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Lazio: tornano a crescere le presenze di detenuti nelle carceri della Regione PDF Stampa
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Adnkronos, 26 febbraio 2015

 

Tornano a crescere, dopo mesi ininterrotti di calo, le presenze di detenuti nelle carceri della Regione Lazio. Il 23 febbraio 2015 i reclusi presenti nei 14 istituti della Regione erano 5.702, 83 in più rispetto alla rilevazione diffusa dal Dap lo scorso 22 gennaio ed addirittura 102 in più rispetto al 31 dicembre 2014. Lo rende noto il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni commentando i dati del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.

Anche se, rispetto ad un anno fa, le presenza fanno registrare un - 1.150 (la rilevazione del 4 febbraio 2014 indicava, infatti, 6.856 presenze) per il Garante la novità più rilevante che emerge dalle statistiche del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria è che, "in questo inizio di 2015, si è avuta una inversione di tendenza, con un piccolo ma costante aumento dei reclusi nelle carceri. I numeri restano decisamente lontani dalle medie registrate fino a due anni fa ma, certo, questa tendenza rappresenta un piccolo campanello d'allarme, anche perché il sovraffollamento fa sempre segnare un + 600 presenze rispetto alla capienza regolamentare degli istituti regionali, fissata dal Dipartimento a quota 5.114".

A livello nazionale, il Lazio si conferma al quarto posto nella graduatoria delle Regioni italiane con il maggior numero di detenuti dietro Lombardia con 7.875 presenze, Campania con 7.314 e Sicilia con 5.888). Dai dati regionali emergono ulteriori spunti di riflessione. Torna, infatti, a salire la percentuale dei detenuti in attesa di giudizio definitivo: nel Lazio attualmente sono 2.172, il 38,09% del totale, contro il 37,39% di un mese fa. Nel dettaglio, 1.206 sono i reclusi in attesa di giudizio di I grado, e 1.146 i condannati non definitivi. I condannati definitivi sono invece 3.511, il 61,57% (contro il 62,34% di un mese fa).

 
Lazio: per superare Opg servono 132 assunzioni tra medici, infermieri e personale tecnico PDF Stampa
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Ansa, 26 febbraio 2015

 

"Approvato il decreto per l'indizione del primo concorso pubblico dopo 8 anni, destinato all'assunzione di 132 tra medici, infermieri e personale tecnico della riabilitazione. Il Commissario ad acta Nicola Zingaretti ha firmato questa mattina l'atto che autorizza il concorso per reperire il personale necessario al funzionamento delle sedi provvisorie e definitive delle strutture residenziali socio assistenziali Rems, che nascono per superare gli Opg". Lo comunica, in una nota, la Regione Lazio.

"Con questo atto il Lazio - spiega la nota - ottempera ad una legge dello Stato e ad una norma di civiltà in linea con il definitivo accordo nella Conferenza unificata Stato Regione che si terrà domani. Si tratta di un concorso pubblico destinato a medici, psicologi, infermieri, tecnici della riabilitazione psichiatrica, amministrativi, assistenti sociali e operatori socio sanitari. In particolare 54 saranno assunti per la Asl Roma G (Tivoli Monterotondo), 54 per la Asl di Frosinone, 24 per quella di Rieti ,per un totale di 132 unità.

Le Rems provvisorie saranno a Palombara Sabina e Pontecorvo i cui lavori sono già in corso, mentre quelle definitive saranno a Subiaco a Ceccano ed a Rieti andrà il reparto che ospiterà le donne". "Nei prossimi giorni - conclude la Regione Lazio - attiveremo le procedure previste dal decreto ministeriale dell'1.10.2012 circa specifici accordi con le Prefetture per garantire adeguate misure di sicurezza e vigilanza. È stato inoltre approvato il decreto che assegna a tutte le aziende sanitarie fondi per il potenziamento dei servizi dei Dsm (Dipartimenti salute mentale) e del personale per il potenziamento dell'articolazione sanitaria per oltre un milione di euro".

