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La punizione socialmente utile PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 16 aprile 2012

 

Quando si chiede a un detenuto se ritiene la sua pena giusta, la risposta è più o meno sempre la stessa: il vero problema non sono gli anni di galera, ma come uno li sconta, che senso riesce a dare alla sua pena, se vive la carcerazione riuscendo a trovare qualcosa di utile nelle sue giornate.

Di recente sui giornali si è parlato di un progetto, messo a punto dal Centro di Servizio per il volontariato insieme all'Ufficio scolastico provinciale e alla Provincia di Padova, che prevede tra l'altro di trasformare la sospensione dalle lezioni per motivi disciplinari in un'attività che il ragazzo sospeso deve svolgere in una associazione di volontariato, i detenuti ne hanno discusso con la sensazione che quella "pena" abbia davvero più senso della pura punizione, così come per tanti reati non gravissimi avrebbe più senso, anche per gli adulti, usare di più i lavori socialmente utili o altre modalità per "mettere alla prova" l'autore di reato invece di cacciarlo semplicemente in carcere. Un modo, tra l'altro, per far capire a ragazzi, ma anche ad adulti che con i loro comportamenti non hanno saputo rispettare gli altri, che lavorare gratuitamente in ambito sociale insegna a pensare un pò meno a se stessi, a confrontarsi anche con la sofferenza e ad appassionarsi a un mondo, quello del volontariato, che ti può davvero rendere la vita meno noiosa. Quelle che seguono sono alcune riflessioni di persone detenute che hanno provato a immedesimarsi nella condizione di studenti che hanno trasgredito alle regole.

 

Scuola e pena

 

Qualche giorno fa, scorrendo le pagine di un quotidiano locale, ci siamo imbattuti in un articolo che ha attirato la nostra attenzione e che ci ha spinti a riflettere su un tema che riguarda la disciplina nelle scuole e le punizioni che vengono adottate per gli studenti che non la rispettano. L'articolo parlava della possibilità di applicare agli studenti, puniti con una sanzione disciplinare per comportamento scorretto, un nuovo tipo di "pena" diverso dalla sospensione, che oltre a punire svolgesse anche una funzione educativa. Insomma la stessa funzione che in base all'articolo 27 della Costituzione dovrebbero svolgere gli istituti penitenziari di questo Paese.

Noi, che sappiamo cosa vuol dire essere puniti pesantemente con tanti anni di carcere, ci poniamo una domanda: è sempre giusto punire in maniera dura? Secondo noi certi comportamenti più che puniti andrebbero analizzati caso per caso, i ragazzi invece di essere esclusi dalla scuola andrebbero stimolati a seguire le lezioni, responsabilizzati, posti di fronte a delle situazioni che li facciano riflettere, che li rendano consapevoli che all'interno di una comunità bisogna imparare a rispettare gli altri. Punire, senza riuscire a dare un senso alla punizione, non educa e tantomeno rieduca.

Se partiamo proprio da quella che è stata la nostra esperienza, ci sembra che il volontariato sarebbe la miglior soluzione per i giovani, cosi loro possono rieducarsi, e possono rendersi conto dei loro sbagli. Noi siamo venuti in Italia che eravamo ancora giovanissimi, e nel nostro percorso scolastico qui nel vostro Paese abbiamo avuto anche noi una sospensione, ma in quegli anni non c'era l'attività di volontariato, ci mandavano a casa senza rendersi conto che lì, da soli perché i nostri genitori lavoravano, potevamo fare quello che volevamo. Vedendo le attività di volontariato nelle quali possono impegnarsi ora gli studenti ne ricaviamo una buona impressione, cosi ci sembra che i ragazzi possano capire la loro responsabilità. Quanto alla nostra esperienza carceraria, per noi che siamo entrati in giovane età in carcere, quello che abbiamo capito è che non sempre punire con la galera è una soluzione sensata, perché le carceri italiane sono sovraffollate, e in questa situazione nessuno ti dà la possibilità di rieducarti, di cambiare, di imparare qualcosa, di crescere davvero.

 

Qamar e Miguel

 

Come evitare che il carcere diventi un trampolino di lancio per vivere nell'illegalità

 

Io, che sono stato fin da ragazzo "un soggetto difficile", mi sono subito incuriosito alla notizia che in alcune scuole di Padova si sta adottando un criterio diverso di punizione per i soggetti più indisciplinati, tramutando la classica sospensione dalla scuola in lavori di volontariato, lavori "socialmente utili". Si è rovesciato il criterio con cui trattare i ragazzi, un po' come dovrebbe succedere, secondo la Costituzione, anche in carcere: da punitivo a rieducativo.

