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In carcere tra impegno e rinascita, nel segno dell'umanità PDF Stampa
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di Davide Dionisi


vaticannews.va, 18 gennaio 2020

 

A Roma, nei giorni scorsi, l'incontro tra il ministro della Giustizia Bonafede e l'Ispettore generale dei cappellani, don Grimaldi. Al centro del colloquio le condizioni di chi vive in carcere, tema da sempre trattato ne "I Cellanti", trasmissione di Radio Vaticana. L'esperienza dell'associazione "Sulleregole" e la storia di Pietro.

"Solo umanizzando questi luoghi di solitudine e di sofferenza, si può aiutare chi è privato momentaneamente della libertà personale, ad un vero recupero della persona": così don Raffaele Grimaldi, Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, dopo il colloquio con il Guardasigilli Alfonso Bonafede nella sede dell'Ispettorato in via delle Mantellate a Roma. "Gli istituti di pena, che per molti vengono intesi solo come luoghi di emarginazione e luoghi per custodire la sicurezza della società, possono divenire - afferma don Grimaldi - una vera e propria provocazione, uno stimolo, una sfida a far nascere e ad interrogarci affinché il nostro mondo sia più misericordioso e più attento alle persone".

Non chiudere tra le sbarre la speranza - Accoglienza, recupero, mai puntare il dito contro chi ha sbagliato ma spalancare il cuore offrendo amore e misericordia: sono queste le strade per una vera trasformazione della persona, secondo don Raffaele.

Per il ministro Bonafede è molto importante il ruolo dei cappellani nel percorso di rieducazione perché svolgono un lavoro che è nell'interesse della collettività. Attraverso di loro, infatti, i detenuti scoprono la possibilità di cambiare, imparano la legalità "non come dovere ma come amore per le regole e come segno di rispetto nei confronti degli altri".

Colombo: insegnare ai detenuti il rispetto delle regole - Volto noto dell'inchiesta "Mani Pulite" che portò alla luce il giro di tangenti nella politica e nell'imprenditoria, il magistrato Gherardo Colombo ha fondato nel 2010 l'Associazione "Sulleregole", che si dedica alla riflessione pubblica sulla giustizia e nell'educazione alla legalità. Ogni anno incontra circa 250 mila studenti in tutta Italia e proprio per tale attività ha ricevuto il Premio nazionale "Cultura della Pace 2008". "È molto importante con i detenuti - spiega Colombo - avere una relazione nella quale ci si riconosce reciprocamente. La prima cosa è far vedere che le regole si possono rispettare e il rispetto delle regole è vantaggioso soprattutto in carcere. È un passaggio fondamentale".

"La mia visione del carcere è cambiata" - Nel racconto Gherardo Colombo ripercorre la sua esperienza con i detenuti. "Un conto - sottolinea - è vedere un carcere e un conto è riconoscere le persone che ci sono dentro". L'ex magistrato ricorda di aver sempre messo in primo piano la dignità degli imputati e le loro garanzie soprattutto quando subivano un trattamento pesante come la prigione. "Ad oggi - racconta - non sono riuscito a dare una risposta a tanti interrogativi che mi hanno accompagnato in questi anni. Io non riesco a trovare il principio per cui si toglie un padre al proprio figlio piccolo, spedendolo in prigione, perché ha commesso una rapina. Dov'è il principio che rende giusto il fatto di togliere il padre al bambino? Ho vissuto sempre con questi interrogativi, pur tenendo conto delle esigenze di sicurezza per i cittadini ed il rispetto delle vittime. Ho fatto però un percorso che ha compreso letture e persone e attraverso questo devo dire che la mia ottica è cambiata veramente tanto. Adesso penso che il carcere non solo sia inutile ma anche dannoso".

La storia di Pietro: bisogna solo guardare avanti - Consigliere di Confcooperative Roma, imprenditore nel campo della movimentazione delle merci nel porto di Gioia Tauro poi l'accusa di associazione mafiosa, l'arresto e la condanna a 11 anni di reclusione. È la storia di Pietro D'Ardes che dal carcere però rinasce a nuova vita. "Ero un imprenditore a livello europeo, sono rimasto coinvolto in una vicenda giudiziaria che ha comportato sequestri, confische e condanne. In carcere ho condiviso momenti con persone che mai avrei pensato di frequentare - racconta Pietro - e mai avrei pensato di vivere l'esperienza del carcere di massima sicurezza".

