Domenica 15 Dicembre 2019
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L'affettività in carcere: una necessita o un privilegio? (detenuti Carinola) PDF Stampa E-mail
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Dipende da quale finalità si assegna alla pena. Solo dopo un'attenta riflessione in scienze ed in coscienza sulle finalità della pena in Italia si può esprimere un giudizio appropriato, altrimenti esso sarà viziato o da un sentimento giustiziali sta o da uno di pietas, due forme del sentire che non hanno nulla a che vedere con la logica, la razionalità, la ragione e il pragmatismo. Se la pena ha solo una funzione punitiva e retributiva, allora ci sta tutto: privazioni, sofferenze, tortura, castigo e supplizio. Se invece, le finalità che la Costituzione assegna alla pena sono da un lato quella di prevenzione generale e di difesa sociale, con i connessi caratteri di affettività e retributività, e, dall'altro quella di prevenzione speciale e di risocializzazione sociale del reo, allora l' AFFETTIVIT À in carcere è solo uno degli elementi fondamentali del trattamento rieducativo per tre ragioni distinte, ma convergenti: una di FATTO, una di MEDICINA e una di DIRITTO! Se poi durante l'esecuzione della pena mancano tutti gli altri elementi del trattamento, a cominciare da un percorso di formazione e di lavoro, allora l'affettività in carcere diviene essenziale in quanto, in questo vuoto trattamentale, la famiglia rappresenta. l'unico vero argine alla devianza una volta finito di scontare la pena, senza aver avuto modo di migliorarsi, rimanendo fermi alle condizioni di quando si è entrati, mentre la società invece è continuata ad andare avanti, nell'economia, nella tecnologia, nelle forme di linguaggio e comunicazione. Insomma, se da un sistema carcerario così, come quello che c'è in Italia, si esce più cattivi e più ignoranti di prima e, se nel frattempo si sono allentati i legami famigliari per le difficili condizioni cui devono sottostare anche loro durante la detenzione del congiunto, allora diviene ancora più difficile trovare una propria collocazione nel tessuto sociale! Quando si è in ritardo rispetto alla società si è sempre precipitosi: essere in ritardo significa essere fuori dal tempo. In fallo! Se poi si è anche soli allora non si ha bisogno di relazioni legittimanti. La pena invece, in una società disciplinare come la nostra, ha bisogno di un'occasione di riscatto e di riqualificazione umana, non di prigionia che non è ne formazione ne educazione, ma un'esistenza vuota, priva di contenuti UMANI, che sospende temporaneamente e per certi versi aggrava il corso della vita dei reclusi, segnati, non insegnati da uno stato di cattività, che priva non solo della libertà, ma anche e soprattutto dei bisogni più elementari dell'uomo, come lasciarsi andare ad un momento di felicità o anche di debolezza nell'intimità della famiglia; tutti comportamenti mortificati dalla crudeltà dei colloqui collettivi, dove una semplice carezza può trasformarsi in provocazione e una lacrima in debolezza. L'AMORE e l'AMICIZIA invece, rendono l'individuo parte del mondo e gli danno la sua giusta collocazione nel sistema sociale: dove l'amore e i legami sentimentali e amicali mancano, il mondo diviene individuale. Chi è senza amore e legami, l'unico sentimento che conosce è l'egoismo, non mediato da alcuna forma di relazione con gli altri e con il mondo e allora tutto è possibile in quanto l'unica ragione legittimante è il proprio sentire: il bene non esiste a livello individuale, ma di relazione con gli altri. Se la relazione manca, anche il bene ne risente. L'ANIMALE in cattività una volta libero non sa più stare con i suoi simili e I'unica forma di relazione che conosce è la violenza. Una volta che si sono perse quelle che legittimavano la propria appartenenza e le proprie azioni, significa essere sciolti da ogni regola. L'ostacolo più grande ad ogni iniziativa di riforma è sempre la stessa motivazione: la sicurezza della collettività prima di tutto! Ma se una carcerazione esclusivamente punitiva non restituisce uomini migliori e l'imperfezione del sistema sociale produce un deviato su dieci, mentre il carcere che ha il compito di disciplinare la vita di chi ci vive dentro non riesce a farlo per l'inesistenza di un trattamento preventivo, andando avanti con gli anni la società sarà sempre meno sicura, perche ai deviati di domani si sommerà la recidiva dei primi. La restituzione invece deve essere l'arte della relazione educativa