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Spoleto (Pg): falsi certificati ai detenuti, in aula si delinea il quadro delle responsabilità PDF Stampa
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Pamela Bevilacqua

 

www.spoletonline.com, 28 febbraio 2015

 

Sono 14 le persone imputate, tra cui esponenti di spicco della criminalità organizzato. Corruzione in carcere, rimangono in piedi 14 posizioni. "Creare" un quadro sanitario e le certificazioni giuste da fare avere agli avvocati dei detenuti ristretti nel carcere di Maiano. Era questo che faceva il dottor Fiorani ex medico del carcere, già giudicato con rito abbreviato e condannato a 3 anni e 10 mesi, insieme a sette detenuti.

Quattordici imputati sono ancora sotto processo per corruzione. Si tratta di alcuni detenuti e loro parenti. Ieri davanti al collegio penale, la ricostruzione puntuale, fatta dal commissario titolare della maxi inchiesta che portò all'arresto del professionista e delle altre persone. Quello che ne esce dal racconto è un sistema organizzato, mogli, generi, figli, cognati, dei detenuti che avrebbero portato direttamente il denaro in bustarelle, al professionista spoletino, all'interno del suo studio al centro di Spoleto. Cinquemila, diecimila, trentamila euro, l'interessamento del medico, per un loro congiunto, costava. I contatti sarebbero avvenuti nel carcere. Il recluso di turno parlava col professionista poi era il parente che avrebbe pagato per il favore.

Il giro si era talmente allargato che alcuni detenuti facevano da tramite ad altri carcerati. "Man mano che i casi aumentavano, però il dottore inizia a diventare sospettoso e sempre più attento - ha spiegato al pm Iannarone, il commissario titolare dell'inchiesta - tanto che in un'occasione, il medico fa bonificare l'intero ambulatorio del carcere da un detenuto.

A un parente di un altro carcerato invece fa controllare il telefono del suo studio per paura di essere intercettato e seguito. Si prende un cellulare al quale toglie la batteria ogni volta che non lo usa". Intercettazioni telefoniche, ambientali, pedinamenti, osservazioni, riprese video. Diverse le prove che incastrerebbero i protagonisti di questa vicenda giudiziaria. "Abbiamo rinvenuto anche un planning dove il medico - dice il testimone - alla fine di ogni incontro con i parenti di qualche detenuto, segnava se quel colloquio era stato positivo o negativo". Alcuni imputati sono già detenuti nel penitenziario di Maiano per altri reati gravi, alcuni sono ristretti al 41 bis e sono esponenti della criminalità organizzata.

 
Cremona: Sappe; detenuto brucia un materasso, fiamme in una cella PDF Stampa
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La Provincia di Cremona, 28 febbraio 2015

 

Ancora tensione nel carcere di Cremona. Un detenuto ha dato fuoco ad un materasso all'interno della propria cella. Il penitenziario torna così al centro delle cronache dopo la rissa tra detenuti nei giorni scorsi e il tentativo di un altro ristretto di colpire un poliziotto penitenziario con del liquido bollente.

"Un detenuto romeno ha dato fuoco ad un materasso in cella: subito è intervenuto il collega della Polizia Penitenziaria che ha fatto uscire il detenuto dalla cella, spingendo fuori anche il materasso e scongiurando così conseguenze più gravi", ha raccontato Donato Capece, segretario generale del Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria).

"Poi lo stesso detenuto ha reagito nei confronti dell'agente con offese e sputi. Non solo Un altro poliziotto penitenziario si è punto ad un dito durante perquisizione ordinaria con una macchinetta tatuaggi e ora è comprensibilmente in forte stato di ansia per l'accaduto. Si tenga conto che nel carcere di Cremona mancano anche i guanti in lattice e tutto ciò che occorrerebbe per operare in sicurezza".

Martedì i vertici regionali del Sappe - il neo segretario regionale Alfonso Greco ed il segretario nazionale lombardo Franco Di Dio - incontreranno a Cremona i vertici locali del Sappe. "I problemi a Cremona ci sono, come in ogni penitenziario, ed è sbagliato affrettarsi a sminuire quel che è accaduto nei giorni scorsi. Non ha alcun senso. Certo deve fare riflettere seriamente se un carcere come Cremona, con una media di 300/350 detenuti presenti in media, ha un numero di tentati suicidi e di episodi di autolesionismo dei ristretti più alto rispetto a carceri con un numero significativamente più alto di detenuti presenti, come ad esempio quelli milanesi. Chiedere una ispezione ministeriale vuol dire dare tutele e maggiori garanzie a coloro che in carcere lavorano nella prima linea delle sezioni detentive, ossia i poliziotti penitenziari".

