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Revoca del carcere duro a Cutolo, l'udienza il 2 ottobre: "Qualcosa funziona ancora" PDF Stampa
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di Ciro Cuozzo


Il Riformista, 14 agosto 2020

 

L'udienza di reclamo per la revoca del 41bis a Raffaele Cutolo è stata fissata il prossimo 2 ottobre innanzi al Tribunale di Sorveglianza di Roma. Dopo la denuncia del Riformista, che nei giorni scorsi ha sottolineato i dieci mesi di attesa trascorsi dal reclamo presentato dall'avvocato Gaetano Aufiero, difensore dell'ex boss della Nuova Camorra Organizzata (che in galera ha scontato, fino ad ora 57 dei suoi quasi 80 anni), dopo il decreto di proroga del carcere duro emesso dal ministero della Giustizia lo scorso 11 settembre 2019.

A un anno esatto dal primo reclamo inviato da Aufiero, è arrivata finalmente la risposta dei magistrati del tribunale di Sorveglianza capitolino. Autorizzato anche l'ingresso di uno psichiatra di parte mentre è stato rigettato quello relativo a un secondo medico, un geriatra di Parma, indicato dallo stesso legale. "Vedo comunque il bicchiere mezzo pieno anche se non ho capito il perché del rifiuto" commenta Aufiero che aggiunge: "Grazie all'intervento del vostro giornale e ai documenti dell'Unione Camere Penali, sia nazionale che di Napoli e Avellino, dove sono iscritto, qualcosa si è finalmente mosso e all'antivigilia di ferragosto il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma ha risposto dopo le numerose istanze inviate (anche per conoscenza al Csm e al ministero della Giustizia). Ero quasi diventato uno stalker" spiega Aufiero.

"Non credo alle coincidenze e ribadisco che quando si crea un movimento rappresentato da voi media e dalle nostre associazioni di categoria, un magistrato serio, anche se appisolato, non può non fare nulla. Questo significa che qualcosa funziona ancora". Anche la data scelta (2 ottobre) per discutere il reclamo non è una coincidenza per Aufiero: "È la festa degli angeli custodi, speriamo che quel giorno sia la festa degli angeli della giustizia".

Le condizioni di cutolo - L'ex boss è ricoverato in ospedale a Parma da diverse settimane a causa di un quadro clinico compromesso in seguito a diverse patologie che si porta dietro da decenni. "Insieme allo psichiatra napoletano da me indicato, andrò a verificare se quello che ha scritto la direzione sanitaria del carcere di Parma 20 giorni fa (Cutolo "è orientato nel tempo e nello spazio, è perfettamente presente a sé stesso) corrisponde con gli attuali sintomi inconfutabili di demenza senili, confermato anche dal primario del reparto". Sarà lo psichiatra a verificare a quando risale la forma di demenza. Cutolo intanto è allettato e non può avere contatti fisici nemmeno con la moglie. "Quando è andata a trovarlo in ospedale sono stati messi tra loro suppellettili per evitare che la donna lo accarezzasse o gli prendesse la mano. Tutto questo - commenta Aufiero - è inumano. Lei non sa manco se lo rivedrà vivo la prossima volta".

Lo scorso 7 agosto Immacolata Iacone si è ritrovata davanti una persona con la mente quasi completamente offuscata: ha confuso la donna con la propria cognata, moglie di suo fratello, deceduta 8 anni fa; ha affermato di aver sposato la propria moglie ad Ottaviano, laddove invece le nozze furono celebrate presso il Carcere dell'Asinara; non ricordava che il fratello di sua moglie fosse stato ucciso. "Cosa c'entra il 41bis con tutto questo? La stessa cosa è stata fatta qualche anno fa con Provenzano. Era un vegetale ma negarono ai suoi familiari di salutarlo con affetto prima che morisse".

