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Alessandria: violenza in carcere inevitabile? Intervista al Comandante di Pol. Penitenziaria PDF Stampa
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di Marco Madonia

 

www.alessandrianews.it, 16 febbraio 2015

 

Dopo aver mostrato l'interno della Casa di Reclusione di San Michele incontriamo, con una serie di approfondimenti, i diversi protagonisti che animano la vita di questo luogo pubblico, spesso dimenticato ma centrale per ogni società civile. Oggi è la volta del comandante della polizia penitenziaria, Felice De Chiara, per parlare dell'esperienza in carcere a 360 gradi: dalla violenza alla rieducazione, dai problemi strutturali agli obiettivi futuri.

Prosegue il nostro viaggio all'interno del carcere di San Michele, luogo pubblico, crocevia di storie di vita straordinarie e punto nodale di qualsiasi società che aspiri a essere evoluta e pienamente civile. Dopo averne mostrato l'interno con foto esclusive, è la volta di scoprirne la vita attraverso una serie di interviste con i protagonisti. Cominciamo con Felice De Chiara, comandante della polizia penitenziaria della struttura, da 8 anni a San Michele.

 

Comandante De Chiara, lavorare in carcere è un'occupazione come tutte le altre? Nell'immaginario collettivo è un'esperienza particolare...

"Dopo tanti anni trascorsi fra le sue mura posso affermare, forse a sorpresa, che lavorare in carcere è in realtà un grande privilegio. Si tratta di un lavoro complesso, che sul piano emotivo all'inizio crea sicuramente delle difficoltà per essere accettato. Per prima cosa quando si inizia questa professione bisogna essere capaci di superare i propri pregiudizi e le aspettative: da molti viene visto come un luogo logorante, di ripiego e di secondaria importanza rispetto ad altri lavori. Il carcere può essere visto come uno spazio al margine, dove è quasi impossibile vivere esperienze appaganti e nel quale si finisce professionalmente senza averlo scelto. Per me non è stato così, sebbene giunto qui avessi il mio bagaglio di pregiudizi".

 

Cosa c'è di diverso fra ciò che uno si aspetta di trovare in un carcere e l'esperienza quotidiana di chi lo vive?

"Io mi aspettavo una specie di girone infernale, e non potevo sbagliarmi di più. Si tratta in realtà di un lavoro normale, spesso vissuto con un'organizzazione più precisa che altrove, e con il rispetto di tantissime regole. Questo richiede sicuramente tantissimo impegno e molta motivazione, perché ci si interfaccia con un'utenza speciale, costituita da persone che sono private della loro libertà personale. Il carcere è in luogo di disagio per eccellenza, e anche gli operatori subiscono le conseguenze negative che questo comporta. C'è sempre il rischio che un operatore non abbastanza motivato o preparato si logori. Qui nessuno può permettersi di lavorare solamente per ricevere uno stipendio: altrimenti la vita diventa veramente orribile, e si può incorrere rapidamente in situazioni di forte stress e depressione, con il rischio di coinvolgere in questa spirale anche i familiari. Preso nel giusto verso però, come dicevo, può essere un lavoro estremamente interessante e appagante: si viene in contatto con i più svariati comportamenti umani ed è un'esperienza che non può non arricchire chi la vive ogni giorno".

 

In cosa si distingue un agente di polizia penitenziaria rispetto a un poliziotto che lavora all'esterno?

"In effetti il nostro lavoro è differente e richiede competenze specifiche: chi è abilitato a operare in carcere può svolgere benissimo il normale servizio d'ordine all'esterno della struttura, ma non vale il contrario. Le nostre specificità hanno un significato profondo, che affonda le proprie radici nella nostra Costituzione, all'articolo 27. Il carcere è un luogo pubblico, nato per garantire la sicurezza alla collettività, e, quando possibile, la riabilitazione delle persone detenute. Il nostro dovere è quello di impedire che vengano commessi delitti dentro e fuori dal carcere, e che chi ci è finito almeno non ne esca peggiore di quando è entrato. Per ottenere questo risultato ci basiamo su metodi rigorosi e scientifici, che partono dall'analisi del reato, del contesto nel quale è stato compiuto, per arrivare a partecipare attivamente alla fase di rieducazione di chi lo ha commesso. Noi non siamo qui per assecondare le richieste dei detenuti ma per far loro capire che hanno sbagliato, offrendo al contempo una seconda possibilità. Questo lo si fa dando loro l'opportunità di lavorare all'interno della struttura, e in qualche caso anche all'esterno, e costruendo percorsi di riabilitazione".

