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Tante domande per una “sana” curiosità sui reati, sulle pene, sul carcere PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 10 ottobre 2011

 

Riparte, con il sostegno del Comune di Padova e della Casa di reclusione, il progetto di confronto tra scuole e carcere, che coinvolge moltissime scuole, di Padova e non solo. Sono davvero tanti gli studenti che hanno cercato di scandagliare in questi anni ogni dettaglio della vita in carcere, ogni sfumatura dei sentimenti di chi vi è rinchiuso, per cercare di trarne delle riflessioni su come si può facilmente avere dei comportamenti che escono dai limiti consentiti e mettere a rischio la vita propria e degli altri. Quelle che seguono sono alcune delle domande che gli studenti pongono, sempre profonde, vivaci, raramente banali, e le risposte di alcuni detenuti.

 

Come ti sei sentito al momento dell'arresto?

 

Chiaramente male, molto male soprattutto perché non ho mai fatto veramente una scelta precisa delinquenziale, quindi il mio ultimo arresto è legato ad una ricaduta rovinosa con la droga, durata circa un mese e mezzo, dopo due anni nei quali, nonostante tutte le avversità, ero riuscito a non drogarmi.

La prima sensazione appena rientrato in carcere è stata di totale fallimento esistenziale, ci ero ricaduto di nuovo e questa volta non ne sarei uscito facilmente. Agenti ed ex compagni ironizzavano sul fatto che fossi stato nuovamente arrestato. Ogni volta è sempre così, lunghi corridoi con finestre sbarrate in alto, muri fatiscenti con infiltrazioni di acqua in molti posti e poi la sezione con i suoi odori caratteristici, i suoi lavori di riparazione mai finiti o mai cominciati, i colori che son sempre cupi (ciò che domina è un color rosso scuro tipo sangue raggrumato). Sezioni che posto di contenere 100 detenuti ne hanno ben 200 negli stessi spazi, un incubo di disperazioni varie e più o meno consce di quello che si è commesso. Appena entrati, anche se non è la prima volta, è sempre come se lo fosse!

 

(Filippo F.)

 

Sei pentito di ciò che hai fatto, che ti ha portato qui? Se sì, quanto tempo è passato prima di pentirtene? E cosa è successo, perché è avvenuto il pentimento?

 

Una cosa sono le chiacchiere, dire o scrivere in maniera strumentale "sono pentito". Altra cosa è riuscire a fare un percorso di presa di coscienza interiore, rivisitando a ritroso la propria vita, ed operare nel presente e muoversi diversamente da come si è fatto in passato. Comunque si, sono pentito ma ciò non cambia lo stato delle cose odierne. Ed anche se generalmente cerco di vedere in modo critico ciò che per anni mi sono ostinato a fare, in alcuni momenti ho come la sensazione di aver pagato decisamente troppo, ma anche di aver buttato alle ortiche diverse vie di uscita che mi si sono presentate nel corso degli anni.

 

(Filippo F.)

 

Se dovessi uscire domani, avresti paura di ciò che ti aspetta fuori?

 

La paura di uscire dal carcere dopo tanto tempo esiste e non la si può sconfiggere, si è consapevoli di dover affrontare numerose difficoltà dopo essere stati per molti anni lontani dal mondo. La tecnologia ha fatto passi da gigante e tu sei rimasto indietro, molte cose non le conosci, altre non le hai mai viste, alcune sai che esistono solo per sentito dire. Sai che avrai dei problemi a relazionarti con le persone, prima eri un giovane e ti ritroverai uomo, senza la dovuta esperienza, ad esempio prima ti rapportavi con una ragazza giovane, dopo anni di carcere il tuo confronto dovrà essere con una donna ed il timore di non esserne all'altezza è reale. Chi non ha più i propri cari, o la famiglia, perché molto spesso il carcere disgrega il nucleo famigliare, è consapevole di trovare attorno a sé il deserto, e non è facile da coltivare un terreno arido per farlo rifiorire.

 

(Enos M.)

 

Cosa ti spinge ad accettare così spesso di incontrare giovani e, magari, di sentirti rivolgere domande che vanno a rivoltare il tuo vissuto?

 

Mi spinge il desiderio di confrontarmi con altre persone. Vorrei tanto che il mio comportamento sbagliato potesse essere d'aiuto ad altri. Sono consapevole che quasi sempre l'esperienza delle persone non serve ad altre, perché se così fosse, non ci sarebbero più guerre da molti anni, perciò ognuno farà le proprie esperienze, però spero che i miei sbagli possano almeno far riflettere prima di commettere determinate azioni.

 

(Enos M.)

 

Se ti sei sentito in colpa, sei riuscito a perdonare te stesso?