Facendo una riflessione sulla mia esperienza personale credo che un provvedimento del genere sia più utile per rieducare una persona, che magari durante il giorno lavora o va a scuola e nel tempo libero deve dedicarsi al volontariato, riflettendo così sicuramente sui comportamenti che lo hanno portato a non poter trascorrere quel tempo con i suoi amici. Credo invece che l'allontanamento per alcuni giorni dalla scuola possa diventare per lo studente addirittura un "premio", come accadeva con me quando venivo sospeso, e passavo le intere giornate a non fare nulla, o giocando al computer. Il risultato era quello di non aver speso nemmeno un minuto di quel tempo a riflettere sul perché fossi stato allontanato dalla scuola, senza peraltro neppure rendermi conto di non aver elaborato il senso della punizione ricevuta.

Ho vissuto la mia prima esperienza con il carcere minorile per un piccolo reato proprio mentre ero al secondo anno di liceo, penso che se invece di chiudermi in carcere mi avessero fatto svolgere un lavoro di pubblica utilità non avrei abbandonato gli studi, e forse non sarei diventato una persona peggiore di quella che ero prima di varcare la soglia del carcere minorile. Dico questo perché quel tipo di esperienza per un minore, che quasi sempre è poco cosciente dei suoi errori, non lo renderà una persona migliore, anzi io sono uscito con una carica di aggressività che non avevo mai avuto prima, senza trovare più nessuna motivazione per continuare a studiare, e così mi sono allontanato dall'ambiente scolastico e mi sono rifugiato in quello dell'illegalità, che si era radicato in me dopo quell'esperienza.

Noi, all'interno della redazione, molto spesso ci confrontiamo su questi temi, sul senso della pena e su come abbiamo vissuto la carcerazione, soprattutto quelli di noi che hanno cominciato a entrare in carcere da ragazzi. Agli studenti che partecipano al progetto di confronto fra la scuola e il carcere cerchiamo di spiegare che la pena non dovrebbe essere semplicemente punitiva, ma dovrebbe tendere a far riflettere sugli errori che hanno portato a commettere il reato, e il carcere non deve essere il primo rimedio, ma l'ultimo, almeno per quelle persone che fanno piccoli reati e in particolar modo per i ragazzi minorenni. Se si permettesse loro di svolgere lavori di pubblica utilità, si riuscirebbe forse ad evitare che l'esperienza carceraria diventi un trampolino di lancio per vivere nell'illegalità, come è avvenuto per me.

 

Luigi Guida

 

La soluzione comunque non è mai la punizione che incattivisce

 

Ogni giorno, sfogliando i quotidiani, noi qui dal carcere non possiamo non guardare con ansia al problema dei ragazzi che incominciano a violare le regole in una età giovanissima. È per questo che organizziamo un progetto che ha come scopo principale quello di parlare con gli studenti.

È un progetto importante non solo per i giovani, ma anche per noi, che ci apriamo a loro parlando del perché uno finisca in carcere, e non è facile tirare fuori quei momenti del nostro passato che più ci fanno male, però noi siamo convinti che ai ragazzi i nostri racconti portino il beneficio di vedere concretamente le conseguenze di certi comportamenti a rischio.

Noi prima di essere detenuti siamo padri e facciamo non poca fatica a metterci davanti a loro e a portare la nostra testimonianza. Appena arrivano con le loro classi sono molto spaesati, non è facile entrare in un posto come questo: allora cerchiamo di metterli a loro agio, piano piano incominciano a farci qualche domanda, lì vedi che vogliono capire anche ascoltando le nostre storie poco felici, e in qualche modo si sentono un pò partecipi, perché fuori forse hanno un amico che magari ha usato della droga, o per mostrarsi forte davanti a una ragazza ha tirato fuori un coltellino.

Un ragazzo davvero non dovrebbe conoscere il carcere al primo reato che fa, così come non dovrebbe essere punito troppo duramente se a scuola non rispetta le regole, le istituzioni dovrebbero cercare di aiutarlo nel modo più costruttivo possibile: per esempio se per caso ha danneggiato delle cose, la miglior punizione è che in qualche modo ripari i danni prodotti, aiutato da una associazione di volontariato, cosi che la sua "pena" si trasformi in qualcosa di utile per la società.

Molte associazioni hanno preso a cuore questo problema e già ci sono i primi sviluppi, speriamo che in futuro tutte le scuole adottino il metodo dei lavori di pubblica utilità. Noi dal carcere cerchiamo di far capire che la soluzione comunque non è mai la punizione che incattivisce e basta, e lo facciamo portando agli studenti la nostra esperienza.

 

Alain Canzian

 

 

 

 

 


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