Giovedì 18 Luglio 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Vigevano (Pv): ergastolano si impicca in cella, muore in ospedale dopo 11 giorni PDF Stampa
Condividi

di Marianna Vazzana

 

Il Giorno, 18 luglio 2019

 

È morto Antonino Benfante, detto "Palermo", il killer dei fratelli Emanuele e Pasquale Tatone e di Paolo Simone, autista tuttofare di Emanuele, uccisi a ottobre del 2013 con due esecuzioni a distanza di 72 ore. Benfante, 55 anni, di origini siciliane, era stato condannato all'ergastolo con isolamento diurno per tre anni, pena resa definitiva dalla Cassazione ad aprile dello scorso anno. Da allora, più volte aveva manifestato segni di insofferenza dietro le sbarre del carcere di Vigevano dove si trovava rinchiuso, e più volte secondo quanto risulta al Giorno aveva tentato il suicidio. In un'occasione avrebbe cercato di incendiare una cella e, in un'altra, di aggredire un detenuto. Fatti culminati una decina di giorni fa nell'ennesimo tentativo di togliersi la vita stringendosi attorno al collo la maglia che indossava per impiccarsi.

Ma è caduto sbattendo violentemente la testa ed è stato trasportato in gravi condizioni all'ospedale di Vigevano: è deceduto ieri, dopo 11 giorni di agonia. Dure le parole del suo avvocato, Ermanno Gorpia: "Se un detenuto tenta il suicidio più volte ed è in isolamento, occorre piantonarlo. Benfante aveva già tentato più volte il suicidio ed era stato ricoverato in Psichiatria, ma la situazione è stata sottovalutata.

È stato fatto uno sbaglio enorme: chi è deputato alla custodia di soggetti, per quanto criminali possano essere, dovrebbe salvaguardarne la vita". Benfante, malato di Parkinson, era reduce da un'operazione non andata a buon fine: gli era stato installato un microchip nel tentativo di migliorare le sue condizioni, ma aveva contratto un'infezione. E gli era stata negata la scarcerazione chiesta in virtù del suo stato di salute. Benfante era stato arrestato l'1 dicembre 2013, a poco più di un mese dagli omicidi commessi il 27 ottobre, quando con due proiettili calibro 38 freddò Emanuele Tatone (sfrattato quella stessa estate da una casa popolare e malato gravemente) e Paolo Simone (pure lui malato, ucciso perché lo stava accompagnando) e il 30 ottobre, quando toccò a Pasquale, fratello di Emanuele, crivellato fuori da una pizzeria con un fucile calibro 12. Le indagini portarono a Benfante, con precedenti per tentato omicidio e traffico di droga, che allora era appena uscito dal carcere e in affidamento in prova ai servizi sociali. Incastrato da immagini delle telecamere, tabulati telefonici e testimonianze. Il movente? Contrasti con la famiglia Tatone, legati all'egemonia sullo spaccio a Quarto Oggiaro.

 
Napoli: la morte in carcere di Claudio Volte, tra dubbi e incertezze PDF Stampa
Condividi

di Oscar De Simone

 

Il Mattino, 18 luglio 2019

 

I familiari: "Vogliamo giustizia". Sono ancora in attesa di risposte i familiari di Claudio Volpe, morto nel carcere di Poggioreale all'età di 34 anni. Il decesso lo scorso 10 febbraio, avvenuto dopo tre giorni di febbre alta, non ha mai convinto i parenti che da subito decisero di approfondire la vicenda. Nessuna indicazione però, sarebbe venuta dall'inchiesta dalla Procura di Napoli e dai risultati dell'autopsia. Cinque mesi di silenzio in cui ai dubbi si alterna lo sconforto.

"Non sappiamo che fare e a chi rivolgerci", dichiara la sorella di Claudio, Santina. "Ogni volta che il nostro avvocato va in tribunale gli vengono date risposte differenti rispetto ai risultati degli esami. A questo punto vogliamo vederci chiaro perché è assurdo morire con la febbre alta. Solo grazie ai suoi compagni di cella sappiamo qualcosa e cosa sia successo poco prima della morte". Proprio in quelle ultime ore di vita - secondo il racconto di chi era con lui in cella - Claudio avrebbe accusato una forte stanchezza. Un affaticamento che non gli avrebbe consentito neanche di lavarsi. "Per questo motivo - continua Santina - mio fratello si sarebbe messo in branda chiedendo di essere svegliato dopo poco. Ma così non è stato. È stato trovato direttamente morto e nessuno sa cosa sia accaduto. Adesso siamo disperati e insieme al nostro legale stiamo cercando tutte le risposte. Non ci fermeremo perché abbiamo ancora tanti dubbi e vogliamo essere certi di quello che è successo".

