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"Carcere e scuola" la vera prevenzione, a cura della Redazione PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 7 giugno 2010

 

Si è appena concluso un importante progetto che ha coinvolto le scuole cittadine, su cui ci pare significativo proporre una riflessione. Il 26 maggio si è svolta al cinema Mpx la giornata conclusiva del progetto "Il carcere entra a scuola. Le scuole entrano in carcere", giunto ormai alla sesta edizione.

Per l’anno scolastico 2009/10 hanno partecipato oltre 4.000 studenti. Il 26 maggio sono intervenuti circa 400 studenti in rappresentanza delle tantissime scuole iscritte al progetto, e molti insegnanti, il direttore della casa di reclusione, il magistrato di sorveglianza, operatori e agenti di polizia penitenziaria. Nel corso dell’incontro sono stati premiati i migliori elaborati fatti dagli studenti sulle tematiche del progetto. I servizi sociali del Comune hanno promosso, con l’associazione Il Granello di Senape, il progetto. Si coglie perfettamente il fatto che chi è detenuto in quei luoghi vive senza libertà; si sono coinvolti gli insegnanti che accompagnano la classe in carcere e che ragionano poi con gli studenti in aula di legalità e di devianza; si è coinvolto chi ricopre ruoli di responsabilità nel carcere: cioè il direttore, il magistrato di sorveglianza, operatori e agenti perché spieghino con competenza che cosa è un luogo di detenzione e cosa dice la legge in tema di reato e di pena, di reclusione e di rieducazione della persona che delinque; si è voluto anche coinvolgere i detenuti in grado di raccontare la loro vita. Molte storie hanno fatto capire che spesso si comincia con spaccio di piccole quantità di sostanze, con piccoli atti di bullismo per approdare al fatto drammatico, alla banda organizzata, in una escalation inarrestabile di eventi e di comportamenti. In un incontro in carcere, cui ho assistito, un detenuto ha rivolto ai giovani questa riflessione: "Io ho due figli che hanno la vostra età. Oggi sono confuso ed emozionato a stare con voi; provo vergogna per quello che ho fatto. Cercate di riflettere sempre prima di agire". Forse questa riflessione vale più di tanti ragionamenti. A noi pare che il rigore che sottende al progetto ci incoraggi a continuare; del resto valutiamo positivamente i consensi raccolti, l’entusiasmo e l’impegno degli studenti, degli insegnanti e di tutti gli operatori.

Lorenzo Panizzolo dirigente Servizi sociali Comune di Padova


Testo vincitore del primo premio del concorso di scrittura per le scuole medie superiori
"Io, mai", di Sara M., Liceo Marchesi-Fusinato