 

Il rischio di "burn out" in una realtà lavorativa come quella del carcere è molto alto: da quante unità è composta la polizia penitenziaria di Alessandria? È in numero sufficiente?

"Complessivamente siamo circa 200 agenti effettivi. La carenza di personale è notevole e porta a fare migliaia di ore di straordinario ogni anno. Ormai lavoriamo sistematicamente su turni di 8 ore invece che di 6, come dovrebbe essere in teoria. Diciamo che con altre 25-30 unità potremmo offrire un servizio migliore. La carenza che più si sente è quella legata ai sovrintendenti e agli ispettori: per i primi la pianta organica prevedrebbe 24 unità, ma quelle realmente disponibili sono solamente 2. Per gli ispettori invece ne abbiamo 13 su 24. Il loro ruolo è molto importante perché coordinano i diversi servizi all'interno della struttura e svolgono un tramite fondamentale fra la direzione e il personale esecutivo".

 

Avete dei percorsi di monitoraggio e di sostegno psicologico per il lavoro che svolgete?

"Non esistono, che io sappia, percorsi di sostegno psicologico sistematico, ma personalmente, come comandante, anche se non è previsto espressamente dalla normativa cerco di essere molto attento ai miei uomini: sanno che possono contare su di me per parlare di tutto, per esprimere eventuali malesseri e per ricercare un confronto. In fondo passiamo più tempo con i colleghi e i detenuti che a casa con le nostre famiglie. Il personale che lavora qui va valorizzato, ed è vero che spesso non riceve alcuna gratificazione a livello pubblico. Ma si tratta di grandi professionisti e questo non va dimenticato".

 

L'agente di polizia penitenziaria nell'immaginario collettivo, utilizzando un linguaggio gergale che suppongo non le piaccia, viene spesso identificato come la guardia, il "secondino". In un ambiente così stressante la violenza diventa parte dell'esperienza quotidiana, perché il carcere è un luogo di violenza e reclusione forzata. Come si spiega lei, da osservatore privilegiato e da protagonista di questo ecosistema complesso, l'uso della violenza in carcere?

"L'aggressività e la violenza non possono stupire in un luogo come questo. Chi ha ucciso, stuprato, commesso reati gravi adotta di solito questo meccanismo come mezzo imprescindibile di rapporto verso gli altri detenuti, e di via per ottenere ciò che desidera. Il nostro lavoro ha anche una parte di intelligence mirata a intercettare i soggetti maggiormente capaci di creare gerarchie e rapporti di violenza verso i compagni di detenzione e impedire che ciò accada, almeno in maniera sistematica. Molto dipende anche da come vengono accostate le persone, partendo dai reati che hanno commesso e dal tipo di personalità che dimostrano di avere. Bisogna distinguere la lite dalla prevaricazione vera e propria. È normale che in luogo del genere si litighi. Ci si scontra a casa con i propri familiari, figuriamoci se questo non avvenga anche in un ambiente ristretto, dove sconosciuti sono costretti a condividere spazi per tutta la giornata, per di più partendo dal loro modo abituale di relazionarsi, che fa della violenza un mezzo specifico. Le risse qui comunque sono molto rare e il nostro compito, in quel caso, è quello di mettere subito in sicurezza i soggetti e di accertare come sono andate le cose, anche per assicurare che vengano presi provvedimenti adeguati verso chi ha sbagliato. Saremmo degli illusi se pensassimo di eliminare gli atteggiamenti minacciosi e intimidatori: ci sono nelle riunioni di condominio, figuriamoci nel carcere".

 

Poi però esistono anche le forme di autolesionismo, o di protesta non violenta, come per esempio gli scioperi della fame...

