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Migranti. Lamorgese in Libia per fermare le partenze dei barconi PDF Stampa
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di Carlo Lania


Il Manifesto, 20 aprile 2021

 

In programma un vertice in Italia con esponenti libici e le agenzie Onu sui diritti umani. Con un occhio al prossimo decreto missioni. L'impegno a organizzare a Roma un incontro tra esponenti del governo libico e le agenzie dell'Onu, Unhcr e Oim, che si occupano di rifugiati e migranti. Ma anche le (ormai) consuete pressioni perché Tripoli eserciti maggiori controlli sulle sue frontiere meridionali dalle quali passano decine di migliaia di migranti, e lungo le coste per arginare le partenze dei barconi. In cambio, l'impegno dell'Italia a sostenere progetti di collaborazione allo sviluppo coinvolgendo anche l'Unione europea.

Nonostante le trasferte già avvenute del premier Mario Draghi e del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, al Viminale preferiscono ancora considerare il viaggio compiuto ieri in Libia dalla ministra Luciana Lamorgese come un "primo approccio", l'avvio di una collaborazione tra Italia e il nuovo governo di unità nazionale guidato al premier Abdlamid Dabaiba che ieri la ministra ha incontrato insieme al presidente del Consiglio presidenziale dello Stato Mohames Younis Ahmed al-Menfi e al ministro dell'Interno Khaled Tijani Mazen. La missione libica ha però anche una forte valenza politica interna, specie dopo che gli apprezzamenti rivolti da Draghi alla Libia per i "salvataggi" compiuti dalla cosiddetta Guardia costiera libica, hanno di nuovo riaperto la questione della sistematica violazione dei diritti umani nel Paese nordafricano.

Per questo Lamorgese è tornata a chiedere una risposta alle osservazioni presentate a luglio dello scorso anno da Roma al Memorandum Italia-Libia con le quali si sollecitava un maggior coinvolgimento proprio di Unhcr e Oim nel controllare le condizioni di vita dei migranti nei centri di detenzione libici, condizioni che saranno anche oggetto del futuro vertice romano. Ottenere rassicurazioni in tal senso, è quindi importante per il governo in vista dell'imminente discussione in parlamento del decreto missioni per provare a disinnescare possibili contestazioni a un nuovo finanziamento alla Marina libica tra le forze della maggioranza che sostiene Draghi. E poco importa se analoghe rassicurazioni erano state fornite anche nel 2020 dal precedente esecutivo guidato a Fayez al-Sarraj senza che nel frattempo nulla sia cambiato.

Il viaggio di ieri è stato preceduto da una telefonata tra Lamorgese e Mazen ed avviene in un momento in cui in Libia l'Italia deve ritrovare il suo spazio. Oltre alla Turchia e alla Russia, che si dividono il Paese, il mese scorso la Francia ha riaperto la sua ambasciata e Macron, insieme alla promessa di finanziamenti per la formazione della polizia di frontiera cerca, per ora senza successo, di assumere il controllo della frontiera con il Niger per arginare i flussi dei migranti ed eventuali infiltrazioni da parte di terroristi. L'Unione europea, invece, si prepara a inviare entro la fine di aprile un proprio ambasciatore a Tripoli. In questo scenario ci sono i dati dell'agenzia europea Frontex che segnalano come il numero dei migranti che a marzo hanno attraversato il Mediterraneo centrale sia quadruplicato (1.800) rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, quando la pandemia era appena cominciata. Numeri che fanno temere al Viminale un'impennata degli arrivi non appena le condizioni del tempo lo permetteranno.

Intervenire nella gestione di questi flussi per Roma diventa quindi fondamentale, anche se la questione migranti più che nelle mani del governo libico è in quelle della Turchia che nella base navale di al Khums, recentemente ricostruita, addestra da mesi la Guardia costiera di Tripoli. Ieri comunque, per non smentirsi, in serata il ministero dell'Interno libico ha ricordato come Mazen abbia tra l'altro chiesto a Lamorgese corsi di formazione per "l'aviazione della polizia, la sicurezza costiera e altri corsi specialistici nel campo della lotta all'immigrazione illegale".

