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Ai ragazzi diciamo: buttate via i coltelli PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 7 febbraio 2012

 

Nel cortile di una scuola superiore di Camposampiero la scorsa settimana un ragazzo ne ha ferito un altro con un taglierino: tutto era cominciato due giorni prima, in discoteca, e la lite si è trascinata fino a esplodere, ma poteva finire anche peggio. "15enne accoltellato a una mano mentre va a scuola", Studente di 17 anni accoltella il padre nel corso di una lite in casa", "Litigano per una ragazza, ragazzo accoltellato in centro" sono alcuni dei titoli apparsi su questo giornale, che riguardano fatti recenti che hanno al centro sempre la stessa cosa: la pessima abitudine di girare con un coltello, l'aggressività esagerata, l'incapacità di controllare la propria rabbia. Protagonisti per lo più ragazzi giovani, che noi poi spesso incontriamo in carcere, perché quella rischia di essere la conseguenza inevitabile di comportamenti tanto pericolosi. Le testimonianze che seguono sono di tre detenuti che, "scherzando" con i coltelli o lasciandosi trascinare in una rissa, hanno accumulato piccole o grandi pene, rovinando la vita a sé e spesso anche alle proprie famiglie.

 

Gli "innocui" taglierini multiuso

 

Sta diventando più frequente la cattiva abitudine di risolvere questioni, anche futili, tra ragazzi sempre più giovani con l'uso improprio di coltelli o taglierini, passando alle vie di fatto con conseguenze non prevedibili. Ma la cosa che ancor più mi fa pensare è che ciò talvolta avviene proprio dentro le scuole. Il mio pensiero inevitabilmente corre alla mia esperienza di tossicodipendente, ma anche poco prima di iniziare questo percorso, in seconda o terza media avevo spesso diverbi con un mio compagno di classe, ci facevamo frequentemente dispetti e lui è arrivato al punto di darmi un colpo di matita nella schiena facendomi un bel buco.

Ma con il senno del poi, non era tanto per il buco che c'era da preoccuparsi, quanto per l'aggressività repressa che già allora avevamo. Io stesso per anni sono andato in giro con temperini e coltelli multiuso, mi piaceva portarli con me, mi facevano sentire meno indifeso ed inoltre erano funzionali alla vita da tossico e di strada che facevo. Così ho collezionato numerose denunce a piede libero per possesso ingiustificato di arma bianca. Denunce che, alla fine, anche dopo molti anni, mi sono arrivate tradotte ognuna in mesi da scontare aggiungendosi ai reati che ho fatto per poter usare droga. Ora però mi rendo conto, pur non avendo mai sferrato un fendente, di quante volte ho tirato fuori quel coltello in modo minaccioso.

Solo qualche anno fa, nel corso di un'aggressione alle spalle che ho subito, se ne avessi avuto il tempo, credo che avrei estratto un taglierino che adoperavo per lavorare, molto affilato, e in quella circostanza l'avrei usato con conseguenze gravi. Un coltellino, un temperino, un coltello multiuso o anche un taglierino portato con sé, agli occhi di un adolescente può sembrare una inezia, può farlo sentire più sicuro, ma può creare disastri anche solo se usato per istintiva autodifesa. Così per un'occhiata data male, per una ragazza alla quale si tiene particolarmente, per uno sgarbo subito o per un debito mai pagato, ecco che un ragazzo, magari generalmente mite, si ritrova a far del male sul serio, pagandone prima o poi le conseguenze. Questo è quello che potrebbe succedere. Ma più facilmente ancora, può essere denunciato "a piede libero", perché sorpreso a girare con un coltello, ritrovandosi poi anni dopo a dover pagare in qualche modo per "quell'innocuo coltellino", a volte anche con il carcere.

 

Filippo F.

