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Io, recluso, racconto a chi vuol sentire PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 26 settembre 2011

 

Testimonianze e mostra di pittura dalla Casa di reclusione di Padova, dal 16 al 30 settembre.

La città che abbraccia il "suo carcere", con curiosità, con voglia di capire, di emozionarsi e di non giudicare: è questa la sensazione che si respira in serate come quella del 16 settembre, quando al Centro Universitario di Via degli Zabarella a raccontare il carcere sono stati i detenuti, attraverso le loro testimonianze scritte, ma anche attraverso i quadri esposti in una mostra, che si potrà visitare per due settimane.

L'associazione Padova Teatro, con Paolo Lighezzolo, Salvatore Moscatt, Paola Spolaore, ha dato la voce a testi e poesie, con accompagnamento al pianoforte di Maddalena Murari. Due ore di letture, durante le quali le persone detenute hanno idealmente condotto per mano le "persone libere" dentro alla galera, con la sua sofferenza, le famiglie che si spezzano, gli affetti che faticano a reggere il peso della separazione, la consapevolezza del male fatto e della necessità di assumersene tutta la responsabilità. E ancora, l'emozione dell'uscita, i primi permessi a casa, a respirare un pò di libertà, l'ansia per il "dopo", quando ci si dovrà di nuovo confrontare con la "vita vera", la paura di essere rifiutati. Ma anche la mancanza di un futuro, l'assenza di ogni speranza che si respira nelle testimonianze di chi è condannato all'ergastolo.

Da ogni parola, da ogni emozione espressa nei testi è emersa l'importanza della scrittura in carcere, che gli organizzatori dell'incontro hanno sottolineato con forza: "Lo scrivere ha per il detenuto valore di liberazione, di ricerca di un ascolto, di ricostruzione di sé; gli scritti raccontano storie di persone che, con differenti percorsi, arrivano al reato, storie di lunghi anni trascorsi tra i corridoi e le celle anguste del carcere, lontani dagli affetti e dal vivere civile, provati da interminabili sofferenze, storie di un mondo "diverso", eppure fatto di persone che, alla fine, scopriamo vicine a noi".

L'iniziativa è realizzata nell'ambito delle attività dell'Associazione Gruppo Operatori Carcerari Volontari, in collaborazione con la Redazione di Ristretti Orizzonti e con la Compagnia Padova Teatro e sotto il patrocinio del Comune di Padova, della Casa di reclusione di Padova e del Centro Universitario di Via degli Zabarella.

Autori dei testi: Altin D., Andrea A., Maurizio B., Sandro C., Dritan I., Tiziano F., Franco G., Elton K., Vanni L., Domenico M., Diego O., Antonio P., Graziano S., Franco F.

Espongono dipinti: Antonio Brusaterra, Giuseppe D'Assaro, Alfredo Guarnieri, Mario Pace, Pigi, Domenico Morelli, Sergio Sarti.

Organizzatori: Anna Costa, Armida Gaion Puglierin, Daniela Lucchesi, Claudia Puglierin.

Quella che segue è la riflessione di un detenuto proprio sul valore della scrittura per chi sta in carcere, e poi una delle poesie lette di fronte a un pubblico attento, emozionato, coinvolto.

 

La magia di fare tutto quello che le mura, i cancelli e i vetri blindati non permettono

 

Quello che io ricordo davvero come un momento di svolta nella mia carcerazione è quando iniziai a scrivere, una passione che avevo avuto anche durante il liceo, ma che avevo interrotto insieme agli studi.

Scrivevo dei racconti e man mano che avanzavo lungo il cammino della scrittura mi accorgevo di essermi inoltrato in una dimensione parallela, lontana dal carcere, in un mondo ardente che sostituiva la fredda cella e mi rivestiva di un calore magico fatto di curiosità, di fantasia, d'amore per una letteratura che veniva da qualche angolo della mia anima. Ovviamente raccontare storie non è semplice: bisogna descrivere in modo chiaro le scene, si devono spiegare con un certo ingegno i pensieri dei personaggi e inquadrare tutto con intensità e coinvolgimento. E per fare ciò servivano parole, parecchie parole, per me che, straniero, ne avevo poche quando volevo usare la vostra lingua. Quindi, merito di un'enciclopedia Garzanti, ho cominciato a incrociare le mie idee con le interminabili ricerche di aggettivi nuovi e di sostantivi originali: inventando scene e sperimentando frasi che, a dispetto della sintassi, riuscivano incredibilmente ad essere piene di energia espressiva. Forse è stato tutto merito di un trucco che avevo escogitato: sin da piccolo sono stato affascinato dall'architettura, un'arte che si avvale di segmenti e curve per creare opere d'arte, quindi immaginavo quell'enciclopedia come un mucchio di mattonelle, ognuna diversa dalle altre, e il mio compito era quello di costruire dei palazzi fatti di storie, dove il lettore poteva entrare ed interessarsi del mio mondo, emozionarsi ma non solo, doveva sentire anche il calore e la passione che cova nel mio cuore.

Questo desiderio continuava a crescere ogni volta che regalavo un racconto ad un'amica o amico e mi sentivo dire che la storia l'aveva toccato profondamente, o che un personaggio gli aveva fatto provare delle emozioni: la cosa che mi è sempre mancata in galera è il contatto umano, quello di riuscire a parlare liberamente, comunicare dei pensieri, trasmettere delle emozioni, scambiare quel calore che passa attraverso gli occhi, la pelle, le labbra, vale a dire tutto ciò che il carcere proibisce. Quello che mi ha davvero stupito scrivendo è stata la magia di fare tutto quello che le mura, i cancelli e i vetri blindati non permettono, una magia di cui soltanto la scrittura è depositaria.

 

Elton K.

 

Dietro il vetro

 

In silenzio, da un'ora, ti guardo,

senza toccarti... come un sogno,

un volto irraggiungibile.

 

In silenzio, da un'ora, ti guardo,

e mi chiedo perché tutto questo

succede proprio a me.

 

In silenzio, da un'ora, ti guardo,

racchiuso in questa gabbia di cristallo,

come pesce boccheggiante.

 

In silenzio, da un'ora, ti guardo,

pensando ogni momento

solamente a te.

 

In silenzio, da un'ora, ti guardo,

dietro questo spesso vetro,

scrutando ogni tuo movimento.

 

In silenzio, da un'ora, ti guardo,

aspettando inutilmente che,

da qualche pertugio,

entri l'odore di te.

 

In silenzio, da un'ora, ti guardo,

e mi accorgo

che, a stento, trattieni le lacrime,

per non darmi dolore.

 

Antonio P.

 

 

 

 

 


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