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La prigione di una volta... e la detenzione oggi PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 24 gennaio 2012

 

Per dare un'idea di come sono cambiate le carceri negli ultimi trent'anni, e di quanto oggi si rischi di tornare al peggio del passato, a carceri-dormitori da dove la gente può uscire più pericolosa di quando ci è entrata, abbiamo provato a raccontare brevemente e confrontare le galere degli anni 70 e quelle attuali.

 

Gli anni settanta e i "delinquenti"

 

Un detenuto "di lungo corso", E. D., uno che alla fine degli anni Settanta è finito in galera con una condanna a trent'anni, un "delinquente vero", di quelli di una volta, della mala milanese, con una progressione criminale dal furto, alle rapine, al traffico d'armi, oggi racconta perché il carcere di allora non permetteva in alcun modo di cambiare. Ma era, invece, una autentica scuola del crimine, quello che rischia di tornare a essere oggi, con la gente di nuovo "parcheggiata" a non far niente, e i continui trasferimenti che si chiamano "sballamenti" perché il detenuto è "imballato e sballato" come una merce (una volta capitava ai delinquenti veri, oggi sono gli immigrati a venire più frequentemente "sballati").

È un racconto interessante quello di E. D., perché fotografa questo carcere in continuo movimento, dove l'idea della rieducazione proprio non esisteva. Eppure... eppure i padri costituenti che la galera l'avevano sperimentata sulla propria pelle non avevano pensato la rieducazione solo per i detenuti con reati di limitata gravità, no loro avevano intuito che non si deve dare per perso nessuno, che non ci sono, neppure in galera, "vuoti a perdere".

"Negli anni Settanta e fino a dopo la metà degli anni Ottanta le galere erano non una sede in cui scontare una pena, ma un luogo perennemente provvisorio. Appunto per lo stato di violenza che dominava all'interno era difficile rimanere anche un solo anno nello stesso carcere. Quelli come me che avevano condanne lunghe, "i pericolosi", li lasciavano fermi al massimo un anno e poi li mandavano in un altro istituto, per evitare che prendessero confidenza con le guardie o che si unissero coi compagni per predisporre rivolte o piani di fuga. Anche perché non avevamo niente da perdere, vi era la certezza quasi assoluta che le pene venivano scontate tutte per intero senza possibilità di progettare un futuro, di pensare al reinserimento, una parola che proprio non esisteva nel vocabolario carcerario".

 

Oggi il carcere è la discarica sociale dei "più fragili"

 

Oggi si parla sempre meno di carcere dei delinquenti, quelli davvero pericolosi, e sempre più spesso di carcere come "discarica sociale", il carcere dei "poveracci", che però è una definizione triste, che aggiunge esclusione a esclusione. Qualche volta le parole fanno male, e stare in galera, e immaginare di appartenere alla categoria dei "poveracci", e sentirsi come l'immondizia che riempie quella discarica dove ficcano tutto quello che si ritiene irrecuperabile, non è esattamente una situazione gradevole. Chiamiamolo allora il carcere di chi sta vivendo una condizione di debolezza, di fragilità, e al primo posto ci sono senza dubbio i tossicodipendenti.

Che si stanno facendo sempre più anni di galera, nonostante intorno a loro tutti continuino a dire la solita formula che "i tossicodipendenti in carcere non ci dovrebbero stare". Il fatto è che sono loro gli autori di buona parte dei reati di "allarme sociale", furti, scippi, rapine, e sono loro i plurirecidivi, e la legge cosiddetta ex Cirielli li bastona in nome della sicurezza, fingendo di colpire davvero "i più cattivi", quelli che non meritano niente perché non fanno altro che uscire dal carcere e tornare a commettere reati. La "cattiveria sociale" oggi impedisce di vedere che si può essere recidivi senza alcuna "malvagità", senza alcuna capacità criminale, e lo racconta bene F. F., uno dei circa 25.000 tossicodipendenti che popolano le carceri italiane. "Io per tanti anni ho usato droghe e ciò purtroppo veniva sopra tutto: gli affetti e le persone a me più care o coloro che si ostinavano a tentare di aiutarmi, nonostante me.