Ma lì tra le sbarre, Pietro pensa al suo futuro e non si arrende. "Mi sono messo a studiare, mi sono iscritto a Giurisprudenza e in tre anni e mezzo sono riuscito a conseguire il titolo accademico, dando un senso a questo mio percorso. Quando poi sono uscito dal carcere, con qualche risparmio che mi aveva lasciato mia madre, ho messo su uno studio legale ed ho iniziato il praticantato. Ho intenzione di fare l'avvocato. Oggi - spiega - non sono più l'imprenditore di un tempo quando mi sentivo come un capitano di vascello o un generale, oggi voglio continuare il percorso iniziato dentro il carcere ma che ha preso il via con la condanna e sta continuando fuori di lì fino, possiamo dire così, alla guarigione. Di fatto il condannato, per me, è come un malato che si deve curare e deve fare una convalescenza".

Nel carcere si vede la vita che non si può più toccare - Pietro non nasconde i momenti difficili vissuti in prigione. "Ho assistito anche a dei suicidi, sono stati anni molto duri, ci sono stati dei momenti di grande sconforto, di desolazione e devastazione. Il carcere è una delle prove più forti che ci siano, per me, è una prova più dura anche della malattia. Mentre un malato è rassegnato, in carcere una persona è sempre vigile con la mente, però si trova in un mondo parallelo. È dentro le mura di un istituto penitenziario ma fuori - sottolinea Pietro - la vita continua ed è come se vedesse quella vita che non può più toccare. In quel momento è come parcheggiato". "Una persona che è stata in carcere - insiste - porterà sempre quella cicatrice, ma è necessario trasformarla in qualcosa di positivo, per dare una testimonianza, aiutare gli altri e far capire che comunque nella vita non si può tornare indietro. Il carcere va vissuto in una certa maniera con dignità. Bisogna sapere accettare, rispettare le persone che fanno parte dell'istituto penitenziario, scontare la propria pena e in questo frangente capire gli errori. Io personalmente - conclude Pietro - ho deciso di studiare la giurisprudenza per il mio futuro ma anche per capire il perché della mia condanna e quindi ho voluto andare a fondo perché si può solo andare avanti e non si può più tornare indietro".

 
Prescrizione, Forza Italia rilancia: il 27 alla Camera sarà guerra PDF Stampa
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di Aldo Torchiaro


Il Riformista, 18 gennaio 2020

 

La commissione Giustizia della Camera ha condannato la prescrizione, ma il provvedimento torna in aula per una votazione plenaria il 27 gennaio. Ancora a caldo rispetto all'esito delle regionali, con qualche speranza che l'emorragia del M5s e le riflessioni in casa Dem possano cambiare gli equilibri. Questo il wishful thinking che circolava ieri al convegno garantista "L'omicidio della ragionevole durata del processo".

In omaggio alla canzone di Gino Paoli, ieri Forza Italia ha riunito un panel di esperti per denunciare "la drammatica controriforma" del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Una battaglia che Forza Italia intende giocare sino alla fine, a sostegno della proposta di legge promossa da Enrico Costa, bocciata ieri in Commissione: "Ieri - attacca la capogruppo azzurra alla Camera, Mariastella Gelmini - abbiamo perso ma è solo il primo tempo, certamente non tutta la partita che non è assolutamente finita: faremo di tutto in vista del 27 quando la legge Costa arriva in Aula. Ora speriamo che non passi questo grave vulnus alla nostra civiltà giuridica".

Durissima anche la capogruppo azzurra al Senato, Anna Maria Bernini, secondo cui questa riforma è "un atto di inciviltà giuridica da parte di due avvocati, Conte e Bonafede. Aderire a questa riforma - aggiunge - vuol dire sposare in pieno la filosofia di Davigo, massimo esponente di questo giacobinismo arrembante, il quale continua a ripetere che nel processo la difesa ha fin troppe garanzie". A provare a fermare la riforma Bonafede è stato il deputato Enrico Costa, la cui Pdl è stata affossata due giorni fa in commissione Giustizia.