Lamorgese si è impegnata ad alleggerire la pressione in Libia ricominciando a organizzare corridoi umanitari verso l'Italia. Tecnicamente più che corridoi, come spiega l'Unhcr, si tratta di evacuazioni umanitarie dei soggetti più vulnerabili - persone malate, donne sole o incinta, minori e famiglie - e per quanto importanti, finora si tratta ancora di numeri limitati: dal 2017 al 12 settembre 2019 ne sono stati effettuati in tutto appena otto (sei direttamente dalla Libia all'Italia e due passando dal Niger), che hanno permesso il trasferimento in Italia di 913 persone.

 
Il calvario di Sabrina Prioli che l'Italia preferisce ignorare PDF Stampa
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di Luca Attanasio


Il Domani, 20 aprile 2021

 

Nel 2016, quando era cooperante in Sud Sudan, è stata violentata e torturata da un gruppo di militari. Sopravvissuta miracolosamente è stata costretta a combattere da sola la sua battaglia umana e legale. Sabrina Prioli è una lottatrice. A incontrarla oggi, non si conoscesse la sua terribile storia di violenze ripetutamente subite in Sud Sudan mentre era lì come cooperante, resterebbe solo l'impressione di una donna profondamente radicata nelle sue convinzioni umanitarie e determinata a raggiungere obiettivi per sé e per gli altri e riprendersi la vita. Nel lungo percorso di riabilitazione di sé, però, non le è toccato solo affrontare i fantasmi dello stupro, la tortura, la sensazione di essere a un passo dalla morte. Ha dovuto anche fare i conti con la solitudine e l'abbandono da parte di tutte le istituzioni che si sarebbero dovute occupare di lei. A cominciare da quelle italiane.

L'arrivo a Juba - Dopo un lungo periodo in Sud America, Sabrina, impiegata dalla ong americana Usaid come esperta di pianificazione di progetti, è stata inviata a Juba, la capitale del Sud Sudan. Il paese più giovane del mondo - indipendente dal Sudan dal 2011 dopo una lunga lotta che univa a cause economiche motivi etnico-religiosi (la maggioranza è cristiana a differenza del Sudan a netta prevalenza islamica) - è entrato da subito in una spirale di violenza che ne ha fatto, a partire dal 2013, una delle peggiori emergenze umanitarie del pianeta assieme a Siria e Congo: su una popolazione di poco più di 11 milioni di abitanti, sono circa 4,5 milioni i profughi esterni e interni e 8 milioni gli individui in emergenza alimentare. Secondo l'Unhcr, 3 bambini su 4 non frequentano la scuola: il tasso più alto al mondo.

Ovviamente al drammatico bilancio vanno aggiunte decine di migliaia di morti e molti più feriti. Sabrina si è trovata a Juba in uno dei momenti di maggiore recrudescenza della guerra civile, l'estate del 2016. Per garantire la sua sicurezza e quella dei suoi colleghi, viene fatta alloggiare al compound Terrain, certificato "sicuro" dal dipartimento di Sicurezza dell'Onu, lo stesso che ha dichiarato safe la strada, percorsa dall'ambasciatore Luca Attanasio in Congo il 22 febbraio scorso, dove è stato ucciso.

L'attacco - L'8 luglio sono iniziati gli scontri tra le forze governative Spla e le forze di opposizione Spla/io e attorno al compound si udivano rumori di mitragliatrici, mortai e granate. Gli operatori si sono rifugiati all'interno dell'unico edificio in cemento armato e sono rimasti lì per diversi giorni senza che nessuno della missione Onu (Unmiss) né dalle ambasciate, si interessasse di loro: questo sebbene gli operatori umanitari comunichino costantemente con gli uffici Onu e delle Ong di riferimento oltre che con le rispettive ambasciate, inclusa la nostra ad Addis Abeba (non c'è in Sud Sudan, ndr).

Poi, dopo 3 giorni di lockdown senza risposte, l'inevitabile orrore. "L'11 luglio i soldati si sono introdotti nell'ala del compound in cui eravamo asserragliati. Subito hanno sparato e hanno ucciso un giornalista sud sudanese, gambizzato un collega americano e si sono dedicati a violentare le donne presenti". Sabrina è stata stuprata da cinque soldati sotto minaccia di mitra, percossa ferocemente, torturata e quasi soffocata con una bomboletta di Ddt.

