Sabato 06 Giugno 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

 

 

Omicidio stradale, nuovi reati e nessuna prevenzione PDF Stampa E-mail
Condividi

Il Mattino di Padova, 20 settembre 2011

 

Omicidio stradale. Già le pene per gli omicidi colposi sono state di recente enormemente aumentate, ora si pensa di introdurre questo nuovo reato, ancora una volta spostando il problema dalla prevenzione alla galera. Il nostro è il Paese che in Europa spende meno di tutti per prevenire gli incidenti educando le persone a una guida responsabile, ma di questo si parla pochissimo, mentre imperversano le trasmissioni televisive che mettono il microfono davanti a un padre o a una madre che hanno appena perso un figlio, ucciso sulla strada, e incitano alla rabbia e alla vendetta, invece di tentare un ragionamento sul fatto che il carcere non serve a niente, in questi casi, servono pene alternative, lavori socialmente utili magari proprio al Pronto Soccorso, "a tu per tu" con la sofferenza provocata guidando da irresponsabili.

 

Non è in galera che si impara a guidare responsabilmente

 

Il giorno di Ferragosto, mentre decine di deputati visitavano le carceri strapiene, al Viminale, il ministro dell'Interno Maroni e il Guardasigilli Nitto Palma tenevano una conferenza stampa in cui prendevano un impegno solenne: "Introdurremo il reato di omicidio stradale".

Per i due ministri è un intervento utile ad affrontare il grave problema degli incidenti stradali. Il grave problema è emerso con particolare forza dopo che, due giorni prima, in Liguria, un albanese guidando contromano sotto effetto dell'alcol, aveva causato un incidente in cui erano morti quattro turisti francesi. È innegabile che gli incidenti stradali in Italia sono tanti.

La cronaca dei fine settimana spesso restituisce numeri di persone morte talmente alti, che assomigliano a racconti di guerra. Una tragedia collettiva che strazia i famigliari dei protagonisti e ferisce la cittadinanza. Ma la soluzione è davvero la galera? Già altri episodi simili di cronaca avevano suscitato recentemente reazioni di questa natura, e reso più pesanti le pene.

E ora, secondo la legge vigente, chi provoca un incidente sotto gli effetti dell'alcol, o di sostanze stupefacenti, uccidendo qualcuno, rischia fino a quindici anni di carcere. Eppure sono ancora tante le persone, giovani soprattutto, ma non solo, che si mettono alla guida del proprio mezzo di trasporto dopo aver bevuto. E sono ancora troppi quelli che poi finiscono in un canale, oppure arrivano qui, in galera.

Dove tutto si può imparare, salvo guidare più responsabilmente. Infatti, le carceri italiane, oggi più che mai, sono diventate invivibili, e le pene di conseguenza sempre più spesso vuote di senso. Negli ultimi dieci anni sono state introdotte decine di leggine con i pacchetti sicurezza, che aggravano le pene, e le carceri scoppiano: perché si fa presto ad entrare in galera e molta fatica ad uscirne.

Marco Panella ha interrotto il suo lungo sciopero della fame e della sete perché il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha riconosciuto pubblicamente il dramma delle condizioni di vita dei detenuti e ha invitato il Governo a prendere le misure necessarie per riportare le carceri alla normalità. Qui, in carcere, abbiamo accompagnato lo sciopero di Panella con diverse forme di protesta - battitura delle sbarre, rifiuto del vitto o della spesa, scioperi della fame - tanto che il discorso del presidente Napolitano era stato seguito da una esplosione di padelle battute contro le inferriate, con grida e abbracci, come se ormai quello fosse il segnale certo che le cose sarebbero sicuramente cambiate. Invece, nulla. Il capo del Governo non ha detto una parola in merito, qualcuno è corso a precisare che non ci sarebbe stata nessuna amnistia, e nessun indulto, e ora si ritorna a parlare di introdurre nuovi reati.

Come se non ci fossero già abbastanza reati che stanno riempiendo le carceri; come se non fosse chiaro che la galera non è un deterrente, anzi, se sovraffollata, diventa una fabbrica di delinquenti.

