Tortora, questi magistrati vengono promossi, fondano partiti, si candidano alle elezioni, e magari finiscono al Csm. Dove, sgradevole paradosso, giudicano gli altri magistrati, compresi quelli che nelle sentenze hanno sconfessato le loro indagini. Insomma usano la notorietà, acquistata durante anni di elogiativi peana di giornalisti compiacenti, per crearsi una confortevole cuccia una volta mollata la toga.

A queste, e alle altre mille altre anomalie di un sistema ormai squalificato e corroso, non potrà porre rimedio, per ovvie ragioni, né questo Governo né questo Parlamento. E forse neanche il prossimo, a meno che, con una univoca e possente voce popolare, il referendum tuoni l'avvertimento e l'invito di Cromwell e Amery che abbiamo citato all'inizio: in Nome di Dio, basta!

 
"Toghe divise sulla trattativa Stato-mafia. Csm, serve il sorteggio per abbattere le correnti" PDF Stampa
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di Anna Maria Greco


Il Giornale, 26 settembre 2021

 

L'ex magistrato Luca Palamara candidato alle Suppletive di Roma sulla sentenza di Palermo: "Verdetto prevedibile, dalle mie chat emergevano le posizioni diverse sul processo. Dopo le mie denunce non è cambiato nulla".

Sono passati due anni e mezzo dalla famosa riunione all'hotel Champagne e Luca Palamara è candidato alle suppletive di Roma Primavalle del 3 ottobre. L'affaire che ha preso il suo nome, terremotando la giustizia e il Csm in particolare, con il libro scritto con Alessandro Sallusti "Il Sistema", gli ha dato la volata e ora l'ex presidente dell'Anm e membro del Csm punta ad entrare in parlamento.

 

È cambiato qualcosa in magistratura e al Csm, dopo il Palamaragate?

"Assolutamente no, i recenti fatti sulla procura di Milano e le nomine annullate a Roma e non solo testimoniano la permanenza degli accordi correntizi. Cambiano gli attori ma il Sistema rimane immutato. Troppo facile schierarsi dalla parte di chi è più forte, rinnegando e non spiegando come e perché si diventa vicepresidente del Csm, ad esempio. Sarebbe giusto che prima o poi Ermini lo dicesse. Non è più il tempo di don Abbondio".

 

Come non bastasse il suo scandalo, a destabilizzare il mondo giudiziario si sono aggiunte le rivelazioni di Amara sulla loggia Ungheria e la fiducia degli italiani nella giustizia precipita a minimi storici: candidarsi alle elezioni migliorerà quest'immagine?

"Sono state annunciate tante querele sulle dichiarazioni a verbale sulla loggia Ungheria, spetterà alla magistratura, dopo più di 2 anni, verificarne la fondatezza. Io ho sentito la necessità di squarciare il velo di ipocrisia che ha caratterizzato la mia vicenda, sul meccanismo delle correnti. Per questo ho voluto rafforzare il racconto già fatto nel libro Il Sistema, candidandomi alle suppletive. Un modo per testimoniare anche all'interno dell'istituzione ciò che non ha funzionato in questi anni nei rapporti tra politica e magistratura".

 

Si sta svolgendo a Cagliari il congresso di Area, cartello delle toghe progressiste e la presidente Ornano raccomanda di non fare di queste vicende un uso strumentale per riforme della giustizia e della magistratura che possano modificarne l'assetto costituzionale. Mette le mani avanti?

"Avrei messo volentieri a disposizione del congresso le mie chat, per dare la possibilità di valutare come illustri esponenti di Area fossero parte integrante del Sistema. Quando ero presidente dell'Anm la parola più in voga era autoriforma, per evitare una riforma dall'esterno. Ma è tempo di picconare il Sistema e accettare finalmente che tutto cambi".

 

Come si combatte lo strapotere delle correnti delle toghe, che lei ha esercitato così sapientemente?

"Da presidente dell'Anm ho constatato che l'unica riforma che davvero terrorizza le correnti è il meccanismo del sorteggio a Palazzo de' Marescialli. Così si potrebbe impedire la cooptazione dei candidati da parte delle segreterie delle correnti. Anche oggi sono già pronti i candidati vincenti per il nuovo Csm, ma ci sarebbero i tempi per impedire che il gioco si ripetesse. Tutto il resto sono palliativi. Dal 75 assistiamo ad un proliferare di leggi elettorali di fronte alle quali la magistratura associata è sempre in grado di trovare l'antidoto: basti pensare che alle ultime elezioni per 4 posti di pm sono stati candidati esattamente 4 candidati, uno per ogni corrente. Perché impedire a chi non fa parte delle correnti di misurarsi nella gestione dell'autogoverno? Il sorteggio lo consentirebbe".

 

Luciano Violante ha detto al "Giornale" che il Csm si è attribuito un totale autogoverno delle toghe, mentre non sta scritto in Costituzione, è così?

"Direi che anche alla luce delle recenti vicende, nessuna esclusa, è giusto valutare se dopo 73 anni quell'assetto configurato dal costituente sia ancora attuale, soprattutto sulla composizione del Csm, sui meccanismi di elezione e sulla sezione disciplinare".

