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Nessuno deve essere "buttato via" PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 3 ottobre 2011

 

La seduta straordinaria del Senato dedicata al disastro delle carceri non ha destato neanche la centesima parte dell'interesse e della curiosità, suscitati nella nostra città dall'arrivo del figlio di Riina. Nessuno, e meno che mai noi, che ci occupiamo ogni giorno dei problemi legati al reinserimento dei detenuti, sottovaluta le difficoltà di un percorso di rientro nella società pensato per una persona cresciuta in un ambiente mafioso, vissuta anni accanto al padre latitante e finita a sua volta in galera.

Ci piace allora ricordare quello che, in un incontro in carcere, ci ha detto Agnese Moro, la figlia dello statista ucciso dalle Brigate Rosse: "Noi non vogliamo buttare via nessuno, per me questo è fondamentale, noi siamo un Paese che non deve/vuole buttare via nessuno".

Avevamo chiesto una riflessione sul percorso di Giuseppe Salvatore Riina a Tina Ciccarelli, responsabile dell'associazione che lo ospiterà, e a due detenuti che ogni giorno si scontrano con il problema di essere accettati da una società, sempre più diffidente e incattivita. La notizia dell'ultima ora è che Riina è stato "rispedito" in Sicilia, noi riproponiamo comunque l'approfondimento che avevamo tentato di fare, e invitiamo a ragionare in modo meno emotivo su un problema, quello della mafia e delle altre organizzazioni criminali, che ci riguarda tutti, e non è solo un "affare" della Sicilia.

Come è nato il percorso di reinserimento del figlio di Riina?

Questa persona, che era stata in carcere a Padova, si è affidata al suo avvocato, che sapeva che io avevo accolto altri detenuti con reati analoghi. Quando l'avvocato me lo ha chiesto, abbiamo avuto un momento di riflessione, perché è una responsabilità pesante quella che ci prendiamo, non tanto rispetto al detenuto, ma rispetto all'aria che tira in giro. Quindi abbiamo valutato la situazione, abbiamo saputo che le relazioni delle carceri in cui questa persona è stata erano buone, e abbiamo pensato che una opportunità si deve offrire a chiunque.

Certo c'è stata qualche resistenza anche da noi, soprattutto da parte di operatori che vengono dalla Sicilia, e che sono stati molto penalizzati dall'ambiente dove vivevano, ma ormai questo problema non riguarda solo la Sicilia, perché se noi focalizziamo l'attenzione sul fatto che la mafia è in Sicilia, la ndrangheta in Calabria e la camorra in Campania, allora abbiamo proprio sbagliato tutto, perché questa è una piovra capillare che ha invaso il mondo.

Però a una persona giovane, che ha fatto tanti anni di carcere, che forse ha voglia di un percorso diverso, che è in grado di spendersi e di produrre qualcosa di positivo, noi vogliamo dare un'opportunità, peggio per lui se non saprà coglierla, noi ci tentiamo.

Credo poi che i nostri trenta e passa anni di esperienza nell'ambito del disagio e anche con persone che arrivano dal carcere ci renda capaci di mettere dei paletti e dei controlli, sicuramente lui deve sottostare a delle regole e firmare un contratto quando arriverà da noi, un contratto che prevede la massima informazione sui suoi spostamenti, poi verrà inserito in una struttura a fare segretariato sociale, e sarà sempre a contatto con operatori, quindi difficilmente potrà mettersi in condizioni non chiare. Sarà compito di polizia e carabinieri stabilire delle forme di controllo, su cui noi vogliamo comunque essere collaborativi.

Quest'uomo ha una grossa opportunità, io spero che la sappia tradurre al meglio altrimenti torna da dove è venuto, questo vale per lui come per tutti gli altri. Sicuramente lui ha espresso l'intenzione di laurearsi, di farsi una vita al nord, di non tornare in Sicilia, e mi dicono anche che il pensiero della madre è proprio quello di "salvare almeno uno" dei figli. Io poi non mi sono andata a guardare in internet chi è lui, chi è la sua famiglia, perché conosco bene la Sicilia e i siciliani, e so che il confine è labile, a volte c'è un ramo della famiglia in cui sono tutti bravissimi cittadini, e nell'altro ramo magari sono di stampo mafioso, quindi questi confini io non li voglio accettare.

Certo mi preoccupa il fatto che lui trovi ostilità intorno, io penso che tutti noi dovremmo essere consapevoli che non siamo e non dobbiamo ergerci a giudici di nessuno, non è il nostro compito.