 
Cosenza: detenuti in sciopero della fame PDF Stampa
Condividi

di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 18 luglio 2019

 

Protesta per avere i documenti necessari ad accedere ai benefici. Dal 25 giugno alcuni detenuti della sezione di alta sicurezza del carcere di Cosenza hanno iniziato lo sciopero della fame perché ci sarebbe stata la mancata chiusura della relazione di sintesi da parte dell'area rieducativa, documenti che dovevano essere redatte già da diversi mesi, e in assenza delle quali è impossibile poter accedere ai benefici penitenziari. A renderlo noto è l'associazione calabrese Yairaiha Onlus, la quale ha ricevuto la lettera da parte di un detenuto in sciopero della fame.

"Da oggi, 25 giugno siamo in sciopero della fame per la chiusura della sintesi da parte dell'area educativa. Io sono ammissibile ai permessi già da febbraio 2019 - ha sottolineato - e siamo in 10 con reati comuni, tutti nella stessa situazione, e non ci viene chiusa la sintesi né ci vengono riconosciuti i permessi". Il detenuto ha annunciato che porteranno avanti lo sciopero della fame fino a che non gli verrà fatta la sintesi. "Siamo persone non animali - scrive ancora nella lettera rivolta a Yairaiha Onlus. Non chiediamo delle grazie ma una seconda possibilità per una vita normale. Qui non abbiamo nessuna possibilità di essere reinseriti. Io ho solo una madre di 74 anni che vive con la pensione e ne spende metà per venire fino a qua".

Queste, in realtà, sono problematiche già emerse durante l'ispezione che fece lo scorso aprile l'on. Anna Laura Orrico del Movimento 5 Stelle con un esponente dell'associazione Yairaiha Onlus, ed erano state segnalate nell'interrogazione del 29 maggio scorso che la stessa ha presentato al ministro della Giustizia e che, ad oggi, non ha ricevuto ancora alcuna risposta. Oltre al mancato accesso ai benefici e ai ritardi delle risposte da parte della magistratura di sorveglianza, la parlamentare ha evidenziato numerose criticità strutturali e gestionali che, ad avviso dell'interrogante, "non possono che rendere pressoché solo afflittiva, e non rieducativa, la funzione della pena, nonché estremamente difficoltoso il lavoro del personale in servizio che segnala, fra l'altro, un sottodimensionamento dell'organico".

Al momento della visita, secondo l'onorevole Orrico, il carcere "versava in una grave condizione di sovraffollamento, considerata la presenza di 262 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 218 posti letto suddivisi nel modo seguente: 102 in AS3, 117 in media sicurezza, 3 semiliberi e 37 al padiglione ex femminile". Poi c'è il discorso dell'area sanitaria dell'istituto di pena, che sempre secondo l'interrogante "presenterebbe notevoli carenze quanto all'assistenza dei detenuti in merito a numerose patologie, anche gravi; l'acqua corrente sarebbe disponibile solo in alcune fasce orarie, mentre per quanto concerne i generi alimentari ammessi e il prezzo del sopravvitto, sono state segnalate notevoli difformità".

Alcune strutture riservate alla socialità, alle attività ricreative e lavorative, secondo la parlamentare "non sono agibili, in tal modo determinando una permanenza dei detenuti in cella per 22 ore giornaliere". Inoltre risulterebbero "scarse le possibilità di reinserimento effettivo dei detenuti, soprattutto quanto all'inserimento lavorativo, ad eccezione del lavoro intramurario turnato".

 
Avellino: "in carcere il tema della salute è centrale, l'Asl se ne faccia carico" PDF Stampa
Condividi

finok.eu, 18 luglio 2019

 

L'appello del Garante per i diritti dei detenuti. Le questioni messe in luce nella lettera dei detenuti all'interno della Casa Circondariale "Antimo Graziano" di Bellizzi erano note al Garante Provinciale per i Diritti, Carlo Mele, che le ha più volte segnalate. Da due anni il Tribunale di Sorveglianza convoca in maniera costante un tavolo specifico con i dirigenti dell'Asl e i direttori sanitari dei quattro istituti in provincia di Avellino (Ariano - Sant'Angelo - Bellizzi e Lauro che ospita detenute madri) e la direzione delle Case Circondariali, sul tema della salute in carcere che risulta essere una assoluta priorità.

