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Immigrazione: non sporchiamo il volontariato PDF Stampa
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di Francesca Coleti (Segreteria regionale Arci-Napoli)

 

La Repubblica, 28 maggio 2015

 

La vicenda delle truffe sull'accoglienza dei profughi e sul servizio civile per i giovani, non presenterebbe nulla di nuovo se si guardasse solo alle vittime. Immigrati, profughi, giovani senza futuro - e tra questi ultimi ci sono anche i ragazzi campani avviliti dalla disoccupazione vengono da sempre sfruttati e raggirati da speculatori senza scrupoli.

Talvolta, come accade per i lavoratori stranieri in agricoltura, i truffatori si organizzano in vere e proprie associazioni a delinquere, come quella che, ad esempio, la mia associazione ha portato in tribunale a Salerno sostenendo la denuncia di un gruppo di marocchini sfruttati e taglieggiati, e che avrebbe raggirato più di duecento vittime. Gli imputati sono ventisei, tra colletti bianchi, avvocati, commercialisti, caporali, faccendieri.

L'associazione che avrebbe investito i fondi per l'accoglienza dei profughi addirittura in un casinò del Montenegro, non sarebbe molto diversa da quest'ultima. L'associazione che prestasse il servizio civile per fornire giovani alle segreterie politiche di qualche consigliere regionale, non sarebbe un'organizzazione di terzo settore.

Quello che preoccupa le tante associazioni e le cooperative sociali che si impegnano quotidianamente per l'affermazione dei diritti e della solidarietà, è che chi ha intenzione di fare affari sulla pelle dei più deboli oggi prova a travestirsi perfino nei panni del volontariato e del no profit. Si tratta di un fenomeno che può e deve essere fermato.

Non solo per le truffe, lo sfruttamento e i ricatti che subiscono le vittime, immigrati o giovani disoccupati, ma perché è a rischio il valore della fiducia, legame essenziale che tiene insieme le nostre comunità e vera forza che riesce ad unire le persone per combattere ingiustizie e disuguaglianze. È questo che, soprattutto per chi milita nel terzo settore, rende odiosa la vicenda degli scandali dell'accoglienza.

Gli strumenti per fermare i millantatori della solidarietà esistono. Le reti del terzo settore li conoscono bene, e anche la pubblica amministrazione, che dovrebbe assumere politiche non improntate all'emergenza ma alla qualità ed alla verifica degli interventi. Le reti, nel terzo settore, hanno la possibilità di effettuare l'autocontrollo e la verifica delle pratiche di democrazia e partecipazione degli aderenti. Se le organizzazioni sono realmente partecipate dai propri soci, difficilmente potranno scivolare verso fenomeni degenerativi.

Nelle grandi cooperative come nei piccoli circoli, i soci partecipano alle scelte assembleari sulle attività sociali; approvano i bilanci, tanto che presentito finanziamenti pubblici o che si reggano sull'autofinanziamento; eleggono i propri rappresentanti. In tantissime organizzazioni, poi, sono gli stessi beneficiari degli interventi ad attivarsi per chi si trova nella loro stesse condizioni: soci stranieri, giovani che vogliono spendersi per migliorare le proprie città, disabili, anziani, ex detenuti.

Vanno quindi promosse politiche che mettano le reti nelle reali condizioni di effettuare l'autocontrollo, come la legge delega sul terzo settore in discussione al Senato promette di fare. Lo Stato, le Regioni ed i Comuni devono fare poi la loro parte: niente gare al massimo ribasso sui servizi sociali e di tutela dei diritti essenziali; procedure snelle, perché nei cavilli si annidano le truffe; strumenti di verifica non solo dei rendiconti economici ma della realizzazione delle attività. Non sporchiamo il volontariato, è una delle poche risorse della nostra società. Anche per questo, ci auguriamo che venga fatta chiarezza al più presto sulla vicenda di Pozzuoli.

 
Ucraina: Amnesty International; torture e scosse elettriche, la nuova Guantánamo è a Kiev PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Garantista, 28 maggio 2015

 

Picchiati fino a spezzargli le ossa, torturati con la corrente elettrica, presi a calci, accoltellati, appesi al soffitto, privati del sonno per giorni e di cure mediche urgenti, minacciati di morte e sottoposti a finte esecuzioni.