 

Minacce e violenze finite tragicamente

 

Mi chiamo Qamar e sono pachistano. Sono nato in una famiglia modesta e sono giunto in Italia tredici anni fa, all'età di tredici anni. Assieme a mia madre e alle mie tre sorelle ci siamo ricongiunti con mio padre, che già lavorava in Italia. Qui sono riuscito a finire le scuole medie e a quindici anni ho cominciato a lavorare come operaio, e poi con un'attività in proprio. Quando ho compiuto 21 anni sono tornato in Pakistan per sposarmi con una connazionale, chiedendo il ricongiungimento anche per lei. Ero in attesa del visto, ma nel frattempo le cose sono cambiate in modo tragico. Come sono finito in carcere? Tutto parte da molti mesi prima, l'attività mia e dei miei familiari aveva attirato l'attenzione di altri connazionali che pretendevano il "pizzo".

Noi abbiamo sempre rifiutato di pagarlo, ma loro hanno continuato in ogni modo a minacciarci. Dal giugno 2008 abbiamo più volte denunciato la cosa ai Carabinieri, ma senza alcun risultato. Venivamo costretti a vivere in situazioni di ansia e paura, ci seguivano in ogni luogo, pure a casa. Non mollavano mai, hanno cercato lo scontro diretto in tutti i modi, sino al giorno che, vedendoli riuniti in un gruppo molto numeroso che mi aspettava, ho capito che dovevo chiedere aiuto. Sono arrivati altri parenti ed è stato inevitabile lo scontro.

Ci siamo difesi con affanno, con la paura di avere la peggio, usando spranghe e quello che abbiamo trovato. Purtroppo il peggio è successo e uno di loro ne è rimasto vittima. Le nostre denunce precedenti, il fatto che avevamo detto di essere tormentati, non sono serviti a nulla nonostante ci fossero i referti medici a dimostrare le aggressioni che già tanti della mia famiglia avevano subito. Io ho avuto una condanna a 15 anni con tutte le conseguenze che ricadono sulla mia famiglia: mio padre si è licenziato dal suo lavoro per la vergogna e non è più in grado di affrontare la vita come prima, mia moglie vive assieme ai miei genitori e non riesce a trovare lavoro anche a causa della cris, una famiglia che vive con grandi difficoltà. E pensare che prima eravamo noi ad aiutare gli altri. Però non siamo riusciti a fermarci e a farci aiutare quando ce ne sarebbe stato bisogno per interrompere quella catena di minacce e violenze.

 

Lettera firmata

 

Una lama porta sempre guai

 

Per lungo tempo ho portato addosso un coltellino, ma non ho mai pensato di usarlo per fare del male, nemmeno mi ha mai sfiorato l'idea, anche perché sapevo che poteva solo causarmi guai con la giustizia. Una sera, tuttavia, sono entrato in un locale dove è nato un diverbio con un ragazzo: siamo arrivati alle mani e all'improvviso, sono intervenuti altri suoi amici per spalleggiarlo, così mi è venuta l'idea di tirare fuori il coltellino per minacciarli.

Ce l'avevo in mano chiuso, ma nel frattempo sono intervenuti i carabinieri e mi hanno chiesto di consegnarlo a loro, cosa che ho fatto subito. Dopodiché mi hanno portato in caserma, chiedendomi di aspettare in sala d'attesa, e in quel momento mi sono convinto che non ci fosse niente di grave, visto che non mi hanno messo in cella di sicurezza.

Mi hanno fatto firmare il verbale e poi mandato via. Ero contento perché nessuno si era fatto male e pensavo di non poter essere accusato di niente, che la vicenda fosse chiusa, invece mi sbagliavo: dopo quattro anni ho dovuto affrontare il processo e mi hanno condannato a 20 giorni di reclusione e al pagamento di una multa. Poteva andare peggio, ma per mia fortuna anche i carabinieri, quando hanno compilato il verbale, hanno scritto che il coltello era chiuso, e questo ha dimostrato che non avevo intenzione di fare del male. Ma il problema è che è rimasta la segnalazione nella fedina penale e nel futuro, durante i controlli delle forze dell'ordine, se verrò fermato, mi creerà comunque dei fastidi. A questo si aggiunge che, se avrò la necessità di cercarmi un lavoro, queste segnalazioni saranno sempre un ulteriore ostacolo per essere accettato dai datori di lavoro, che possono pensare che io sia particolarmente aggressivo.

 

Mohamed El Ins

 

 

 

 

 


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