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Giustizia: frodi fiscali, ci sono tre strade per superare la norma "salva-Berlusconi" PDF Stampa
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di Marco Mobili e Giovanni Parente

 

Il Sole 24 Ore, 7 gennaio 2015

 

I nodi si scioglieranno solo nel Consiglio dei ministri del 20 febbraio quando, oltre al provvedimento sulla certezza del diritto, saranno esaminati anche gli altri provvedimenti attuativi della delega, come reso noto ieri dal premier Matteo Renzi nella sua e-news.

La soluzione più ardita - sia politicamente che tecnicamente - è l'abbassamento della soglia di non punibilità di tutti i reati per chi evade sotto il 3% dell'imponibile dichiarato o dell'Iva evasa. L'ipotesi più tranchant e più difficile da giustificare politicamente è l'eliminazione del tanto contestato articolo 19-bis inserito nell'ultimo giro di tavolo a Palazzo Chigi il 24 dicembre.

Alla fine, quindi, potrebbe prevalere una soluzione di compromesso. La via di mezzo consentirebbe di salvare la "faccia" e la norma, giustificando così le scelte fatte alla Vigilia di Natale, ma prevedendo l'inapplicabilità della soglia nei casi in cui la violazione configuri una frode fiscale. In questo modo, i grandi evasori sarebbero puniti e la norma perderebbe l'etichetta di "salva-Berlusconi".

L'amministrazione finanziaria e lo stesso presidente emerito della Consulta, Franco Gallo, considerano la soglia del 3% tecnicamente errata. Ne parlerà oggi nella riunione d'urgenza proprio la commissione di esperti e tecnici guidata da Gallo per rivedere la stesura finale del decreto sulla certezza del diritto e tutte le possibili criticità.

Nella formulazione attuale, la disposizione consente la non punibilità se l'imposta evasa non supera il 3% di imponibile dichiarato per tutti i reati tributari, compresi quelli di dichiarazione fraudolenta, per di più realizzata anche con particolari artifici, dunque con il dichiarato intento di frodare e ingannare il fisco. Quindi, secondo alcune delle voci critiche levatesi in questi giorni, la disposizione si tramuterebbe, di fatto, in un aiuto agli evasori più pericolosi con il rischio di minare la deterrenza dell'intero impianto penale-tributario.

Per l'amministrazione finanziaria, poi, la soglia del 3% contraddice di fatto l'intera ratio del decreto sterilizzando il meccanismo delle soglie che lo stesso decreto introduce e rivede per le differenti tipologie di reato tributario, anche quelle dove la violazione è più grave.

Motivi che porterebbero a pensare a una completa cancellazione della norma, se non fosse per un retromarcia politicamente difficile da giustificare soprattutto alla luce del fatto che la revisione del testo è stata rinviata al 20 febbraio.

Ecco perchè la "mediazione" potrebbe portare a lasciare in vita la soglia magari rivedendo la percentuale anche alla luce delle indicazioni che potrà fornire il Parlamento una volta che il decreto approderà all'esame delle Camere, ma prevedendo espressamente l'esclusione della non punibilità quando l'illecito configura una frode fiscale. Del resto, proprio Renzi l'ha definita ieri "una norma semplice che rispetta il principio di proporzionalità" lasciando intendere tra le righe che la soluzione intermedia potrebbe essere quella più quotata.

Lo spostamento al 20 febbraio consentirà di avere più tempo per una verifica anche sugli altri nodi del testo licenziato a Natale. Prima di tutto va ricordato che la soglia del 3% non è l'unica clausola di esclusione di punibilità ma ce n'è un'altra che estingue il reato: chi chiude i conti con il fisco prima del dibattimento in primo grado rischia di mettere su piani differenti i contribuenti perché le disponibilità finanziarie per effettuare l'adesione all'accertamento potrebbero fare la differenza.

