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Novara: profughi e detenuti al lavoro con Assa per la pulizia ambientale, bilancio positivo PDF Stampa
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di Massimo Delzoppo

 

oknovara.it, 5 agosto 2015

 

Tempo di bilanci per i vari progetti "sociali" di Assa, S.p.A., società del Comune di Novara per i servizi di igiene ambientale, che da tempo è, come si definisce "parte attiva e propulsiva" del progetto di "recupero del patrimonio ambientale" della città e del suo territorio mediante l'impiego di detenuti della Casa Circondariale di Novara in servizi di pubblica utilità e di altri progetti che hanno visto e vedono coinvolti soggetti sottoposti a "misure restrittive di libertà".

Assa, tramite il presidente, avvocato Marcello Marzo, ed il responsabile del progetto, Riccardo Basile, nel 2014, facendosi promotrice del progetto, ricorda di aver dato "forte impulso a questa iniziativa che ha il pregio di veicolare l'idea del lavoro di pubblica utilità come occasione di riscatto per i condannati che hanno fruito di un permesso premio raggiungendo l'ambizioso obiettivo di rinforzare le diverse iniziative che si sono realizzate nel territorio novarese, rendendo sempre più sistematica una idea progettuale che vede coinvolte le diverse istituzioni che si occupano del reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti".

I soggetti coinvolti sono: Comune di Novara, con i suoi Servizi socioassistenziali ed educativi; Ministero della Giustizia con Casa Circondariale di Novara, Magistratura di Sorveglianza di Novara, Uepe Ufficio esecuzioni penali esterne di Novara; Assa S.p.A. Assa ricorda inoltre che "come sottolineato più volte anche dal Magistrato di Sorveglianza, grazie alle sinergie e alla collaborazione istituzionale che hanno distinto negli anni tutti gli interventi, in tempi difficili e di crisi in tutti i settori, gli interventi svolti da Assa in favore della popolazione detenuta (sempre in situazione di criticità per la condizione detentiva e per le cause che l'hanno determinata) oltre agli indubbi vantaggi per i singoli detenuti, hanno prodotto benefici per il Comune di Novara e quindi per i cittadini novaresi. Tutto questo può rappresentare, in estrema sintesi, un modello funzionante di riferimento a livello regionale e anche nazionale, che ha prodotto risultati concreti positivi, coniugando l'interesse dei singoli detenuti e di tutti gli operatori, che con loro e per loro lavorano, con quello della collettività".

Assa S.p.A.è anche in prima linea, a fianco di Prefettura e Comune di Novara, nel 'Progetto Profughi' per il coinvolgimento, in servizi volontari di pubblica utilità, di alcuni tra i richiedenti asilo ospitati in città. "È una iniziativa che all'indubbio valore sociale unisce significativi benefici per la città - sottolinea l'avvocato Marcello Marzo, presidente di Assa Otto volontari, quindi a costo zero per la cittadinanza, rinforzeranno il servizio di spazzamento manuale che diversamente non avremmo potuto realizzare. Si muovono con due risciò acquistati con la sponsorizzazione di due aziende private che ringraziamo". Dopo una settimana di preparazione e istruzione, i profughi in forza ad Assa, da lunedì 20 luglio, sono a tutti gli effetti operativi. "Divisi in due turni di lavoro - spiega l'avvocato Marzo ogni giorno, dal lunedì al venerdì, di mattina e di pomeriggio, puliscono e presiedono la fascia dei Baluardi, delle ciclabili e di tutte le aree verdi annesse. Dopo la preselezione e l'adesione al progetto, mediata dalla Prefettura, Assa ha proceduto, il 18 giugno, ai colloqui diretti, con la supervisione del personale della Prefettura, per l'individuazione dei candidati. Assa mette a disposizione coordinamento, progettazione, dispositivi di protezione individuale, formazione e abbigliamento".