La vincitrice della "sezione Artistica" del concorso è stata Arianna Spada, dell’Istituto d’arte Pietro Selvatico. È da un’ora che sono seduta su questa fredda panchina. Ha finalmente smesso di nevicare, ma il rumore che sento da quando sono arrivata non è ancora cessato. Quel fastidioso e ripetitivo battito metallico proviene dai detenuti del circondariale Due Palazzi. Stanno protestando per il sovraffollamento delle carceri, o almeno è quanto mi è stato detto da coloro che, come me, stanno aspettando il proprio turno per i colloqui. Questa mattina sono partita da casa presto, con le borse piene di vestiti puliti e cibo anche per gli altri detenuti. Ho aspettato l’autobus con le persone che incontro ogni giorno per andare a scuola, solo che io, oggi, a scuola non ci vado. Sto andando in carcere. È la prima volta per me, ma non sarà di certo l’ultima. Mentre la guardia carceraria mi perquisisce, mi chiedo di continuo: "Ma che ci faccio qui io, mentre dovrei essere a scuola". Mi sento umiliata, non riesco ad accettare il fatto di dover essere perquisita per incontrarlo. Tento di convincermi che la situazione non è poi tanto drammatica, ma per quanto mi stia sforzando, è difficile trattenere le lacrime. Arriva finalmente il momento dell’incontro: dovrei essere felice, ma l’unica cosa che riesco a sentire è la terra che mi manca sotto i piedi. Questo, però, dura solo qualche istante, perché immediatamente vorrei che i nostri abbracci non avessero mai fine. Vorrei soprattutto piangere tutte le lacrime che da troppo tempo tengo nascoste dietro un finto sorriso, ma so che cosi facendo peggiorerei solo la situazione. Per questo motivo, entro nella stanza dei colloqui con un sorriso sgargiante e inizio a raccontare con gioia come procede la mia vita, con la scuola e con le amiche. Mi tiene le mani, le accarezza dolcemente. Mi strugge il cuore nel vedere quanto poco basti perché il suo sguardo si illumini di nuovo, di quella luce che non vedo da mesi. Cerca il mio sguardo sfuggevole: è faticoso guardarlo negli occhi. Fingo ancora un sorriso, ma non basta per nascondere quanto io sia a pezzi. Negli ultimi minuti del colloquio, rimaniamo abbracciati più forte che mai. Nemmeno la voce della guardia riuscirebbe a separarci. Soffoco il mio viso nelle sue braccia e sento il suo profumo: mi è mancato così tanto. Mi rendo conto che in quell’ora sono riuscita a dirgli solo una piccola parte di quello che avrei voluto, quindi riassumo il tutto in un sussurrato”ti voglio bene”. Lo guardo indietreggiando per non perdere neanche un istante del nostro incontro; per la prima volta in tutta la mia vita, mi sento completamente impotente. Tornando a casa, l’autobus è quasi vuoto. Riesco a riconoscere tra i passeggeri alcuni dei familiari che erano nel mio stesso turno: non ci salutiamo, ma ogni tanto i nostri sguardi si incrociano per poi distogliersi immediatamente, quasi a voler negare a noi stessi, fino all’ultimo, la realtà di cui facciamo parte. Dal finestrino vedo l’edificio alto e bianco del Penale allontanarsi sempre di più. Lascio finalmente quel luogo... vorrei non doverci mai più ritornare. Man mano che la corriera si dilegua per le strade e il palazzo si fa sempre più piccolo, il mio pensiero è rivolto a lui, a loro, i condannati puniti dalla società, alle loro storie, alle loro vite difficili. Per qualche istante provo un forte senso di gratitudine verso la vita. Poche settimane fa, sono tornata nello stesso carcere con la mia classe. Ascoltando le testimonianze dei "ristretti" ho capito una cosa: nessuno può dire "io, mai". C’è un limite morale, si pensa che fino a quel punto non si debba arrivare, ma è facile superarlo. Una volta superato questo limite, si va avanti, sempre di più. Senza accorgersene, si è fatto del male a tante persone, a se stessi e in particolar modo ai propri cari. Mi spiego. Ho ascoltato il racconto di un detenuto, forse quello che mi ha colpita di più: diceva che quando aveva provato la prima sigaretta, si era promesso di non andare oltre. Poi, col tempo, è passato all’erba, e dall’erba all’eroina. Lentamente era entrato in un circolo vizioso dal quale era impossibile uscire. Quante volte succede nella vita quotidiana di abbattere i propri limiti? Da quando la persona a cui volevo più bene è entrata in carcere, ho imparato a dare grande importanza alle piccole cose, come una lettera o una breve telefonata. Ogni volta che abbraccio qualcuno sono felice di poterlo fare. Sono felice di poter decidere se e come valorizzare il mio tempo. Posso tornare a casa dalla mia famiglia, che ora, purtroppo, non è più al completo. A volte lo do per scontato, ma nonostante tutto, sono davvero molto fortunata. E' bello poter dire”posso”, ma sta a noi scegliere quale parola attaccarci dopo. Io, per ora, sono felice di poter ancora sbagliare, imparare, perdonare e soprattutto vivere.

Testo vincitore del primo premio del concorso di scrittura per le scuole medie inferiori
"Sfiniti dalla vita che stanno conducendo in prigione", di Anna F. Scuola Media Falconetto

Caro diario, L’esperienza con i carcerati è stata per me molto importante, mi ha fatto riflettere e mi ha cambiata. Ho conosciuto alcuni detenuti, che con molto sforzo sono riusciti a raccontarci le loro storie, a spiegarci il perché e il come sono finiti in carcere. Si sono mostrati a noi come i "cattivi", come persone che hanno sbagliato, come persone le cui azioni non vanno ricommesse. Mi ha colpito molto il momento nel quale abbiamo toccato il tema della libertà, ognuno ha dato diverse definizioni, ma una in particolare mi è rimasta impressa: "La libertà capisci cosa significhi quando te la tolgono". È vero. Chi se lo sarebbe mai aspettato che per un carcerato accendere e spegnere la luce quando si vuole sia libertà? Chi l’avrebbe mai detto che per un detenuto bere da un bicchiere di vetro anziché da uno di plastica fosse libertà? Io penso nessuno. Caro diario, ti saluto dicendo che, finalmente, sono riuscita a capire che la vita in prigione è tremenda, perché non c’è cosa peggiore della monotonia e della ripetitività di ogni giorno.

 

 

 

 

 

 


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