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Su sedia a rotelle chiede stop al "carcere duro", ma la Cassazione dice no alla richiesta PDF Stampa
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tusciaweb.eu, 11 agosto 2020


Bocciata dalla Cassazione la richiesta di differimento della pena per motivi di salute presentata dal 51enne Vincenzo Salvatore Santapaola, detenuto in regime di 41bis nel carcere di Mammagialla dove sta scontando una condanna a 18 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Santapaola, da quindici anni in carrozzina dopo un incidente in moto, ha anche chiesto di verificare la possibilità di accedere a pratiche di procreazione assistita.

È Vincenzo Salvatore Santapaola, figlio primogenito di Nitto, l'ottantenne padrino di Catania, dove anche Vincenzo è nato, il 2 giugno 1969, e dove è stato condannato in via definitiva a una pena di 18 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso a maggio 2018, con fine pena il 17 settembre 2029. Santapaola è al 41bis dal 2012, in regime di carcere duro in una cella appositamente realizzata per portatori di handicap a Mammagialla, costretto sulla sedia a rotelle a seguito di un incidente in moto nel 2005 e affetto da una forma grave di pancreatite.

Il tribunale di sorveglianza: "Fisioterapia interrotta dal paziente" - La difesa ha presentato ricorso contro l'ordinanza del 12 dicembre 2019 con cui il tribunale di sorveglianza di Roma ha rigettato l'istanza di differimento della pena, disponendo che Santapaola fosse sottoposto a cinque cicli annui di dieci sedute di riabilitazione motoria e pelvico perineale manuale.

"Un quadro clinico composito - si legge nelle motivazioni della sentenza dello scorso 17 luglio - in relazione al quale i periti avevano ritenuto sufficiente, con riferimento agli esiti della frattura, l'espletamento di cinque cicli di fisioterapia manuale ognuno dei quali composto di dieci sedute a cadenza almeno bisettimanale, da eseguire nel corso di un anno, condizionando al fallimento di tale intervento l'eventuale sperimentazione di macchinari o tecniche ulteriori".

"La circostanza che detti interventi non fossero stati eseguiti se non in minima parte (quattro sedute in luogo delle cinquanta ritenute necessarie) era dovuto all'interruzione volontaria degli stessi da parte del paziente. Quanto, poi, alla eziologia dell'ultimo episodio di pancreatite subito da Santapaola nel maggio 2019 e alla questione della crioconservazione spermatica, esse furono ritenute non rilevanti dal collegio ai fini del differimento della pena".

La difesa: "Nessuna risposta sulla procreazione assistita" - Il difensore Francesco Strano Tagliareni, nel ricorso, lamenta, oltre alla "mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione al rigetto dell'istanza di differimento della pena per grave infermità fisica", anche "la mancanza di motivazione in ordine alla richiesta, rimasta senza alcuna risposta, di approfondimenti diagnostici e specialistici al fine di verificare la possibilità per Santapaola di accedere a pratiche di procreazione assistita". L'omessa motivazione sul punto, secondo il legale, inciderebbe sul diritto della persona detenuta a esercitare la funzione riproduttiva.

Le motivazioni della cassazione - Rigettando il ricorso, il collegio osserva che: "L'ordinanza impugnata ha spiegato, in maniera puntuale, che il mancato conseguimento di risultati terapeutici da parte della fisiochinesiterapia manuale era legato alla discontinuità con cui essa era stata somministrata, a sua volta imputabile alla scelta del detenuto di interromperla". Quanto, poi, alla questione della fecondazione assistita: "Si pone in termini del tutto eccentrici rispetto al thema decidendum, non afferendo al piano, qui in rilievo, della grave infermità fisica rilevante ai fini del differimento dell'esecuzione della pena". "Alla luce delle considerazioni che precedono, il ricorso deve quindi essere rigettato, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali". la conclusione.

 
41bis: per l'invio di atti giudiziari al detenuto serve dichiarazione di conformità del difensore PDF Stampa
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di Patrizia Maciocchi


Il Sole 24 Ore, 11 agosto 2020

 

Corte di cassazione - Sezione I - Sentenza 11 agosto 2020 n. 23820. Non viola il diritto di difesa imporre al difensore che invia la copia di un atto giudiziario al suo assistito, sottoposto al 41bis, di fare una dichiarazione di conformità con l'originale. Una "restrizione" che si giustifica per evitare il rischio che il testo venga alterato per veicolare informazioni non consentite.