 
Piemonte: con progetti di reinserimento sociale ritorna in carcere solo il 23% dei detenuti PDF Stampa
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di Maria Teresa Martinengo

 

La Stampa, 26 febbraio 2015

 

Lo dice una ricerca dell'Università di Torino presentata al convegno "Guardiamoci dentro" promosso dalla Compagnia di San Paolo. La Compagnia di San Paolo e l'Ufficio Pio sono impegnati in vari progetti per restituire dignità e prospettive di futuro alle persone con trascorsi penitenziari

Il convegno nazionale "Guardiamoci dentro", ampia riflessione sul carcere in Italia promossa dalla Compagnia di San Paolo e dall'Ufficio Pio, si è aperto al Campus Luigi Einaudi dell'Università con la presentazione del Progetto Logos per il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti in uscita, da dieci anni sostenuto dalla Compagnia e seguito dall'Ufficio Pio, e di una ricerca sui percorsi delle persone con trascorsi penitenziari, sui tassi di recidiva e sull'impatto di Logos.

Lo studio, condotto dall'Università di Torino e dall'Osservatorio nazionale sulle condizioni detentive in Italia dell'Associazione Antigone, ha analizzato i fascicoli di 458 persone. Inoltre, sono state condotte 40 interviste sulle prime esperienze lavorative, sui rapporti con la famiglia e con i servizi sociali locali. "I colloqui - ha spiegato il professor Claudio Sarzotti, che con Daniela Ronco e Giovanni Torrente ha coordinato lo studio - descrivono a volte con toni drammatici il quadro socio-economico in cui i percorsi di reinserimento si svolgono: un quadro che chiama in causa il sistema Paese, con una quota sempre più ampia di cittadini che faticano ad essere riconosciuti come tali".

La ricerca mostra come la percentuale di recidiva media fra coloro che hanno seguito per intero il progetto Logos - che offre ai detenuti a fine pena un sostegno per raggiungere l'autonomia e il reinserimento sociale - nei 7 anni presi in esame (2007-2014), è del 23,20%; ben 15 punti in meno del miglior dato nazionale ad oggi disponibile sui fruitori di indulto, ma soprattutto ben 45 punti inferiore rispetto alla recidiva ordinaria rilevata dall'Amministrazione penitenziaria (68,45%).

Al contrario, coloro che non hanno terminato il progetto Logos - a causa di interruzione o abbandono - mostrano un tasso di recidiva più elevato, del 44,5%.

Il professor Sarzotti ha sottolineato come dalle interviste emerga la volontà degli ex detenuti di lavorare onestamente, ma che sotto la soglia della sopravvivenza le persone siano disposte a praticare "strategie di sopravvivenza" che spingono nuovamente all'illegalità. E ha citato passaggi di testimonianze. "Vivo con mia madre con una pensione di 280 euro al mese", ha detto un uomo.

E un altro: "Non ho mai i soldi per portare mia figlia a mangiare una pizza. Ha 14 anni, vede le amiche andare in piscina, lei non può. Ma che vita le sto facendo fare?". Un terzo: "Quando mio padre non ci sarà più con la sua pensione, io andrò sotto i ponti". Il quarto: "Se non riesco a trovare lavoro, a casa cosa porto da mangiare? Procurarsi dei soldi è dura se non hai nessuno...".

Nell'ambito delle iniziative a favore della popolazione carceraria, l'impegno della Compagnia di San Paolo conta interventi che arrivano complessivamente a 13,4 milioni di euro, di cui 6 investiti tra il 2011 e il 2014 con Progetto Libero che mira all'impegno prioritario del recupero dell'autonomia e di una qualità di vita accettabile per i detenuti e per le loro famiglie con lavoro, sport, ascolto, formazione, esigenze primarie, genitorialità e famiglia, oltre a lavori di ristrutturazione dei locali del carcere. L'Ufficio Pio, poi, ha assegnato oltre 2 milioni per Logos. "La missione della Compagnia è lo sviluppo della comunità nel suo insieme. Il mondo carcerario ne fa parte a pieno titolo e le sue sorti riguardano tutti, anche chi sta "fuori". Garantire un adeguato livello di dignità a queste persone è un dovere morale e un principio sancito dalla nostra Costituzione", ha detto il presidente della Compagnia di San Paolo Luca Remmert, introducendo il convegno, che prosegue oggi nel Foyer del Teatro Regio alla presenza del vice ministro Enrico Costa, ha dichiarato.

