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Friuli-Venezia Giulia. Chi aiuta i migranti rischia di finire in carcere PDF Stampa
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di Gaetano De Monte

 

Il Domani, 14 ottobre 2021

 

Tre volontarie di un'associazione umanitaria di Pordenone vanno a processo per aver aiutato alcuni richiedenti asilo fornendo loro coperte e teli con cui proteggersi. Rischiano fino a due anni e multe da 2mila euro. È il 20 aprile del 2017. La signora Luigina Perosa sta parlando con i poliziotti della squadra mobile della questura di Pordenone mentre avviene lo sgombero di una settantina di stranieri dall'area dei parcheggi del "Bronx", come viene chiamata l'area vicina a parco Querini, e spiega ai militari: "Man mano che la gente veniva a dormire in questo parcheggio, dopo la chiusura del parco Querini, noi portavamo le coperte.

Ci sembrava il minimo della solidarietà. Alla fine faceva freddo, siccome ci hanno regalato questi teli, abbiamo pensato di creare un minimo di privacy e di intimità, nel senso che qui le persone sono sotto gli occhi di tutti e non è dignitoso". A distanza di quattro anni da questo racconto, per questi episodi di solidarietà concreta, il 10 novembre del 2021 la signora comparirà in un processo, dove rischia, se venisse condannata, fino a due anni di carcere. E non solo lei.

Rete solidale Pordenone - Gabriella Loebau, Elisabetta Michielin e Luigina Perosa sono tre donne di Pordenone che hanno tutte oltre 60 anni e che da qualche anno aiutano i migranti che vivono in strada: a sopravvivere, resistere al freddo, alla fame e alla sete, alle condizioni di indigenza in cui alcuni di loro spesso si trovano nella città del Friuli-Venezia Giulia. Lobeau, Michielin e Perosa fanno parte della rete di attivisti e volontari, Rete solidale Pordenone, e il prossimo novembre andranno a processo insieme ad altri volontari e ad alcuni richiedenti asilo con l'accusa di invasione di terreni, perché "in concorso tra loro invadevano arbitrariamente l'area destinata a parcheggio dell'ente pubblico Inail di Pordenone al fine di occuparla bivaccando all'interno creando dei rifugi e impossessandosi dell'area chiudendola e delimitandola con coperture di materiale plastico nonostante fossero state loro offerte prospettive alternative". Questa l'accusa mossa dal pubblico ministero, Monica Carraturo, che ne ha chiesto il rinvio a giudizio alla fine della scorsa estate. Le tre donne operanti presso l'associazione Rete solidale, in particolare, sono imputate perché "aiutavano a recuperare coperte e quanto necessario e i restanti indagati si accampavano all'interno".

I fatti contestati - I fatti contestati dalla polizia di Pordenone risalgono a quando in città arrivavano ogni giorno decine di richiedenti asilo, che per la legge italiana avevano diritto all'accoglienza e che però, a causa della indisponibilità di strutture e dei comportamenti ostativi delle istituzioni locali, sono stati costretti, per molti mesi, a vivere al gelo per la strada, in ripari di fortuna, anche se sostenuti dalla solidarietà di singole persone e associazioni. Amnesty International in quei mesi ha raccontato che Alessandro Ciriani, sindaco della città e fratello del senatore di Fratelli d'Italia Luca, non aveva concesso alla Croce rossa la possibilità di realizzare un dormitorio gratuito per i migranti senza tetto, nel "timore di un'invasione".

Nella convinzione "che un'accoglienza degna e rispettosa dei diritti umani costituirebbe un fattore di attrazione per altri migranti e richiedenti asilo". "Da qui - spiegava Amnesty - le misure di deterrenza: niente servizi igienici, niente dormitori e costanti minacce di sgombero". Così, una serie di persone tra cui la volontaria della Croce rossa Loebau, subirà un processo per le azioni di solidarietà messe in atto in quelle giornate dell'inverno del 2017. Azioni che, secondo i rapporti della polizia, erano in realtà un'"invasione" arbitraria dei "terreni di proprietà dell'Inail al fine di occuparli a scopo di dimora".