La Corte di cassazione, con la sentenza 23820, respinge il ricorso di un boss, contro la decisione di "fermare" una sentenza di oltre 1800 pagine che lo riguardava, spedita dal suo difensore, perché priva dell'attestato di conformità. Secondo il legale si era trattato di una violazione del diritto di difesa.

La Cassazione respinge il ricorso. I giudici di legittimità, considerano la "limitazione" in linea con le esigenze di cautela imposte dalla particolare condizione detentiva del ricorrente, pur ricordando che non è espressamente prevista nella circolare del Dap, che non contiene specifiche indicazioni sulla consegna degli atti giudiziari in copia conforme.

Per l'amministrazione certo leggere più di 1800 pagine di sentenza non era agevole, dunque la via è quella dell'attestato di conformità del difensore, da fare attraverso una dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà da apporre in calce all'atto da trasmettere

 
La Cassazione apre alle videochiamate per detenuti al 41bis PDF Stampa
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di Giovanni Negri


Il Sole 24 Ore, 11 agosto 2020

 

Un altro punto a favore del boss Salvatore Madonia nella guerra al 41bis. L'esponente di Cosa Nostra, ora detenuto nel carcere di Sassari, dopo avere ottenuto a luglio dalla Cassazione il riconoscimento del diritto all'informazione quindi alla lettura dei quotidiani, ora si vede riconosciuto sempre dalla Cassazione il diritto a colloqui via video.

La Corte, infatti, con la sentenza n. 23819 della Prima sezione penale, depositata ieri, ha respinto il ricorso del ministero della Giustizia, con il quale si contestava la decisione del tribunale di sorveglianza di Roma che già aveva aperto al diritto ai colloqui da remoto.

Il ministero aveva messo in luce innanzitutto l'assenza di un'espressa disciplina dei video-collegamenti sia per i detenuti in regime ordinario sia per quelli al 41bis; inoltre, metteva in evidenza l'impugnazione, proprio per i detenuti in massima sicurezza la disciplina attuale prevede che i colloqui possono essere svolti soltanto in presenza, in locali attrezzati e comunque con modalità idonea a impedire lo scambio di oggetti.

La Cassazione tuttavia non è stata di questo avviso, ricordando innanzitutto che i colloqui visivi rappresentano un fondamentale diritto del detenuto alla conservazione della vita familiare e al mantenimento di rapporti con i congiunti più stretti.

Diritto che riguarda anche chi è sottoposto a regime di particolare restrizione. Quanto alle modalità, la sentenza ricorda che legge penitenziaria e regolamento di esecuzione prevedono i colloqui in presenza dell'interlocutore oppure per telefono. Però, prosegue la Corte, l'evoluzione tecnologica ha reso possibile l'utilizzo di nuove forme di comunicazione a distanza, con collegamenti audio e video che permettono di riprodurre accanto alla voce anche l'immagine (videochiamate).

Già il regime introdotto nel momento più grave dell'emergenza sanitaria, preso atto dell'impraticabilità dei colloqui in presenza, aveva considerato anche il video uno strumento normale di svolgimento, senza distinzioni tra categorie di detenuti. Ora, la Cassazione, confutando i timori del ministero di ascolti illeciti, ricorda che l'utilizzo della rete intranet dello stesso ministero è in grado di rispondere alle esigenze di sicurezza; di più, l'uso di un'applicazione idonea, peraltro già individuata dalla stessa amministrazione penitenziaria in Skype for business per esempio, permette la registrazione della videochiamata, con la generazione di un file che può essere messo a disposizione della Direzione distrettuale antimafia.

Inoltre la sorveglianza dell'operatore sulla chiamata dovrebbe permettere di interromperne lo svolgimento in caso di comportamenti non consentiti. In un caso poi come quello di Madonia, che lamentava l'impossibilità di potere sentire la moglie, anch'essa allora detenuta, la videochiamata rappresenta l'unica modalità per potere dare attuazione a un diritto altrimenti reso impraticabile per l'impossibilità della modalità in presenza.