 
Catanzaro: Coldiretti Calabria; il Premio "Green Oscar 2015" al carcere di Siano PDF Stampa
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di Antonino Lugarà

 

ntacalabria.it, 5 agosto 2015

 

L'Arcivescovo di Catanzaro-Squillace mons. Vincenzo Bertolone ha partecipato con molto entusiasmo alla settimana organizzata dalla Coldiretti Calabria a Expo Milano. Mons. Bertolone dopo aver visitato il padiglione della Coldiretti si è espresso positivamente riguardo a ciò che di buono può portare l'industria agroalimentare in Calabria. L'Arcivescovo, ha commentato che questo "è il volto e il cuore bello della Calabria perché la terra parla di noi attraverso la sincerità dei suoi frutti e del lavoro dell'uomo e racconta il nostro cuore di uomini in cammino".

Durante l'incontro tematico sull'agricoltura è stato firmato un protocollo d'intesa tra l'Istituto Penitenziario Ugo Caridi di Siano (Catanzaro), la Coldiretti Calabria, Giovani Impresa Calabria e Fondazione Campagna Amica Calabria, che stabilisce l'organizzazione di programmi di orticoltura, che producono valore, senza grossi investimenti.

Lo scopo è di offrire ai detenuti una buona preparazione nel campo dell'agricoltura e di utilizzare i prodotti del territorio calabro per la mensa del carcere di Siano risparmiando sulle spese. Secondo l'Arcivescovo, l'agricoltura è utile a reintegrare il detenuto nella società offrendogli la possibilità di imparare tecniche e pratiche agricole che una volta scontata la pena gli torneranno utili nel mondo del lavoro. Il tipo di agricoltura che porta avanti la Coldiretti è "multifunzionale", poiché realizza percorsi terapeutici, riabilitativi e di integrazione dei soggetti interessati. Grazie a questa iniziativa il carcere di Siano ha ricevuto il premio Oscar Green 2015.

 
Immigrazione: nei primi sette mesi dell'anno più di 2.000 morti nel Mediterraneo PDF Stampa
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di Luca Fazio

 

Il Manifesto, 5 agosto 2015

 

L'Organizzazione Mondiale per l'Immigrazione (Oim) ha diffuso i nuovi dati dell'ecatombe che si consuma ogni giorno al largo delle nostre coste. "È inaccettabile", ha dichiarato il direttore generale William Lacy Swing.

I numeri che aiutano a decifrare un fenomeno di solito non si discutono. In questo caso, di fronte agli oltre 2.000 esseri umani morti nel mediterraneo in poco più di sette mesi, è necessario aggiungere qualche considerazione. Il macabro conteggio, oltre a non scandalizzare l'opinione pubblica, né chi ha la responsabilità di informarla, andrebbe aggiornato di ora in ora visto che quasi non passa giorno senza una nuova tragedia dell'immigrazione. Quindi i morti sono "oltre" 2.000 (ma oltre quanto?), ma solo fino al 4 agosto, perché oggi è già un altro giorno. La maggior parte di queste persone sono annegate nei primi quattro mesi dell'anno, tra gennaio e aprile, proprio quando il governo ha sospeso l'operazione Mare Nostrum. Inoltre non è dato sapere quanti siano i migranti che quest'anno sono scomparsi al largo della Sicilia senza lasciare traccia. Statisticamente, invece, si potrebbero anche abbozzare agghiaccianti previsioni sul saldo finale di morti (censite) nel mar Mediterraneo in questo 2015 che verrà ricordato come uno dei più disastrosi nella storia dell'Unione europea, soprattutto per quanto riguarda la gestione criminale dei fenomeni migratori: alla fine potrebbero essere più di 3 mila, un'ecatombe.