A distanza di anni la droga, con il suo richiamo, il suo essere un potente anestetico per i mali dell'anima, è ritornata spesso prepotentemente ed in modo devastante anche per me. Ad esempio all'origine di quest'ennesima mia detenzione, c'è una rovinosa ricaduta con la droga, di circa un mese, dopo anni in cui ero riuscito a restare "pulito". Inoltre ho rischiato anch'io parecchie volte di morire, e ho visto tante volte la disperazione e l'impotenza della mia famiglia e delle persone che mi hanno voluto anche solo un po' di bene".

A fianco dei tossicodipendenti, nella categoria dei più deboli ci stanno le persone con disagio psichico, e sono tante, anche perché la chiusura dei manicomi spesso non è stata accompagnata dalla creazione di strutture adeguate, e molti soggetti con disturbi psichiatrici sono rimasti senza "rete di protezione" e ad accoglierli poi hanno trovato solo il carcere. A questo si aggiunge che è il carcere stesso che influisce sull'insorgere o l'aggravarsi di una patologia psichiatrica, e nelle condizioni di solitudine, che caratterizzano oggi la detenzione, la sofferenza da galera si fa sempre più pesante, e sempre più difficile diventa far fronte al rischio suicidi.

 

Gli extracomunitari... le Case circondariali e i senza futuro

 

Ci sono carceri, dove si arriva all'80, e anche al 90% di presenze di detenuti stranieri: sono le Case circondariali, dove vive una umanità complicata, fatta di ragazzi appena arrestati, di gente che spesso resta dentro appena qualche giorno, ma intanto comincia lentamente a rovinarsi la vita. Certo in carcere oggi non ci finiscono solo gli immigrati poveri, e sarebbe una semplificazione banale non analizzare altri aspetti della presenza dei migranti in galera: è infatti anche il sogno della "bella vita" e delle scorciatoie per raggiungerla che contribuisce a rendere ancora più pesante il sovraffollamento.

La storia, in fondo, si ripete: negli anni Ottanta erano i figli dei meridionali immigrati a Milano o a Torino che inseguivano i sogni dei soldi facili, che si infrangevano ben presto nelle aule dei tribunali, oggi sono i ragazzi stranieri che si fanno tentare nel vedere gli amici, che in una sera tirano su con lo spaccio più soldi che in un mese di duro lavoro in fabbrica. E finiscono a rovinarsi la vita presente, ma anche a perdere qualsiasi possibilità di costruirsi un futuro, estranei ormai al loro Paese d'origine e al Paese dei loro sogni.

 

La gente comune e il "non mi capiterà"

 

A me non capiterà mai: è da qui, da questa certezza nell'immaginare che il carcere non ci riguardi, che nasce la distanza abissale che c'è tra la società e gli "ospiti" delle carceri. È una distanza causata soprattutto da quella informazione, che si esercita a creare i "mostri" e a far nascere l'illusione che siano sempre "gli altri" a finire in carcere. Se questa illusione aveva delle fondamenta in passato, quando davvero i reati che portavano in galera erano prevalentemente reati dovuti a una scelta di vita, alla voglia di fare soldi in fretta, riscattandosi magari da una condizione di marginalità, oggi espone invece a enormi rischi.

Perché sono sempre di più le persone che provengono da ambienti "regolari" e che hanno però comportamenti sul filo dell'illegalità. I loro sono i reati legati all'uso di sostanze, che portano in galera sempre più persone giovani, ma anche gli omicidi colposi, che pure sono spesso commessi da giovani, e i reati in famiglia. Il carcere dei nostri giorni rischia di tornare al peggio del passato, e alla negazione di quello che aveva affermato, nella seduta del Senato del 7 luglio 1975, quando venne approvata la riforma penitenziaria, il relatore di quel disegno di legge. "La società, nel particolare momento in cui l'imputato diventa condannato, ha il dovere di proteggerlo e di assicurargli se non una vita che si svolge in piena libertà, almeno quella condizionata semplicemente dalla perdita di questo sommo bene, ma non gravata da altre condizioni che possano farlo considerare come una sottospecie di uomo". Una sottospecie di uomo: a questo purtroppo rischiamo di arrivare, sembra la fotografia del "detenuto ai tempi del sovraffollamento".

 

 

 

 

 


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