Ma l'agonia non è finita qui. "Nel pomeriggio dell'11 la National Security ha liberato gli ostaggi ma io e altre due colleghe siamo state inspiegabilmente abbandonate lì per altre 16 ore, accanto al cadavere martoriato del giornalista a cui avevano sparato in testa". In questo lasso di tempo Sabrina è vittima di altri due stupri e torture. La mattina dopo trova un cellulare per puro caso e riesce a chiamare la sicurezza di Usaid che finalmente invia effettivi dell'esercito a evacuare le cooperanti. "Con tutta probabilità i nostri liberatori sono gli stessi che avevano attaccato il compound".

Istituzioni latitanti - Archiviato un capitolo drammatico della propria vita, però, Sabrina deve aprirne un altro fatto di ulteriori umiliazioni e caratterizzato da una gravissima latitanza da parte della ong per cui lavorava, dell'Onu e, soprattutto, dell'Italia. "Il 12 luglio sono stata evacuata dal Sud Sudan attraverso un aereo americano. Ho ricevuto le prime cure in Kenya e sono tornata in Italia facendo il viaggio da sola, sotto shock e ferita. Al rientro non sono stata ricevuta da nessuno e non mi è stato dato alcun appoggio medico né legale. Ho sporto denuncia alla procura della Repubblica ma il caso è stato archiviato. Fino a novembre 2020 quando per la prima volta, dopo infinite richieste, la Farnesina mi ha contattata e ha deciso di inviare note verbali al governo del Sud Sudan (ma l'iniziativa, per mancanza di un sostegno convinto da parte di Roma, non ha prodotto alcun risultato significativo, nemmeno una risposta da Juba, ndr). Non sono mai stata ricevuta, neanche ascoltata". In un incredibile precipitare degli eventi, il caso di Sabrina Prioli assume tinte grottesche per quanto attiene alle risposte attese e mai ottenute.

Il 6 settembre 2018, la corte marziale sudsudanese ha condannato due soldati all'ergastolo, altri otto a pene dai 7 ai 14 anni di carcere. Ad assicurarsi un risarcimento, però, è stata solo la società inglese proprietaria del compound che ha ottenuto 2,5 milioni di dollari. Alle vittime, un ridicolo rimborso spese di 4mila dollari. Alla beffa si è aggiunto l'oltraggio: non è possibile fare appello, perché fonti ufficiali sudsudanesi dichiarano che il file del processo è andato "perduto".

Se si eccettua l'appoggio logistico fornito dall'ambasciata italiana di Addis Abeba a Sabrina in transito verso Juba nell'agosto del 2017 per testimoniare al processo (unica vittima presente), l'Italia è totalmente assente. Non c'era durante l'attacco e dopo non c'era ad assicurare i costi sanitari, legali, neanche a pagare le spese di viaggio del drammatico ritorno della Prioli sul luogo del delitto. Oltre che moralmente è del tutto inadempiente in termini giuridici agli articoli della Convenzione di Istanbul e della Convenzione contro la tortura che ha ratificato.

Tornare a lottare - Inascoltata, abusata ripetutamente nel fisico e nella psiche, annichilita dalle violenze e dall'indifferenza, finita in un gorgo da cui sembra impossibile riaffiorare in superficie, Sabrina, per quanto sia difficile crederlo, è riemersa. La sua lotta, dopo un lungo periodo di psicoterapia, è ripresa e a incontrarla oggi si ha la sensazione di essere di fronte a una solida roccia. In Italia per il suo caso, sono state presentate due interrogazioni parlamentari, una nel 2018 e una nel febbraio scorso.

"Ora sono life-coach e aiuto tantissime donne ad affrontare le violenze di cui sono state oggetto e a trovare in sé la forza di ripartire. Ho combattuto sempre da sola, sono vittima di stupro e di tortura non posso accettare il silenzio delle istituzioni. Sono una cittadina italiana, ho testimoniato con coraggio in una corte marziale in Sud Sudan, merito di essere ascoltata e sostenuta nella mia lotta non solo per i miei diritti ma per quelli di tutte noi donne vittime di violenza".