"Gli episodi di autolesionismo purtroppo ci sono e il massimo che si può fare è mettercela tutta per evitarli. Bisogna anche capire quali sono le ragioni alla base di certi gesti. Quasi sempre gli scioperi della fame sono di tipo strumentale, per esempio se viene negato un permesso o qualcosa al quale il detenuto pensa di avere diritto, anche se la legge prevede altro. In questo caso concedere ai detenuti qualcosa che non spetta loro non è rendere un buon servizio, e non concorre a rieducarli. Educare non vuol dire assecondare acriticamente. Se lo sciopero della fame prosegue in maniera immotivata noi non possiamo che applicare la legge: faremo visitare il detenuto ogni giorno del medico e agiremo a seconda del suo stato di salute".

 

Per gli episodi di violenza che coinvolgono agenti e detenuti invece? Anche questo è un fenomeno presente nelle nostri carceri, e innegabile. Le cronache parlano di casi in cui la violenza arriva anche da chi dovrebbe essere il custode e il rappresentante dello Stato...

"Anche io leggo i giornali. Sono notizie che attengono al mondo del carcere, come avviene all'esterno. Lo scontro fa sempre notizia. La stessa legge prevede in maniera chiara quali siano i criteri, molto rigidi, entro i quali è permesso l'uso della forza, che va utilizzata come sempre come contenimento di un'azione violenta che si riceve e mai per primi come attacco deliberato. La reazione deve essere sempre professionale e contenuta, finalizzata a mettere tutti i soggetti coinvolti in sicurezza, il prima possibile. Ci sono situazioni nelle quali difendersi è necessario e non utilizzare la forza sarebbe invece un grave errore. Negli 8 anni che ho passato ad Alessandria non ho però mai dovuto gestire casi di aggressione da parte degli agenti: primo perché tutto il personale sa che non lo tollererei, e secondo perché chi viene qui non ha nessun interesse a litigare con i detenuti e il monitoraggio che svolgo sul livello di stress degli agenti sempre anche a prevenire ogni tipo di eccesso. Io sono orgoglioso dei miei uomini. Bisogna considerare che se non mantenessero un atteggiamento più che professionale le risse sarebbero all'ordine del giorno: in media ogni agente durante il proprio turno riceve almeno 3 o 4 minacce e insulti da parte dei detenuti, ogni singolo giorno. Sanno che è così e gestiscono con consapevolezza e grande autocontrollo la situazione. La nostra situazione non è dissimile ma di chi fa ordine pubblico negli stadi o alle manifestazioni ogni giorno, senza dimenticare però che noi abbiamo a che fare con persone che hanno commesso crimini anche molto gravi e violenti e quindi tutto è ancor più delicato e difficile da gestire".

 

E sugli aspetti educativi del vostro lavoro invece? Il carcere dovrebbe essere un luogo di riabilitazione. Ci riesce?

"Potremmo parlare all'infinito di quali obiettivi la nostra Costituzione attribuisca al carcere e di quale sia l'obiettivo della pena. Spesso e volentieri il concetto di opposizione fra le parti é una questione di cultura: il delinquente ritiene di essere in opposizione a chi gli sta davanti in divisa. Tu sei il buono, io sono il cattivo. In base al grado di riottosità alle regole ci si fa un'idea di quanto sia complicato tendere all'obiettivo della riabilitazione. Nei casi in cui lo scontro è più marcato ci si concentra sul quotidiano e l'obiettivo primo è che la situazione non degeneri. Nella maggior parte dei casi però anche i detenuti che hanno dato prova di essere ben integrati nel contesto criminale, con alle spalle reati gravi, dimostrano con il tempo di essere disponibili ad accogliere e accettare le offerte di aiuto e le seconde occasioni che vengono offerte, affrontando un percorso rieducativo serio. Abbiamo avuto anche grandi soddisfazioni in questi anni".

 

Come cambieranno le cose qui ad Alessandria con l'introduzione della sorveglianza dinamica? Si tratta in effetti di una nuova frontiera sul piano rieducativo e del futuro reinserimento in società di chi oggi è detenuto?

"Ci sono direttive precise che arrivano dall'Europa e dalla Corte internazionale per i diritti dell'uomo che indicano alcune modifiche da apportare al nostro assetto carcerario: l'obiettivo è quello di migliorarlo tendendo ai modelli presenti nel Nord Europa. Abbiamo svolto una fase di formazione che ha coinvolto tutto il personale e siamo pronti a partire. Sarà un grande sforzo e richiederà da parte di tutti, detenuti compresi, un importante cambio di mentalità. Il punto però è quello di ricordarsi che bisogna fare i conti con il nostro contesto logistico, strutturale, con i fondi che abbiamo a disposizione e anche con la tipologia di detenuti. Bisogna contestualizzare le riforme calandole nella nostra realtà, perché non abbiamo spazi, fondi e persone come quelle che è possibile trovare nei paesi del nord, dove in effetti i detenuti restano in cella solamente per dormire e svolgono attività in spazi comuni per tutto il resto della giornata, con ampio spazio per le esperienze produttive, ricreative ed espressive.