e della giustizia, del rimettere a posto la vita, non com'era prima ma come non lo è mai stata. Al detenuto non è neanche data la possibilità di coltivare i suoi interessi affettivi, che rimangono drammaticamente fuori da ogni colloquio. La solitudine, la lontananza, e quindi, l'impossibilità di coltivare rapporti sentimentali fondanti sono spesso all'origine di un crollo psicofisico, di cui risente tutta la famiglia, con la conseguenza di una inevitabile frammentazione del rapporto emotivo - sentimentale. È indubbio che un carcere così, rappresenta per il soggetto detenuto una seria minaccia per gli scopi di vita dell'individuo e della sua famiglia; per il suo sistema di difesa e di regolazione; per il suo senso di auto stima e di sicurezza. In queste condizioni egli è sottoposto ad una continua pressione nel tempo che si concretizza in una progressiva disorganizzazione della sua personalità. Studi di sociologia, condotti da DONALD CLEMMER nei carceri in USA, illustrano chiaramente che tra i fattori che maggiormente influenzano la condotta delinquenziale dei condannati c'è la carenza di legami intimi e di relazioni sociali fondanti, senza i quali, il recluso finisce per identificarsi con i costumi, la cultura e il codice d'onore del carcere: un detenuto che si allontana o è allontanato dalla moglie, dalla compagna o dalla famiglia per l'impossibilità di coltivare interessi affettivi, intimi e sentimentali, cerca una risposta alla sua solitudine in un riconoscimento nei compagni più prossimi, quindi nell'istituzione penale. Per questi motivi i colloqui e gli incontri con la famiglia dovrebbero rivestire un ruolo di grandissima importanza. Essi costituiscono infatti, gli unici momenti in cui i detenuti riescono a riportare in vita i propri legami sociali, il proprio passato e soprattutto le prospettive di un futuro in compagnia delle persone veramente importanti per lui. Questo è quello che le norme e il buon senso prescrivono. Nella realtà però, molti detenuti e famigliari esprimono la difficoltà a ritrovarsi nello spazio angusto e nel tempo ristretto delle sale di colloquio, tanto da dover rimandare alla comunicazione epistolare, chi ne è capace, gli scambi più autentici. Le sale colloqui sono infatti, ambienti di 20 mq. circa, mal areati, divisi da un bancone di cemento, che separa i detenuti dai famigliari. Fonicamente la situazione risulta essere assai sgradevole, considerato che per ogni sala si svolgono fino a 8/9 colloqui contemporaneamente, e che per ogni detenuto accedono fino a tre persone. Quindi nella loro massima capienza in 20 mq. vengono ammassate 36 persone. In una condizione ambientale siffatta è molto probabile che se si facessero i dovuti controlli, l'intensità sonora risulterebbe molto al di sopra della tolleranza umana. Di questo ne è prova il fatto che molti detenuti alla fine del colloquio accusano vertigini e labirintite, senza riuscirne a capire la causa. Le visite inoltre costituiscono a livello trattamentale un fondamentale strumento di resistenza contro uno degli aspetti più devastanti della prigionizzazione, ovvero il "disadattamento sessuale". Il carcere infatti come ogni altra istituzione composta da membri di un unico sesso può facilmente portare a sviluppare anomalie sessuali. Probabilmente, dice CLEMMER, nessun altro elemento della vita in carcere ha il potere di disorganizzare la personalità degli individui ristretti come l'immaginario sessuale che si sviluppa, che può avere uno sfondo più o meno normale, maniacale o omosessuale. Lo stesso dice VICTOR NELSON, altro sociologo americano, che afferma che fra tutte le possibili forme di privazioni, sicuramente nessuna è più demoralizzante della privazione sessuale (...) essere privato un mese dopo l'altro, un anno dopo l'ennesimo della soddisfazione sessuale, che nel caso del condannato a vita, può non giungere mai, rappresenta la quintessenza della degradazione umana....I prigionieri hanno un forte desiderio non solo del rapporto sessuale, ma anche della voce, il contatto, il riso e le lacrime di una donna; un desiderio inarrestabile per la donna in se stessa! Gli effetti devastanti che la privazione dei rapporti sessuali comporta sulla personalità dei reclusi sono stati analizzati da un altro sociologo americano, GRESHAM SYKES, che ha affermato come i continui stimoli di natura sessuale, provenienti dai giornali, dalle riviste, dai libri, dalla radio, dalla televisione e dalle lettere amorose, provenienti dal genere femminile, mantengono vivo