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I genitori dei "cattivi" PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 28 novembre 2011

 

Ci piace sempre immaginare che in carcere ci finiscano "i cattivi", e che i cattivi siano figli di nessuno, e invece no, i cattivi hanno dei genitori, spesso hanno delle famiglie che vengono travolte dal loro reato e sono del tutto innocenti, non hanno mai avuto a che fare con la Giustizia, e si ritrovano di colpo un figlio in galera e loro additati come "i genitori di...". Ecco perché è un buon esercizio di umanità provare a mettersi sempre dalla parte dell'altro, quindi non immaginare solo di essere i famigliari della vittima, ma esercitarsi a pensare che potrebbe capitare a un nostro figlio di varcare la soglia del carcere.

 

Come raccontare ai miei una verità così angosciante?

 

Subito dopo aver commesso il reato per cui sto scontando una lunga pena, sono stato fermato e trasferito in carcere dove, dopo tre giorni, è stato confermato il mio arresto. Certo non avrei mai pensato di poter uccidere per dovermi difendere, assieme ad altri miei parenti, da quella che è stata l'ultima delle tante aggressioni subite da parte di connazionali residenti nei paesi vicini.

E ora come raccontare ai miei che avrei dovuto rimanere rinchiuso in carcere per 22 anni? Come convivere con quel grandissimo dolore, la delusione, la valutazione della gravità che ricadeva si addosso a me, ma anche a tutto il mio nucleo famigliare?

Era sabato 9 agosto del 2008 quando ho fatto il primo colloquio con mia mamma; lei, appena mi ha visto, è scoppiata a piangere e mi ha abbracciato dicendomi: "Che terremoto che è arrivato nella nostra vita!", ed io pure ero abbattuto, ma non volendo far percepire la mia disperazione le ho risposto cercando di renderle meno pesante la realtà: "Mamma non piangere, non è che abbiamo cercato noi lo scontro, noi non volevamo arrivare a quello che è accaduto".

Lei ha cominciato a chiedermi come stavo in carcere e, prima di uscire dalla sala colloqui, per farmi capire che mi erano vicini e non mi avrebbero abbandonato, mi ha lasciato dicendomi che ci saremmo rivisti prestissimo, il lunedì successivo.

Il lunedì è arrivato e assieme a mia mamma c'era, per la prima volta, anche mio papà. Lui si è subito interessato a come era andato il mio interrogatorio per capire se avevo detto la verità, se avevo risposto a tutte le domande, come stavano veramente le cose. Continuava a chiedermi: "Qual è la verità?", "Come è successo il fatto?". Non mi veniva nessuna risposta, e allora ho cercato di cambiare discorso, mia madre intanto non staccava mai i suoi occhi che penetravano i miei per leggere dentro di me e capire se i miei atteggiamenti potevano far pensare che non gliela raccontavo giusta.

Quanto dolore ho seminato e con quanta disperazione i miei genitori e tutta la mia famiglia stavano vivendo questa tremenda situazione! Ora dovrò affrontare la mia lunga assenza da casa portando il peso di un atto terribile, un peso che viene condiviso anche dai miei cari. Chissà quante persone, vedendoli, li indicherà come i genitori di chi ha ucciso, anche se per difesa. Si sentiranno allontanati e loro stessi avranno timore a mostrarsi in un paese nel quale sono arrivati tanti anni fa e si erano inseriti bene, con una propria attività. La cosa forse sarebbe meno difficile se si trovassero in una grande città. Ma in un luogo così piccolo, tutto è compromesso.

L'unica cosa buona è che loro cercheranno di starmi vicino e di aiutarmi in questa lunga detenzione.

 

Qamar A.

 

Tendiamo tutti a nascondere come stanno realmente le cose

 

Quando si finisce in carcere non è facile mantenere i rapporti con i propri famigliari. Io sono un detenuto straniero e sto scontando una condanna di 10 anni. Fin da subito ho pensato di non poter mentire ai miei famigliari. Ho deciso dopo un mese dall'arresto di scriver loro una lettera spiegandogli come stavano le cose, anche se loro erano già stati messi al corrente da altri miei connazionali.

Dopo circa quattro mesi ho potuto telefonare per la prima volta a casa. L'impatto non è stato facile, specialmente con mia madre che appena mi ha sentito ha reagito piangendo.