 

 

 
Turchia. Condanna futurista per Hydayet Karaca: 2.500 anni di prigione PDF Stampa
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di Alessandro Fioroni


Il Dubbio, 20 aprile 2021

 

Il giornalista accusato di appartenere alla rete di Gulen che avrebbe organizzato il golpe del 2016. "Sto scrivendo questa lettera da una cella di prigione, cercando di raggiungere il mondo libero.... Sono vittima di una caccia alle streghe che è stata condotta sui media liberi, indipendenti e critici in Turchia perché il governo sempre più autoritario non ama le critiche e l'esposizione di gravi illeciti all'interno delle agenzie governative".

Solo un brano di una lettera scritta dal giornalista turco Hydayet Karaca nel 2015 dalla prigione di Silivri. La missiva arrivava dopo un anno di carcerazione a seguito di un'incriminazione per attività terroristica. Karaca è stato l'amministratore delegato del gruppo editoriale televisivo, ormai disciolto, Samanyolu Media Group, la porta della cella per lui si è aperta con l'accusa di appartenere a un'organizzazione armata vicina al movimento Gülen (il nemico numero 1 di Erdogan) nonché di aver diffamato il gruppo islamico radicale Tahsiyeciler sospettato di vicinanze con al-Qaeda.

La corte comminò 31 anni di reclusione a Karaca che in realtà venne portato in prigione insieme ad altri collaboratori e giornalisti della testata poi successivamente liberati. Tra le accuse rientrava quella di aver trasmesso una soap opera dove sarebbe stato preso di mira un esponente del gruppo islamico religioso. Solo un pretesto per vedersi piombare addosso 6 mesi di carcere e l'inizio di quella che è una vera e propria persecuzione con addebiti ben più gravi. Il calvario infatti non è finito perché ora l'apparato giudiziario, completamente asservito ad Erdogan, si accanisce ancora Karaca in maniera ancora più parossistica. Giovedì scorso, Jailed Journos, una piattaforma online che si occupa dei giornalisti incarcerati in Turchia, ha reso noto che i pubblici ministeri chiedono per Karaca la condanna monstre a 2445 anni di detenzione.

Questa volta al giornalista vengono contestati 76 capi d'imputazione che sarebbero relativi ad uno scandalo per alcune partite di calcio truccate emerso nel 2011. Il 2 luglio 2012 un tribunale appositamente autorizzato ha condannato e condannato il presidente della squadra del Fenerbahçe Yildirim a sei anni e tre mesi. Il vicepresidente Mosturoglu a un anno 10 mesi e 10 giorni. Il caso è stato ripresentato nel 2015 e il tribunale ha assolto tutte le persone accusate all'inizio delle indagini in attesa del pronunciamento della Corte suprema d'appello.

Una vicenda che sembra non avere nessun riferimento con le precedenti accuse a Karaca ma che rientra nella guerra iniziata fin dal 2013 da Erdogan contro la stampa libera e la lotta senza quartiere contro il movimento Gulen ritenuto responsabile del fallito "golpe" del 2016. In realtà la liberazione solo pochi giorni fa di Mehemet Altan aveva fatto sperare in un'attenuazione della furia repressiva insieme agli annunciati provvedimenti di riforma del sistema giudiziario. Uno specchietto per le allodole evidentemente viste le nuove richieste contro Karaca. Soprattutto perché per il giornalista è difficilissimo potersi difendere. Nel 2018 un ennesimo atto di accusa per cospirazione ha procurato all'ex capo del network televisivo un nuovo ergastolo, nell'inchiesta erano finiti anche gli ex capi dell'intelligence della polizia Ali Fuat Yilmazer ed Erol Demirhan. I due vennero incarcerati a seguito di indagini sulla corruzione alla fine del 2013 che coinvolgevano il governo Erdogan, allora primo ministro.

Si parlava di crimini come intercettazioni illegali fino al coinvolgimento nell'omicidio del giornalista turco- armeno Hrant Dink. Proprio la televisione Samanyolu aveva scoperchiato lo scandalo mettendo in luce le responsabilità del premier. Si pensa dunque che l'accanimento giudiziario possa essere ricondotto ad una vendetta personale di Erdogan e al tentativo di eliminare personaggi scomodi per il suo potere, soprattutto se capaci di influenzare il gfrande pubblico come i giornalisti. Ma non solo Karaca è stato seppellito sotto una montagna di anni di una reclusione "futuristica" (sarà un uomo libero nel... 4467!), perché anche gli avvocati e alcuni giudici che avevano tentato di impedire le condanne durante questi anni sono stati arrestati e condannati in modo sommario.