È questo il rapporto agghiacciante di Amnesty International riguardante la detenzione di oltre trenta detenuti rinchiusi nel carcere dell'Ucraina. Dei 33 ex prigionieri intervistati da Amnesty International - tutti detenuti per vari periodi di tempo tra il luglio 2014 e l'aprile 2015 e incontrati tra marzo e maggio di quest'anno - 32 hanno descritto brutali pestaggi e alni gravi abusi commessi dai gruppi separatisti e dalle forze pro-Kiev.

Amnesty International ha corroborato le testimonianze degli ex prigionieri con ulteriori prove, tra cui radiografie di ossa fratturate, cartelle cliniche, fotografie di bruciature e altre ferite, di cicatrici e di denti mancanti. Al momento dell'intervista, due di loro erano ancora in cura in ospedale. I torturatori appartengono ad ambo i lati del conflitto: 17 delle vittime sono state detenute dai separatisti, 16 dall'esercito, dalla polizia e dai servizi segreti di Kiev.

Amnesty International ha inoltre ricostruito - sulla base di testimonianze oculari, cartelle cliniche, prove pubblicate sui social network e notizie di stampa - almeno nei casi recenti in cui i gruppi separatisti hanno passato sommariamente per le armi otto combattenti pro-Kiev. In un'intervista, il leader di un gruppo separatista ha apertamente ammesso di aver ucciso soldati ucraini, attribuendosi dunque un crimine di guerra. Alcune delle violenze peggiori vengono commesse in centri non ufficiali di detenzione, soprattutto nei primi giorni. I gruppi che agiscono al dì fuori della catena di comando effettiva o ufficiale tendono ad avere comportamenti brutali e fuorilegge, La situazione dal lato separatista è particolarmente caotica: gruppi differenti trattengono prigionieri in almeno 12 diverse località. Quanto al lato pro-Kiev, uno dei racconti fatti da un ex prigioniero nelle mani della milizia nazionalista "Settore destro" è risultato estremamente sconvolgente. "Settore destro" ha preso decine di civili in ostaggio, li ha portati in un cenno giovanile in disuso e qui li ha sottoposti a crudeli torture per poi estorcere ampie somme di denaro tanto ai detenuti quanto alle loro famiglie.

Amnesty International ha segnalato la vicenda alle autorità ucraine senza ricevere alcuna risposta. Le ricerche di Amnesty International hanno verificato che entrambe le parti hanno arbitrariamente trattenuto civili che non avevano commesso alcun reato, per il mero fatto di aver espresso simpatia per la parte avversa o per organizzare scambi di prigionieri.

Amnesty International sta chiedendo alle agenzie e agli esperti delle Nazioni Unite - tra cui il Sottocomitato per la prevenzione della tortura, i Gruppi di lavoro sulle detenzioni arbitrarie e sulle sparizioni forzate e il Relatore speciale sulla tortura - dì svolgere una missione urgente in Ucraina per visitare tutti i centri di prigionia, compresi quelli non ufficiali, in cui si trovano persone detenute nel contesto del conflitto in corso.

Ma cosa sa accadendo in Ucraina e come è iniziata la crisi che sa provocando anche indicibili torture tra le diverse fazioni? La crisi ucraina è iniziata alla fine del 2013, con la decisione del governo dell'ex presidente Viktor Yanukovich di abbandonare il processo di avvicinamento all'Unione europea, per tornare nell'orbita della Russia. La scelta di Yanukovich ha innescato le proteste della popolazione della parte occidentale del Paese. Per settimane la capitale Kiev è stata teatro di violenti scontri (la cosiddetta rivolta di Euromaidan, dal nome della piazza principale della città), culminati, nel febbraio del 2014, con la fuga di Yanukovich.

In primavera sì sono tenute nuove elezioni, che hanno portato alla presidenza il filo-europeo Poroshenko. Dopo la fuga dì Yanukovìch, le popolazioni delle regioni orientali, maggiormente legate alla Russia, si sono sollevate chiedendo l'indipendenza. Per prima la Crimea, che tramite referendum (non riconosciuto da Kiev) ha deciso di rendersi autonoma e dì federarsi con Mosca. Ribellioni al potere centrale e consultazioni "illegittime" per l'indipendenza sono state indette anche in altre province orientali, come quelle di Donetsk e Lugansk, che si sono autoproclamate repubbliche indipendenti.

Nel frattempo, il governo di Kiev ha inviato l'esercito per ripristinare l'ordine. A sua volta, il Cremlino ha schierato le proprie truppe al confine e (questa l'accusa di Usa e Unione europea) fornito appoggio logistico e militare ai ribelli filorussi. Il Donbass (la parte orientale del territorio ucraino) è diventato così teatro di violenti e sanguinosi scontri, che hanno causato in un solo anno duemila morti e centinaia di feriti. Per il suo appoggio ai ribelli filorussi, Mosca è stata pesantemente sanzionata da Usa e Unione europea, a livello politico, economico e finanziario. Attualmente c'è una tregua, ma fragilissima.

