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Nemmeno lo Stato può togliere la vita (di Domenico Papalia, Livorono) PDF Stampa E-mail
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Riflessioni e curiosità sulla pena di morte A nessuno, neanche allo Stato, è consentito di togliere la vita: è questo il principio morale che anima il movimento crescente di tutti coloro che, da parti diverse e talora contrapposte, chiedono la abolizione della condanna a morte ancor oggi vigente in paesi del mondo civile. Se confrontiamo la pena di morte con l'ergastolo, questo ancora è molto più crudele della pena capitale, perché sottopone ad una continua tortura condannato ed i suoi familiari come ho avuto modo di scrivere più volte in altri periodici. Anche ALDO MORO in una lezione, all'Università del 13 gennaio 1976, parlando ai suoi studenti definì l'ergastolo crudele e disumano non meno della pena di morte. Ma in questo articolo intendo soffermarmi sulla pena capitale. Diciamo subito che le mie riflessioni personali sono contro la pena capitale, soprattutto perché lo Stato non può e non deve mettersi al pari di un criminale, ma anche perché la pena di morte oltre ad essere disumana e premeditata, si è rivelata inefficiente anche come deterrente. Infatti, chi commette un crimine in quell'istante non riflette sulle conseguenze o pensa di farla franca altrimenti si asterrebbe dal farlo. La pena capitale è un retaggio che ci segue da molti secoli. La prima sentenza di morte scritta è datata 1850 a.c. e risale ai Sumeri. Nel corso dei secoli venivano adottati vari metodi di esecuzioni: impiccagione, crocifissione, fucilazione, garrota. E la ruota, il cui profilo rotondo simboleggiava il sole e morirci attaccato significava perire di una punizione divina. Ce lo racconta una storia della pena di morte pubblicata a Vienna da Martin Hai Dinger . Che i condannati innocenti - da Cristo a Sacco e Vanzetti - siano stati innumerevoli non sembra avere mai scosso più di tanto i loro carnefici. Nel medioevo quella del boia era una professione tramandata per discendenza familiare che univa il ruolo di boia a quello di medico e lo si esercitava e si esercita senza scrupoli di coscienza interiore. Il ruolo di boia era molto ambito, tanto che nell'Inghilterra di fine Ottocento a un concorso per un posto di boia le candidature furono migliaia. La Francia conta invece il giustiziere più famoso: CHARLES HENR SANSON {1739- 1806). Dopo Trentotto anni di esercizio aveva mandato all'altro mondo 2.918 esseri umani, molti dei quali decapitati con la ghigliottina, lo strumento entrato in funzione nel 1792 e presto divenuta simbolo della Rivoluzione francese, con quella Sanson, invece, tagliò anche la testa di Luigi XVI. Sanson morì tra le mura domestiche, esortando il figlio a continuare la tradizione di famiglia. Per restare in Francia non si può non ricordare ROBESPIERRE che nonostante avesse sostenuto la sua tesi di laurea contro la pena di morte e nella difesa della vita umana, appena salito al potere da cittadino, come amava definire lui i francesi, si diede sistematicamente alla eliminazione e all’annientamento dei suoi nemici ed oppositori per mezzo della ghigliottina e, infine, perire egli stesso con lo stesso strumento di morte. A volte però, detto strumento di morte si rivela crudele anche per lo stesso boia come per esempio: John Woods quale esecutore materiale delle condanne del processo di NORIMBERGA che morì nel 1950 per un incidente di lavoro mentre stava provando una sedia elettrica. Mentre l'Imperatore Menelink II non corse invece questo rischio, entrando in possesso di tre ambitissime sedie mortali; quando le ricevette si accorse dispiaciuto che in Abissinia non esisteva ancora la corrente elettrica. Gli stati Uniti, invece, hanno introdotto l'iniezione letale considerandola un metodo di soppressione "umanitario e indolore". Non è stato così per Angel Nieves Diaz, morto dopo una doppia iniezione tra spasmi orribili. La Cina usa metodi ancora più incivili ed immorali. Infatti, gli organi dei giustiziati vengono preservati, così da poterne fare uso dopo la morte del proprietario. Questi metodi barbari dovrebbero fare riflettere il mondo civilizzato e prendere coscienza che sono modi criminali di fare giustizia e trovare sistemi di punizioni più consoni al progresso democratico degli Stati. Dopo questa breve escursione storica affido le mie conclusioni e riflessioni che sono contro la pena di morte, poiché è un metodo inutile e crudele. Uno Stato non può pensare di risolvere i problemi di sicurezza vestendo i panni di carnefice, ma dovrà trovare sanzioni punitive in linea con i principi democratici ed umani e questo anche per l'ergastolo che io ritengo ancora più crudele e sarcastico. Noi italiani possiamo essere orgogliosi sia per avere abolito con la nostra costituzione, la pena capitale, (ma non l'incivile ergastolo), sia perche è nostra, attraverso la lotta del Partito Radicale, l'iniziativa della moratoria contro la pena di morte. Detta moratoria approvata dall'ONU non è vincolante, ma sarà sicuramente da stimolo per molti Stati al fine di far riflettere su questo barbaro strumento di morte. Certo non possiamo essere altrettanto orgogliosi di mantenere la legislazione dell'ergastolo e del 41 bis. O.P. Quindi il nostro paese, (il Governo PRODI NEL 2007), il Parlamento e tante organizzazioni non governative, da anni sono in prima fila in questo sforzo, in particolare MARCO PANNELLA con EMMA BONINO, è riuscito a fare il primo passo decisivo verso l'affermazione del diritto universale a non essere giustiziati dello Stato. Mi auguro che tutti gli Stati facciano propria la moratoria approvata dall'ONU.

 

Domenico Papalia

Livorno, aprile 2010

 

 

 

 

 


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