Nel 2016 Karaca scriveva queste parole: "Mi sto difendendo in circostanze molto difficili. Alcuni dei miei avvocati se ne sono andati, alcuni sono stati arrestati. Non sono nemmeno riuscito a trovare un avvocato che scrivesse una petizione per me". Difficile che avessero potuto farlo come dimostra il caso di un legale costretto a testimoniare contro il suo cliente per avere la pena ridotta da 10 anni a cinque.

 
Stati Uniti. Caso Floyd, timori di scontri dopo il verdetto: Biden valuta discorso alla nazione PDF Stampa
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di Laura Zangarini


Corriere della Sera, 20 aprile 2021

 

A Minneapolis giurati riuniti per il verdetto al processo contro Derek Chauvin, l'ex ufficiale di polizia che ha usato il ginocchio per inchiodare a terra l'afroamericano per più di nove minuti lo scorso 25 maggio. Tre settimane di audizioni, 46 testimoni, tra cui una bambina, e la continua riproposizione delle ultime immagini da vivo di George Floyd, l'afroamericano di 46 anni, morto a Minneapolis, in Minnesota, il 25 maggio 2020, nel corso dell'arresto da parte della polizia. Ora l'America aspetta il verdetto con il fiato sospeso. Sul banco degli imputati l'ex poliziotto Derek Chauvin, 44 anni, che deve rispondere di tre capi di imputazione: omicidio di secondo grado, omicidio di terzo grado e omicidio preterintenzionale. Nell'ultima giornata di dibattimento, l'accusa, portata avanti dal procuratore Steve Schleicher, ha concentrato la requisitoria su quegli interminabili 9 minuti e 29 secondi in cui l'agente ha tenuto il suo ginocchio premuto sul collo di Floyd, steso per terra, a faccia in giù, le mani bloccate dietro la schiena con le manette.

I giurati dovranno decidere se queste tre settimane di processo hanno stabilito che il poliziotto avesse o no la consapevolezza di uccidere Floyd. Secondo l'accusa, sì. Secondo la difesa, no. Tra omicidio preterintenzionale e omicidio per "negligenza del rispetto per la vita", i giurati dovranno prendere una posizione. Quando la annunceranno? Potrebbero volerci ore o giorni. L'attesa per la sentenza è molto alta. Minneapolis è blindata. A decine, fuori dal Tribunale, aspettano la sentenza. Le famiglie di Floyd e di Daunte Wright, ucciso "per errore" l'11 aprile, a 20 anni, dall'agente di polizia Kim Potter, convinta di aver estratto il taser - la pistola che rilascia scariche elettriche - e non la pistola, hanno tenuto una veglia di preghiere. Da più parti sono arrivati appelli a lasciare da parte la violenza. C'è il timore che, in caso di assoluzione, possano scoppiare incidenti non solo a Minneapolis ma in altre città degli Stati Uniti.

A New York il dipartimento di polizia ha preparato un piano straordinario di intervento; Chicago e Washington si preparano a schierare la Guardia Nazionale; Minneapolis è già blindata. Joe Biden sta valutando la possibilità di un discorso alla nazione, secondo quanto riportano i media americani citando alcune fonti. La Casa Bianca, attraverso la portavoce Jen Psaki, ha preso in considerazione che "possa esserci spazio per proteste pacifiche", come se nell'aria ci fosse la sensazione che i dodici giurati potrebbero assolvere Chauvin. In un caso o nell'altro, la sentenza creerà tensioni. L'America è in attesa. Il giudice Peter Cahill, nel congedare i giurati, li ha invitati a decidere "senza pensare alle conseguenze del loro verdetto".

"Le sue ultime parole - ha detto il procuratore - sono state "per favore, non respiro". Floyd non stava facendo del male a nessuno, non voleva fare male a nessuno. Questo - ha aggiunto - non è un processo alla polizia, è il processo a un imputato. E per la buona polizia non c'è niente di peggio di una cattiva polizia". Il legale di Chauvin, Eric Nelson, ha sostenuto come "la mossa del ginocchio non fosse non autorizzata", nonostante molti poliziotti e addestratori, chiamati a testimoniare, abbiano detto il contrario.