In realtà il nostro mondo è in costante mutazione e dobbiamo comprendere che non potrà che essere un processo graduale, con effetti sicuramente virtuosi. Paradossalmente il metodo proposto dalla sorveglianza dinamica sarà più impegnativo per i detenuti che non per gli operatori: oggi chi si trova in carcere passa il tempo a lamentarsi e dipende in tutto e per tutto dagli altri, con una regressione che lo deresponsabilizza quasi totalmente. Con il nuovo approccio invece verranno costruiti percorsi insieme ai detenuti, ma sarà fondamentale che loro facciano la propria parte, prendendosi degli impegni e mantenendoli. Si tratterà di un patto reciproco che potrebbe portare notevoli miglioramenti, specialmente negli spazi di autonomia dei detenuti, con benefici concreti sulle loro possibilità di reinserimento in società. Per attuarlo però servono strutture fisiche adeguate e investimenti economici importanti, senza i quali il tutto verrà necessariamente ridimensionato, compresi gli obiettivi ambiziosi che il progetto oggi ha".

 
Mantova: metamorfosi a Castiglione, l'Ospedale psichiatrico Giudiziario si fa in sei PDF Stampa
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di Sabrina Pinardi

 

Corriere della Sera, 16 febbraio 2015

 

Piccole comunità terapeutiche al posto dell'Opg mantovano. È mattina, tra poco si comincia. Sartoria, ginnastica, cucina, persino la redazione di un giornalino. I vialetti si riempiono: stranieri a gruppetti, coppiette che si tengono per mano, qualche ragazzo in disparte a fumare. Se non fosse per la recinzione alta più di tre metri e le sbarre alle finestre, quello dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere potrebbe sembrare un parco qualsiasi.

Con la palestra, la piscina per l'estate e un grande bar con i clienti in fila. "Perché non volete fotografarmi? Sono finito in prima pagina tante volte. Una più, una meno, cosa cambia?", dice Giovanni con la sua parlantina sciolta. Sta facendo colazione con altri pazienti, pronti a farsi immortalare come l'amico. Stanno seduti a un tavolino che la riforma della sanità penitenziaria lascerà lì dov'è. Perché la rivoluzione che promette di chiudere gli Opg, fissata per legge (la 81 del 2014, che ha modificato la numero 9 del 2012) il 31 marzo, non abbatterà i cancelli della struttura sulle colline mantovane, che ospita circa 150 uomini e oltre 60 donne.

L'unico ospedale psichiatrico in Italia a non avere guardie carcerarie, cederà il posto a sei comunità terapeutiche da venti persone ognuna "Rems", residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza), alle quali i pazienti saranno destinati tenendo conto delle loro caratteristiche cliniche. "Per ognuno - spiega il direttore dell'Opg Andrea Pinotti - stiamo sviluppando percorsi individualizzati. Ma in più, qui a Castiglione, potremo garantire un'offerta di attività riabilitative impensabile per piccole realtà isolate". Rimarranno, infatti, le aree comuni per ciò che già adesso riempie le giornate dei malati: dalla palestra alla redazione di "Surge et ambula", il giornale interno, dai laboratori artistici alla sartoria, fino alle corvée in cucina e alle piccole manutenzioni interne per le quali i pazienti ricevono un compenso.

Entro pochi mesi partirà una fase di transizione, che dirotterà qui tutti i pazienti lombardi (la Regione, nella delibera del 23 dicembre 2014, stima che i malati al 31 marzo saranno circa 150), ospitati in otto comunità provvisorie, mentre per le Rems definitive bisognerà aspettare il 2016, se tutto andrà per il verso giusto. Se, cioè, saranno pronte le due comunità ricavate dal recupero dei padiglioni Forlanini e Ronzoni nell'ex psichiatrico di Limbiate (Mi): nella delibera della Regione, che per la riforma ha investito 40 milioni, non ce n'è più traccia, ma Palazzo Lombardia conferma l'intenzione.