 

Lei ha detto più volte che ora la sua missione è appunto aiutare, sulla base della sua esperienza, a riformare la giustizia. Il nuovo processo penale della ministra Cartabia è il primo passo. Come lo giudica?

"Affronta un tema diverso, rispetto al problema delle correnti e risponde all'esigenza di sveltire i processi, come chiede l'Europa, anche rispetto al Recovery fund. Ci sono stati orientamenti politici diversi, sicuramente questa riforma supera però delle criticità sui tempi dei processi sulle quali già il ministro Orlando si era per la verità pronunciato. Un'inversione di marcia, rispetto all'impostazione Bonafede".

 

Lei appoggia i referendum di Lega e Radicali, tranne quello sulla responsabilità civile dei magistrati. Servono a fare pressione?

"Riformare la giustizia è un'esigenza diffusa in larga parte dell'opinione pubblica e lo testimoniano anche le tante firme raccolte per i referendum".

 

Parliamo della sentenza d'appello sulla trattativa Stato-mafia, che ha sconfessato la precedente: se sarà confermata in Cassazione ai pm che senza prove hanno costruito il teorema di uno Stato che scende a patti con la mafia, colpendo ingiustamente i singoli accusati e danneggiando l'immagine della giustizia, non dovrebbe essere attribuita una grave responsabilità?

"Una formula di comodo mi farebbe rispondere che tutto rientra in una normale dialettica processuale. È certo che, squarciando il velo dell'ipocrisia e senza entrare nel merito del processo, dalla lettura delle mie chat, nonché dalla nomina dell'attuale procuratore di Palermo Franco Lo Voi (ritenuto meno schierato sul fronte della trattativa), si evinceva che all'interno della magistratura c'erano degli orientamenti diversi sul processo, come ho raccontato nel mio libro. Anche molti magistrati si esprimevano in termini fortemente critici sulla qualificazione giuridica dei fatti, compresi personaggi illustri, componenti del Csm e procuratori della Repubblica".

 

Facciamo qualche nome, come Pignatone e Fiandaca...

"Ma non solo".

 

Per Violante, che era considerato il capo del partito delle toghe rosse, i magistrati pretendono di decidere la politica giudiziaria, anche di riscrivere la storia, ma non è il loro compito.

"Questo problema non nasce oggi, ma nel 93 con l'eliminazione dell'autorizzazione a procedere, quando venne meno la linea di confine tra politica e magistratura, individuata dai padri costituenti. Le doverose indagini sulla rilevanza penale dei comportamenti dei politici finirono con l'essere strumentalizzate, trasformando la funzione del processo penale che dev'essere luogo di verifica dei fatti, per raggiungere altri fini".

 
Trattativa Stato-mafia, lo storico Salvatore Lupo: "La sentenza mi piace. Ora elaborare il lutto" PDF Stampa
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di Alessandra Ziniti


La Repubblica, 26 settembre 2021

 

"Il Paese deve capire che la giustizia non è vendetta". Alla trattativa Stato-mafia non ha mai creduto. E ora che una sentenza d'appello ha sancito che, anche se ci fu, non costituisce reato, Salvatore Lupo, storico della mafia, ritiene che questo verdetto nulla cambi nella storia di Sicilia degli ultimi 30 anni.

 

Professor Lupo, non crede che toccherà riscrivere più di una pagina?

"Assolutamente no. Le sentenze non cambiano la storia. Occorrerà solo riuscire ad elaborare il lutto e ragionare su che cosa succede ora. Che non è certamente quello che succedeva 30 anni fa. In Italia esistono gruppi, istituzioni che continuano a ragionare come se nulla fosse cambiato, che vivono il passato come presente e non fanno un buon servizio al Paese".

 

Di chi sta parlando?

"Di quei magistrati o di quei politici che gridano di essere nel mirino di Cosa nostra e di essere in pericolo di vita, di quelli che agitano spettri di nuovi attentati, di quelli che dicono che il carcere duro per i mafiosi è ancora necessario".

 

Cos'è? La mafia non esiste più?

"Ma no. Semplicemente non mette più bombe. Certo che Cosa nostra esiste e va combattuta, ma non è più quella di 30 anni fa, bisogna mettere in campo strategie adeguate e invece in Italia c'è una parte di magistratura, di politica, di istituzioni, di giornalismo, di opinione pubblica che è rimasta ferma. Il passato è passato, non è vero che c'è un buco nero nella storia di Sicilia e d'Italia. Ci sono degli anelli mancanti ma grosso modo cosa è successo lo sappiamo".

 

E cosa è successo negli anni delle stragi? Davvero lei crede che Totò Riina abbia fatto tutto da solo?

"Sì. È possibile perché in quel contesto i tagliagole corleonesi hanno guadagnato potere con il sangue e le bombe e sono cresciuti in un delirio di onnipotenza. E a chi oppone la solita osservazione, perché uccidere Borsellino dopo 57 giorni, non capivano che questa mossa sarebbe stata controproducente rispondo: fino ad allora avevano costruito il loro potere così e non hanno valutato che alzare troppo il tiro li avrebbe distrutti. Anche le Br hanno ucciso Moro senza valutare le conseguenze. E che vuol dire, che è stata la Cia?".