L'avvocato ha puntato sulla dipendenza di Floyd dagli oppioidi, legando la morte a una cattiva condizione dei polmoni, già logorati dalla droga. I dodici giurati, di cui quattro afroamericani, si sono ritirati in camera di consiglio: devono raggiungere l'unanimità su un verdetto: colpevole o innocente. Ogni capo di imputazione verrà giudicato singolarmente. Chauvin può essere condannato, o assolto, per uno, due o tutti e tre i reati. Rischia da un minimo di dieci anni a un massimo di settanta che, nel suo caso, equivarrebbe a un ergastolo.

 

 
Cina. L'Europa continuerà a tacere sul genocidio degli uiguri? PDF Stampa
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di Pasquale Annicchino e Knox Thames


Il Domani, 20 aprile 2021

 

Le democrazie occidentali sono chiamate a prendere posizione sulla sconcertante repressione in atto nello Xinjiang contro la minoranza musulmana. Stati Uniti, Canada, Paesi Bassi e altri hanno già segnalato in varie forme la disponibilità a qualificare quello che sta succedendo come un genocidio, ma altri paesi sono orientati a cedere alle pressioni economiche della Cina.

La guerra della Cina contro i suoi cittadini musulmani uiguri continua a intensificarsi. Gli abusi sono sconcertanti. Eppure, non è certo se i principali stati europei definiranno come "genocidio" i tentativi della Cina di distruggere l'islam nella provincia occidentale dello Xinjiang. La questione è in esame in diverse capitali e ogni democrazia alla fine sarà chiamata a prendere una decisione importante rispetto alla priorità da attribuire al commercio o ai valori. Pechino non renderà la decisione semplice.

Le atrocità cinesi che, nello specifico, prendono di mira gli uiguri e altri gruppi etnici tradizionalmente musulmani sono sempre meglio documentate. Come in un ritorno ai giorni di Mao, la Cina comunista ha costretto un milione di musulmani in campi di internamento chiamati "centri di rieducazione". È dai tempi del nazismo che la detenzione di massa basata sulla religione e sull'etnia non avveniva a questo livello.

Con la scusa della lotta all'estremismo religioso, le autorità accusano di "crimine" chi porta la barba lunga, rifiuta gli alcolici, o digiuna durante il Ramadan. Questi comportamenti sono sufficienti per vedere un padre scomparire. Come ha riportato la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale, i detenuti subiscono "torture, stupri, sterilizzazione e altri abusi. Inoltre, quasi mezzo milione di bambini musulmani sono stati separati dalle proprie famiglie e messi in collegi". Un dottore uiguro, recentemente fuggito dalla Cina, ha riferito di ottanta sterilizzazioni forzate al giorno. Una ripresa da drone filtrata fuori dallo Xinjiang ha mostrato file di uiguri legati e imbavagliati come prigionieri di guerra.

Non solo i musulmani - La Cina ha anche dichiarato guerra ad altre religioni. Il programma decennale per sradicare il buddismo tibetano continua, così come i tentativi di annientare l'esercizio indipendente della fede cristiana, nonostante l'accordo con la Santa sede. Tuttavia, quello che i musulmani uiguri si trovano ad affrontare è un genocidio. Con un atto di convergenza bipartisan, cosa rara a Washington di questi tempi, la designazione di genocidio contro la Cina, annunciata dall'allora segretario di Stato Mike Pompeo prima di terminare l'incarico, è stata confermata dal segretario di Stato Antony Blinken. Questi fatti hanno un risvolto personale per il segretario Blinken. Durante l'audizione per la sua conferma ha parlato di come il suo padre adottivo sia sopravvissuto all'Olocausto. Comprende bene il rischio che corrono oggi gli uiguri. Questa non è una discussione che inizia oggi. Come evidenziato da Joanne Smith Finley in un articolo recentemente pubblicato sul Journal of Genocide research, molti nella comunità internazionale, inclusi studiosi, diplomatici, politici e attivisti, hanno sostenuto, con interventi sempre più importanti, la definizione di genocidio.

A causa di queste preoccupazioni è probabile che il Congresso degli Stati Uniti approvi lo "Uyghur Human Rights Protection Act" (una legge per la protezione dei diritti umani degli uiguri), una possibile via per garantire agli uiguri in fuga - e agli altri gruppi oggetto della repressione - lo status di rifugiati dello Xinjiang negli Stati Uniti. Inoltre, a febbraio il parlamento canadese ha votato all'unanimità la definizione di "genocidio" per qualificare gli eventi in Cina, mozione ancor più apprezzabile visto il caso giudiziario ancora aperto contro il cittadino canadese Michael Kovrig.