Altri punti controversi (si veda anche la grafica in pagina) riguardano poi essenzialmente le soglie: quella minima di mille euro al di sotto della quale le false fatture sono depenalizzate, quella triplicata sugli omessi versamenti di Iva e ritenute (che il provvedimento del 24 dicembre puntava a portare da 50mila a 150mila euro) e i limiti più alti a partire dai quali scatta il reato di dichiarazione infedele. Tutti aspetti su cui i critici intravedono la possibilità di indebolire l'effetto deterrenza in chiave antievasione delle norme penali-tributarie.

A ciò si aggiunge poi la questione del raddoppio dei termini di accertamento. Lo schema di Dlgs non fa riferimento al regime transitorio (ipotesi circolata nei giorni precedenti) per il 2015 e il 2016, che avrebbe consentito al fisco la presentazione o la trasmissione della denuncia rispettivamente entro due anni e un anno dal termine di decadenza. In più la legge delega chiede, comunque, di salvaguardare gli effetti degli atti di controllo già inviati al momento dell'entrata in vigore delle nuove norme. E anche questo sarà un aspetto da pesare attentamente per non rischiare altri infortuni.

 
Giustizia: reato di diffamazione, bavaglio alla stampa PDF Stampa
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di Liana Milella

 

La Repubblica, 7 gennaio 2015

 

Sparisce la reclusione per i giornalisti ma in cambio la nuova legge prevede multe da migliaia di euro, rettifiche senza diritto di replica, "oblio" che cancellerà i fatti. Scatta una raccolta di firme contro.

Per una volta, contro i giornalisti, sembrano proprio tutti d'accordo. Niente divisioni politiche in questo caso. La legge sulla diffamazione, una delle peggiori tra le tante che si sono succedute ormai da un decennio in Parlamento, incombe alla Camera. Atto 925-B. Se dovesse passare così com'è adesso, il bavaglio per la stampa, anche e soprattutto per quella online, è assicurato.

Multe da migliaia di euro, rettifiche ad horas, ma soprattutto quell'odioso "diritto all'oblio" che non c'entra nulla con la legge, ma che finirà per cancellare la memoria stessa di centinaia di fatti. Il giornalismo scomodo ha le ore segnate, cronisti ed editori rischiano di immolare sull'altare della cancellazione del carcere la libertà stessa di fare questo mestiere, senza gioghi e senza incubi.

Pare proprio che non ci sia nulla da fare. Intorno alla legge sulla diffamazione, già approvata al Senato e oggi in commissione Giustizia alla Camera in attesa degli emendamenti, si registra soprattutto consenso.

Perfino i rappresentanti della categoria, quando sono stati ascoltati, hanno dato la netta impressione che, sull'altare del carcere definitivamente abolito, sarebbero disposti ad accettare una legge pesante, che sta mettendo in profondo subbuglio tutto il mondo dell'informazione online.

A scatenare l'allarme è soprattutto la previsione di un meccanismo rigido della rettifica, il "prezzo" che ogni tipo di stampa, dai quotidiani, alle testate registrate sul web, ai libri, alla tv, dovrà pagare per evitare le manette.

Basta leggere questa lapidaria indicazione contenuta nel testo: "Il direttore è tenuto a pubblicare la rettifica gratuitamente e senza commento, senza risposta e senza titolo". Inutile cercare di far capire che per una pena del carcere rara come l'araba fenice, cadrà addosso a tutti i giornalisti e ai direttori italiani un obbligo di rettifica capestro. La nuova legge impone di pubblicare la nota del presunto diffamato non solo entro 48 ore, ma soprattutto senza alcuna chiosa.

Il tempo estremamente risicato impedirà di poter verificare se la richiesta è fondata oppure se si tratta di un'imposizione pretestuosa e arrogante, come purtroppo avviene molto spesso. Non solo: la negazione del diritto di replica, ai limiti della costituzionalità, mette a rischio il giornalista e il direttore della testata, una figura parafulmine, che risponderà di ogni riga pubblicata, anche anonima.

