Sabato 06 Giugno 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

 

 

La scrittura dal carcere, per testimoniare il sovraffollamento PDF Stampa E-mail
Condividi

Ristretti Orizzonti, 12 ottobre 2011

 

Nel vedere in questi ultimi anni spostare fantasiosamente i numeri della "capienza tollerabile" delle carceri da 61.000, a 64.000, a 69.000 "posti letto", la sensazione è che il sovraffollamento scompaia e ricompaia in un triste gioco sulla pelle di chi, in questi anni, sta in galera, ammassato in condizioni spesso disumane.

La redazione di Ristretti Orizzonti ha allora pensato di lanciare un invito ai detenuti, a testimoniare il sovraffollamento con i loro racconti, perché la scrittura resta, e forse così resterà anche la memoria di questi tempi bui, e di un sovraffollamento che esiste eccome, al di là dei giochi di prestigio con le capienze.

 

Lettera aperta ai detenuti dalla redazione di Ristretti Orizzonti

 

L'unico modo che abbiamo per raccontare la nostra non-vita in carceri sempre più sovraffollate è la scrittura. Quando si sta stretti, il vero problema non sono i metri quadrati della cella che si riducono, ma il regime di vita che tiene le persone stese in branda per più di venti ore al giorno, la monotonia della quotidianità che abbrutisce le persone e la mancanza di attività. E nessun esperto - psicologo assistente sociale, giornalista, giudice - sarà mai in grado di spiegare i sentimenti e la sofferenza di chi vive tali esperienze.

Ecco perché il racconto scritto diventa uno strumento ideale per informare i cittadini su ciò che sta succedendo oggi nelle carceri: le nostre storie descrivono i problemi con cui deve fare i conti una persona qualsiasi che dovesse entrare oggi in un carcere italiano.

Scrivere di sovraffollamento significa anche raccontare la morte - i suicidi, tentati e riusciti, ma anche le malattie curate male - che continua a portare via qualcuno di noi. Soltanto che le morti che ci ritroviamo a raccontare non sono causate da un sovraffollamento misurato nella superfice di cella che spetta ad ognuno: a uccidere è il malessere delle persone, che non trova rimedio, che non trova ascolto. E allora la scrittura ci viene in aiuto per raccontare al mondo come un uomo è morto dopo aver inutilmente cercato di convincere il medico che aveva un dolore preoccupante, sintomo di un infarto che alla fine lo ha stroncato nel sonno. Oppure del ragazzo che sniffa il gas della bomboletta per evadere da una realtà che lo schiaccia, un male da galera che non sopporta più.

Buona parte della società, oggi è convinta che va bene così, anzi c'è chi pensa addirittura che le carceri siano troppo "generose" con noi detenuti. Solo che le cose non sono così semplici. Dal carcere prima o poi si esce, e scrivere delle condizioni in cui vivono le persone che escono significa raccontare anche come l'equazione "carcere duro uguale più sicurezza" non solo non ha mai funzionato, ma rischia davvero di produrre l'effetto opposto. Perché il carcere sovraffollato certamente non insegna alle persone detenute come osservare la legge e assumersi la responsabilità dei propri reati. Spedite le vostre testimonianze a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

 

 

 

 


Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it