 
La giustizia italiana bocciata dall'Europa: processi-lumaca in una giungla di norme PDF Stampa
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di Viviana Lanza


Il Riformista, 14 agosto 2020

 

Anche l'Europa bacchetta l'Italia per i risultati del suo sistema giudiziario. Il tema dei processi troppo numerosi e troppo lunghi è un argomento che ha una doppia rilevanza, non solo locale ma anche europea. Il nostro Paese è al ventiduesimo posto nell'Unione europea per numero di giudici ogni 100mila abitanti ed è anche tra i Paesi con il maggior numero di avvocati (se ne contano quattro ogni mille abitanti). Tanti giudici, tanti avvocati, quindi. Ma anche tante norme, circa 13mila tra i settori della giustizia penale, civile, amministrativa e tributaria. Una selva normativa, un surplus di leggi e regolamenti e decreti e normative nati troppo spesso più sull'onda dell'emergenza del momento che in un'ottica di sistema. Ed ecco che negli ultimi tempi è diventata attuale e diffusa l'esigenza di una inversione di rotta, di una riforma organica della giustizia, di un approccio diverso.

Lo dice anche l'Europa. Nel più recente quadro di valutazione Ue della giustizia, l'Italia non esce bene dal confronto con gli altri Stati membri sui temi della efficienza, della qualità e dell'indipendenza dei sistemi giudiziari. Eppure l'Italia è la patria del diritto, terra di cultura e tradizioni. Ma non basta più. Secondo l'Europa, il nostro Paese deve migliorare l'efficienza della giustizia e il funzionamento della pubblica amministrazione. Troppe leggi, troppi processi, procedure troppo lunghe, una scarsa capacità amministrativa e un basso livello di digitalizzazione: eccoli, secondo il quadro di valutazione Ue della giustizia 2020, i motivi delle inefficienze del nostro sistema giudiziario.

Ed ecco, di riflesso, i motivi per cui in Italia, e in particolare nel Mezzogiorno, si fa fatica a rilanciare l'economia e a sostenere progetti imprenditoriali. È la stessa Commissione europea a sottolineare, nel report che dal 2013 è uno degli strumenti con cui si monitorano Stato di diritto e riforme degli Stati membri, come un sistema giudiziario efficiente sia alla base di una economia capace di attirare imprenditori e investimenti. Anche il Riformista lo ha più volte ribadito raccontando la cronaca dei fatti e raccogliendo le riflessioni di autorevoli giuristi ed esponenti del mondo accademico. L'incertezza e la varietà delle decisioni giurisprudenziali, unite ai lunghi tempi dei processi, impediscono la crescita dimensionale delle imprese e rendono più difficili le condizioni di finanziamento per tutti, consumatori e imprese, incidendo negativamente anche sulle opere pubbliche.

In Europa l'Italia è 18esima per numero di cause in generale, e 19esima per durata stimata dei procedimenti collocandosi tra i Paesi con i tempi più lunghi. Questo dato si incrocia con quello dei processi pendenti, che è altissimo e dà la misura di quanti casi sono ancora sospesi in attesa di una risposta da parte della giustizia. Tutto questo incide anche in termini di costi. In Italia la giustizia costa nonostante il nostro sia un Paese con una forma di gratuito patrocinio che copre le spese legali, ma solo per le persone con un reddito che supera di poco più del 10 per cento la soglia di povertà. La recente emergenza-Covid, inoltre, ha fatto scoprire a ciascun tribunale italiano l'importanza della digitalizzazione ma i risultati come le dotazioni informatiche del nostro sistema giustizia sono ancora lontani dagli standard europei e i nostri tribunali sono solo 15esimi in Europa. Di qui l'esigenza di investire di più nella giustizia: l'Italia è all'11esimo posto nell'Unione europea per risorse finanziarie destinate al comparto giustizia.

 
Nuovo Csm stroncato da Md: "Così diventiamo un esercito di burocrati carrieristi" PDF Stampa
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di Errico Novi


Il Dubbio, 14 agosto 2020

 

Dal gruppo delle toghe "di sinistra" uno spietato documento sulla riforma varata dal governo. Magistratura democratica è un'avanguardia progressista e interna a un'élite. Un unicum ormai: con i partiti politici ridotti a drappelli di agit prop digitali, con una regressione che non risparmia neppure la sinistra, è chiaro che le cosiddette toghe rosse sono merce rara.

Ma è vero pure che delle élite intellettuali, gli associati a Md hanno anche il riflesso condizionato dell'eufemismo. Visibile in un passaggio dell'ampio documento diffuso ieri dal gruppo di magistrati a proposito della riforma del Csm varata una settimana fa in Consiglio dei ministri: "Le ragioni più profonde della crisi disvelata dai fatti di Perugia vanno ricercate nelle gravi deviazioni e regressioni culturali che in questi anni hanno allontanato la magistratura e il suo sistema di governo autonomo dalla fisionomia voluta dal costituente".