Queste e altre considerazioni suggeriscono i nuovi dati forniti ieri dall'Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim). Nello stesso periodo dello scorso anno, per esempio, i decessi in mare fino alla fine di luglio sono stati 1.607, cifra quasi raddoppiata nei cinque mesi successivi. Significa che il peggio, come sempre, anche quest'anno potrebbe arrivare dopo l'estate. "È inaccettabile che nel XXI secolo le persone in fuga da conflitti, persecuzioni, miseria e degrado ambientale debbano patire tali terribili esperienze nei loro paesi, per non dire di quello che sopportano durante il viaggio per poi morire alle porte dell'Europa", ha detto il direttore generale dell'Oim William Lacy Swing.

Quasi tutti i migranti scomparsi hanno perso la vita nel canale di Sicilia, in quel braccio di mare che separa la Libia dall'Italia, il percorso di gran lunga più pericoloso per raggiungere l'Europa. "Nonostante l'Italia e la Grecia siano entrambe interessate da flussi migratori molto significativi (rispettivamente circa 97.000 e 90.500) - si legge nel rapporto Oim - i tassi di mortalità sono molto diversi: sono stati circa 1.930 i migranti morti nel tentativo di arrivare in Italia, mentre sono stati circa 60 i migranti morti sulla rotta verso la Grecia". Solo nell'ultima settimana, infatti, il mare ha restituito 19 corpi senza vita. 14 salme sono state ripescate in acque internazionali da una nave della marina irlandese e sono arrivate il 29 luglio a Messina (morti di sete e stanchezza); lunedì c'erano cinque morti sulla nave di Medici Senza Frontiere arrivata a Palermo.

Potrebbe andare peggio? Paradossalmente sì. Lo scrive l'Oim riconoscendo la validità del lavoro delle forze navali che ogni giorno salvano vite in mezzo al mare. "Il numero dei decessi è diminuito in maniera significativa negli ultimi mesi e ciò è dovuto in gran parte al potenziamento dell'operazione Triton: il Mediterraneo è ora perlustrato da un maggior numero di imbarcazioni che si possono spingere fino a dove partono le richieste di soccorso". Sono altre cifre, più consolanti. In questi primi sette mesi dell'anno sono quasi 188 mila i migranti salvati nel Mediterraneo. I principali paesi di origine degli stranieri arrivati in Italia quest'anno sono l'Eritrea, la Nigeria, la Somalia, la Siria, il Gambia e il Sudan.

Sono dati sicuramente significativi e non trascurabili che comunque, sottolinea l'Oim, nulla hanno a che fare con la cosiddetta "emergenza" o "invasione" visto che i cittadini europei sono più di 500 milioni (il Libano, che conta una popolazione di 4 milioni di abitanti, ospita 1 milione e mezzo di profughi siriani). Secondo l'Oim, che si augura un rafforzamento delle operazioni di salvataggio, nei prossimi mesi i flussi migratori verso l'Italia sono destinati a crescere, "e la soglia dei 200 mila sarà raggiunta molto presto". E molto presto - anche questa è una certezza - in assenza di un progetto di accoglienza proseguirà la conta dei morti. "La chiusura non è una risposta - ha detto monsignor Giancarlo Perego, direttore della fondazione Migrantes della Cei - perché la chiusura non farà altro che aumentare queste tragedie, come nell'Eurotunnel della Manica e come abbiamo visto ultimamente nel Mediterraneo.

Fortunatamente non è stato il caso degli ultimi due sbarchi. Ieri, a Messina, sul molo Marconi, una unità militare della Guardia costiera ha messo in salvo 305 migranti (tra cui 38 donne). Sempre ieri, nel porto di Vibo Valentia, è arrivata una nave della marina svedese con 427 migranti provenienti dall'Africa sub sahariana (336 uomini, 83 donne e 8 minori).