 

Progetto Logos: con reinserimento meno recidive

 

Aiutare il reinserimento sociale degli ex detenuti è indispensabile per ridurre notevolmente le probabilità che ritornino a delinquere. A sostenerlo i partecipanti al convegno "Guardiamoci dentro", aperto oggi a Torino al Campus Luigi Einaudi e che continua domani alla presenza del viceministro Enrico Costa. Organizzato dalla Compagnia di San Paolo, è stato l'occasione per riferire i risultati del Progetto Logos, nato nel 2003 su iniziativa della Compagnia in collaborazione con l'Ufficio Pio, con l'obiettivo di offrire ai detenuti a fine pena un sostegno per raggiungere l'autonomia.

Lo studio, condotto dall'Università di Torino e dall'Osservatorio nazionale sulle condizioni detentive in Italia dell'Associazione Antigone, ha analizzato i fascicoli di 458 persone inserite nel progetto Logos tra il 2007 e il 2014. La ricerca mostra come la percentuale di recidiva media fra coloro che hanno seguito per intero il progetto Logos, nei 7 anni presi in esame (2007-2014), è del 23,20%, pari a 15 punti in meno del miglior dato nazionale ad oggi disponibile sui fruitori di indulto (38,11%) e 45 punti inferiore rispetto alla recidiva ordinaria rilevata dall'Amministrazione penitenziaria (68,45%).

Del 44,5% è il tasso di recidiva si coloro che non hanno terminato il progetto Logos. "Siamo convinti - ha detto il presidente della Compagnia di Sam Paolo, Luca Remmert - che offrire ai detenuti e alle detenute adeguate opportunità per riabilitarsi, per acquistare o riacquistare dignità e onore, pur nella severità necessaria e imprescindibile della pena, contribuisca in modo concreto e duraturo alla sicurezza sociale e di conseguenza al beneficio di tutta la comunità".

 
Napoli: detenuti pestati nella "cella zero" di Poggioreale, quattro agenti indagati PDF Stampa
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di Arianna Giunti

 

L'Espresso, 26 febbraio 2015

 

Nell'inchiesta, nata dalla denuncia di alcuni carcerati che hanno raccontato ai magistrati di essere stati picchiati a sangue da una squadra della polizia penitenziaria, coinvolto anche un medico. Quattro agenti indagati e un medico nei guai. Sta dando i primi frutti la complicata inchiesta sui pestaggi avvenuti nella "cella zero" del carcere di Poggioreale, nata dalla denuncia di alcuni detenuti ed ex detenuti, che hanno raccontato ai magistrati di essere stati picchiati a sangue da una squadra di agenti della polizia penitenziaria, nel buio di una cella al piano terra del penitenziario napoletano.

I procuratori aggiunti Valentina Rametta e Giuseppe Loreto e il pm Alfonso D'Avino hanno iscritto nel registro degli indagati quattro agenti della polizia penitenziaria, che ora non sono più in servizio a Poggioreale. Mentre rimane pendente una denuncia nei confronti di un medico del carcere, accusato da uno dei detenuti di non averlo neppure visitato, facendo finta di nulla quando lui si è presentato in infermeria con lesioni tipiche da pestaggio.

Le indagini stanno andando avanti in silenzio e non senza difficoltà, tanto che i magistrati napoletani hanno dovuto chiedere una proroga di sei mesi, in modo da rintracciare testimoni e altre probabili vittime che, nel frattempo, sono stati trasferiti in altri istituti di pena. Intanto, le denunce dei detenuti sono arrivate a quota 150. Sospetti abusi di potere che anche l'Espresso aveva denunciato, raccogliendo le testimonianze dei detenuti.