Prima di tutto comprendere le condizioni di chi vive la pena detentiva e poi cercare di valutare in che modo può essere assicurato un servizio, purtroppo sia ben lontani dall'applicare questo metodo. Ce lo conferma Carlo Mele che è stato a Bellizzi qualche giorno fa per svolgere il suo ruolo di Garante: "I Magistrati sono interessati a passare la pratica in Procura. Capisco che la necessità dell'Asl sia assicurare i servizi ai detenuti con lo stesso criterio che assegna i servizi ai cittadini, però c'è una differenza sostanziale: i cittadini possono anche andare a curarsi altrove, i detenuti no. Ci sono ritardi nelle visite, nella somministrazione dei farmaci, non c'è uno psichiatra per il carcere che garantisca una continuità.

A questo si aggiungono i disagi delle famiglie nel raggiungere Sant'Angelo o Ariano, visto che la maggior parte dei detenuti non è residente in provincia, sono giovani e spesso si ritrovano da soli. In più parte degli istituti ha dei problemi strutturali, alcune sezioni sono molto vecchie, fatiscenti. C'è ancora la questione del sovraffollamento, Bellizzi ha cento detenuti in più di quelli che potrebbe mantenere, il personale è sotto organico e poi la mancanza di acqua, sottolineata all'Alto Calore, perché non si tratta semplicemente di assicurare che ci sia, ma occuparsi delle cisterne che sono obsolete. Ad Ariano ad esempio non arriva l'acqua in infermeria e si va avanti con le bottiglie, le cisterne erano state costruite per strutture che all'inizio avrebbero dovuto ospitare 150 e 300 detenuti, oggi sono raddoppiati, serve una manutenzione per evitare che l'acqua si disperda".

Le mancanze segnalate dai detenuti sono anche altre, riguardano i percorsi educativi e sociali, nonché l'assenza degli operatori che dovrebbero aiutare nei corsi di formazione e nei laboratori del reparto dinamico trattamentale: "Anche su questo punto siamo intervenuti, l'educatore è spesso soltanto uno, sempre diverso, ce ne vorrebbero almeno cinque. La questione trattamentale deve essere seguita con attenzione, ci sono detenuti definiti incompatibili con il regime carcerario ma sono ancora in carcere. E qui decide la giustizia ed entriamo ancora in un altro problema, quello dell'assenza di difesa.

Gli avvocati d'ufficio la maggior parte delle volte non si vedono, appongono una firma senza nemmeno conoscere il detenuto e sono io come Garante con i miei collaboratori a fare consulenza legale, a spiegare come uscire dai meandri della giustizia e dalle lungaggini della burocrazia. Queste persone sono in carcere e non c'è chi ne ha cura su molti livelli, se parliamo di un luogo in cui è necessario fare trattamento, recupero e riabilitazione, bisogna svolgere queste attività per evitare che sia solo un luogo di segregazione, lo impongono le leggi che noi non siamo in grado di rispettare, perciò l'Europa bastona continuamente l'Italia".

Complessità molteplici, fratture nel sistema che sembrano insanabili: "In carcere bisogna andare e starci un po' di tempo per riuscire a rendersi conto di cosa significhi. Quando si invoca il carcere a vita non si ha idea di quello che si afferma, il carcere quello che ha lo restituisce. La pena finisce ad un certo punto, se non è stato fatto un percorso di reinserimento allora il carcere non è servito".

Da dove si parte dunque per garantire i diritti e migliorare in maniera sostanziale lo stato delle cose nelle carceri della nostra provincia? Carlo Mele non ha dubbi: "È il tema della salute ad essere centrale, quello dell'Asl è un presidio, il dipartimento locale deve considerare il carcere nella sua programmazione. Questa bagarre tra l'Asl e le direzioni delle strutture non aiuta, genera il malcontento degli uni rispetto agli altri. Per dire, lo psichiatra deve sapere che un intero giorno della sua settimana lavorativa sarà dedicato ai detenuti, a Bellizzi sono garantite soltanto 18 ore a settimana per 600 detenuti, perché la carcerazione in sé procura malattia mentale, causa sconforto.