Con mio padre invece è stato subito diverso, lui era convinto che anche in Italia io continuassi a lavorare onestamente così come ho sempre fatto in Tunisia, era convinto che i soldi che gli mandavo erano frutto del mio lavoro. Oggi è deluso dalle mie scelte, anche perché è molto religioso e inoltre ha paura che io possa essere di cattivo esempio per i miei fratelli più piccoli.

Ancora oggi, dopo quasi quattro anni, a volte capita che preferisce non venire al telefono fingendo di dormire o al massimo si limita in pochi secondi a domandarmi come sto.

Con mia madre il rapporto è migliore, lei vorrebbe addirittura venirmi a trovare, ma sono io a dirle di no perché conosco le difficoltà, anche quelle che ci sono per ottenere un visto.

Nonostante tra noi ci sia ancora un rapporto, quello che ci diciamo per telefono non è mai la verità, se lei mi chiede come sto io rispondo bene e se io lo chiedo a lei, mi risponde lo stesso. Ma io sono consapevole che data l'età, e conoscendo il loro stato di salute, i miei genitori non possono stare sempre bene, e loro hanno la stessa consapevolezza che anch'io, visto il posto in cui mi trovo, non possa stare sempre bene. Tendiamo entrambi a nascondere come stanno realmente le cose per non far preoccupare l'altro, e quello che si è venuto a creare non è un rapporto del tutto sincero. Sono stato sempre consapevole che con i miei comportamenti avrei potuto causare delle conseguenze pesanti, ma nonostante ciò ho preferito continuare a vivere in un certo modo e mi rendo conto che oggi la mia famiglia sta pagando per delle mie scelte sbagliate. Prego Dio di avere almeno un'altra volta la possibilità di vedere i miei genitori fuori dal carcere e di poterli finalmente riabbracciare.

 

Mohamed T.

 

Mio padre mi sarà sempre vicino, caricandosi questo fardello che sono stato io a dargli

 

È stato difficile dire il mio reato ai miei genitori, soprattutto a mio padre, che è una persona ligia e onestissima, sempre pronto a rimproverare chi non era rispettoso delle regole e delle persone. Fino a che non è venuto a trovarmi dall'Albania, nonostante mi chiedesse il motivo per cui ero finito in carcere, avevo sempre cercato, quando gli scrivevo, di essere vago, non riuscivo a dirgli quanto era realmente successo, e dirgli in una lettera quale è stato il motivo del mio reato non era per niente facile, mi sentivo come una persona che aveva tradito le sue aspettative, specialmente con il reato che avevo commesso, un reato di sangue, un omicidio.

Però a mio padre dovevo spiegare come sono andate veramente le cose, glielo dovevo proprio. Quando è venuto a colloquio gli ho detto tutta la verità. Però non subito, la prima ora è stata tranquilla, ci siamo chiesti altre cose della vita, anche perché ogni volta che cercava di portarmi a parlare del mio reato, io cambiavo discorso, una volta, due, poi ho pensato dentro di me: lui è venuto dall'Albania per trovare me ed io perché non dovrei dirgli come sono andate le cose?

Ho cominciato a raccontarglielo e lui mi ha fermato e mi ha detto "Guarda, se non te la senti di raccontarmelo questa volta, me lo dirai la prossima volta, però voglio sapere la verità". Quelle parole mi hanno commosso e allora ho cominciato a raccontare, però non riuscivo a guardarlo in faccia, è stato molto difficile e mi vergognavo tantissimo. Alla fine, mio padre ha detto che ormai è successo, che non si può tornare indietro nel tempo, magari si potesse fare.

Quando ho finito di raccontare ho pensato: "Adesso mi odierà", e gli ho detto: "Questa è la verità, adesso tocca a te giudicarmi". Lui non ha pronunciato neanche una parola, ha fatto solo un movimento con la testa per dire: "Che ti devo dire, mica hai fatto una cosa giusta?!".

Si è alzato e ci siamo abbracciati, commossi, senza dire una parola, ma nonostante tutto io ero certo che, anche se con una enorme tristezza, mio padre mi sarebbe stato vicino, caricandosi questo ulteriore fardello che ero stato io a dargli.

Questa immagine e tutti gli attimi di quel colloquio mi sono impressi nella mente come macigni, e ogni volta sento la difficoltà e la sofferenza che può provare un padre come il mio, che sicuramente immaginava per me una vita totalmente diversa da quella che sto affrontando ora.

 

Pjerin K.

 

 

 

 

 


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