Una tregua "garantita" dalla pesane crisi nella quale riversa l'Ucraina. Nel primo trimestre di quest'anno il prodotto interno lordo ucraino ha perso 17,6 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Il micidiale balzo all'indietro si motiva in ragione del fatto che nel gennaio-marzo del 2014 la guerra nel Donbass, nell'est del paese, non era ancora scoppiata. Quindi le risorse pubbliche non erano state ancora dirottate in larga parte sullo sforzo militare, né l'apparato infrastrutturale e produttivo dei territori occupati dai miliziani filorussi nell'est, tra i più avanzati del paese, era stato danneggiato.

Benché largamente attesa, la performance negativa del primo trimestre ha avuto la forza di ricordare che l'economia dell'ex Repubblica sovietica è in stato agonizzante e rappresenta la prima urgenza nazionale, ora che sul fronte del Donbass, dopo la tregua siglata a Minsk lo scorso febbraio, gli scontri sono diminuiti d'intensità. La guerra, ora, è un'altra: è tra il governo ucraino e i creditori. Il primo vorrebbe che una parte del debito sia tagliata. I secondi si oppongono con nettezza. Negli ultimi giorni la discussione si è inasprita.

Kiev ha accusato i creditori, riunitisi in associazione su impulso di Franklin Templeton, società americana di gestione fondi, di agire in cattiva fede. Questo perché alcuni di loro rifiutano di rivelare la propria identità. In soccorso di Kiev è intervenuto Larry Summers, docente di Harvard, già segretario al Tesoro ai tempi della presidenza di Bill Clinton. Sul Financial Times ha scritto che salvare l'Ucraina ha una rilevanza morale, economica e geopolitica, aggiungendo che i creditori negoziano a viso coperto perché imbarazzati dalle loro stesse posizioni, definite poco costruttivo.

 
Stati Uniti: il Nebraska abolisce la pena di morte, il parlamento batte il governatore PDF Stampa
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Corriere della Sera, 28 maggio 2015

 

Pete Ricketts aveva messo un veto, ma è stato battuto 30 voti contro 19: il suo è il primo stato americano conservatore ad abolire la pena capitale dopo il North Dakota. Il Nebraska ha abolito la pena di morte. Il parlamento statale ha raccolto abbastanza voti - 30 sì e 19 no - per rovesciare il veto posto dal governatore Pete Ricketts alla legge per lo stop alle esecuzioni. Il voto fa del Nebraska il primo stato controllato da repubblicani che abolisce la pena di morte dopo il North Dakota, che lo fece nel 1973.

Il Nebraska diventa così il 19 esimo stato americano, insieme a Washington Dc, in cui la pena capitale non è più in vigore. L'ultima esecuzione nello stato risale al 1997, e fu compiuta con l'elettroshock. Lo stato aveva poi adottato l'iniezione letale, ma i farmaci necessari sono terminati nel 2013, e le esecuzioni quindi sospese. Alcuni senatori, durante il dibattito, si sono detti "filosoficamente" d'accordo con la pena di morte, ma anche convinti che gli ostacoli legali per metterla in pratica la rendevano di fatto inattuabile.

La mozione è stata condotta dal senatore indipendente Ernie Chambers, che ha combattuto per quattro decadi per l'abrogazione delle esecuzioni captali. L'ultima mozione presentata in Nebraska risaliva infatti al 1979, ma allora non ci furono abbastanza voti per superare il veto del governatore. L'ultimo stato ad abolire l'esecuzione capitale è stato il Maryland, nel 2013. Altri stati "moderati" l'hanno abilita recentemente: New Mexico nel 2009, Illinois nel 2011 e Connecticut nel 2012.

 
Stati Uniti: il suicidio di Paula Cooper, simbolo contro la pena di morte PDF Stampa
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di Guido Olimpio

 

Corriere della Sera, 28 maggio 2015

 

Una storia maledetta, dall'inizio alla fine. Paula Cooper, che fu la più giovane condannata a morte americana, è stata trovata senza vita in un appartamento di Indianapolis. Il rapporto della polizia suggerisce come prima ipotesi il suicidio. Un colpo di pistola alla testa. L'indagine, come sempre in questi casi, resta aperta per altri accertamenti. Sarebbe così per tutti, ancora di più per questa vittima. E per ciò che ha rappresentato.