Nel frattempo, ogni Regione dovrà farsi carico del rientro dei propri pazienti: "Lo stanno già facendo - dice Pinotti. All'inizio del 2014 avevamo più di 300 ricoverati, all'inizio di quest'anno erano 210. Nonostante i continui ingressi". All'Opg di Castiglione, entrano dalle 6 alle 8 persone al mese; due le categorie di malati che prevalgono: ragazzi molto giovani con disturbi della personalità o problemi di tossicodipendenza oppure uomini anziani con gravi psicosi. "Situazioni - aggiunge il direttore - che i dipartimenti di salute mentale sui territori spesso non sono in grado di gestire".

Eppure, secondo "Stop Opg Lombardia", questi presidi dovrebbero invece diventare il fulcro dei cambiamenti. Il comitato, che ha chiesto un confronto con la giunta di Regione Lombardia, è preoccupato per la piega presa dalla riforma. "L'Opg mantovano cambierà il nome, ma rimarrà un manicomio" dice lo psichiatra Luigi Benevelli. Stop Opg chiede la sospensione del programma di Rems da ricavare a Castiglione, "in attesa dell'accertamento del fabbisogno reale" e la costituzione di unità operative per la tutela della salute mentale nelle carceri. Meglio il carcere dell'Opg? "In carcere una persona ha diritti che può esercitare. E poi smettiamola di pensare soltanto agli opg. Il problema della salute mentale di chi commette reati è molto più vasto".

 
Caserta: l'Ospedale psichiatrico Giudiziario di Aversa verso la chiusura PDF Stampa
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Lidia de Angelis

 

Gazzetta di Caserta, 16 febbraio 2015

 

Il Ministro della Giustizia Orlando ha presentato in queste ore una relazione circa la ferma decisione di vedere chiusi gli Opg entro e non oltre il 1 aprile 2015, altrimenti le strutture penitenziarie saranno commissariate. È ferma intenzione del Governo, Regioni e istituzioni coinvolte di dare attuazione concreta e definitiva al superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari entro l'annunciato termine del primo aprile 2015.

E via alla procedura di commissariamento da parte del Governo per quelle Regioni che a tale data non sapranno garantire il completamento delle iniziative necessarie per la presa in carico dei soggetti dichiarati dimissibili e di quelli non dimissibili. Sono le conclusioni contenute nella seconda Relazione trimestrale sullo stato di attuazione dei programmi regionali relativi al superamento degli Opg, inviata al Parlamento dai ministri della Salute e della Giustizia ai sensi della legge 30 maggio 2014 n. 81. Il piano prevede per i soggetti dichiarati dimissibili l'affidamento ai dipartimenti di salute mentale (Dsm) delle Regioni di residenza, I non dimissibili saranno invece accolti e assistiti presso strutture residenziali appropriate (Rems), conformi ai requisiti previsti dal decreto ministeriale di ottobre 2012.

"Dare attuazione concreta e definitiva al superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari entro l'annunciato termine dell'1 aprile 2015 e via alla procedura di commissariamento da parte del governo per quelle Regioni che a tale data non sapranno garantire il completamento delle iniziative necessarie per la presa in carico dei soggetti dichiarati dimissibili e di quelli non dimissibili". Sono le conclusioni contenute nella seconda Relazione trimestrale sullo slitto di attuazione dei programmi regionali relativi al superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, inviata al Parlamento dai ministri della Salute e della Giustizia.

"Il piano - riferisce una nota del ministero della Giustizia - prevede per i soggetti dichiarati dimissibili l'affidamento ai dipartimenti di salute mentale (Dsm) delle Regioni di residenza. I non dimissibili saranno invece accolti e assistiti presso strutture residenziali appropriate (Rems), conformi ai requisiti previsti dal decreto ministeriale del 2012. Gli ospedali psichiatrici giudiziari ancora operativi sul territorio nazionale sono 6 al 30 novembre scorso vi risultavano detenute 761 persone". Vedremo se Aversa rispetterà la scadenza.

