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Il "rischio" di tornare alla libertà PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 19 marzo 2012

 

Passare dal carcere alla libertà può far paura Il sentimento più forte che prova chi inizia una nuova vita dopo un'esperienza di carcere non è tanto la felicità della condizione di uomo libero, quanto piuttosto l'ansia, uno stato di ansia continuo, la paura di non farcela, la fretta di recuperare quello che si è perso, le difficoltà a ritrovare un ruolo all'Interno della propria famiglia. Una specie di "spaesamento", ben descritto nelle testimonianze di due persone detenute, che stando in carcere del futuro hanno anche tanta paura, e di una terza, che sta affrontando le difficoltà del ritorno nel "mondo libero" in modo graduale, in una misura alternativa che si chiama affidamento ai Servizi sociali.

 

Ero un camionista. Forse tornerò a guidare

 

Il mondo fuori non permette molte speranze in questi momenti di crisi. Ho una condanna di 12 anni e ne ho scontati più di 4; a questo punto sono nei termini per provare a chiedere qualche beneficio, come quello del permesso premio, proprio per sperare di ritrovare quella forza che mi servirà per quel giorno in cui il cancello si chiuderà dietro di me e io sarò libero. So che il mondo fuori non permette grandi speranze in questi momenti di crisi, per questo sto "lavorando" qui dentro con quelle persone che ogni giorno mi stanno dando una mano. Fuori ero un buon autista di camion, qui ho rinnovato la patente, ma non so se rifarò quel lavoro avendo già una età "importante". Tutto questo porta mille difficoltà che io da solo non potrò farcela a superare, sono ben consapevole che avrò bisogno di aiuto. Il carcere ti invecchia molto, sia nel fisico sia nella mente, proprio per questo devi avere molte più attenzioni di quelle che potevi avere quando eri ancora libero. Qui devi cercare di non farti prendere dall'ozio, sfruttando quelle poche cose che hai a tua disposizione, come l'ora d'aria, anche per trovare un po' di benessere fisico.

Le ansie sono tante, specialmente quando raggiungi una certa età ed incominci ad avere problemi fisici non indifferenti, e in carcere non hai molte garanzie nel campo sanitario, anzi è meglio che non ti ammali mai. Il carcere poi non offre molte possibilità, io cerco di curare amorevolmente quelle poche che mi sono offerte per tornare a recuperare la dignità perduta e per vivere la carcerazione nel modo migliore possibile, pensando soprattutto alle cose più importanti, come gli affetti. Purtroppo anche su quelli ci vuole il suo tempo. Perché se sei in carcere vuol dire che non hai lasciato il meglio di te fuori e che qualcosa ti devi far perdonare. Col male che hai fatto hai messo in mezzo anche i tuoi figli, e penso che per loro è normale che in qualche manierate la facciano pagare, non è facile ricostruire i legami che avevi, ma prima o poi dovrai riprendere in mano la tua vita, e assumerti le tue responsabilità per gli anni futuri.

 

Alain C.

 

L'ora con i tuoi. Ma è come stare al letto di un malato

 

L'ora in carcere per le famiglie è come stare al capezzale di un malato. Per capire quanto è difficile per un detenuto ricostruirsi i suoi affetti quando esce dal carcere basta spiegare che i colloqui che si svolgono tra famigliari e detenuti in carcere sono sempre fatti in sale comuni, con una decina di tavoli a ognuno dei quali è seduto un nucleo famigliare, naturalmente sotto lo sguardo vigile di un agente di polizia penitenziaria, per non più di sei ore al mese, a cui si aggiunge una telefonata ogni settimana di dieci minuti.

Questo stato di cose comporta inevitabilmente un distacco affettivo ed emotivo, specialmente quando una persona deve trascorrere un considerevole numero di anni in galera, tanto che spesso i colloqui si limitano a frasi spezzate, in cui tu sei attento a non dare ulteriori dispiaceri a chi ti viene a trovare, ed eviti di trasmettere i tanti malesseri che un carcere, specialmente stipato all'inverosimile, provoca, e di conseguenza anche i tuoi cari tendono a non dare sfogo ai propri disagi, né ti raccontano i problemi che si presentano all'interno della famiglia stessa, per non creare a loro volta ulteriori ansie, anche perché il tempo e il luogo in cui l'incontro avviene sono limitati e caotici.