È il 1986. Paula, allora quindicenne, uccide in modo brutale un'insegnante di religione, la povera Ruth Pelke. La killer le sale a cavalcioni, la insulta, le chiede dove sono i soldi, poi infierisce con un coltello. Ruth non può difendersi, risponde pregando il Signore. La polizia risolve il caso in modo rapido.

Finiscono in manette la ragazza e tre complici, tutti ragazzini. Il loro processo si conclude con una sentenza esemplare: condanna capitale per Cooper, lunghe pene detentive per gli altri. L'orrore per il delitto, atroce, senza attenuanti, è seguito dalle polemiche per il verdetto. Ci si chiede come sia possibile mandare sul patibolo una quindicenne, una giovane che non ha conosciuto la giovinezza ma solo abusi e violenza.

Non si invoca clemenza ma pietà. Nasce così una campagna internazionale, dagli Usa all'Europa, per fermare il boia. Tra i più attivi in Italia i radicali. Si raccolgono firme, si lanciano appelli, si muove anche Giovanni Paolo II. Tra quanti chiedono una soluzione diversa c'è anche Bill Pelke, il nipote di Ruth. Visita spesso Paula in prigione, intreccia un rapporto di amicizia solido, cerca di sensibilizzare autorità e opinione pubblica.

Alla fine la battaglia per Paula ottiene l'impossibile. La Corte Suprema Usa, chiamata a pronunciarsi su un altro caso, sancisce che è incostituzionale giustiziare chiunque abbia meno di 16 anni al momento del crimine.

La Corte dell'Indiana si adegua e commuta la pena per la Cooper in 60 anni di prigione. Paula ne sconterà 27 e uscirà, per buona condotta, nel 2013. Durante il periodo nel penitenziario studia, segue corsi di filosofia, si guadagna un diploma da infermiera. I professori di allora ricordano le sue difficoltà, l'incapacità di stabilire un rapporto tra il gesto criminale che ha compiuto e gli effetti.

"Era una bambina e non doveva essere trattata da adulta", sottolinea Warren Lewis, uno degli insegnanti. E all'inizio delle detenzione Paula si mette ancora nei guai aggredendo una guardia. Assalto che le costerà tre anni di isolamento. Poi il riscatto, il tentativo di trovare un'altra strada. Missione difficile, sentiero pieno di ostacoli. Una volta fuori Paula Cooper è diventata quasi invisibile, faticava forse ad adattarsi. Bill Pelke rivela che in uno scambio di email l'ex condannata le aveva detto: "Sono spaventata. Ho passato gran parte della mia vita dietro le sbarre. Non so fare un assegno o pagare una bolletta".

E il professor Lewis aggiunge: "Probabilmente aveva dei problemi a interagire con il nuovo mondo". Eppure voleva aiutare quanti avevano sbagliato a redimersi, era pronta a dare una mano in un'associazione di sostegno ad ex detenuti. Non c'è riuscita. La storia maledetta si è chiusa alle 7.15 di un mattino, all'isolato 9500 di Angola Court, Indianapolis.

Condannata da 16enne alla pena capitale, per lei si mobilitò il mondo

 
Pakistan: pena di morte; saliti al patibolo altri 9 detenuti, oltre 130 da dicembre PDF Stampa
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Ansa, 28 maggio 2015

 

Altri nove detenuti, condannati a morte per omicidio, sono stati impiccati stamane all'alba in diverse prigioni del Pakistan. Lo riferisce Dunya Tv. Due prigionieri sono saliti al patibolo nella prigione di Kot Lakhpat a Lahore, mentre le altre esecuzioni sono avvenute a Rawalpindi, nel resto del Punjab e in Baluchistan. Ieri il boia è entrato in azione per nove prigionieri che erano nel braccio della morte da diversi anni con accuse di assassinio.

Dallo scorso dicembre, quando il governo ha sospeso la moratoria adottata nel 2008 in seguito alla strage talebana alla scuola di Peshawar, sono stati impiccati oltre 130 detenuti. Lo scorso anno, il generale Raheel Sharif, capo delle forze armate, aveva detto che circa 3 mila carcerati potevano andare al patibolo in seguito alla ripresa delle esecuzioni nel Paese asiatico. Secondo i media locali, nel braccio della morte dei penitenziari ci sono circa 8 mila criminali, tra cui alcuni leader islamici irriducibili e talebani.

 
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