il desiderio sessuale anche nel buio del carcere. Di conseguenza, non poter avere un momento d'intimità provoca nel detenuto turbamento e devianze dai canoni di normalità. La privazione delle relazioni eterosessuali, oltre a provocare frustrazioni sessuali, e talvolta ad indurre a comportamenti deviati, possono comportare gravi conseguenze anche sul Iato psicofisico. La sessualità infatti, è un elemento costitutivo della struttura essenziale dell'uomo, che si esplica come parte integrante dell'espressione fisica e personale e come apertura alla comunicazione con gli altri. La questione in esame è talmente conosciuta che la riduzione o la perdita della sessualità, costituiscono un danno biologico, classificato nelle tabelle medico - Legali convenzionali come lesioni micro permanenti e anche altre. È chiaro che se il detenuto ha avuto esperienze omosessuali in carcere, anche solo come rari atti di fantasia, dovute alla forte pressione esercitata sul desiderio sessuale, il proprio lO ne risulterà particolarmente aggredito rispetto a chi riuscirà a mantenere un comportamento quasi normale. La minaccia più grave alla sua identità d'uomo tuttavia, deriva dalla completa esclusione del mondo femminile, che priva della polarità necessaria a percepire il significato ultimo dell'ESSERE se stesso: OVVERO, MASCHIO O FEMMINA! Il detenuto è costretto a cercare la propria identità solo dentro se stesso e non anche nella propria rappresentazione che trova riflesso negli occhi degli altri; e dato che la metà del suo sentire gli è negata , l'immagine che il detenuto si fa di se stesso rischia di diventare completa solo a metà, dimezzando la sua identità. I problemi psicologici derivanti dalla negazione della sessualità e dall'affettività sono stati affrontati anche in alcuni studi di medicina penitenziaria da alcuni medici, i quali hanno sostenuto che il pro- cesso di adattamento al carcere può provocare disfunzione nel complesso dei meccanismi biologici che regolano le emozioni, generando sindrome morbose di varia intensità, definite sindrome da prigionizzazione.  La proibizione della sessualità è anche l'effetto della detenzione che in modo lento ma inesorabile si riversa sui famigliari, mogli, fidanzati e compagne di vita, le quali si trovano senza alcuna colpa a subire un celibato forzato, provoca inoltre, una frammentazione tragica e dolorosa nella vita di relazione. Gli effetti causati da questo stato di cose sui partner sono spesso, se non allontanamento materiale, di sicuro uno sentimentale, generando conflitti e tensioni in famiglia che a poco a poco si disgrega. In questo modo, andando avanti negli anni, al detenuto viene tolto tutto: libertà, sessualità, famiglia e sogni di una vita migliore, catapultandolo nella solitudine e nella rabbia. La pena allora diventa inutile perché non rispetta il suo tempo. Invece, il compito della pena è quello di dare tempo, un tempo adeguato e appropriato a divenire quello che non si è mai stati. Dare tempo, non togliere tempo alla vita, questa è la soluzione più giusta per perseguire la difesa della sicurezza sociale. Ogni altra scelta è solo violenza gratuita e la violenza chiama violenza. Viceversa "l'amore" chiama "amore". Se l'Ordinamento giudiziario si basa esclusivamente sul criterio della proporzionalità del delitti e delle pene, spesso accade che si resta ancorati ai termini dei tempi di detenzione, vuoti di trattamento preventivo per la difesa sociale, e colmi di sofferenza, per cui si mette in libertà chi alla fine della pena non ha ancora acquisito la propria libertà, la propria emancipazione, lasciando che vengano commessi delitti uguali o peggiori di quelli espiati. In una politica di difesa sociale vera, il nocciolo importante non è nel castigo, ma la valorizzazione dei tempi di detenzione se da ragione numerica si vuole farla diventare ragione educativa. Una ragione penale che si ferma solo alla scadenza della pena e non si spinge oltre, non si confronta con il processo di sviluppo delle persone. È chiaro che in questo modo la ragione penale appare svincolato della ragione della sicurezza sociale. Diventa insensibile nel momento in cui si chiude su se stessa per aprirsi a scadenze di tempi senza che ci si preoccupi di cose o di chi uscirà fuori a quella scadenza. Non si tratta di perdonare o di condannare. Ma è imperdonabile l'ordine sociale che non è capace di restituire il colpevole alla giustizia, come restituzione dell'individuo alla società e della società all'individuo. C'è un percorso