 
Livorno: carcere di Gorgona, un'eccellenza nel nostro sgangherato sistema penitenziario PDF Stampa
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di Chiara Dino

 

Corriere Fiorentino, 28 febbraio 2015

 

C'è vento, sempre, e poi ci sono costoni di roccia appuntiti che sembrano sul punto di franare giù in mare. E anche il nome - Gorgona - di questo scoglio a 37 chilometri dall'Italia, a sud di Livorno è aspro e cattivo. Trovarci loro, 70 detenuti con lunghe pene alle spalle, in dirittura d'arrivo sembra una beffa.

Non è un posto accogliente quest'isola eppure, se si ribalta il punto di vista si scopre che, pian piano, sta diventando un emblema di eccellenza nel nostro sgangherato sistema penitenziario. Ci siamo andati ieri perché i Frescobaldi impiantavano, a 3 anni di distanza dal primo, un secondo vigneto, un altro ettaro per produrre quel vino di cui al momento sono in commercio solo 2.700 bottiglie, e chissà domani forse di potrebbe arrivare a 5.000. Un bianco, Ansonica e Vermentino, che si chiama Gorgona.

Loro, i Frescobaldi, sono titolari di un progetto che ha fatto, molto e bene parlare di sé: perché a lavorare la terra, a far la vendemmia, a mettere il prodotto in botti (di legno e di acciaio) sono i detenuti al confino in questo scoglio sperduto, che però non possono imbottigliare né bere, neanche un goccio di quanto producono. Il progetto è stato avviato tre anni fa grazie alla tenacia di Carlo Mazzerbo, direttore di questa sezione penitenziaria che rischiava di chiudere (alti i costi di gestione se si pensa che per 70 carcerati ci sono 60 agenti di polizia penitenziaria più altri 40 che vanno e vengono con le loro motovedette e che alcuni tengono qui le compagne mentre altri fanno su e giù dalla terra ferma) e di chi lo ha preceduto, Maria Grazia Giampiccolo. Affrontato l'ostacolo si sono inventati un carcere a suo modo modello, dove tutti i detenuti lavorano: c'è chi coltiva l'orto, chi fa il pane o cucina, chi sbriga piccole incombenze meccaniche, chi si occupa della fattoria e ci sono i vignaioli (20 si sono dati il cambio da quando è partito il progetto).

Non basta perché Mazzerbo ha in mente, dato che l'isola offre ingressi contingentati anche ai turisti (75 la settimana) di cercare qualcuno che prenda in gestione il bar, il forno, un ristorante. Progetti di là da venire di un'isola dove abita solo chi gravita intorno al carcere e una donna, una sola. Si chiama Luisa Cetti, ha 87 anni ed è una forza della natura: "Mi sono sposata a 16 anni - racconta - con un fiorentino , quando lui è morto ho deciso di tornare a vivere nella casa dove son nata". E come è ovvio è diventata la mamma di tutti. La coccolano i detenuti che le portano le provviste arrivate da Livorno quando il mare lo consente, la proteggono i poliziotti, le fa compagnia qualcuna delle moglie degli agenti. Ma soprattutto ha un filo diretto con chi come lei qui ha in programma di starci per tempi più lunghi.

Ciro ha 38 anni è a Gorgona da un anno e mezzo e lavora allo spaccio: "Ci resterò fino al 2023, a meno che non mi abbassino la pena". Prima era stato a San Gimignano e Viterbo e ora lo hanno trasferito sull'isola: "Sto bene adesso, in confronto alle altre carceri non c'è paragone". Il perché è presto detto: come ci ha spiegato il sovrintendente Zaccaria: "Le loro stanze si aprono alle 6,30 del mattino e si chiudono alle 8 di sera. Chi ha da lavorare in quell'arco di tempo può stare fuori". È il lavoro che fa la differenza e cambia profondamente il modo di vivere, anche nell'isola delle storie criminali - c'è chi ha più di un omicidio alle spalle - nella Repubblica fondata sul lavoro che dovrebbe essere il nostro Paese.

Carmelo ha 53 anni, è a Gorgona da un anno, lavora in vigna e qui deve starci ancora un decennio: "Ero a Sollicciano prima, ma qui è un'altra cosa, sono libero, lavoro, lì ero sempre chiuso in cella". Ha due ex mogli, una fidanzata e due figli. E se pensa all'uscita ci dice: "Mi fa paura, con la crisi che c'è". Ha voglia di raccontarci la sua vita di prima: aveva un locale e in principio gli sarebbe toccato l'ergastolo. Di più non può dire. Yang è cinese ha già scontato dieci anni di pena, ci racconta mentre impianta i vitigni, tra due settimane sarà fuori e pensa di restare in Italia. Anche se da quando è sull'isola non ha mai ricevuto una visita.