Se la rettifica non esce, perché viene considerata spropositata e inaccettabile, ma soprattutto falsa dagli autori del pezzo e dai responsabili della testata e ovviamente dagli avvocati difensori, il presunto diffamato potrà rivolgersi al giudice che a sua volta potrà segnalare il caso pure all'Ordine professionale per una rivalsa disciplinare sul cronista.

È superfluo aggiungere che, nel caotico mondo del web e delle tv che trasmettono news 24 ore al giorno, una rettifica così congegnata rischia di provocare la paralisi dell'informazione. Ma i guai non finiscono di certo qui. Ecco le multe. Un altro capitolo pesantissimo. Fino a 10mila euro per una diffamazione commessa, per così dire, in buona fede.

Ma se invece c'è "cattiva fede", se è stato pubblicato "un fatto determinato falso, la cui diffusione sia avvenuta con la consapevolezza della sua falsità" (definizione, in verità, un po' ridicola), allora la multa andrà da 10 a 50mila euro. In tempi di crisi, una cifra simile potrà avere effetti catastrofici sui magri bilanci delle aziende editoriali e produrrà un solo effetto, una stretta automatica sulle notizie, forme di autocensura, raccomandazioni alla prudenza e alla cautela. La stampa si mobilita, numerose e autorevoli le firme (Rodotà, Annunziata, Gabanelli, Vauro, Iacopino) che stanno sottoscrivendo l'appello sul sito www.nodiffamazione.it promosso da "Articolo 21" e da giuristi e giornalisti.

 
Giustizia: il marito di Veronica "dici bugie sul nostro Lorys, addio" PDF Stampa
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di Giusi Fasano

 

Corriere della Sera, 7 gennaio 2015

 

L'incontro in carcere tra il padre del bimbo ucciso e la moglie accusata dell'omicidio. Lui: "Chi stai coprendo? In paese parlano di un amante". Veronica: "Credimi, ti prego". Carcere femminile di Agrigento. Un uomo e una donna si avvicinano l'uno all'altra, nella sala colloqui. Lei gli va incontro, vorrebbe un abbraccio, una carezza, vorrebbe sentire il calore delle mani di quell'uomo.

Ma gli agenti della polizia penitenziaria che seguono a distanza l'incontro vedono lui ritrarsi. "No, Veronica, per favore... non posso". E lei capisce da quel gesto che questa partita l'ha perduta. Suo marito, l'uomo che l'ha tanto amata, non le crede più.

Davide Stival ci ha provato, ieri. Ha voluto guardare negli occhi la donna che per dieci anni ha creduto moglie e madre esemplare, la stessa che la procura di Ragusa accusa di aver ucciso il figlio Lorys, otto anni, strangolato e buttato in un canale a Santa Croce Camerina, nel Ragusano. "Ho voluto darle una possibilità" ha detto Davide al suo avvocato, Daniele Scrofani Cancellieri. "Ma lei insiste con le bugie e per me i ponti si chiudono qui".

Un'ora assieme, la prima da quando Veronica Panarello è in carcere. Lei lo aveva supplicato più e più volte: "Ti prego, Davide, non abbandonarmi. Io non ho ucciso il nostro Lorys". Lui ci ha pensato a lungo e alla fine ha deciso che la madre del suo bambino perduto e di Diego, il più piccolo di casa, meritava una chance. Una specie di prova del fuoco per quest'uomo mite che voleva capire, più di quanto non sappia già, dagli occhi e dalla voce di sua moglie.

"Dimmi la verità, non raccontarmi bugie e io cercherò di aiutarti, proverò farti uscire da qui. Dammi la possibilità di aiutarti, te lo chiedo per favore..." l'ha supplicata. "Ma perché non mi credi? Non sono stata io: quella mattina l'ho portato a scuola, è questa la verità" ha giurato lei ancora una volta.