È lui, al convegno, a parlare di un "Pd imbarazzatissimo, ha parlato di "ergastolo processuale", di "fine pena mai", di "incostituzionalità", ma poi si sono rimangiati tutto sulla base del lodo Conte, che significa distinguere i condannati in primo grado dagli assolti in primo grado, una palese violazione della Costituzione. Il 48 % delle sentenze di primo grado sono appellate, in tutto o in parte. Significa che l'appello è una fase di controllo fondamentale, ma loro l'appello vogliono cancellarlo".

Gli fa eco il senatore della Lega Andrea Ostellari, presidente della commissione Giustizia a Palazzo Madama, che non si tira indietro: "Insieme collaboreremo a stendere delle proposte di legge che consentano di evitare processi infiniti e garantiscano il diritto alla difesa degli italiani". La parola passa alla difesa, il battagliero avvocato Giandomenico Caiazza, presidente dell'Unione Camere penali. "Saremo in piazza davanti a Montecitorio con tutti gli avvocati, il giorno del voto", annuncia. Il timore è che la mannaia dei giacobini non si fermi qui. "Adesso aboliranno anche l'appello", paventa Caiazza. "Perché la competenza tecnica di chi spiega il valore della prescrizione non conta più nulla. Interessa solo dare la sensazione di una lotta contro i poteri forti, mentre sono 120.000 i processi in Italia interessati ogni anno dalla prescrizione".

Presenti all'iniziativa anche Francesco Paolo Sisto, capogruppo azzurro in commissione Affari Costituzionali, Carlo Nordio, già procuratore aggiunto a Venezia, il senatore di Forza Italia Niccolò Ghedini, Edoardo Bianchi, vicepresidente Ance, Marcella Panucci, direttore generale Confindustria, Alessio Falconio, direttore di Radio Radicale. Il premier Conte da Algeri fa sapere: "Offriremo a tutte le forze politiche quindi anche a Italia Viva una riforma complessiva".

 
La rivolta delle toghe contro la proposta delle sanzioni per i più inefficienti PDF Stampa
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di Giovanni M. Jacobazzi


Il Dubbio, 18 gennaio 2020

 

I magistrati contro la proposta del ministro Bonafede. Tutte le correnti compatte: "la lentezza dei processi non è certo determinata dalla pigrizia dei magistrati".

Prima di "minacciare ipotesi di responsabilità disciplinare a carico dei magistrati qualora i tempi imposti per legge non vengano rispettati", il governo dovrebbe varare un serio piano di investimenti nel settore della giustizia.

È stato sufficiente che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ventilasse la possibilità di "sanzionare" i magistrati che sforino i tempi di fase del dibattimento, previsti nella riforma del "processo breve", per ricompattare le correnti dell'Anm. Da Area a Magistratura indipendente, il gruppo moderato delle toghe, è un coro unanime di critiche.

"La lentezza dei processi non è certo determinata dalla pigrizia dei magistrati; all'opposto, nel quadro normativo attuale, deve a loro essere riconosciuto il merito della residua, per quanto insufficiente, funzionalità della giustizia penale. Al fine di renderla più rapida sono necessarie risorse umane e materiali ben maggiori di quelle attuali e di quelle che il ministro Buonafede ha in animo di integrare". Scrive in una nota il ordinamento di Area.

"La magistratura italiana rappresenta un esempio di produttività nel panorama comparato dei sistemi giudiziari europei e non accetta di diventare, in ragione di una mediazione politica". La replica della segreteria nazionale di Mi.

Per far "digerire" alle altre componenti della maggioranza lo stop della prescrizione, Bonafede ha giocato la carta delle sanzioni alle toghe "lumaca". Solo prevedendo delle "pene" per i ritardatari sarebbe possibile evitare che i fascicoli restino per anni negli armadi, il ragionamento dalle parti di via Arenula. Ma, come si è visto, le toghe hanno già fatto capire che sarà alquanto improbabile che una simile riforma veda la luce. Da dove partire, allora? La risposta la forniscono sempre le toghe: Sono necessarie riforme strutturali del codice processuale".