 
Piemonte. Il Garante richiama l'attenzione sulle "urgenze agostane nelle carceri" PDF Stampa
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di Bruno Mellano

 

atnews.it, 11 agosto 2020

 

Martedì 4 agosto nel corso di una relazione straordinaria all'Assemblea del Consiglio regionale ho potuto richiamare l'attenzione della Regione Piemonte su alcune situazioni urgenti, meritevoli di approfondimento ma soprattutto di una iniziativa politica ed amministrativa.

La perdurante "non corrispondenza" dei posti di detenzione con il numero dei detenuti presenti nelle carceri italiane si riverbera anche sulle 13 carceri per adulti del Piemonte.

I dati nazionali che, prima dell'inizio della pandemia avevamo raggiunto i 61 mila detenuti, per una capienza ordinaria che era, sulla carta, di 51 mila posti, ma che, sfrondata dei posti non disponibili per ragioni temporanee, scendeva a 47 mila, quindi con una differenza di ben 14 mila posti a livello italiano.

Il 29 febbraio nelle carceri piemontesi vi erano collocati 4.553 detenuti, pari ad un tasso del 121% di sovraffollamento, essendo i posti realmente disponibili - secondo il calcolo fatto dal mio Ufficio - appena 3.783, sottraendo alla capienza i posti non disponibili per ragioni temporanee: si tratta quindi un 770 detenuti in più rispetto ai posti regolamentari.

Pur avendo registrato nelle settimane dell'emergenza Covid una diminuzione dei detenuti presenti nelle carceri piemontesi, il 2 agosto erano comunque presenti 4.202 detenuti e l'Amministrazione penitenziaria ha dichiarato che, nelle 13 carceri del Piemonte, al 3 agosto 248 camere di pernottamento non erano utilizzabili per motivi temporanei legati a lavori di ristrutturazione ordinaria o straordinaria da effettuare, e che a queste celle non utilizzabili corrispondevano ben 510 posti non disponibili, pari alla capienza di un carcere medio-grande.

Le iniziative annunciate anche dagli ultimi Governi hanno rilanciato un piano di interventi sull'edilizia penitenziaria che toccherà anche la Regione Piemonte: è prevista la costruzione di un nuovo padiglione detentivo nell'ambito del carcere di Asti e la trasformazione in struttura penitenziaria di un'ex caserma abbandonata a Casale Monferrato.

Dal gennaio 2016 risulta però da recuperare al pieno utilizzo il carcere di Alba, dove è ancora al punto di partenza un restauro legato al rifacimento dell'impianto idraulico per l'acqua potabile e per il riscaldamento a 5 anni dalla chiusura per epidemia da legionellosi: al momento non si hanno ancora notizie certe nemmeno sull'avviso pubblico per indire la gara d'appalto volta ad assegnare i lavori. Al 3 agosto ad Alba erano 91 camere soggette a lavori e ben 196 posti temporaneamente non disponibili.

Nella Casa Circondariale di Cuneo l'intero padiglione "ex-Giudiziario" è in attesa, da oltre 10 anni, della conclusione di un piano di recupero, ma anche metà del padiglione "Cerialdo" - che ospita il regime del 41bis - attende da anni il suo completo ripristino che ne permetta il riutilizzo funzionale. Al 3 agosto a Cuneo erano 98 camere non utilizzabili e ben 192 posti che risultano temporaneamente non disponibili. Un carcere come quello di Cuneo mezzo vuoto, nonostante sia il più vicino ad un presidio sanitario di livello e che, invece, avrebbe la vocazione per essere il più importante fra i presidi penitenziari piemontesi legati alla sanità.

Negli Istituti riunioni di Alessandria erano le 2 camere non utilizzabili per 10 posti alla Casa Circondariale don Soria e altre 28 camere per 55 posti alla Casa di Reclusione San Michele temporaneamente non disponibili. Nell'istituto di Biella da circa 5 anni è stata attivata una "Casa-Lavoro" per gli internati dopo la fine della pena detentiva e per il loro graduale reinserimento, trattandosi di persone sulle quali c'è ancora una valutazione di pericolosità sociale, ma la collocazione della struttura in una sezione della Casa Circondariale, cioè in un pezzo di carcere dove non c'è né la casa, né il lavoro, ma tantissime difficoltà gestionali e nessuna prospettiva concreta, pone seri dubbi sulla legittimità della situazione in uno dei carceri grandi e problematici del Piemonte. Da anni si è indicata a Roma la soluzione: i 50 posti oggi a Biella saranno suddivisi su Alba ed Alessandria, ma i lavori di manutenzione straordinaria sui due ambiti specifici non sono ancora neanche partiti.

