Martedì 20 Agosto 2019
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Dal cubicolo, al loculo (di Giovanni Prinari, Carinola) PDF Stampa E-mail
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Che senso ha rieducare per legge una persona, che per legge è stata condannata a morire in carcere?

 

Sono un condannato all’ergastolo e mi trovo detenuto dal 5 gennaio 1993 (20 anni). Desidero rivolgere la lettura di questa mia considerazione/riflessione a tutte le persone che si troveranno tra le mani la rivista di Ristretti Orizzonti, che grazie al suo direttore, Ornella Favero, porta avanti una lotta di civiltà giuridica, di sensibilità umana e di conoscenza di una realtà, qual è quella della pena dell’ergastolo ostativo, che ai più è sconosciuta. In effetti questa non conoscenza permette ad una serie di opinionisti e tuttologi, di blaterare nei salotti di trasmissioni televisive sciorinando ognuno le sue pseudo “competenze” o “conoscenze”, i dati e le statistiche sulla pena dell’ergastolo, affermando con illazioni apodittiche che l’ergastolo non lo sconta nessuno. Tuttavia, la mia considerazione/riflessione non è tanto su questi personaggi che mentono pubblicamente sapendo di mentire o ignorando di mentire, neppure sul cosa si prova o sul come si vive una pena all’ergastolo, ma sul perché bisogna sottoporre al trattamento penitenziario un ergastolano per rieducarlo, se lo stesso non ha nessuna possibilità di riacquisire la libertà e, di conseguenza, di non essere più un soggetto socialmente pericoloso per la società, visto che dal cubicolo passerà direttamente al loculo. A cosa serve rieducarlo? A chi serve rieducarlo? Magari per meglio comportarsi con gli angeli o con i diavoli? Forse per andare in paradiso anziché all’inferno? Spero perdonerete questa mia provocazione. Non intendo minimamente essere blasfemo, anche perché sono cattolico credente e lungi da me giocare con la religione. Quello che è il mio desiderio è di spingere i lettori a una seria riflessione: che senso ha rieducare per legge una persona, che per legge è stata condannata a morire in carcere? Perché attuare nei suoi confronti un trattamento penitenziario che implica farlo lavorare, studiare, colloquiare con educatori, con assistenti sociali, con psicologi, con criminologi e, perché no, anche con il magistrato di sorveglianza che si reca in carcere ad incontrare l’ergastolano ostativo, al quale non concederà mai un beneficio, per un colloquio richiesto dal medesimo, se poi il tutto non produrrà nessun effetto utile per la società? Non pare anche a voi che in tutto questo c’è una contraddizione nella legge? Io ritengo di si. Ma è una mia considerazione. Come può una legge negare dei benefici penitenziari, quali le misure alternative, nei confronti dei condannati all’ergastolo, e allo stesso tempo pretendere la rieducazione che serve per applicare le misure alternative nei confronti di colui che non uscirà mai più dal carcere? Forse sarebbe ora di modificare, per noi ergastolani, l’art. 27 comma 3 della Costituzione, con il principio secondo cui: “ Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, ad eccezione dei condannati all’ergastolo che devono morire in carcere”. Inoltre, a pari dell’art. 27 comma 3 della Costituzione, bisognerebbe poi modificare gli articoli 1, 13 e 15 della legge penitenziaria, nonché gli articoli 1, 27, 28, 29 e 30 del D.P.R. 30 Giugno 2000, n. 230 del regolamento di esecuzione della legge penitenziaria, esplicitando che dal trattamento e dalla rieducazione sono esclusi i condannati all’ergastolo. Per chiarezza, il mio ergastolo non è ostativo ai benefici, ma non mi vengono ugualmente concessi. Grazie per avermi dedicato un poco del vostro tempo leggendomi.  

 

di Giovanni Prinari,

Carcere di Carinola (CE)

 

 

 

 

 


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