 
Immigrazione: in Gran Bretagna niente welfare per chi non ottiene l'asilo politico PDF Stampa
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di Emma Pradella

 

Il Manifesto, 5 agosto 2015

 

I migranti avranno 28 giorni per andarsene. Londra risparmia oltre 70 milioni di euro. Almeno 10mila persone dovranno lasciare il paese. Il governo conservatore di David Cameron ha annunciato dei provvedimenti volti a scoraggiare l'immigrazione illegale in Gran Bretagna. Ieri il ministero dell'Interno ha infatti illustrato il piano che prevede lo stop al welfare per coloro ai quali verrà respinta la richiesta d'asilo. Il documento ufficiale, datato 4 agosto, afferma che il governo sta prendendo in considerazione di attuare i provvedimenti dal prossimo luglio 2016: a partire dall'estate prossima, saranno oltre 10.000 le persone che dovranno lasciare il paese.

Per farlo avranno a disposizione, si fa per dire, 28 giorni. La mossa del governo permetterà di risparmiare alle casse dello stato circa 49 milioni di sterline (70 milioni). Il documento chiarisce inoltre - nel caso ce ne fosse bisogno - che questi provvedimenti legislativi permetteranno alle autorità locali di non essere in alcun modo obbligate ad aiutare i richiedenti d'asilo e le loro famiglie che dovranno lasciare l'Inghilterra.

Le proposte avanzate dal governo sono motivate dalla volontà di dimostrare a chi cerca di arrivare in Gran Bretagna che quest'ultima non è "la terra del latte e miele" e finiranno per integrare due categorie di sostegni offerti fino ad oggi, al fine - dice il governo - di rendere più rigoroso il processo decisionale caso per caso, anziché garantire il diritto al sostegno statale in modo automatico. La prima categoria, conosciuta come "section 95 support", garantisce il welfare a poco più di 10mila richiedenti asilo (le cui richieste sono state respinte) che non riescono a far fronte al carovita.

Le famiglie alle quali è stato dato un alloggio "no-choice" (senza scelta) in zone periferiche di Londra riceveranno infatti, a partire dal 10 Agosto, 50 euro per ogni adulto o bambino, e alcune di loro vedranno il proprio sostegno diminuire di circa il 30%.

La seconda categoria, nota invece come "section 4.2 support", include tutte le famiglie a cui è stato assicurato un alloggio "no-choice", sempre nella periferia della capitale, ma che non ricevono assegni. I circa 4.000 singoli richiedenti circoscritti in questa categoria ricevono una carta prepagata Azure, contenente 40 euro circa settimanali e utilizzabile solo in alcuni rivenditori per comprare generi alimentari o prodotti di prima necessità.

Fonti vicine al governo britannico negano però la completa sparizione del sostegno economico verso i più bisognosi. Il sussidio statale verrà infatti erogato a coloro per i quali lasciare il paese rappresenta un vero e proprio ostacolo; secondo una ricerca eseguita dalla Camera dei Comuni, più di 3.600 individui inclusi nella "section 4.2" hanno vissuto con il sostegno per più di un anno; si tratta di una cifra alta che sta ad indicare che molti di loro hanno reali difficoltà a tornare nel paese d'origine, o perché c'è una guerra, o per il rifiuto del paese stesso a rilasciare i documenti validi ad un nuovo espatrio.

"David Cameron invece di utilizzare la retorica anti immigrazione, dovrebbe spiegare al popolo inglese che questa è gente disperata proveniente da paesi in guerra o che non rispettano i diritti umani", aveva dichiarato Natalie Bennett, leader del Green Party. Secondo il Ministero degli Interni inglese, i provvedimenti cercheranno di porre i bambini come categoria da proteggere: il progetto "cercherà il modo migliore per far espatriare le famiglie a cui è stato negato l'asilo, garantendo nel frattempo che ci siano meccanismi per assicurare la protezione dei bambini". "Questa dura proposta sembra essere basata sulla logica secondo la quale lasciare le famiglie al margine della miseria le costringerà ad andare via da questo paese. Il governo ha il dovere di tutelare tutti i bambini in questo paese e anche governi precedenti hanno ritenuto moralmente riprovevole togliere il supporto a famiglie con bambini" ha specificato Lucy Doyle dal Consiglio per i Rifugiati.