 
Sassari: caso Erittu, fu suicidio o delitto? i pm impugnano la sentenza di assoluzione PDF Stampa
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di Nadia Cossu

 

La Nuova Sardegna, 16 febbraio 2015

 

La Procura generale ricorre in Appello contro l'assoluzione dei 5 imputati: "Il detenuto non si suicidò, fu ammazzato". "Il detenuto Marco Erittu non si è suicidato, è stato ucciso".

Forti di questa convinzione i pubblici ministeri Sergio De Nicola e Gian Carlo Moi - rispettivamente sostituti procuratori della Procura generale nella sezione distaccata di Sassari e alla corte d'appello di Cagliari - hanno presentato appello contro la sentenza della corte d'assise di Sassari emessa il 23 giugno 2014 con la quale erano stati assolti dall'omicidio in concorso (per non aver commesso il fatto) gli imputati Giuseppe Vandi, Nicolino Pinna e Mario Sanna e dall'accusa di favoreggiamento (sempre in relazione all'omicidio Erittu) gli altri due imputati Giuseppe Sotgiu e Gianfranco Faedda. Il pm Giovanni Porcheddu aveva chiesto l'ergastolo per i primi tre e una condanna a quattro anni per gli altri.

L'appello. I due sostituti procuratori ricostruiscono e ripercorrono nella richiesta d'appello ogni tappa del processo di primo grado: perizie, testimonianze, comparazioni scientifiche. Ne evidenziano falle, contraddizioni, incongruenze. E al termine delle 244 pagine chiedono alla corte d'assise d'appello di Sassari di accogliere la loro impugnazione e di "disporre la parziale rinnovazione del dibattimento mediante l'espletamento di un'altra perizia medico legale sulla causa della morte e un accertamento tecnico sulla striscia di coperta in sequestro per la ricerca di tracce biologiche e l'estrazione del Dna per l'attribuzione alla vittima". Chiedono quindi ai giudici di "riformare la sentenza e per l'effetto dichiarare penalmente responsabili gli imputati".

La storia. Si sta parlando del caso Erittu, il detenuto trovato morto nella sua cella dell'ex carcere di San Sebastiano il 18 novembre del 2007. Caso inizialmente archiviato come suicidio e poi riaperto in seguito alle dichiarazioni del pentito Giuseppe Bigella che si era autoaccusato del delitto (è stato giudicato e condannato separatamente) chiamando in correità gli altri imputati. La corte d'assise aveva assolto tutti e nelle motivazioni della sentenza era stato chiaramente evidenziato: "L'istruttoria dibattimentale non ha consentito di acquisire, oltre alle dichiarazioni auto ed etero accusatorie di Bigella, elementi idonei dotati di un minimo di certezza tali da far ragionevolmente ritenere che la morte di Erittu sia da ricondurre a un omicidio piuttosto che a un suicidio, così come concluso nelle prime indagini del 2007". Sempre nelle motivazioni i giudici si soffermavano sulla causa della morte e in particolare sulle "diverse e contrastanti opinioni dei consulenti" di accusa e difesa "che hanno un limite in comune: hanno effettuato le loro valutazioni sulla base del corredo fotografico effettuato in sede di autopsia e quindi non sulla scorta di una osservazione diretta del corpo della vittima".

I dubbi della Procura generale. Ma la Procura generale della Corte d'appello di Cagliari ha più di un dubbio in merito agli stessi elementi. Scrivono, De Nicola e Moi: "Si parla di un detenuto rinchiuso in una cella liscia (singola e priva di suppellettili) che poche ore dopo è stato rinvenuto privo di vita per una causa mortis pacificamente non naturale (asfissia meccanica primitiva violenta) e che presentava al collo una striscia di coperta non agganciata ad alcun appiglio fisso (ma semplicemente poggiata all'asta della spalliera del letto) e che il dibattimento ha accertato non provenire dalle coperte presenti in cella".

Circostanze, queste, che "escludono in radice la possibilità che sia stato il detenuto a "costruirla" e a usarla contro di sé (e quindi il fatto stesso del suicidio) e rendono palese la natura omicidiaria dell'evento, in piena conformità con le dichiarazioni di Giuseppe Bigella che ha confessato di aver personalmente ucciso Erittu su mandato di Giuseppe Vandi oltre che con la collaborazione di Nicolino Pinna al quale spettava il compito di simulare un suicidio) e del poliziotto penitenziario Mario Sanna (che ha reso possibile l'ingresso in cella). Circostanze che rendono del tutto inaccettabili le conclusioni della sentenza circa la natura suicidaria del decesso".