della giustizia che va oltre il diritto, senza cancellarlo ed è quello di una giustizia restituiva, per DIRITTO e per GIUSTIZIA! A questo punto rimane da valutare solo la questione del DIRITTO, che è chiara ugualmente. La detenzione, comportando la privazione della libertà è una punizione in quanto tale. Le condizioni della detenzione e i regimi penitenziari non devono quindi aggravare le sofferenze inerenti ad essa. Inoltre, i diritti della persona, nessuno escluso, ricevono tutela dagli artt. 2 e 3 della Costituzione, com'è del resto riconosciuto dalla giurisprudenza di legittimità e di merito sia della Corte Costituzionale sia della migliore dottrina. L'art. 2 della Costituzione, in particolare, sancisce il valore assoluto della persona umana ed è norma a contenuto precettivo e non pragmatico. Cosicché ogni restrizione alla persona nella realtà sociale sarebbe suscettibile di assurgere al rango di diritto soggettivo perfetto con la conseguente tutela giurisdizionale. Quanto al diritto alla sessualità occorre in proposito ricordare l'INCIPIT della Corte Costituzionale nella sent. 18-dicembre-1987, n.561 che lo inquadra tra i diritti inviolabili della persona, come modus vivendi essenziale per l'espressione e lo sviluppo della persona. Essendo quindi la sessualità uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, il diritto di disporne è senza dubbio un diritto soggettivo assoluto, che va ricompreso tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione ed inquadrato tra i diritti inviolabili della persona umana, che I'art. 2 Cost. impone di tutelare. Più di recente poi, a proposito del danno alla salute, la Corte Costituzionale nella sent. 184 del 1986 ha precisato che le lesioni del bene giuridico della salute, in quanto valore personale garantito dalla Costituzione (art.32) da di per se titolo, anche quando consegua non ad un reato, ma ad un mero illecito civile ( art. 2043 c.c.) alla tutela giurisdizionale e al risarcimento del danno patito, derivante dalla menomazione dell'integrità psico-fisica, senza che occorra alcuna prova al riguardo. Ipotesi che si realizza certamente nel caso in cui cagionando ad una persona coniugata l'impossibilità dei rapporti sessuali (sent. 6607/1986) è immediatamente lesiva dei diritti dell'altro coniuge ad avere tali rapporti, quale diritto-dovere reciproco. Nel caso specifico lo Stato, cagionando al detenuto l'impossibilità dei rapporti sessuali per motivi di prevenzione e pena, lede ì diritti dell’altro coniuge ad averli, senza che debba rispondere di alcuna colpa. Inoltre, attenta alla salute di entrambi. Trova infatti adeguata collocazione nella sent. n.8827 e 8823/2003 la tutela risarcitoria ai soggetti che abbiano visto lesi i diritti inviolabili della famiglia (artt. 2,29 e 30 Cost.) concernenti la fattispecie del danno da perdita o compromissione del rapporto parentale. Si afferma infine nella sent. 233/2003 della Corte Costituzionale, che nel caso in cui un fatto limita le attività realizzatrici della persona umana, obbligandola ad adottare nella vita di tutti i giorni comportamenti diversi da quelli naturali, si realizza un nuovo tipo di danno, definito con l'espressione di "danno esistenziale". In proposito Franco Geraudo, presidente dell'AMAPI, sostiene che l'attività sessuale nell'uomo rappresenta un ciclo organico che non può essere interrotto, senza determinare nel soggetto traumi fisici e psichici. Quali conclusioni si possono trarre da questa analisi in FATTO, in MEDICINA e in DIRITTO? Anzitutto, risulta chiaro che il carcere operante attualmente non restituisce persone migliori, inoltre la privazione della sessualità mina la salute delle persone nel fisico e nella psiche, aggravando non solo lo stato di salute, ma anche il carattere e la personalità di chi la subisce direttamente e indirettamente. quando al diritto è palese che questo stato di cose risulta in contrasto con i principi della costituzione per quanto attiene la tutela della persona, della salute, della famiglia, di una pena rieducativa "(artt 2, 3, 27, 29, 30, 34 Cost.); altresì, mina la sicurezza della società nella parte in cui non riesce a restituire persone migliori di quando sono entrate in carcere, al rischio che si commettono delitti uguali o   peggiori di quelli per cui si era stati condannati. La domanda allora è questa: perche nonostante tutto questo le cose restano così?

 

Un gruppo di detenuti dal carcere di Carinola

 

 

 

 

 


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