 
Immigrazione: Medici per i Diritti Umani "fuggire o morire, il bivio dei migranti forzati" PDF Stampa
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di Duccio Facchini

 

altreconomia.it, 5 agosto 2015

 

Torture, violenze, sequestri di persona e pesanti ricadute psicologiche. I drammatici racconti di chi ha percorso le rotte migratorie dai Paesi sub-sahariani all'Europa raccolti in un documentato rapporto dall'organizzazione umanitaria "Medici per i diritti umani" pubblicato a fine luglio. Dal Niger alla Libia, lungo la "strada dell'inferno".

Chi intraprende le rotte migratorie tra i Paesi sub-sahariani e l'Europa non ha scelta: "fuggire o morire". Un bivio drammatico che ha dato il titolo a un rapporto curato dall'organizzazione umanitaria Medici per i diritti umani (Medu), pubblicato a fine luglio. Il lavoro -frutto dei primi sei mesi di attività del progetto "On to: Stopping the torture of refugees from Sub-Saharan countries along the migratory route to Northern Africa" (Stop alla tortura dei rifugiati lungo le rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso il Nord Africa), co-finanziato dall'Unione Europea e da Open Society Foundations, e che verrà ultimato nel mese di settembre - ha visto al centro le testimonianze dei migranti giunti in Italia e ospitati presso il Centro di accoglienza straordinaria (Cas) di Ragusa, il Centro di accoglienza per i richiedenti asilo (Cara) di Mineo e in alcuni "insediamenti informali" di Roma (edifici occupati, stazioni).

Aree dove Medu opera a partire dal giugno e dal novembre 2014. E dove ha compreso una volta di più la brutalità di chi paventa una "invasione". "Affermazioni come 'aiutiamoli a casa loro' o la sua variante più xenofoba 'se ne restino a casa loro' oppure ancora 'accogliamo i rifugiati ma i clandestini devono essere respinti' -sostengono da Medu - sono spesso patrimonio di molti politici oltre che del luogo comune".

Ai gruppi di ricerca e ascolto dell'organizzazione -i cui risultati sono stati raccolti e tradotti dagli autori Alberto Barbieri, Giuseppe Cannella, Laura Deotti e Mariarita Peca, oltre 150 migranti hanno fornito "testimonianze approfondite" sulle rotte migratorie seguite, sul traffico di esseri umani incontrato e patito, sulle ragioni delle partenze (persecuzione politica, religiosa, coscrizione militare obbligatoria), sul tipo di violenze e torture subite e, infine, sulle conseguenze psicologiche del "percorso" effettuato. Tra le rotte descritte ne spiccano due: quella dell'Africa occidentale - che dal Niger porta alla Libia (vedi immagine sotto)- e quella dell'Africa orientale - dove il Sudan è il punto di passaggio, sempre verso la Libia.

La prima, e più battuta dagli intervistati di Medu, dura in media "22 mesi". "In media -si legge in Fuggire o morire - i richiedenti asilo hanno trascorso 13 mesi in Libia", prima di partire dalle coste diretti in Italia attraverso il Mediterraneo.

"La rete del traffico è una catena a maglie lente, in cui anche un singolo individuo può inserirsi e sfruttare i migranti vulnerabili, attraverso sequestri, lavoro forzato o estorsione di denaro". Le fonti di Medu - indicate con le iniziali, l'età, la nazionalità e il luogo dell'intervista- ricostruiscono la tela delle rotte, i diversi tipi di trafficanti. Ce ne sono due, di norma: quello che si preoccupa di organizzare la tratta da Agadez (Niger) verso la Libia e chi quella in mare. E.C. ha 19 anni e arriva dalla Nigeria. Racconta della "strada per l'inferno" che attraversa il deserto tra Agadez e Gatron o Sabah (in Libia).