 

Insomma, da storico della mafia, il suo giudizio su questa sentenza qual è? E' stata fatta giustizia?

"A me questa sentenza piace ma avrei detto le stesse cose anche se il verdetto fosse stato diverso. Mi fanno ridere questi tifosi della giustizia che vilipendono la magistratura che assolve ed esaltano quella che condanna. Il Paese deve capire che la giustizia non è vendetta e che non è affidata alla magistratura requirente ma soprattutto a quella giudicante che più rappresenta il giudice terzo a cui è affidato il controllo di legalità".

 
Sentenza trattativa Stato-mafia, politica prudente: il verdetto non entra in campagna elettorale PDF Stampa
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di Claudia Fusani


Il Riformista, 26 settembre 2021

 

Chi si aspettava il diluvio di dichiarazioni trionfati "contro" la magistratura forcaiola e qualche media che ha assunto in modo improprio il ruolo di giudice non solo dei fatti ma anche della storia, è rimasto deluso. Oppure soddisfatto. Fatto è che 24 ore dopo la sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Palermo che ha ribaltato il verdetto di primo grado e sentenziato che la trattativa tra Stato e mafia per fermare le bombe di Cosa Nostra, ove mai vi sia stata, non fu reato, il verdetto non finisce in pasto alla campagna elettorale. La politica sembra aver compreso la prima grande lezione di questa vicenda giudiziaria lunga un paio di decenni di cui otto di dibattimento: evitare l'uso politico delle sentenze; rispettare il fine unico delle indagini: verificare i fatti.

Non sono state ingaggiate gare di dichiarazioni ai microfoni e sui social. Hanno prevalso cautela, prudenza e - dal punto di vista dei politici - la legittima soddisfazione per un verdetto che restituisce onore allo Stato, a quello in divisa - gli ufficiali del Ros dell'Arma - e a quello che siede in Parlamento, Mannino prima e Dell'Utri poi e ha invece tenuta ferma la condanna dei boss mafiosi. Lo dice il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all'intelligence Franco Gabrielli. Il prefetto, ex capo della polizia, persona che non ama i microfoni, ha voluto però rimarcare ciò che gli sta più a cuore: "Per cultura e per mestiere aspetto di leggere le motivazioni. Ovviamente non posso non essere felice, soprattutto per chi ha vestito una divisa, per aver avuto questo esito favorevole".

Decisamente più scomposta la reazione di Marco Travaglio e de Il Fatto che è "nato" dodici anni fa per, tra le altre cose, sostenere il teorema di un pezzo di Stato colluso con la mafia. Il sarcasmo per cui "se trattano i mafiosi è reato e se invece lo fa lo Stato non lo è" è un azzardo alla logica e alla verità. Almeno finché non saranno pronte le motivazioni.

Fino a quel momento il Pd preferisce tacere. Comunque non sbilanciarsi "su un tema così complesso per cui è necessario leggere prima le motivazioni". Meglio non disturbare troppo, in questa fase, l'alleato grillino che invece esce con le ossa rotte dal verdetto. "Non nascondo un senso di smarrimento - ha detto Marco Pellegrini, capogruppo M5s in Commissione antimafia - e spero che questa sentenza non costituisca un ostacolo involontario - ad esempio che i mafiosi fanno sempre tutto da soli - sulle grandi inchieste che riguardano gli intrecci indicibili tra mafia e pezzi deviati dello Stato".

Il Movimento ha costruito buona parte del suo consenso in nome del complottismo e degli "accordi indicibili". Giuseppe Conte preferisce occuparsi della campagna elettorale. E anche questo significa molto. La soddisfazione è invece comprensibilmente forte soprattutto dentro Forza Italia. La senatrice Licia Ronzulli e il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè insistono sul concetto di "onore e dignità restituiti a servitori dello Stato" e sulla gravità di aver "compromesso l'immagine dello Stato che qualcuno voleva vedere sottomesso e genuflesso davanti a Cosa Nostra". Più duro Maurizio Gasparri che s'è lanciato in invettive del tipo "denunceremo i propalatori di menzogne" oppure "c'è qualcuno che ha cercato di riscrivere la Storia ma non c'è riuscito". Quello che conta, in Forza Italia, è che Silvio Berlusconi sceglie di tacere. La decisione più giusta.

Matteo Renzi prosegue nella sua campagna per una giustizia giusta e una magistratura liberata dalle correnti. La sentenza è un tassello in più in un ragionamento più vasto che il leader di Iv porta avanti da mesi sul fatto che "alcuni pm così come alcuni giornalisti hanno fatto carriera con il giustizialismo fino ad elevarlo ad arma politica". Non si può accettare, ad esempio, che "se non sei d'accordo con Travaglio sei colluso con la mafia". La politica questa volta sembra aver deciso di non "usare" la sentenza. Ed è una bella notizia.

 
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