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Vorremmo anche in carcere il nostro medico di base. Quando anche la medicina è in cella PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 30 aprile 2012

 

Che si chiami medico curante, o di famiglia, o di base, è proprio lui quello che manca in carcere. Star male in galera spesso significa davvero sentire che la malattia ti ruba la vita e tu non puoi farci niente, e avere paura, paura che non ti credano, che lascino passare troppo tempo prima di prenderti sul serio, che ti portino in ospedale quando ormai il tuo stato di salute è già pesantemente compromesso. Ecco perché le testimonianze delle persone detenute dicono che l'unica garanzia di essere curati decentemente in galera è di non dover andare, quando stai male, dal primo medico che capita ma di avere, in carcere come nella vita libera, un medico che ti conosce e non si porrà mai il problema se crederti o no.

 

La salute dei detenuti e il rispetto della dignità

 

Da alcune testimonianze che ho raccolto nella mia sezione sulla salute, si capisce che manca una organizzazione attenta e le conseguenze purtroppo le continuano a pagare i detenuti. La testimonianza che mi ha colpito di più è stata quella di un detenuto di settant'anni, per il quale era stato accertato che c'era bisogno di un ricovero all'ospedale, ma l'ospedale non dispone della struttura adatta per ricoverare detenuti, ragion per cui hanno preferito far andare il paziente avanti e indietro tutti i giorni col furgone blindato.

Poiché tra le prescrizioni dei medici dell'ospedale c'era quella di dover fare ogni giorno una puntura sulla pancia affinché non si coagulasse il sangue, tutte le sere si presentava davanti ai nostri occhi uno spettacolo tra il tragico e il comico. Questa persona anziana e sofferente doveva salire su uno sgabello per farsi fare dall'infermiere la puntura attraverso le sbarre del cancello, con il rischio che a quella età potesse cadere e farsi davvero male. Noi altri occupanti della cella da parte nostra abbiamo fatto presente più volte all'assistente se non fosse il caso di aprire il blindo, ma ci è stato risposto che per aprire il cancello era necessaria un'autorizzazione particolare, che non arrivava mai, quindi si è andati avanti sempre così, per altri quattro mesi, fino a quando non è stato predisposto il trasferimento del malato presso il Centro clinico del carcere di Pisa.

Io non so dire di chi sia la responsabilità se i tempi per le visite in carcere sono spesso eterni, ma la responsabilità di far salire una persona anziana e malata su uno sgabello per avere una puntura non si discute che sia del carcere, e di una idea della sicurezza che spesso è in assoluto contrasto con l'umanità e la dignità delle persone.

 

L. G.

 

Poter essere "affidati" a un medico per tutta la durata della carcerazione

 

Qualche settimana fa, Vincenzo, il mio amico e compagno di cella, è stato scarcerato, gli è stata sospesa la pena per incompatibilità con la detenzione a causa di una grave malattia. Dopo una lunga serie di analisi all'ospedale di Padova gli hanno diagnosticato un linfoma molto aggressivo, impossibile da curare in carcere. Ora potrà curarsi in un centro specializzato.

Questo tipo di tumore se non lo si individua tempestivamente progredisce in fretta e devasta l'organismo. A Vincenzo il male si era manifestato con dei sintomi che avevano tratto in inganno i diversi medici del carcere, soprattutto perché in troppi lo avevano visitato.

Questo fatto non dipende, però, dalla professionalità del medico, giacché posso testimoniare io personalmente che i medici in questo caso, appena compresa la gravità del male che aveva aggredito Vincenzo, hanno dimostrato sollecitudine nel garantirgli l'attenzione necessaria e trasferirlo in una struttura ospedaliera che potesse curarlo in modo adeguato. Ma questo caso ha messo in evidenza le lacune del sistema, perché ancora non è stato realizzato in modo chiaro e completo il trasferimento delle competenze in materia di sanità dal Ministero della Giustizia alle Regioni, iniziato più di dieci anni fa e ancora non completato.

Dovrebbe per esempio essere predisposta la Carta dei Servizi sanitari per le persone detenute, e noi vorremmo che fosse finalmente istituita la figura del medico di base che oggi non esiste. Nel nostro caso significherebbe creare il medico di reparto al quale un detenuto dovrebbe essere affidato per tutta la durata della sua permanenza in Istituto. Se si fosse realizzata prima questa figura, non sarebbero potuti sfuggire nemmeno i minimi disturbi di una persona con una patologia grave come è accaduto con Vincenzo. Un medico di solito ha una conoscenza profonda dello stato clinico e anche emotivo dei suoi pazienti, e invece nessuno davvero ti conosce e può occuparsi seriamente della tua salute se, come succede in carcere, una persona non ha mai un "suo" medico di riferimento, ma passa continuamente da un medico all'altro, a seconda di chi trova in servizio quando si segna per una visita. E i medici ospedalieri poi, che si vedono arrivare pazienti a uno stadio così avanzato della malattia, possibile che non chiedano conto al carcere di certi ritardi intollerabili nel predisporre le cure e l'eventuale ricovero del detenuto ammalato?

Questa occasione ci offre l'opportunità di lanciare un appello alla società civile e alle autorità competenti, affinché in nome del diritto alla salute si possa realizzare la riforma della sanità penitenziaria in maniera compiuta, per tutelare davvero la salute delle persone detenute, che restano comunque persone, anche se hanno commesso dei reati.

 

Bruno Turci

 

Ho visto persone accompagnate in ospedale troppo tardi

 

Parlare di salute in carcere è una cosa complicata, soprattutto perché la gente in carcere ci muore anche. E non è che, essendo detenuti, ci viene facile dire che non funziona niente e dobbiamo sempre lamentarci per forza, purtroppo questa è una realtà davvero dura: se stati male e hai un pò di fortuna di essere chiamato dal medico senza attendere troppo, la prima cosa da fare è convincerlo che tu detenuto non stai simulando. E ti trovi così a discutere con l'unica persona che dovrebbe darti assistenza, e gli fai capire che veramente stai male, ed è in quel momento che ti rendi conto se davvero il medico ti ha creduto oppure no, moltissime volte va a finire che ti rimanda in cella con due pastiglie di tachipirina, e se non funziona come rimedio, ti rimetti in lista per un'altra visita, non si sa quando e sperando di trovare il medico più attento e sensibile.

Io ho visto e ho sentito raccontare parecchi casi di malasanità, con delle situazioni veramente distruttive: detenuti che stavano molto male e hanno perso la vita perché non sono stati creduti, persone che ai primi sintomi di qualcosa di grave non venivano prese in considerazione seriamente. Purtroppo la burocrazia, che in carcere poi si somma ai problemi della sicurezza, la fa da padrona e i tempi per essere curati sono veramente lunghi: ho visto persone accompagnate in ospedale troppo tardi, con patologie che se fossero state prese in tempo non avrebbero portato il paziente a un ricovero in condizioni disperate. Noi pensiamo che ogni detenuto deve essere tenuto sotto controllo medico, anche perché le condizioni di vita in un carcere sovraffollato sono rischiose per la salute, e che finga o no ha diritto a essere visitato, come accade negli ambulatori esterni.

Quando succedono vicende, al centro delle quali c'è qualcuno che prima di curarti ti fa capire che non ti crede, ti senti inerme e lasciato a te stesso, abbandonato, non considerato persona, ti affidi magari all'unica speranza che a te nulla possa succedere, ma sai benissimo che non è vero. Noi combattiamo ogni giorno con questa dura realtà, e non dobbiamo però mollare, siamo persone detenute sì ma vive, e tali vogliamo restare.

 

Alain Canzian

 

 

 

 

 


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