Si riferiscono alla gerarchizzazione degli uffici giudiziari, soprattutto delle Procure, che ha indotto il carrierismo e la conseguente compulsività degli intrighi fra correnti, intessuti proprio per soddisfare la sete di carriera propagatasi fra i giudici.

È il passaggio chiave di un vero e proprio decreto di rigetto del ddl. Gran parte delle obiezioni avanzate da Md sono derivate da quella premessa e portano a una conclusione: con una riforma simile rischiamo di impoverire i magistrati italiani in una riserva di burocrati carrieristi e individualisti.

Una botta niente male. Che mette in risalto un effetto collaterale finora taciuto: la burocratizzazione appunto. "Ridurre momenti dell'autogoverno", cioè la discrezionalità del Csm, significa, per il direttivo di Magistratura democratica, ingrigire le toghe. Può darsi. E soprattutto, non è detto che una magistratura più grigia sia davvero "inoffensiva".

Potrebbe essere il contrario: la frustrazione per il ridursi a ceto "funzionariale", per citare l'illuminante aggettivo usato dalle toghe progressiste, potrebbe finire per incattivire giudice e pm. Non si può negare, scrive il gruppo guidato dalla segretaria Mariarosaria Guglielmi e dal presidente Riccardo De Vito, "il valore di alcuni specifici e settoriali interventi, pure sollecitati dalla magistratura associata o che recepiscono soluzioni di buona amministrazione già previste dalla prassi (come l'obbligo di rispettare l'ordine di vacanza dei posti per le decisioni su incarichi direttivi e semidirettivi)".

Neppure si può nascondere, e sarebbe strano se lo facessero dei magistrati di sinistra, "l'impatto di riforme positive e capaci di produrre importanti e duraturi effetti "di sistema" - come quella dell'accesso, con l'attesa abolizione del concorso di II grado che in questi anni ha determinato di fatto una selezione per censo". Ma tutto, per Md, "rischia di essere sminuito nel nuovo assetto ordinamentale e di governo autonomo disegnato dal ddl". Un assetto in cui si rischia di approdare a un plenum chiamato a "funzioni meramente compilative o applicative di criteri, punteggi, parametri e indicatori fissati dalla normativa primaria".

E qui il dibattito si preannuncia vivace, perché la scelta di definire gli incarichi direttivi attraverso norme di legge, e non più circolari interne di Palazzo dei Marescialli, è stata apertamente rivendicata per esempio dal Pd, che ne ha segnalato la capacità di sciogliere i grovigli tecnicistici nei quali allignavano scelte basate sull'appartenenza. Qual è il danno più grave: un Csm mortificato dai troppi automatismi o un plenum così libero di scegliere i criteri per gli incarichi da affidarli direttamente alla compulsione clientelare? Bella domanda.

E però Md ne pone parecchie, interessantissime, che meriterebbero comunque di trovare interlocutori all'altezza in Parlamento, di qui a breve chiamato a esaminare il ddl del guardasigilli Bonafede. Da sinistra, il documento chiede di smorzare quegli impulsi alla "verticizzazione legati a gerarchie interne e a percorsi di carriera ascendente".

Invertire la rotta sarebbe "necessario e possibile solo rivitalizzando l'esempio di una magistratura organizzata su basi egualitarie, inverando il modello costituzionale di un potere giudiziario diffuso e orizzontale". E come si fa? Ci vorrebbe la svolta verso una idea di dirigenza in magistratura come "esperienza diffusa" e "funzione reversibile, attraverso meccanismi di effettiva attuazione del principio di temporaneità".

In questo Md ha una sua radicalità. D'altra parte dalla dialettica con Area - il rassemblement progressista di cui Md fa parte - che pare celarsi tra le righe del documento, sembra farsi sempre più probabile una vera e propria scissione (a sinistra, come nei partiti). Non a caso il documento dell'esecutivo di Md attacca proprio quella riforma per l'elezione dei togati che potrebbe complicare la tentazione del distacco da Area: "La natura puramente individuale delle candidature, in presenza di ineliminabili aggregazioni per idee e visioni, non garantisce che aree culturali di minoranza siano in qualche modo rappresentate".