 

Sandro C.

 

Quell'industria dell'odio che alimenta il giustizialismo

 

Un albanese che guidava ubriaco ha causato la morte di quattro giovani sulla strada delle vacanze. Una tragedia terribile per quelle famiglie, ma ormai i mezzi di comunicazione ci hanno abituati a sentir parlare di morte: i soldati che perdono la vita nelle zone di guerra e i terroristi uccisi; i delinquenti che si ammazzano tra di loro per le strade, di notte, e gli immigrati che annegano con i loro barconi, a decine; gli uomini che si trasformano in mostri e massacrano le loro donne, oppure le madri che uccidono i figli appena nati. E gli omicidi che imperversano da mesi nelle trasmissioni televisive, entrando quotidianamente nelle case degli italiani.

Così il dolore per la morte, in un incidente, di quattro turisti sarebbe stato assorbito in fretta da un'Italia che riposa al mare. Ma la notizia del giorno è che l'albanese "è stato subito messo in libertà". Sembra che quella scarcerazione sia il vero dramma che supera ogni tragedia, e disturba perfino le vacanze.

Scandalo. I giornalisti si domandano come mai sia uscito, l'albanese. I magistrati ricordano le garanzie elementari dei cittadini di fronte al processo, spiegando che non c'erano ragioni per fargli attendere il processo in carcere, visto che non era un criminale, ancora, l'albanese. Ma il ministro degli Interni si è indignato, di fronte alle telecamere. E allora, c'è stato un riesame della vicenda.

Qualcuno ha cominciato a dire che l'albanese aveva guidato ubriaco anche altre volte, che aveva un carattere propenso alla violenza, che era pericoloso, e quindi richiedeva una misura estrema, la custodia cautelare in carcere. Il giorno dopo, c'era il periodico summit sulla sicurezza, e questo incidente stradale si è rivelato un ottimo argomento su cui focalizzare l'attenzione della gente e mostrare l'anima propositiva del Governo. È sparito il problema dell'immigrazione, il problema della mafia, il problema dei rifiuti. Ed è sparito anche il problema delle carceri sovraffollate. L'ordine pubblico in Italia è gestito bene, dice il ministro. Il solo problema pare essere l'ubriaco albanese che è uscito di galera. Una cosa inaccettabile: più difficile da accettare della morte stessa.

Noi, detenuti garantisti per coerenza, o forse per convenienza, sappiamo che solo nel caso di reati gravi, l'accusato dovrebbe attendere il processo in carcere. Altrimenti si entra in carcere a scontare gli anni stabiliti da una sentenza di condanna. Tuttavia, tanti appassionati di serie televisive americane sanno benissimo che anche nel Paese della tolleranza zero, uno può pagarsi una cauzione e attendere il processo fuori dal carcere. E questo non è mai vissuto come un dramma.

Anzi, molti criticano il fatto che far pagare una cauzione rischia di escludere i poveri da un diritto che dovrebbe essere uguale per tutti. Però, se la scena si sposta in Italia, e se il sospettato è rom, o straniero, allora ci si scandalizza se non viene subito chiuso in carcere e buttata via la chiave. A quel punto ci si sente legittimati a sparare a zero contro gli immigrati, contro i tossicodipendenti, contro i giudici, senza mai neppure lontanamente pensare che potrebbe capitare, e capita spesso, a un bravo ragazzo italiano di mettersi alla guida senza la lucidità necessaria e provocare un tragico incidente. E questo grido collettivo, questa rabbia sempre in cerca di un nemico da odiare, si trasforma spesso in una proposta di legge, che poi viene infilata all'interno di un decreto, e in poco tempo va ad aggiungersi a quei macigni normativi che hanno fatto dell'Italia il Paese con il Codice penale più severo d'Europa, e qui in carcere intanto si aggiungono altre brande. Mentre noi detenuti ci stringiamo per fare posto ai nuovi arrivati, aspettando di vedere chi sarà il prossimo a togliersi la vita, abituati ormai anche noi ai nostri morti, che sono destinati ad essere dimenticati più in fretta degli altri.

 

Elton K.

 

 

 

 

 


Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it