I detenuti hanno necessità di parlare, piangono appena hanno la possibilità di sfogarsi con qualcuno. Abbiamo pensato alle cartelle cliniche informatizzate per far si che la farmacia fosse fornita rispetto alle necessità dei detenuti. C'è bisogno di più educatori e assistenti sociali, stiamo pensando - come ufficio del Garante - di proporre quest'attività di consulenza legale insieme alla Camera Penale e all'Ordine degli Avvocati, di implementare il sostegno ai detenuti col supporto di psicologi. Oggi purtroppo è tutto considerato in maniera superficiale, per questo c'è tanta rabbia da parte dei detenuti che si rivalgono sul personale penitenziario con cui, per forza di cose, non si riesce ad instaurare una buona relazione, un rapporto di comunicazione e collaborazione".

 
Bergamo: la direttrice del carcere "una palazzina per i detenuti in semilibertà" PDF Stampa
Condividi

di Maddalena Berbenni

 

Corriere della Sera, 18 luglio 2019

 

Non fosse abbastanza chiara la strada imboccata in via Gleno, ci sono i rinforzi a evidenziarla una volta di più. Undici agenti di Polizia penitenziaria sono stati destinati al carcere di Bergamo, notizia attesa e ufficializzata ieri, con la direttrice Teresa Mazzotta senza nemmeno un dubbio sugli obiettivi di questo potenziamento: "Dopo il primo periodo di inserimento - dichiara - i nuovi agenti verranno impiegati subito nell'ambito delle attività formative e di avviamento al lavoro dei detenuti".

La parola d'ordine è: misure alternative. Adesso e in futuro. "Vorremmo destinare una palazzina attualmente vuota, che si trova nell'intercinta ma fuori dal muro perimetrale, a chi accede alle misure alternative, detenuti in semi libertà o ammessi al lavoro esterno". I primi, oggi, sono una ventina, 13 gli altri. "Ci siamo detti: perché non utilizzare un edificio che già esiste? È stato eseguito un primo sopralluogo da parte dei tecnici, che ora dovranno stendere un progetto, io spero realizzabile nel 2020 - spiega Mazzotta. Potrebbe accogliere fino a 40 detenuti, che in questo modo lascerebbero liberi altri spazi".

Ha un senso, per almeno due ragioni. Da una parte per il cronico problema del sovraffollamento: 550 persone (ma il numero oscilla) su 321 posti disponibili. E poi per i 380 detenuti in esecuzione pena. Tanti, soprattutto per una casa circondariale che dovrebbe accogliere solo chi è in attesa di sentenza definitiva. "Intendiamo puntare sulle misure alternative e sul reinserimento sociale anche per questo", puntualizza Mazzotta, arrivata da Milano a giugno 2018, nel pieno dello scandalo che ha travolto il suo predecessore Antonino Porcino, e nominata a tutti gli effetti a febbraio.

Gli undici agenti - dieci uomini e una donna - giureranno a fine mese e saranno operativi a partire da agosto. Rientrano nel piano di mobilità predisposto dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria in base alle esigenze evidenziate dalle carceri di tutta Italia e hanno appena terminato il 175esimo corso. Quantitativamente vanno a rimpiazzare gli undici colleghi che il Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria regionale ha distaccato per motivi di incompatibilità ambientale dopo le perquisizioni di inizio aprile: sono sotto indagine per spaccio e corruzione, ultimo filone dell'inchiesta partita dagli ex vertici.

"Siamo estremamente contenti di questi nuovi arrivi - riprende la direttrice - perché speriamo vadano in continuità con gli obiettivi che ci siamo posti anche attraverso la serie di relazioni con il territorio che stiamo rinsaldando. Sono ragazzi appena formati, che hanno bene chiaro che oltre a sicurezza e ordine, bisogna prevedere un intervento trattamentale".

A proposito di fare rete con il territorio, la direttrice prevede l'attivazione, in autunno, di altri corsi dopo l'ultimo per parrucchiere e "nail art", esperte in manicure. "Abbiamo preso contatti con imprenditori del settore della lavorazione della gomma, del caseario e delle pulizie".

Con la palazzina per le misure alternative potrebbero arrivare altre forze. "L'ideale sarebbe arrivare a una ventina di agenti in tutto - calcola la direttrice. Undici ci sono stati assegnati ora ed è un grande risultato, contiamo di ottenerne altri sette, otto con i futuri corsi. Lavoreremo perché ci possa essere una valutazione ulteriore delle assegnazioni".

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

 

06

 

06


 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it