E ancora, "la previsione delle preferenze multiple si presta a favorire pratiche di scambio e accordi sul voto nei diversi collegi tra i gruppi maggiori, con una riproduzione in forma diversa delle peggiori dinamiche del "correntismo".

Altro colpo durissimo, che sembra convergere con i timori di "desistenze" avanzati, sul fonte moderato, da Magistratura indipendente. Si diceva degli eufemismi. Non riguardano solo la gerarchizzazione. Ce n'è un altro interessante anche dal punto di vista degli avvocati: "Nel sistema riformato, non può escludersi la possibilità di un risultato elettorale che non dia rappresentanza, attraverso gli eletti, alla pluralità delle funzioni, con perdita delle esperienze di cui queste sono espressione".

In altre parole, si condivide il sospetto avanzato dal presidente dell'Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza, secondo cui la prevista rinuncia alla distinzione degli eletti in base alle categorie requirente e giudicante potrebbe "consegnare il Csm nelle mani delle Procure". O comunque sbilanciare in modo clamoroso la composizione di un organo in cui, finora. i togati giudici sono stati il doppio dei pm, giustamente, visto che l'intera magistratura prevede una sproporzione anche più impietosa tra le due funzioni.

La grande onestà con cui Md evita di occultare un simile aspetto non trattiene il direttivo del gruppo dal lamentare le "ulteriori limitazioni poste al passaggio di funzioni giudicanti/ requirenti". Ma per i penalisti, che hanno raccolto 74mila firme per separare le carriere, è vero l'esatto contrario.

Dulcis in fundo, "la previsione della parità di "chance" assicurata per le candidature e l'alternanza per genere delle preferenze non assicurano l'elezione di candidate e, quindi, la risposta ad una questione non più eludibile". Md sembra d'accordo con la presidente dell'Associazione donne magistrato italiane Carla Lendaro, che sul Dubbio di ieri ha a propria volta parlato di riforma insufficiente a garantire la parità di genere.

Ma resta soprattutto quel macigno: "La magistratura riformata secondo il recente ddl rischia di rafforzarsi come corpo burocratico e funzionariale". Un rischio annidato negli automatismi gerarchici, nelle rigidità quantitative delle scelte compiute dal Csm e dai "capi", nel "frazionamento del corpo elettorale per categorie" dovuto alla "previsione di collegi separati". Può darsi che Md ci abbia visto giusto. E qualora si stabilisse che è davvero è così, si dovrà anche capire se un simile approdo sia, per la giurisdizione e dunque per coloro che ne fanno parte, innanzitutto gli avvocati, effettivamente "il bene" rispetto al caso Palamara.

 
La riforma Bonafede è una normalizzazione burocratica PDF Stampa
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Il Manifesto, 14 agosto 2020


Csm. Pubblichiamo un documento di Magistratura Democratica. Una valutazione molto negativa del testo della riforma del Consiglio superiore della Magistratura, appena approvato dal Consiglio dei Ministri.

È molto duro il giudizio che Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe, riserva alla riforma dell'ordinamento giudiziario e del Consiglio superiore della magistratura nel testo appena approvato dal Consiglio dei ministri.

La valutazione ampiamente negativa, ben oltre le perplessità che aveva sollevato Area democratica per la giustizia, il raggruppamento al quale pure Magistratura democratica aderisce, si può leggere in questo documento approvato il 13 agosto dall'esecutivo di Md.

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1. Nelle norme di ordinamento giudiziario deve trovare concreta attuazione il modello di magistratura disegnato dalla Costituzione, non solo indipendente dai poteri esterni, ma libera da condizionamenti e auto-condizionamenti interni.

L'eguaglianza delle funzioni sancita dal terzo comma dell'art. 107 ("i magistrati si distinguono fra loro solo per diversità di funzioni") è il "germe positivo" che la Costituzione ha inoculato nella struttura del sistema giudiziario contro i rischi di verticizzazione legati a gerarchie interne e a percorsi di carriera ascendente, e contro gli effetti indotti di conformismo e di ricerca di consonanza con il potere esterno. Le ragioni più profonde della crisi disvelata dai fatti di Perugia vanno ricercate nelle gravi deviazioni e regressioni culturali che in questi anni hanno allontanato la magistratura e il suo sistema di governo autonomo dalla loro fisionomia voluta dal costituente. Invertire la rotta è necessario e possibile solo rivitalizzando l'esempio di una magistratura organizzata su basi egualitarie, inverando il modello costituzionale di un potere giudiziario diffuso e orizzontale, valorizzando tutte le potenzialità che al CSM sono state conferite nell'interesse della giurisdizione.