E poi c'è Benedetto, detenuto eccellente con quasi trent'anni di galera alle spalle, che deve scontare ancora un anno e mezzo di pena. Ha 53 anni, è un siciliano dagli occhi smarriti. Qui a Gorgona fa il cantiniere. Prepara il vino che poi sarà imbottigliato nella tenuta di Colle Salvetti. È elegante, gentile, ma sembra infastidito dalla nostra presenza. A coordinare tutti quanti lavorano in vigna c'è Federico Falossi: li conosce uno a uno. E conosce le ragioni che li hanno portati fin qui. Tra tutte le cose che racconta una fra tutte è quella che colpisce di più: "Hanno tutti fame di lavoro. Bisogna talvolta frenare il loro entusiasmo".

Qualcosa vorrà pur dire questo bisogno di fare. Ce lo suggerisce il commissario Salzano che è qui in servizio da un anno: "Le altre carceri dove ho lavorato sono luoghi terribili. La vera pena è il nulla, la condanna a non avere niente da fare. Le giornate sono talmente uguali l'una con l'altra che poco a poco i detenuti si spengono e anche quando sono fuori per l'ora d'aria camminano su e giù in modo meccanico. Il cervello inizia ad adeguarsi al vuoto". Già la vera pena è non avere nulla da fare. E qui da fare per fortuna ce n'è. C'è anche un progetto di tutela degli animali coordinato da un veterinario napoletano, Marco Verdone, che lavora quasi esclusivamente con l'omeopatia. C'è Francesco Simi un fotografo free lance che ha avviato un corso di foto in pellicola. C'è chi organizza corsi di sub. All'ombra di questa selva aspra e forte però, e circondati dalle motovedette della polizia.

 
Roma: Aree verdi Municipio XI, alla manutenzione contribuiranno anche i detenuti PDF Stampa
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www.romatoday.it, 28 febbraio 2015

 

Firmato un Protocollo d'Intesa con il Provveditorato Regionale dell'amministrazione penitenziaria. Dieci persone in esecuzione di pena, a titolo volontario, contribuiranno al decoro urbano ed alla manutenzione del verde. Decoro urbano ed inclusione sociale, un binomio virtuoso che presto caratterizzerà le aree verdi del Municipio XI. L'ente di prossimità ha sottoscritto un Protocollo d'Intesa con il Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria del Lazio. Ed a trarne beneficio saranno tanto i detenuti quanto il territorio municipale.

"Quando l'Amministrazione penitenziaria del Lazio ci ha manifestato il suo impegno sul fronte dell'inclusione sociale delle persone in esecuzione di pena e messa alla prova - ha commentato il Presidente Veloccia a latere della sottoscrizione del protocollo - ci siamo attivati immediatamente per avviare specifici progetti e per l'individuazione di occasioni di sviluppo e di nuove attività lavorative nel nostro territorio, che valorizzassero le risorse delle persone in esecuzione penale".

Con l'accordo, il Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria individuerà una decina di detenuti che potranno beneficiare dell'opportunità di lavoro all'esterno. All'Ente di prossimità invece spetta il compito di individuare e mettere a disposizione le situazioni finalizzate alle attività di reinserimento sociale.

Le misure alternative alla pena , nel Comune di Roma, sono oggi 1568 e di queste, già 52 riguardano il Municipio XI. Grazie all'accordo sottoscritto in giornata, circa 10 persone nel lungo periodo e tre di loro nell'immediato, saranno selezionati e coinvolti in lavori di pubblica utilità, a titolo volontario e per periodi determinati "avvalendosi per la presa in carico assicurativa e lavorativa - viene specificato in una nota - della collaborazione di soggetti affidatari dell'attività di manutenzione del decoro urbano e delle aree verdi del Municipio XI".

 
Firenze: a Montelupo congresso Radicali con Pannella, per ricordare il caso degli Opg PDF Stampa
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di Roberto Davide Papini

 

La Nazione, 28 febbraio 2015

 

Scelta simbolica della cittadina che ospita uno degli ospedali psichiatrici giudiziari che a fine marzo dovranno essere chiusi. Insolita, ma simbolica scelta dei radicali fiorentini dell'associazione "Andrea Tamburi": il loro congresso annuale, infatti, si svolgerà sabato 28 febbraio a Montelupo Fiorentino, "per ricordare che la città è una delle sei sedi di Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario) ancora attivi in Italia e che il 31 marzo scade la proroga del Governo per la chiusura di queste strutture con la conseguente presa in carico degli internati da parte del servizio sanitario nazionale".

Al congresso dei radicali fiorentini prenderà parte anche il leader storico del Partito Radicale, Marco Pannella. "La chiusura, o meglio il superamento, degli Opg - si legge in una nota - si porta dietro, infatti, tanti problemi, sociali, culturali, politici e amministrativi, molti dei quali tuttora aperti. L'intenzione dei radicali è far chiarezza sulla situazione è scongiurare una chiusura degli Opg solo di facciata". L'inizio del congresso (che si terrà presso il circolo "Il Progresso) è previsto per le 11 e durerà per tutto l'arco della giornata: Marco Pannella prenderà la parola alle ore 18.

 
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