A Vercelli, dopo un balletto burocratico-surreale, si sono confermati i fondi per gli interventi strutturali sul quinto piano del carcere, in una chiave di trattamento e di progettualità scolastico-formative, ma ora si tratta di far partire effettivamente i progetti di recupero. A Verbania invece i fondi per riadattare per l'uso un cortile interno al carcere sono ancora una volta sfumati: ora la ripresentazione di una specifica richiesta alla Cassa delle Ammende è la premessa per la ripartenza del countdown, sperando sia lo volta buona.

Alcune scelte, come quella di un costruire un nuovo padiglione penitenziario ad Asti o la trasformazione di una ex-caserma in struttura penitenziaria a Casale Monferrato oltre al fatto che sarebbe quanto mai opportuna una condivisione, almeno a livello di informativa, con gli enti territoriali, non sembrano essere di imminente realizzazione, mentre il recupero dei soli posti temporaneamente non disponibili ad Alba e a Cuneo corrisponderebbe alla capienza di due padiglioni dell'ultima generazione dell'edilizia penitenziaria.

Non si può, dunque, lasciar passare quest'estate per molti aspetti straordinaria senza avere almeno una prospettiva abbozzata per la risoluzione - in tempi ragionevoli - delle urgenze strutturali delle carceri piemontesi. Poi parleremo anche del trattamento e dell'efficacia dell'esecuzione penale in carcere, ma intanto rendiamo gli spazi più adeguati alle richieste di distanziamento sociale che la pandemia impone.

 
Piemonte. DemoS invita le istituzioni a rinnovare l'impegno per il mondo carcerario PDF Stampa
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demospiemonte.it, 11 agosto 2020


"Al di là della diffusa consapevolezza delle responsabilità e delle difficoltà di gestione dell'Amministrazione Penitenziaria, credo sia doveroso che la Regione Piemonte, con gli Enti locali territoriali, rinnovi l'attenzione sul ruolo che essi hanno per la sanità, il lavoro, la formazione e le politiche sociali all'interno del carcere": è quanto sostiene DemoS-Piemonte attraverso una nota del Coordinamento Regionale. "Sarebbe davvero ingiustificato lasciare da sola l'Amministrazione Penitenziaria a gestire con grande difficoltà momenti di crisi, di sovraffollamento, di pandemia, di violenze tra detenuti e tra agenti e detenuti" aggiunge Democrazia Solidale.

Riferendo sull'emergenza Covid - in base ai dati diffusi dal Garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano - dei circa 300 detenuti riscontrati positivi al Covid-19 nelle 190 carceri italiane, più di un terzo, oltre 110, sono stati riscontrati nelle 13 carceri del Piemonte tra Torino, Saluzzo e la Casa Circondariale Don Soria di Alessandria.

Nello stesso periodo anche operatori di Polizia Penitenziaria, collaboratori amministrativi ed educatori dell'Amministrazione sono risultati positivi e si è registrato un morto fra i medici dell'assistenza penitenziaria piemontese. Tra le maggiori criticità, sottolinea DemoS, permangono quelle legate al sovraffollamento: al 3 agosto nelle tredici carceri per adulti del Piemonte erano presenti 4.202 detenuti su una capienza effettiva di 3.783 posti, con un sovraffollamento pari al 111%. La situazione è ancora più grave se si considera che, per il mancato recupero e restauro degli ambienti, le carceri piemontesi potrebbero disporre complessivamente di ben 510 posti in più.

In particolare DemoS si sul trattamento dei detenuti malati psichici e sull'assenza nei reparti femminili della parte dedicata agli studi universitari: "ma più in generale è necessario fare di più sul trattamento sanitario". Per DemoS "la soluzione al sovraffollamento non è tanto costruire nuove carceri quanto utilizzare le misure alternative già esistenti, lasciando il carcere come extrema ratio".

 
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