Si innesca così nel tempo una sorta di routine, che non corrisponde alla vita reale, un gioco di ruoli dove il trascorrere di quell'ora di colloquio per i tuoi cari è come stare al capezzale di un malato. Con la conseguenza che, quando si esce dal carcere, ci si ritrova ad affrontare tutto il non detto, e l'euforia del ritorno in famiglia lascia il posto inevitabilmente a un confronto con tutto quello che non è stato raccontato negli anni passati.

I genitori, le mogli, i figli sono diventati "altri", l'immagine che avevi tramite quei momenti di colloquio è diversa, ora ti ritrovi a convivere con loro realmente, con tutti i problemi che hai disimparato ad affrontare. E in tutto questo devi ritrovarti un ruolo, di marito che deve riscoprire quell'intimità e amore che il tempo ha sopito, di padre con i figli cresciuti senza di te e dei quali tu non conosci quasi nulla. E ti trovi spesso spiazzato, impotente anche quando devi confrontarti coi piccoli problemi che si presentano in famiglia.

La famiglia poi spesso ti presenta il conto delle sofferenze che la tua assenza e le tue azioni hanno causato. Tutto questo mostra che il carcere non dovrebbe castrare i rapporti con i propri cari, confinandoli in stanzoni asettici pieni di altre vite con altrettanti problemi, né impedire quei momenti di intimità, che non significano solo sesso, ma anche tenerezza, chiarimento, partecipazione alla vita della famiglia.

 

Sandro C.

 

Stare con i figli. Così ho capito le cose che valgono

 

Stare con i mie figli fa capire quante altro c'è nel la vita. Sono uscito dal carcere due mesi fa per trascorrere l'ultimo periodo della pena in affidamento ai Servizi sociali. Il rischio che si corre è di credere di avere finito e invece non è affatto così, lo ritengo che sia giusto, e infatti cerco di ricordare di aver commesso un reato per il quale potrei ancora essere in carcere, quindi anche nei momenti difficili voglio dar valore al fatto di poter essere a casa e di aver anche ripreso a lavorare. I problemi tanto ci sarebbero stati comunque, solo che adesso posso affrontarli mentre prima doveva farlo mia moglie o la mia famiglia.

Adesso ho il permesso di lavorare a Roma, nel mio bar. Praticamente per tutta la settimana vengo al bar al mattino e ci rimango fino a sera, senza mai spostarmi. Rifletto spesso su quanto in passato ho dato meno valore a ciò che ho, a quante volte ho risposto frettolosamente perché dovevo scappare o ero preso da altri interessi.

Trovandomi in questa situazione e dovendo rispettare certe regole, è come se mi si fosse aperta una finestra su un mondo diverso e mi accorgo che nella vita c'è altro oltre ai soldi, che si può e si dovrebbe almeno provare ad andare oltre, che nonostante le difficoltà comunque vale la pena di provarci, lo adesso mi rendo conto del tempo passato lontano dai miei cari.

Mi rendo conto di quante cose nella vita normale si fanno in un giorno, e che i miei figli tutte queste cose le hanno fatte da soli: i compiti, lo sport, la scuola, come se tutto fosse appunto normale e invece mancava a loro sempre il papà. Adesso che riesco a stare di nuovo con loro a volte anche tutto il giorno, capisco quanto sia veramente deprimente durante una carcerazione dover vedere i propri figli in una sala colloqui.

Ora il rapporto con la mia famiglia è tornato alla normalità e i miei figli sono molto più sereni. lo solo uscendo mi sono reso conto di quanto tempo è passato, me ne sono accorto vedendo più che altro i figli di qualche amico molto cresciuti. Il mondo fuori si muove, le cose cambiano, mentre dentro no. E il rischio di uscire e avere la sensazione che dal giorno dell'arresto a oggi non sia successo niente.

 

Germano V.

 

 

 

 

 


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