Secondo i loro racconti, nell'istituto partenopeo che all'epoca dei fatti - nel gennaio 2014 - era il penitenziario più sovraffollato d'Europa, un manipolo di agenti della polizia penitenziaria, che si faceva chiamare "la squadretta della Uno Bianca", commetteva abusi di potere e feroci pestaggi nei confronti dei detenuti (soprattutto stranieri o in attesa di giudizio) che venivano portati in una cella vuota e priva di telecamere, denudati, picchiati e infine minacciati perché non rivelassero a nessuno quello che era successo.

Qualcuno, però, ha trovato il coraggio di parlare. Prima con il garante dei detenuti della Campania, Adriana Tocco, che ha inoltrato un dossier alla Procura. E poi con gli stessi magistrati, che ancora in questi giorni stanno incrociando testimonianze e ricordi, andando a ritroso nel tempo e cercando di rintracciare anche detenuti che nel frattempo hanno lasciato il carcere o sono stati trasferiti in altri istituti, cercando di abbattere quel muro di paura e omertà che si sarebbe creato a Poggioreale.

I ricordi di quelle violenze sono ancora ben impressi nella mente di uno dei detenuti, R.L., uno dei primi ad aver sporto denuncia in Procura, che oggi racconta a l'Espresso: "Mi ricordo ancora come fosse ieri, era il luglio del 2013. Mentre mi portavano in quella cella uno degli agenti si sfregava le mani e si toglieva gli anelli, poi continuava a ripetermi: 'Tu sei una brava personà. E più me lo diceva più io tremavo, perché capivo che stava per succedermi qualcosa". I dettagli, agghiaccianti, concordano con quelli degli altri detenuti: "Una volta arrivato nella cella, gli altri agenti quando mi hanno visto hanno detto: "E chi è 'sta munnezza?" Poi mi hanno fatto spogliare completamente nudo. E sono iniziate le botte".

L'uomo - che era finito in carcere per una vicenda di ricettazione e che oggi ha scontato la sua pena - elenca anche altri dettagli, pure questi finiti sul tavolo del magistrati: "Le vittime di questi pestaggi erano soprattutto stranieri, o comunque persone normali, senza grossi curriculum criminali. Prima di pestare un detenuto, andavano a vedere nei registri chi era e cosa aveva fatto. Non si azzardavano a picchiare i camorristi, per paura di vendette e ritorsioni".

Nel mirino dei magistrati però non sono finiti solo gli agenti della penitenziaria ma anche un medico, che avrebbe dovuto denunciare d'ufficio le botte subite dai carcerari, e invece non lo avrebbe fatto. "Quando mi sono fatto visitare in infermeria avevo paura a raccontare di essere stato vittima di un pestaggio, però le botte sul mio viso e sul corpo erano inequivocabili - racconta oggi a l'Espresso l'ex detenuto - Ma lui senza neppure visitarmi ha detto: "Torni pure in cella, è tutto a posto". "In quella cella mi hanno umiliato, mi hanno ferito. Mi hanno annullato come essere umano".

Accuse pesantissime che devono ancora essere dimostrate. Certo è che la notizia di questa svolta nell'inchiesta sembrerebbe aver dato ragione all'ex detenuto Pietro Ioia, uno dei primi a parlare dell'esistenza della "cella zero", che oggi fa parte dell'associazione ex detenuti napoletani: "Qualcosa si sta muovendo, dopo anni di silenzio su quello che succedeva in quel carcere. Ora chi ha sbagliato deve pagare. Non dimentichiamoci mai che il carcere deve essere un luogo di recupero per chi sbaglia, non di tortura".

E qualche effetto positivo, questa inchiesta, l'ha avuto: dopo un'ispezione, sono cambiati i vertici dell'istituto e della polizia penitenziaria e il clima a Poggioreale è decisamente migliore. "Con l'apertura delle celle e l'aumento di varie attività nel carcere - conferma il garante dei detenuti Adriana Tocco - non sto ricevendo più denunce, né verbali, né scritte per abusi e violenze".