2. Non pensiamo che la riforma disegnata dal recente DDL vada in questa direzione. Per molti versi, rischiamo viceversa di allontanarci ulteriormente dal modello culturale da ritrovare, restituendo pari dignità alle funzioni giudiziarie e, a quelle dirigenziali, il significato di un incarico di servizio. Per questo, il giudizio negativo sul risultato complessivo della riforma non è controbilanciabile con il valore di alcuni specifici e settoriali interventi, pure sollecitati dalla magistratura associata, o che recepiscono soluzioni di buona amministrazione già previste dalla prassi (come l'obbligo di rispettare l'ordine di vacanza dei posti per le decisioni su incarichi direttivi e semidirettivi) e indicazioni elaborate dalla normativa secondaria del CSM (come le disposizioni sui progetti organizzativi delle Procure).

Anche l'impatto di riforme positive e capaci di produrre importanti e duraturi effetti "di sistema" - come quella dell'accesso, con l'attesa abolizione del concorso di II grado che in questi anni ha determinato di fatto una selezione per censo - rischia di essere sminuito nel nuovo assetto ordinamentale e di governo autonomo disegnato dal DDL. Nelle disposizioni che riformano la legge elettorale del CSM, riservando l'elezione dei magistrati con funzioni di legittimità ai soli magistrati di Cassazione, si ritrova la visione di un ufficio separato e di "vertice"; si ritorna così alla distinzione della magistratura alta contrapposta a quella bassa; si compromette la visione unitaria della giurisdizione e delle funzioni.

In tale direzione vanno anche le ulteriori limitazioni poste al passaggio di funzioni giudicanti/requirenti e le disposizioni che distinguono il corpo elettorale sulla base della diversità di funzioni esercitate o di uffici di appartenenza (accanto al collegio per la Cassazione, altro collegio elettorale separato è riservato ai magistrati fuori ruolo, dell'ufficio del massimario e del ruolo della Cassazione e della Direzione nazionale antimafia e terrorismo, soluzione che contribuisce a rafforzare la visione di una magistratura non unitaria, e di carriere o uffici portatori di interessi specifici).

3. L'obiettivo di disincentivare il carrierismo si persegue attraverso quello di mettere sotto tutela il CSM, imbrigliandone la discrezionalità e chiudendo gli spazi anche per gli interventi di normativa secondaria (da qui la disciplina dettagliata di parametri e indicatori dell'attitudine direttiva, e la delega al legislatore per individuare il peso che dovranno assumere quelli specifici nella valutazione comparativa).

Pur avendo raccolto alcune proposte emerse dal dibattito associativo (come l'ampliamento del tempo minimo di permanenza nell'incarico direttivo prima del passaggio ad altro ufficio), la scelta più qualificante della riforma, in questo ambito, è costituita del rafforzamento del ruolo dell'anzianità sia come criterio di legittimazione (si innalza per i direttivi il livello di professionalità richiesto), sia come fascia, introdotta con funzione di moralizzazione per delimitare la gamma degli aspiranti legittimati a concorrere (così la relazione introduttiva al DDL). Un deciso passo indietro rispetto alla precedente scelta legislativa di riduzione del peso dell'anzianità e una soluzione che, se scoraggia la corsa agli incarichi e l'attenzione alla programmazione e costruzione di percorsi professionali mirati alla dirigenza, non elimina affatto l'idea di carriera, che a ben vedere si concilia anche con quella dell'avanzamento per anzianità. Una soluzione, quindi, che non segna la svolta in funzione del cambiamento culturale richiesto: quello volto a disegnare una magistratura "senza carriera" e una dirigenza non intesa come corpo separato nella magistratura, fondato su uno status permanente e su percorsi paralleli a quelli giurisdizionali, ma come esperienza diffusa e come funzione reversibile, attraverso meccanismi di effettiva attuazione del principio di temporaneità.