 
Via libera del governo all'uso del taser per tutte le forze dell'ordine PDF Stampa
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di Francesco Grignetti

 

La Stampa, 18 gennaio 2020

 

La "pistola elettronica" è classificata come arma di ordinanza. I Sindacati: "In caso di lesioni gravi o mortali l'operatore è responsabile penalmente". Ottantanove casi di utilizzo registrati dal 5 settembre 2018 a oggi: per 30 volte la pistola ha "sparato" impulsi elettrici attraverso i due dardi, per il resto è stato sufficiente brandirla per ottenere la deterrenza.

Finita la sperimentazione, è stato autorizzato in via definitiva l'uso della pistola elettronica, il cosiddetto taser, per le forze di polizia anche in Italia. Il consiglio dei ministri ha dato il via libera ieri al regolamento che disciplinerà l'uso della pistola elettronica. Ma c'è un ma. Pure se a impulsi elettrici, il taser resta una pistola.

E infatti è classificato come "arma di ordinanza". Come tale, Amnesty International avverte che non è affatto inoffensiva. Il Garante per i diritti dei detenuti, Mauro Palma, è altrettanto perplesso e ne ritiene "giustificato" l'uso solo in un ambito limitatissimo di casi. Anche i sindacati dei poliziotti nutrono dubbi. Non sulla pistola elettrica in sé, perché riconoscono che è un ottimo deterrente per i malintenzionati, e che protegge i poliziotti o i carabinieri quando sono alle prese con energumeni, peggio se armati di coltelli, ma per le possibili conseguenze civili e penali su chi lo utilizza.

Dicono i sindacati: sicuramente meglio gli impulsi elettrici dell'arma di ordinanza, che deve restare un'estrema risorsa. "Questo strumento consentirà, senza il contatto fisico con i violenti, di bloccarli evitando che le loro azioni possano produrre pregiudizio o danni alla sicurezza dei cittadini. Il Siulp lo richiedeva da anni proprio per queste ragioni e anche per l'escalation delle aggressioni delle donne e degli uomini in uniforme, che ormai si registrano ogni 4 ore", afferma ad esempio il segretario generale del Siulp, Felice Romano.

Il problema nasce dalle possibili ricadute sull'agente o sul carabiniere che ne facciano uso. Già, perché in Italia l'operatore deve vedersela con la magistratura, qualora ecceda nell'uso della forza. E il regolamento stabilisce che il suo impiego "dovrà sempre avvenire nel rispetto delle necessarie cautele per la salute e l'incolumità pubblica e secondo principi di precauzione condivisi con il ministero della Salute".

Qui però salta su il Silp-Cgil: "Si tenga davvero conto di due diritti inalienabili che vanno bilanciati: la sicurezza dell'operatore di polizia e quella del cittadino", dice Daniele Tissone, segretario generale del sindacato. "In particolare occorre un parere vincolante del ministero della Salute e soprattutto un protocollo operativo che dica con chiarezza come e quando usare la pistola elettrica. Un parere che non ci è mai stato fornito nonostante l'avessimo richiesto".

Il nodo è il pericolo per chi viene colpito dalle scariche elettriche. Si consideri che nelle linee-guida ministeriali, c'è un'avvertenza: non usare con un cardiopatico, con una donne incinta, se il soggetto può farsi male cadendo.

Il Silp teme la fregatura. "Nel nostro ordinamento giuridico, che ci piaccia o meno, la responsabilità penale è sempre personale e nessuno può garantire che non ci siano conseguenze per l'operatore di polizia se dovessero verificarsi lesioni gravi o mortali a causa dell'utilizzo della pistola elettrica. Stare realmente e concretamente dalla parte dei poliziotti significa anche questo, non cedere alla facile demagogia che rischia solo di danneggiare l'operatore in divisa".

Sulla stessa falsariga il sindacato Coisp: "I limiti troppo stringenti - ragiona Domenico Pianese - rischiano di trasformare questa novità in un boomerang. Le linee guida prevedono l'obbligo di considerare la "visibile condizione di vulnerabilità" e i rischi "associati" alla caduta della persona. Valutazioni complesse, difficili se non impossibili nelle situazioni di particolare rischio e concitazione, quando tutto avviene in tempi brevissimi.

Il rischio è che i poliziotti vengano esposti a richieste di indennizzo da parte dei soggetti colpiti per eventuali lesioni. E questo è inaccettabile". Entusiasta invece è Matteo Salvini, che ha voluto fortissimamente la sperimentazione e si considera il padrino del taser in Italia. I leghisti sono anzi polemici contro il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che non ha dato la pistola elettrica alla polizia penitenziaria.