La risposta dell'Europa - Come risponderà l'Europa? Seguirà gli Stati Uniti e il Canada in un tentativo comune delle democrazie di far fronte a queste violazioni? I Paesi Bassi sono stati il primo paese europeo a definire gli eventi contro gli uiguri come genocidio. Altri paesi sono stati lenti nella risposta, affermando in privato la necessità di una decisione delle Nazioni unite.

A livello superficiale aspettare una decisione delle Nazioni unite appare ragionevole, ma cela la realtà della crescente influenza cinese sulle agenzie dell'Onu. Inoltre, dimentica il potere di veto della Cina sulle risoluzioni del Consiglio di sicurezza. Di fronte a questi eventi drammatici non ci si può nascondere dietro a una decisione delle Nazioni unite. L'Italia e il Regno Unito daranno presto una risposta: la Commissione esteri del Parlamento italiano voterà probabilmente il 21 aprile e la Camera dei comuni britannica discuterà la questione il 22 aprile. Oltre a considerare gli aspetti tecnici dell'uso del termine "genocidio", il sottotesto è se Roma e Londra si uniranno ai loro alleati nordamericani e olandesi o metteranno al primo posto i rapporti con la Cina.

La Cina non renderà la decisione semplice o priva di conseguenze. Ribatterà con un linguaggio iperbolico e reazioni ingiustificate. Pechino ha già sanzionato i funzionari statunitensi e canadesi, i parlamentari inglesi e olandesi e i membri del Parlamento europeo per essersi espressi contro le atrocità commesse dalla Cina. Tutto questo per mettere a tacere le loro critiche. Farà leva sulla propria potenza economica per aumentare la propria influenza, minacciando il commercio e gli affari, strategia che sta dando risultati. Come riferiscono le cronache di questi giorni, l'Ungheria ha bloccato una dichiarazione dell'Unione europea sugli abusi cinesi a Hong Kong. Nonostante il promesso impegno di Budapest nella lotta alla persecuzione dei cristiani, l'Ungheria non ha ancora lanciato alcun allarme sugli abusi cinesi contro pacifici fedeli cristiani. Non toccheranno mai la questione del genocidio e potrebbero bloccare iniziative più articolare a livello dell'Unione europea. Le aziende occidentali potrebbero anche essere disposte a fare pressioni al fine di usare un linguaggio più morbido nel posizionamento dei paesi europei sulla questione per preservare i loro investimenti nel paese e la loro posizione nel mercato cinese. Le organizzazioni statunitensi come la Nba hanno già sperimentato quanto possa essere difficile. Pechino ha interrotto la trasmissione delle partite dell'Nba a causa di un semplice tweet del direttore generale degli Houston Rocket, Daryl Morey, a sostegno della popolazione di Hong Kong.

I valori e gli interessi - Allo stesso modo, nonostante le atrocità di massa contro i musulmani, la Cina è riuscita a a mettere a tacere l'Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) e i suoi membri, con alcuni addirittura incredibilmente favorevoli alle cosiddette misure antiterrorismo cinesi. Molti membri dell'OIC si affrettano a denunciare le discriminazioni contro i musulmani in Europa e nel Nord America, ma si voltano dall'altra parte di fronte a un effettivo genocidio e perdono la voce per paura della potenza e della diplomazia economica della Cina.

Anche la Turchia, che un tempo alzava la voce, ora ha limitato le proteste a causa delle pressioni cinesi. La Cina ci costringe a chiederci quanto le democrazie europee apprezzino i propri valori. Fanno parte di un'alleanza occidentale basata sui diritti o della nuova Via della seta cinese? Quando si parla dell'espansionismo della Cina, sono finiti i tempi facili della denuncia senza ripercussioni. Non solo gli Stati europei, ma anche Bruxelles, attraverso il ruolo del Servizio europeo per l'azione esterna, è chiamata a prendere una posizione decisa. Tutte le nazioni europee sanno cosa succede quando il mondo tace di fronte a un genocidio.

 
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