 

Io non riuscirò mai e poi mai a perdonare me stesso, e penso che non ci sia modo di farmi desistere da questa idea, anche perché devo vivere tutta la vita con questo rimorso ed è un peso che mi porterò sempre appresso, lo vivo male, è brutto che tutte le sere e tutte le mattine fisso il soffitto e ripenso all'accaduto e mi chiedo sempre se le cose non sarebbero potute andare in maniera diversa. Se quel fatidico giorno fossi andato a finire sotto una macchina era meglio, forse avrei meno problemi di quelli che ho adesso, perché quando commetti un omicidio non puoi e non riesci mai a venirne fuori, la cosa ti perseguiterà per tutto il resto della vita, ed un'altra cosa che penso è che sia meglio stare qui dentro, piuttosto che uscire e dover guardare tutti i giorni i tuoi figli in faccia e dover abbassare lo sguardo per la vergogna di quello che hai fatto e che non sai spiegare, non c'è modo di poter spiegare un fatto simile. Lo so che può sembrare vigliaccheria, ma per adesso la penso così, poi un domani si vedrà.

 

(Santo N.)

 

Hai mai ricevuto e/o dato un abbraccio da quando sei stato recluso?

 

Certo che ho dato un abbraccio da quando sono recluso, vi posso dire che forse al contrario di fuori ne ho dati molti di più qui dentro, anche perché quando siamo liberi certi valori li perdiamo o non gli diamo più tanta importanza, comunque tutte le volte che faccio colloquio o che esce alla fine della pena qualcuno di noi, ovviamente lo saluti con affetto specialmente se ci hai passato assieme una buona parte della tua carcerazione e si è instaurato un bel rapporto di amicizia, certo che non può essere così con tutti, in carcere si impara ad essere diffidenti verso tutto e tutti, cosa che penso poi, purtroppo, ti porterai fuori nel mondo esterno.

 

(Santo N.)

 

Cosa si prova a stare isolati da tutto?

 

Per chi come me è entrato in carcere a 54 anni, dopo una vita precedentemente regolare, avendo raggiunto tutto quello che una persona può desiderare, dopo aver formato una famiglia, lavorato per 35 ani, sentendomi utile a me stesso e soprattutto agli altri, di colpo trovarsi catapultato in un mondo sconosciuto, isolato, recluso non è affatto una cosa facile da sopportare.

L'essere privato della libertà in tutti i sensi non ti fa più sentire una persona umana. Ti senti impotente, per ogni cosa devi chiedere agli agenti. E per quello che hai lasciato all'esterno devi poter contare su parenti, amici, avvocati. Tu non puoi disporre di nulla. Se la condanna supera i cinque anni viene dichiarata la tua interdizione legale e dai pubblici uffici, devi nominare un tutore e tutto deve passare attraverso decisioni del giudice tutelare.

 

(Ulderico G.)

 

Le visite di familiari, amici, persone legate affettivamente, provocano dolore?

 

Le visite di familiari, parenti, amici, possono durare in totale sei ore al mese. Di primo mattino ti poni in attesa di essere chiamato con una certa ansia in corpo, la voglia e contemporaneamente la paura dell'incontro. Non sai quali notizie ti verranno riportate e tu cosa dirai a loro; spesso mi preparo anche biglietti dove annoto cose che mi vengono a mente nei giorni precedenti. Prima dell'ingresso in sala colloquio si è sottoposti a perquisizioni, stessa cosa anche per i visitatori. Finalmente le porte si aprono e c'è la ricerca del volto della persona che ancora non sai se è un parente, un amico, un collega. L'incrocio degli sguardi fa scattare il sorriso, la felicità dell'incontrarsi, abbracciarsi e sedersi ad un tavolo e poter rientrare in contatto con chi prima ti era vicino "fuori", e da cui sei stato separato. Certamente cerchi di non sovraccaricare le situazioni di negatività, come per voler salvaguardare la tranquillità delle persone care. La parte più dura è l'inesorabile fine del colloquio che si avverte appena senti aprire la porta con la chiave che gira nella toppa. Guardi l'orologio: è già passata l'ora. Ci si riabbraccia, ci si risaluta con un sorriso, ma poi oltrepassata la porta che conduce ai vari piani delle celle il sorriso si spegne e ti prende nella sua pienezza l'amarezza, lo sconforto: non puoi più stare con loro come facevi prima di entrare in carcere. Poi ti devi convincere che questo malessere lo devi allontanare perché in ogni caso non puoi che continuare a vivere in questa realtà. Bisogna reagire per sopravvivere, per arrivare alla fine della pena con la speranza di ritrovare l'unione con chi sta fuori. Devi convivere con il dolore che è senza dubbio vivo da entrambe le parti, anche se mai dichiarato negli incontri, per non farsi del male a vicenda.

 

(Ulderico G.)

 

 

 

 

 


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