Ma nella mente di Davide scorrevano le immagini delle telecamere di Santa Croce, quelle viste assieme agli inquirenti la notte che Veronica è stata arrestata: la Polo nera di sua moglie che seguiva un percorso diverso da quello raccontato da lei... la sagoma di Lorys che usciva di casa e invece di salire in macchina tornava indietro... l'auto che correva in direzione del Vecchio Mulino, proprio dove c'è il canale.

Le domande arrivano da sole: "Ho i visto i video, perché ti ostini a raccontare un percorso che non hai fatto?". "Non ho detto bugie. Ho fatto la strada che ho detto". "Ma si vede la macchina e non va verso la scuola".

"Io l'ho portato a scuola". "Non mentirmi, Veronica. Si vede Lorys che torna a casa. Non è mai andato a scuola". "Non è vero, si vede un'ombra e non è Lorys. Io l'ho lasciato vicino alla scuola".

Veronica piange, è fin troppo evidente che lui non crede a una parola. Chiede di Diego, vorrebbe vederlo, è disperata. Ma Davide non segue la sua emotività, la guarda con distacco, la incalza. "Stai cercando di coprire qualcuno? C'è qualcuno che ti minaccia o che minaccia Diego? In paese si dice che avevi un amante, che forse stai proteggendo lui... Si dice che Lorys forse ha visto qualcosa. Può essere per questo che non vuoi parlare? Dimmi come stanno le cose, ti prego. A questo punto me lo puoi dire".

Ancora una risposta decisa, razionale: "Non sto coprendo nessuno. E se anche ci fosse stato un amante ti pare che potrei pensare di coprire lui davanti al nostro bambino ammazzato? Si può mai pensare di ammazzare un figlio per salvare il matrimonio? Mi conosci. Non so come fai a pensare a quello che si dice in paese dopo dieci anni passati con me, non posso credere che tu mi pensi capace di una cosa del genere".

Un'ora e un milione di parole rimaste in sospeso. Il tempo è bastato appena per capire che le strade di Veronica e di Davide sono ormai divise, forse per sempre. "Tornerai a trovarmi?" "No, mi dispiace. Non posso più sentire le tue bugie". Carcere femminile di Agrigento. Un uomo e una donna si salutano nella sala colloqui. Sanno tutti e due che potrebbe essere un addio.

 
Lettere: la tortura e le ragioni di Stato PDF Stampa
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risponde Furio Colombo

 

Il Fatto Quotidiano, 7 gennaio 2015

 

Caro Furio Colombo, in un recente articolo, Valter Vecellio definisce i metodi di cattura, prigionia e interrogatorio che hanno segnato l'America di Bush uno dei tanti frutti perversi della "Ragion di Stato", la stessa che viene invocata per non svelare segreti e non rendere pubblici certi documenti. Sono convinto anch'io (e dunque d'accordo con i Radicali) che la "Ragion di Stato" è l'impenetrabile scudo di decisioni arbitrarie. Ma la "Ragion di Stato" non ha impedito le rivelazioni americane. Allora perché non avviene anche nel nostro Paese?

 

Gianfranco

 

Ho ascoltato l'articolo di Vecellio letto nella rassegna stampa mattutina di Radio Radicale (e che era stato pubblicato quel giorno, 4 gennaio, da "Il Garantista"). Sono ovviamente d'accordo sia con la campagna che i Radicali conducono da sempre contro la sparizione di interi ed essenziali fatti e decisioni della vita italiana sotto il cemento del segreto di Stato, sia con la narrazione della esemplare vicenda americana: la senatrice Diane Feinstein, entrata in possesso di documenti sul comportamento di vari diversi servizi impegnati nella lotta al terrorismo, per ragioni del suo lavoro parlamentare, ha preso la decisione di renderli pubblici, perché disumani, con l'intento di denunciare una violazione grave delle leggi americane e della Costituzione del Paese.

È stata accusata di tradimento da Dick Cheney, un personaggio disposto a tutto, che era stato vice presidente di George W. Bush e che, con l'occasione e il pretesto di difendere il suo capo, adesso attribuisca a Bush tutta la responsabilità di ciò che, di illegale, è accaduto sotto la sua presidenza.