 

Tina Ciccarelli, Associazione Famiglie Padovane Contro l'Emarginazione e la Droga

 

Una comunità tanto spaventata e poco accogliente

 

In un momento drammatico per le condizioni di vita di migliaia di detenuti, condizioni per altro stigmatizzate recentemente anche dal presidente Napolitano, le cronache dei quotidiani della nostra città sono occupate dalla venuta a Padova del figlio di Totò Riina, Salvatore, per scontare due anni di libertà vigilata. Le reazioni secondo me hanno alcuni elementi di irrazionalità, dovuti all'approccio schizofrenico con cui solitamente ci si avvicina a questi argomenti. Il paradosso più evidente è offerto da chi argomenta l'impossibilità di inserimento con il fatto che questa persona non ha in passato usufruito dei normali percorsi educativi perché sottoposta ad un rigido circuito di sorveglianza durante la permanenza in carcere. Il fatto è che è stabilita per legge l'esistenza di circuiti cosiddetti ad alta sicurezza, e unanimemente ritenuta dal mondo politico e giudiziario come elemento imprescindibile nella lotta al crimine, per cui non si può dire che i regimi di carcere duro vanno bene al momento di scontare la pena e non vanno più bene domani che una persona torna in società, perché evidentemente non sono educativi. Noi, che il carcere lo conosciamo bene, pensiamo che forse tutta questa vicenda ci dovrebbe far riflettere proprio sul senso di regimi carcerari, che annullano le persone, le isolano da ogni contesto sociale, e poi le dovrebbero far uscire migliori.

Un altro elemento che desta perplessità è dato dal fatto di cosa significa "essere figlio di". Dalla storia di Riina dovremmo dedurre che non solo il carcere è del tutto inutile a riabilitare le persone, contravvenendo quindi implicitamente i dettami costituzionali, ma che tutti i figli che hanno genitori appartenenti alla criminalità organizzata, e per estensione tutti quelli che hanno i genitori detenuti, sono destinati a perpetuare le gesta dei padri, decretando così l'invincibilità della criminalità. Ma oltre a questo credo vi sia qualcosa di molto più grave. Dietro le esternazioni di alcuni politici forse si nasconde la consapevolezza del degrado etico - sociale in cui è precipitato negli ultimi anni il nostro Paese, dove la sola presenza di un ragazzo, per quanto potenzialmente problematico, fa temere per la tenuta dell'intera comunità.

Cominciare ad interrogarsi sui fondamenti e le regole che scandiscono il nostro vivere comune sarebbe forse più importante che demonizzare "il figlio di".

 

Oddone S.

 

Quando essere mafioso sembra più un destino che una scelta

 

Al momento in cui esci dal carcere, già rischi di essere automaticamente additato, classificato, escluso dalla società e tale rimarrai anche dopo aver "pagato il debito". E allora che fare di una persona che magari ha riflettuto sui propri errori e sulle scelte sbagliate, forse indotte dal fatto di essere cresciuto in un contesto che non poteva che prevedere, prima o poi, un passaggio in galera? Se poi porti un nome che da anni ha "calcato" le scene dei media per fatti solo negativi, come puoi tu, figlio, staccarti dalle scelte di vita del padre? Come può la gente che definiamo "normale" sentirsi tranquilla e certa della tua volontà di staccare la spina dal vecchio ambiente familiare e malavitoso nel quale sei nato, cresciuto, magari indottrinato e convinto che quella era la parte giusta?

Però ora hai deciso di recidere il cordone che ti lega al passato con tutta la volontà di ricostruirti una nuova vita, lontano dai luoghi che hai sempre frequentato, ma come fare per reinserirti in un ambiente che ti è già ostile per il nome che porti, per quello che anche tu hai condiviso e per i danni che hai fatto?

La società spesso non perdona e non ha neppure la voglia di rimettere in discussione le proprie convinzioni, e quindi si attacca al passato e guarda solo quello, e preferisce ergere un muro insormontabile per allontanare te, che vorresti tornare a essere considerato una persona, e invece non hai più alcuna possibilità di dimostrare la sincerità della tua voglia di "rinascere" e di costruirti un semplice e modesto ingresso in una vita "normale".

Proviamo a porci una sola domanda: ma se tutto questo succedesse a me?

Se come genitore avessi un figlio che ha sbagliato, e non gli venisse concesso di ricostruirsi una vita diversa, non più improntata a delinquere, ma tesa a mettere a disposizione quello che ognuno di noi ha comunque di positivo? Come mi sentirei? Come reagirei?

Pensiamoci un pò e forse qualche porta aperta contribuirà a ricostruire ed allargare gli spazi a chi ha sbagliato, ma anche a pensare con più positività e non attaccarsi solo ai pregiudizi, alle paure che poi portano ad isolarci gli uni dagli altri, pronti ad azzannare chi, per un motivo o per un altro, ha commesso un errore.

Se continuiamo con questi atteggiamenti, sarà sempre più difficile dare una risposta a quello che Benedetta Tobagi, la figlia di Walter Tobagi, il giornalista ucciso da un commando di terroristi, ha definito il bisogno di "spezzare la catena del male".

 

Ulderico G.

 

 

 

 

 


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