Critiche al perito Avato. Contestano, tra le altre cose, le conclusioni cui era arrivato il perito Avato e in particolare le sue valutazioni sulla striscia di coperta: "La logica di Avato segue regole proprie - scrivono i due pubblici ministeri - ed è certamente distante dalla regola che vige in ogni processo: quella che ritiene imprescindibile per discernere tra responsabilità e innocenza, tra omicidio o suicidio o omicidio camuffato da suicidio, basarsi essenzialmente sui (veri) dati circostanziali che caratterizzano il caso concreto e la scena del crimine".

 
Catanzaro: Uil-Pa in visita al carcere "Lo scatto dentro, perché la verità venga fuori" PDF Stampa
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www.cn24tv.it, 16 febbraio 2015

 

Sabato 21 febbraio, dalle ore 9 alle ore 11.30 , una delegazione della Uil guidata dal Segretario generale Carmelo Barbagallo, effettuerà una visita alla casa circondariale di Catanzaro per verificare lo stato dei luoghi di lavoro della polizia penitenziaria.

Ad affiancare il segretario generale della Uil durante la visita - è scritto in una nota - ci saranno, tra gli altri, il Segretario Generale della UIL Pubblica Amministrazione Attili, il Segretario Generale della Uil-Pa Penitenziari Sarno ed il Segretario Regionale della Calabria Uilpa Penitenziari Paradiso. Durante la visita sarà effettuato un servizio fotografico che documenterà la situazione lavorativa. Si tratta dell'ennesima tappa di una iniziativa denominata "Lo scatto dentro, perché la verità venga fuori". Un tour che ha già toccato, in poco più di due anni, circa 50 istituti Penitenziari d'Italia documentando, in numerosissimi casi, le infamanti e difficili condizioni di lavoro cui sono costretti gli agenti penitenziari e le incivili condizioni della detenzione.

"Intendiamo contribuire alla diffusione di una verità troppo spesso celata dalle mura di cinta. I nostri servizi fotografici - spiega Eugenio Sarno, segretario generale della Uil-Pa Penitenziari - sono un momento alto di informazione. Riteniamo che le immagini, molto più delle parole, possano contribuire ad una presa di coscienza collettiva di come sia ancora distante la soluzione al dramma sociale delle condizioni di lavoro e di detenzione nelle nostre carceri. La presenza a Catanzaro , quindi, di Barbagallo ed Attili non solo conferma una storia ultraventennale di attenzione e sensibilità verso il mondo carcerario e di chi ci lavora di tutta la Uil, quant'anche una sollecitazione forte alla politica a risolvere, presto e bene, una questione sociale che, da più parti, è stata definita una vergogna per l'Italia".

Già nel novembre del 2013 una delegazione della Uil-Pa Penitenziari documentò, attraverso un servizio fotografico, lo stato dei luoghi di lavoro dell'istituto di Siano "ma da aprile dello scorso anno è stato attivato un nuovo padiglione - ricorda Sarno - che sarà il soggetto principale delle nostre rilevazioni fotografiche. Sul punto è bene sottolineare come la burocrazia impedisca di assegnare in via definitiva il personale necessario al funzionamento della nuova struttura e, in attesa di una auspicata revisione delle piante organiche, si è ripiegato sull'escamotage del distacco provvisorio per le 35 unità provenienti da altri istituti penitenziari d'Italia.

Così come è intollerabile che a distanza di un anno dalla chiusura del carcere di Lamezia Terme non vi sia ancora un formale decreto ministeriale di dismissione e che a sorvegliare una struttura inattiva vi sia un contingente di 6 unità di polizia penitenziaria che potrebbe essere destinato a compiti operativi più confacenti alle necessità, senza dimenticare - chiosa il Segretario della Uil-Pa penitenziari - l'esigenza del personale che ha perso la sede ad avere un quadro chiaro e certo del proprio futuro lavorativo" Copie del servizio fotografico effettuato durante la visita saranno distribuite nel corso di una Conferenza Stampa (a cui parteciperanno Barbagallo, Attili e Sarno) che si terrà nella sala conferenze del carcere di Catanzaro alle ore 12.00 di sabato 21 Febbraio 2015.

 
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