 
Pescara: uno "scampolo di città" nel carcere, per cambiare le cose PDF Stampa
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di Francesco Lo Piccolo (direttore di "Voci di dentro")

 

www.huffingtonpost.it, 26 febbraio 2015

 

Nel carcere di Pescara sta per partire La Città, progetto sperimentale dell'Associazione Voci di dentro per "trasformare" un pezzo del carcere in un "luogo di senso" dove alcune delle persone detenute (una quarantina in una prima fase) "potranno vivere lo spazio e il tempo come si vive lo spazio e il tempo del mondo libero". Sono mesi che ci lavoriamo, siamo a un buon punto: in accordo con la direzione dell'Istituto, al secondo piano di un capannone esterno alla zona delle celle, ma sempre dentro il carcere, in un'area di circa 500 metri quadrati, i detenuti della redazione di Voci di dentro, i volontari dell'associazione, un gruppo di psicologi e sociologi dell'Università D'Annunzio di Chieti e gli ingegneri di Viviamolaq (gli stessi che a L'Aquila hanno realizzato Parcobaleno a Santa Rufina, Restart in piazza San Basilio ecc.) tutti insieme abbiamo ridisegnato, dipinto e arredato cinque grandi stanze, un salone e un ampio corridoio. Colori alle pareti, scaffali, e tavolini (tutti realizzati in arte povera) stanno trasformando lo spazio per renderlo uno scampolo di città con la sua piazza, la sua strada, le sue scuole, i suoi servizi ricreativi e culturali, la biblioteca, l'azienda, l'area artigianale... (Per chi ci vuole dare una mano è stata anche avviata una raccolta fondi).

Nulla di eccezionale. È il naturale sviluppo del lavoro e delle attività portate avanti da oltre otto anni dall'Associazione Onlus Voci di dentro negli Istituti penitenziari di Chieti, Pescara, Vasto e Lanciano; è il superamento della formula dei tanti corsi che si fanno nelle carceri e che, come abbiamo ben visto, il più delle volte vengono abbandonati a metà percorso e frequentati dai detenuti solo in vista del giudizio dell'area educativa del carcere così da ottenere qualche beneficio o permesso premio in più. La Città è un esperimento pilota per cercare di concretizzare quello che indicano i più avanzati modelli architettonici per le prigioni e le stesse linee guida vecchie di qualche decennio delle Commissioni europee che si occupano di sistemi penitenziari e che prevedono appunto l'organizzazione delle strutture carcerarie come il mondo di fuori.

Realizzata la struttura (in parte), ora siamo alla messa a punto del contenuto: concretamente prevediamo di collocare ne La Città degli spazi di vita che abbiamo suddiviso in spazi lavoro, comunicazione, studio-formazione, creativo individuale, hobby-svago. Nuovi spazi dunque all'interno dei quali i detenuti, nei limiti imposti dalla sicurezza e secondo tempi e modalità concordate con l'amministrazione penitenziaria, potranno accedere e muoversi liberamente. Inizialmente mezza giornata, ma l'intento è di usare questo spazio tutta la giornata così da poter rendere effettivo l'articolo 6 dell'ordinamento penitenziario (legge 26 luglio 1975 n. 354) che distingue chiaramente la cella per il pernottamento dai locali per le attività.

Spazi che noi intendiamo come luoghi di vita dove i detenuti poco alla volta si riappropriano del sapere, della conoscenza, di valori. Delle regole. Attivi e non passivi. E inevitabilmente, luoghi che cambiano anche i volontari: non più attori che si muovono individualmente guidati da una personale motivazione, ma parte di un processo che coinvolge in ugual misura le persone detenute e quelle non detenute. Tutti insieme impegnati, in grande sintesi

1. nello spazio lavoro ovvero nelle attività di digitalizzazione già avviate dalla cooperativa Alfachi (nata sempre dall'associazione Voci di dentro), attività retribuite con obblighi e doveri in tutto e per tutto identici a quelli di qualunque lavoratore;

2. nello spazio comunicazione dove si realizza la rivista Voci di dentro, rivista e luogo di lavoro contro gli stereotipi e la spettacolarizzazione degli avvenimenti con una visione critica e aperta alle diverse culture e tradizioni;

3. nello spazio studio-formazione con corsi di italiano, lingua, scrittura creativa, informatica, e più in generale corsi professionali in collegamento diretto col mondo del lavoro;

4. nello spazio studio creativo individuale (La biblioteca);

5. nello spazio hobby-svago.