Di suo era arrivato al punto da far trapelare l'affiliazione "coperta" alla Cia - dunque creando un immediato pericolo di vita - contro personaggi che avevano smentito lui e Blair e avevano avversato la guerra in Iraq, dimostrando che non vi erano armi di distruzione di massa.

Ha ragione di nuovo Vecellio quando ricorda che si deve a Blair e a personaggi come questi se una guerra terribile ma evitabile è scoppiata in anticipo per sventare l'accordo quasi perfezionato di esilio e di abbandono del potere per Saddam Hussein a cui avevano lavorato fin quasi al successo i Radicali italiani. Tutto ciò però non era segreto di Stato ma politica cieca, che ha condotto migliaia di americani a una guerra rovinosa e a una morte inutile, e ha provocato il disastro che dura tuttora e minaccia il crollo di quella parte del mondo.

Per questo la senatrice Feinstein ha potuto rivelare ciò che ha rivelato senza incorrere in alcuna accusa di tradimento (la violenza di Cheney è in vista della elezioni presidenziali del dopo Obama). Lo ha fatto perché ha coraggio e ha voluto tener fede al giuramento costituzionale di rispondere ai suoi elettori.

Molti italiani avrebbero potuto farlo in circostanze simili, ma hanno ritenuto utile e prudente tacere. E vorrei difendere Obama dalla accusa di "non aver mosso un dito". L'avversione di alcuni potentati del Pentagono contro il presidente è storia nota quasi solo in America e poco narrata anche in quel liberissimo Paese.

Infatti Obama stesso ha scelto la strada di aggirare quasi in silenzio certi ostacoli, per esempio svuotando a poco a poco Guantánamo con ordini presidenziali che non passano dal Congresso, sulla base di vari espedienti sostenuti di volta in volta dai media liberal e avversati ferocemente da quella Fox Television che è la fonte delle accuse di Cheney. Per capire la gravità della opposizione che assedia Obama si pensi che un presidente che ha mantenuto tutte le sue promesse, cominciando dalla riforma del sistema sanitario, e ha portato a una crescita del suo paese unica al mondo, del 5 per cento, ha perduto la maggioranza alla Camera e al Senato.

Ma è vero che il segreto di Stato pesa su quel Paese e sul nostro, dove però è "dichiarato" dieci volte di più che negli Usa, dove non si fanno avanti senatori come Feinstein, dove da decenni si bloccano inchieste e processi e accertamenti di fatti, in molti casi gravissimi. È questa la battaglia, combattuta da Pannella e dai Radicali per decenni, e sempre attualissima, in difesa dello Stato di diritto contro la ragion di Stato, di cui ha parlato Vecellio, nel suo ultimo articolo.

 

Furio Colombo

 
Lettere: ladri di cibo PDF Stampa
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di Alessandra Longo

 

La Repubblica, 7 gennaio 2015

 

Entrare in un supermercato con la fame addosso. Portarsi via le cose, rubarle, per puro istinto di sopravvivenza. Succede sempre più spesso che vengano sorpresi "i ladri di cibo", quelli che non lo farebbero mai ma ci provano, maldestramente, per mangiare. Le cronache ci raccontano di un senzatetto piacentino fermato in un negozio con le tasche gonfie.

"Ho fame e non so come fare", ha detto agli agenti. E sapete cosa hanno fatto quelli del 113, in accordo con il direttore del supermercato? Lo hanno portato in un fast-food e gli hanno pagato il pranzo. Sempre a Piacenza anche il secondo episodio di queste ore.

I poliziotti hanno intercettato un italiano di 51 anni che, dopo aver saltato una recinzione, rovistava nei cassonetti di un negozio di alimentari in cerca di avanzi e alimenti scaduti. Gli agenti hanno visto la scena. È calato il silenzio. Nessuna denuncia. Sono scene che fanno male.

 
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