Sgomberi forzati - Nella realtà dei fatti era accaduto che un grande parcheggio sotterraneo di proprietà dell'Inail era diventato un ricovero forzato di richiedenti asilo, così come a Pordenone lo erano stati in passato - e lo sono tuttora per chi dorme ancora in strada - il sagrato della chiesa, la pensilina dell'ex fiera, le scalinate di un palazzetto dello sport. In quelle giornate di inverno del 2017 la polizia locale sequestrava ogni notte coperte e sacchi a pelo. Altrettanto di frequente, le forze dell'ordine procedevano con gli sgomberi forzati. Il 20 aprile, circa 70 richiedenti asilo che dormivano da mesi all'interno del parcheggio sotterraneo, sono stati svegliati da decine di carabinieri, finanzieri, poliziotti e vigili urbani che li hanno sgomberati.

Il tutto a una settimana esatta dalla manifestazione "per i doveri" che, come spiegato dal sindaco, "voleva sollecitare le autorità a restituire alla comunità quella zona di città occupata dai migranti, afghani e pakistani, specialmente". Se le accuse dovessero essere confermate una decina di quegli stranieri e alcuni attivisti italiani tra cui Loebau, Michielin e Perosa, rischiano pene fino a due anni e multe fino a 2.000 euro. Per questo tipo di accuse, inoltre, le pene sono state inasprite fino a quattro anni di reclusione dai decreti Sicurezza fortemente voluti dall'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini.

Il precedente - Non è la prima volta che nel territorio del Friuli-Venezia Giulia chi aiuta i migranti rischia il carcere. Qualche anno fa gli stessi reati sono stati contestati, a Udine, a sette volontari dell'Associazione ospiti in arrivo che sono stati denunciati per invasione di terreni e di edifici mentre stavano distribuendo coperte e generi di prima necessità a richiedenti asilo. I sette attivisti sono stati indagati anche per il reato di "favoreggiamento della permanenza di stranieri presenti illegalmente in Italia al fine di trarne ingiusto profitto".

Quel procedimento è stato poi archiviato dal giudice per le indagini preliminari, Emanuela Lazzaro, che nella sentenza ha invece riconosciuto ai volontari di aver messo a disposizione le loro risorse per sopperire a una "temporanea ma significativa incapacità delle istituzioni" di dare assistenza e tutela ai richiedenti asilo. Più di recente Domani ha raccontato il caso di Gian Andrea Franchi, indagato per favoreggiamento dell'immigrazione irregolare, che qualche mese fa, durante la notte, ha subito una perquisizione a casa dei poliziotti della Digos di Trieste che, in un'azione coordinata con gli agenti antiterrorismo dell'Ucigos, gli hanno sequestrato il pc e il cellulare. Franchi, insieme alla moglie Lorena Fornasir, guida l'associazione Linea d'ombra e normalmente passa le proprie serate davanti alla stazione di Trieste dove cura le ferite dei richiedenti asilo che arrivano in Italia dalla rotta balcanica, accogliendoli con coperte, scarpe e cibi caldi.

I due coniugi rischiano di subire un procedimento penale perché accusati di aver aiutato una famiglia iraniana a prendere il treno dalla stazione del capoluogo. Quelle stesse persone sono state poi fermate dalla polizia senza documenti di soggiorno e hanno ricevuto un foglio di via.

Tornando al processo che comincerà a breve nei confronti delle tre donne di Pordenone, una di loro dice: "Il nostro processo non ci stupisce perché la solidarietà è di fatto criminalizzata in ogni luogo in cui si costruiscono muri e confini". Il Friuli-Venezia Giulia è evidentemente uno di questi luoghi visto che proprio a Trieste, lo scorso 24 settembre, il sottosegretario all'Interno in quota Lega, Nicola Molteni, ha detto durante un comizio elettorale: "Bisogna non solo rafforzare il presidio attraverso i militari e potenziare i pattugliamenti misti con la Slovenia, ma questo rischia di essere vanificato se non torniamo a fare le riammissioni informali".

 

 

 

 

 

 

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