In sostanza immaginiamo che ci sarà ad esempio chi lavorerà presso la cooperativa e poi avrà un momento di relazione sociale e di svago; oppure ci sarà chi si inserirà nella formazione e poi accederà all'area sociale e successivamente a quella di svago ed infine chi dedicherà il suo tempo all'impegno sociale con le attività redazionali dell'associazione Voci di dentro per poi passare all'area sociale e a quella di svago. Questo dal lunedì al venerdì. Nelle giornate del sabato e della domenica, ove e quando possibile, si prevede inoltre l'incontro e il confronto: in sintesi si prevedono momenti di incontro con la realtà esterna attraverso convegni culturali su temi di rilevanza sociale, proiezione di film, dibattiti.

L'idea è quella di far entrare ne La Città tanti altri detenuti. Pensiamo di poter fare questo inglobando altri spazi uguali ed estendere il progetto (se possibile) anche ad altri locali e ai cortili immaginando la possibilità che tutto il carcere diventi La Città fino alla dissoluzione di quel muro che isola, chiude, costringe. Un muro che blocca nel tempo corpi e menti, immobili e fissi come statue al momento del loro primo ingresso fino alla fine della pena, luogo senza senso che elimina per sempre (tranne qualche piccola eccezione) ogni possibilità di cambiamento: la prova è la realtà delle carceri "abitate" sempre dalle stesse persone che vi entrano, vi escono e vi rientrano negli anni e sempre uguali.

L'obiettivo è chiaro: dare orizzonti e futuro a delle persone che vivono in un tempo e in uno spazio morti, oggetti invece che soggetti, ridotti all'unica funzione che è quella di detenuti. Non persone. Come se la pena fosse in realtà una pena a vita. Marchiati a vita al punto che quell'abito non riescono più a toglierselo di dosso. Per chi non sa cos'è e cosa fa un carcere. Per chi non sa come si vive in un carcere posso raccontare a titolo di esempio che i detenuti abituati per mesi, anni, a passeggiare all'aria avanti e indietro in uno spazio di trenta passi (da una parte all'altra del muro) quando si troveranno a passeggiare in un corridoio facciamo di 100 metri faranno sempre gli stessi trenta passi e poi torneranno indietro. Non so se ho reso l'idea, ma a me ha sempre fatto una grande impressione vedere cose così, vedere uomini-automi che in quel tragitto di pochi metri avanti e indietro, come mi è stato detto, parlano del passato, della rapina mancata... Non persone, ma corpi (per dirla alla Foucault che ho riletto in questi mesi), corpi sgangherati e strappati che in questa tappa carceraria non riescono più a cambiare pelle...incapaci di pensare al dopo, appunto al futuro. A costruirlo diverso dal passato.

Per questo abbiamo avviato la realizzazione de La Città. Con un occhio al fuori contro "il tempo vuoto, il tempo nemico, contro la galera che denuda e uccide" come ha detto Alberto Magnaghi, professore ordinario di pianificazione territoriale finito in carcere nel '79, per tre anni, nell'ambito dell'inchiesta 7 aprile, presentando poche settimane fa la nuova edizione del suo libro Un'idea di libertà. Un libro che consiglio perché mostra bene come il carcere, come la costrizione in uno spazio limitato arrivi a sconvolgere lo spazio interiore, di alterare le percezioni, condizionare ricordi, storie, presente e futuro. Fino a imprigionare il detenuto in un doppio carcere: quello visibile fatto di mura e celle e quello invisibile che vive dentro la persona detenuta e che si allarga fino ad uccidere l'idea stessa di uomo.

 
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