4. Il sistema elettorale prescelto, di tipo maggioritario, non appare idoneo a garantire obiettivi prioritari per la legittimazione e l'autorevolezza del CSM, come la sua rappresentatività in relazione alle diverse opzioni culturali presenti in magistratura (dei gruppi e dei singoli) e la paritaria rappresentanza di genere. La riforma presenta, anzi, numerose criticità che rischiano di enfatizzare i "mali" che si propone di sconfiggere e di innescare ulteriori distorsioni: la natura puramente individuale delle candidature, in presenza di ineliminabili aggregazioni per idee e visioni, non garantisce che aree culturali di minoranza siano in qualche modo rappresentate; la previsione delle preferenze multiple si presta a favorire pratiche di scambio e accordi sul voto nei diversi collegi tra i gruppi maggiori, con una riproduzione in forma diversa delle peggiori dinamiche del "correntismo" indotte dall' attuale legge elettorale, a scapito della rappresentanza delle minoranze e dell'effettivo potere di scelta dell'elettore; la previsione di collegi elettorali separati produce il frazionamento del corpo elettorale per categorie, mentre la Costituzione prevede tale distinzione solo per i magistrati da eleggere (art. 104, quarto comma); d'altra parte, nel sistema riformato, non può escludersi la possibilità di un risultato elettorale che non dia rappresentanza, attraverso gli eletti, alla pluralità delle funzioni, con perdita delle esperienze di cui queste sono espressione.

La previsione della parità di "chance" assicurata per le candidature (almeno cinque in ogni collegio) e l'alternanza per genere delle preferenze non assicurano l'elezione di candidate e, quindi, la risposta ad una questione non più eludibile, che ha a che fare con l'essenza e l'effettività della democrazia, con il pieno sviluppo dei principi dello stato di diritto e della loro sostanza, quali sono i valori del pluralismo, delle differenze e della eguaglianza effettiva fra i generi.

Anche sotto questo profilo la riforma non è in grado di assicurare una composizione del CSM in funzione della sua rappresentatività, autorevolezza e legittimazione rispetto alla composizione della magistratura, che oggi vede una presenza di oltre il 50% di donne. La previsione, sia pure in via residuale, del ricorso al sorteggio per la composizione delle liste completa, anche con forte valenza simbolica, il quadro delle criticità: si introduce per la prima volta nella procedura di composizione di un organo di rilevanza costituzionale un elemento di casualità, che ne svilisce il valore e la funzione.

5. La magistratura riformata secondo il recente DDL rischia di rafforzarsi come corpo burocratico e funzionariale. Alla sua burocratizzazione prelude la previsione di meccanismi che tendono a ridurre momenti dell'autogoverno, che incidono nella costruzione del nostro modello di magistratura (come la selezione per incarichi direttivi e l'accesso alle funzioni di legittimità), a funzioni meramente compilative o applicative di criteri, punteggi, parametri e indicatori fissati dalla normativa primaria.

Il CSM - ha scritto Pino Borrè - è l'istituzione che ha dato senso e realtà all'evoluzione della magistratura: "se la giurisdizione è uno strumento, un istituto di garanzia, il CSM è in qualche modo la garanzia della garanzia, la chiave di volta che rende realistico, possibile, un sistema giudiziario democratico". Nella riforma Bonafede, con pochi tratti di penna, si eliminano queste potenzialità. Il sorteggio dei componenti delle commissioni e il divieto di costituzione dei gruppi riscrivono la fisionomia di una istituzione che viene privata della sua politicità, necessaria per orientare le scelte di amministrazione verso le esigenze della giurisdizione, e della rappresentanza come indispensabile veicolo di idealità, di opzioni politico-culturali diverse, delle varie sensibilità presenti tra i magistrati e, in definitiva, del pluralismo interno alla magistratura. Occorre essere consapevoli delle evoluzioni che si intravedono dietro queste riforme strutturali, di sostanziale cambiamento della fisionomia costituzionale del Consiglio. Neutralizzarne la "politicità", espropriarlo delle prerogative di discrezionalità essenziali per l'esercizio dell'autogoverno, è la premessa per renderlo subalterno alle logiche e al controllo della sfera politica esterna. Trasformare il Consiglio in un organo di amministrazione e di governo del personale è il primo passo verso una ristrutturazione in senso verticistico e burocratico dell'ordine giudiziario e, dunque, verso la perdita del suo assetto funzionale ad una giurisdizione indipendente.