Un deserto "pieno di tombe", dove E. C. ha visto "tanti corpi morti", anche di "persone cadute dal veicolo" usato dai trafficanti. O. K., ventenne ivoriano, ha lavorato un anno in Libia senza essere pagato. La realtà lo costringeva ad esser schiavo di chi avrebbe potuto accordargli la partenza. "Tutti i 100 richiedenti asilo intervistati da MEDU in Sicilia e tutti i 400 intervistati a Roma hanno riferito di essere stati vittime di qualche tipo di trattamento crudele, inumano o degradante (Cidt), soprattutto in Libia", si legge nel rapporto. C'è chi è stato rinchiuso, legato, bendato, carcerato o sequestrato. Chi ha subito aggressioni, violenze e percosse. Al 97% degli intervistati è stata sottratta acqua e cibo. S. K. ha 67 anni ed è giunta dall'Eritrea fino al Centro di accoglienza informale di Roma Baobab. Ha pagato 2.400 dollari per arrivare dal Sudan alla Libia. È stata in carcere a Tripoli per quattro mesi, senza motivo.

Ha visto le proprie nipoti nelle mani dei guardiani, una delle quali è finita ostaggio. "In prigione eravamo 70-80 persone con un solo bagno". Vietato ammalarsi, come racconta A. M., gambiano di 26 anni: "Non hai diritto di vedere un dottore -dice riferendosi alle carceri libiche- puoi solo morire e il tuo corpo viene buttato fuori". Nessuno degli intervistati ha deciso di sprofondare in quei gironi per potersi fermare nel nostro Paese: tutti sono in transito verso il nord Europa.

A chi incrocia gli aguzzini senza nome (il più delle volte indossano o una divisa - agenti di polizia libica - o un'uniforme -militari-) non rimangono soltanto le cicatrici. Gli operatori di Medu si sono concentrati infatti sul "legame tra i trattamenti inumani e degradanti, la tortura e il disagio mentale". Disturbi d'ansia, episodi depressivi, disturbi da stress post traumatico o dell'umore e anche da incubi, insonnia.

"Un anno e mezzo fa ho perso mio padre, ucciso davanti ai miei occhi da fondamentalisti islamici di Boko Haram che mi hanno tenuto prigioniero e mi hanno picchiato per circa quattro mesi - è la testimonianza di E.I., 30 anni, dalla Nigeria, intervistato al Cara di Mineo. Ho vissuto in Nigeria, non lontano da Benin City. Porto ancora i segni sulle gambe e sui piedi e non posso ancora camminare bene, forse per sempre. Penso a mio padre ucciso e alla mia famiglia e non so come andare avanti dal momento che sono ancora senza documenti e senza lavoro. Ho un nodo alla gola e mi fa male lo stomaco. La mattina, da molte settimane, non voglio alzarmi dal letto. Spesso mi capita di voler piangere nella mia stanza e il mio petto si stringe. Sarò in grado di trovare un lavoro?".

Quella che il rapporto definisce come "ampiezza" e "pervasività" del traffico impone, per gli autori, di riconsiderare le etichette. "La tradizionale dicotomia tra rifugiati e migranti economici -si legge- sembra essere più un concetto astratto che uno strumento in grado di comprendere adeguatamente una realtà complessa".

Sarebbe più opportuno quindi considerarli come "migranti forzati", che fuggono per salvarsi lungo rotte dominate dal "senso di insicurezza e vulnerabilità". Sono "bersagli mobili" cui il sistema di accoglienza nazionale risponde con modelli fondati su macro-strutture - il Cara di Mineo ne è un esempio, visto che ospita tra le 3mila e le 4mila persone-. Una risposta sbagliata secondo i rappresentanti di Medu, cui andrebbe preferita un'accoglienza basata su centri e strutture più ridotte, che favoriscano integrazione e -sempre che sia possibile- la seppur minima considerazione della storia di vita di chi ci finisce dentro.

 
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