 
"La criminalità foggiana imita la 'ndrangheta" PDF Stampa
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di Gianmario Leone


Il Manifesto, 18 gennaio 2020

 

L'allarme della Dia. La relazione: "C'è la consapevolezza di una mafia che punisce chi si ribella". L'invio di un contingente straordinario di forze di polizia nella provincia di Foggia e, dal 15 febbraio, l'attivazione nel capoluogo dauno di una sezione operativa della Dia con venti unità. È la risposta dello Stato all'escalation di episodi che dall'inizio dell'anno ha visto ben dieci attentati a danno di imprenditori e commercianti.

Una situazione che oramai appare ogni giorno più grave e che è stata descritta con dovizia di particolari dalla stessa Dia nella relazione semestrale al Parlamento. Nella provincia di Foggia "il forte legame dei gruppi criminali con il territorio, i rapporti familistici di gran parte dei clan foggiani e la massiccia presenza di armi ed esplosivi favoriscono un contesto ambientale omertoso e violento" si legge. "L'assoggettamento del tessuto socio-economico, quando non è direttamente connesso agli atti intimidatori perpetrati dalle cosche, è il risultato della diffusa consapevolezza che la mafia di quella provincia è spietata e punisce pesantemente chi si ribella".

Secondo la relazione "la mafia foggiana vuole assumere nuovi assetti organizzativi, più consolidati e fondati su strategie condivise, emulando in tal modo, anche in ottica espansionistica, la 'ndrangheta", nonostante "la peculiare eterogeneità della mafia foggiana, suddivisa nelle tre distinte articolazioni della società foggiana, della mafia garganica e della malavita cerignolana".

Il tutto grazie al fatto che anche in provincia di Foggia si sta consolidando "un'area grigia, punto di incontro tra mafiosi, imprenditori, liberi professionisti e apparati della Pa". Una vera e propria 'terra di mezzo' dove "affari leciti e illeciti tendono a incontrarsi, fino a confondersi". Lo scioglimento dei Consigli comunali di Monte Sant'Angelo e Mattinata, nonché quelli di Manfredonia e Cerignola avvenuti nel mese di ottobre 2019, sono per la Dia "indicativi di questa opera di contaminazione".

Nella città di Foggia continuano le dinamiche di rimodulazione tra le tre batterie della società foggiana. Attraverso il "rapporto federativo" tra le tre batterie dei Pellegrino-Moretti-Lanza per la conduzione di affari particolarmente rilevanti, tra cui la gestione di una cassa comune ed il controllo condiviso delle estorsioni. Lo scenario criminale del Gargano continua invece ad essere contraddistinto da una forte instabilità sulla quale incide in modo determinante la cruenta contrapposizione tra i clan Romito e Li Bergolis, clan dediti al traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni, rapine ai portavalori e riciclaggio di denaro di provenienza illecita in attività commerciali.

In questo clima però, c'è gran parte della comunità che non vuole soccombere e continua a ribellarsi. Lo dimostrano le oltre 20 mila persone scese in piazza la scorsa settimana alla mobilitazione #foggialiberafoggia promossa da Libera per rispondere alla violenza mafiosa dopo l'escalation registrata in questi primi giorni del 2020.

E soprattutto la grande partecipazione di ieri al Comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica convocato dal prefetto Raffaele Grassi e aperto alla cittadinanza. Oltre 500 partecipanti e più di 10.000 spettatori in streaming hanno aderito all'iniziativa, promossa dal commissario straordinario del governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura Anna Paola Porzio.

Si tratta di un evento a sostegno della comunità che conclude una serie di attività, avviate dal prefetto di Foggia e dal commissario antiracket, a dimostrazione della vicinanza dello Stato agli abitanti del capoluogo pugliese e allo scopo di spingere alla denuncia chi è oggetto di attenzioni da parte della criminalità organizzata. "La presenza delle forze di polizia sul territorio - ha dichiarato il prefetto Porzio - è senza dubbio importante, ma è altrettanto importante che ci sia una riscossa sociale che coinvolga la società civile".

 
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