 
Le magistrate: "Cambiate la riforma o la parità al Csm resta un miraggio" PDF Stampa
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di Francesca Spasiano


Il Dubbio, 14 agosto 2020

 

"Viene introdotta una parità di chance, ed è positivo, ma il meccanismo previsto nella riforma del Csm per avere un equilibrio di genere nella componente togata non è in grado di produrre effettive conseguenze sull'esito del voto". A dirlo è Carla Lendaro, presidente dell'Associazione donne magistrate.

La riforma garantisce: nel nuovo Consiglio superiore della Magistratura ci sarà più spazio per le donne. Ma la disciplina che introduce la parità di genere tra i togati resisterà alla prova elettorale?

Per Carla Marina Lendaro, presidente dell'Associazione Donne Magistrate Italiane, quella prevista con il ddl Bonafede è niente più che una "quota di chance". "È stato affermato un principio importante, quello della parità di genere, che è un principio di democrazia - spiega Lendaro. In questo senso, il fatto che sia contenuto in una norma di legge, è una grossa conquista per tutte le donne.

Ma le modifiche introdotte sono inadeguate e insufficienti". La debolezza della norma è presto detta. Approvato lo scorso venerdì dal governo, il disegno di legge che comincerà l'iter parlamentare dopo la sospensione dei lavori, introduce alcune modifiche sostanziali nell'elezione dei consiglieri togati che compongono una parte del Csm: il numero di magistrati scelti da altri magistrati passa a 20, tutti eletti in 19 collegi uninominali dislocati sul territorio nazionale attraverso un sistema maggioritario a doppio turno.

Ma ecco l'altra novità: ogni collegio deve indicare almeno dieci candidati, di cui cinque per ciascun genere. La parità è garantita anche nelle preferenze: al primo turno, ogni magistrato elettore può esprimerne fino a quattro, alternando candidati di genere diverso. Passa il primo turno chi abbia ottenuto almeno il 65% dei voti di preferenza. Se non si raggiunge la maggioranza, si passa al ballottaggio: in corsa restano i quattro candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti, applicando al secondo, al terzo e al quarto posto sulla scheda un "coefficiente di riduzione pari, rispettivamente, a 0,90, 0,80 e 0,70". Insomma, il peso di ogni candidato sulla scheda si alleggerisce dopo il primo posto.

"La previsione della parità di "chance" assicurata per le candidature aggiunge la Presidente dell'Associazione magistrate - e l'alternanza per genere delle quattro preferenze, che è possibile esprimere al "primo turno", così come la seconda preferenza di genere non obbligatoria nell'eventuale "secondo turno", non solo costituiscono meccanismi di non facile applicazione ma, soprattutto, non garantiscono l'elezione di candidate, che ben possono restare soccombenti per ragioni diverse che operano sul piano socio- culturale e dell'organizzazione sociale, inoltre sarà possibile introdurre candidature di facciata a fronte di nomi noti e roboanti del genere opposto, ai più noti per il clamore delle loro inchieste rimbalzate sulla stampa". Dunque, lo strumento che dovrebbe aiutare a superare il problema della "sotto- rappresentanza", fortemente voluto dal Pd, rischia di vanificarsi alla prova della realtà.

Se l'Associazione Donne Magistrate è certa che "nelle audizioni parlamentari verranno fuori anche da parte delle costituzionaliste, delle parlamentari, e dell'avvocatura femminile, suggerimenti per introdurre correttivi sul sistema elettorale", c'è chi storce il naso sulla necessità di introdurre "quote rosa". Il pm Nino di Matteo le considera "un'offesa al valore oggettivo delle donne magistrato.

Alcune (6 sui 16 togati) già meritoriamente nel Csm. Tanto più ora che finalmente le donne iniziano a ricoprire importanti incarichi apicali". È il caso di due donne magistrato che hanno scalato la carriera nelle istituzioni segnando primati storici: Marta Cartabia, presidente della Corte Costituzionale, e Margherita Cassano, nominata di recente Presidente aggiunto della Cassazione. Un risultato, comunque, che non basta a soddisfare la domanda di rappresentanza per chi, come Lendaro, in replica a Di Matteo precisa: "La vera umiliazione non sta nella necessità di usufruire delle quote, ma nei numeri: ad oggi, le magistrate rappresentano il 53,8% del totale, ma nella storia del Csm il 95% di consiglieri eletti sono uomini, a fronte solo del 5% delle consigliere: appena 28 in tutto".

 
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