Martedì 10 Dicembre 2019
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Risposte alle domande di Suor Marta (Monastero di Clausura di Santa Chiara Lagrimone ) PDF Stampa E-mail
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Sono Suor Marta del Monastero di Clausura di Santa Chiara Lagrimone fondato nel 1969 sull’Appennino tosco emiliano. La comunità è di 9 persone ed io ho 71 anni e sono religiosa dal 1963.


1) Come vivono i vostri parenti il fatto che siete delinquenti?

2) Ho conosciuto un ex carcerato, che ha trovato rifugio per alcuni mesi a casa nostra, perché i suoi non lo volevano neppure in zona (a quei tempi non c’erano le strutture che soccorrono in tali emergenze).  Situazioni simili si verificano ancora.  Cosa scatta nell’ animo umano? Se i parenti sono i primi a rifiutare in inserimento famigliare e sociale, quale meraviglia se la società, in genere, irrigidisce su ciò?

3) Nell’appello che fai per l’abolizione dell’ergastolo c’è un punto di motivazione che capisco o interpreto male (si tratta del perdono) vuoi chiarire? Giustificazione può esserci e può non esserci. Io sono convinta (e forse il vangelo è dalla mia parte) che come il perdono si deve dare (e dopo si sta bene) così si deve ricevere. È parte dell’essere profondo dell’uomo il perdono ricevuto non deve umiliarci perché “riaggiusta” qualcosa che si era rotto.  Faccio un esempio! Quanto tu eri un uomo libero e ti capitava di avere uno screzio con tua moglie, se non ti sentivi perdonato stavi male, se lei ti veniva incontro col perdono tu ti sentivi rifatto, felice. Non è vero anche su larga scala? In merito al perdono ti suggerisco di interpellare qualche maestro di vita.

 

Risponde Giovanni Prinari (Casa di Reclusione di Carinola)

1) I miei figli, mia madre, i miei fratelli, come vivono oggi il fatto che io sia delinquente, credo, spero e mi auguro con serenità. Sicuramente non stato cosi all’inizio, perché provenendo da una famiglia di persone oneste che con la giustizia non avevano mai avuto a che fare, la vergogna, l’umiliazione, gli sguardi di accusa della gente, gli hanno fatto molto male. Oggi, a distanza di 20 anni di carcere, avendo visto il percorso che ho fatto e il mio drastico cambiamento, attraverso lo studio, la maturazione di una revisione critica dei miei errori che mi hanno portato ad abbandonare il mio modo di agire e ragionare in maniera deviante, sono fieri di quello che non sono più e di quello che sono diventato, ed anche se il dolore è passato, l’averli fatti soffrire non passerà mai.
2) Sicuramente è difficile quando a rifiutarti è la famiglia, che invece dovrebbe accoglierti, essendo il nucleo dentro il quale si rientra per primo. Di questi ne ho sentiti anche io, ma credo che alla base ci sia ben altro per rifiutare qualcuno che si ama, se lo si ama, solo perché ha commesso un reato. Indubbiamente la società libera ha i suoi pregiudizi, i sui preconcetti a prescindere nei confronti di chi è stato in carcere, ma questo succede proprio perché la società non si interessa di conoscere il carcere, e chi lo abita, ritenendo a torto, che la cosa non la riguardi, come se le persone prima o poi non ritorneranno ugualmente libere. Su questo le singole persone e la società in genere dovrebbe riflettere, perché non sempre chi riceve del bene ricambia con il male, in quanto ritengo che in ogni persona esistono diversi sentimenti e non necessariamente solo quello del male.
3) Carissima suor Marta, su questa domanda desidero concentrare la mia risposta alla parte finale. In effetti, per poter ricevere il perdono si deve essere maggiormente predisposti rispetto a quando lo si dona, perché venire perdonati da qualcuno al quale si è fatto del male, di grave o meno entità, comporta una granché responsabilità e bisogna esserne degni e meritarselo sul serio. Non c’è dubbio che vivere senza avere pesi sulla coscienza ti fa sentire felice, sereno, indipendentemente da chi ti concede il suo perdono e per cosa te lo concede, proprio perché come dice lei, riaggiusta qualcosa che prima si era rotto.


Risponde Giuseppe Minardi (Carcere di Sulmona)

1) Non ho molti parenti e comunque non so se alcuni di loro mi hanno considerato un delinquente (so  che di fatto lo sono stato!), ma bisogna considerare che il contesto familiare in cui sono nato e cresciuto è sempre stato “infettato” dall’illegalità. Visto che non tutti i miei parenti hanno avuto a che fare con l’illecito, in quanto onesti lavoratori, è probabile che alcuni di loro non vivono bene il fatto di essere parente di un delinquente, tanto è vero che non ho contatti con tutti. Ma i restanti miei parenti, oggi mi considerano una persona diversa, migliore rispetto a quella che ero perché vedono, sentono, mi leggono e hanno la consapevolezza del mio cambiamento, ne sono orgogliosi e me lo fanno notare. Sono stato una  “vittima” dell’origine ambientale del male e a loro volta, prima di me, anche alcuni miei parenti sono stati “vittime” della subcultura, della fame, dei disvalori e del contesto sociale che li ha circondati.

2) Quando i parenti rifiutano un loro congiunto che ha avuto problemi con la legge, a mio avviso questi parenti, che dovrebbero essere i primi ad accoglierlo con amore in un reinserimento famigliare e sociale, sono condizionati dal pregiudizio altrui per cui scatta in loro un meccanismo di difesa verso la loro immagine perché tengono più all’apparire che all’essere, e in questi casi l’essere è: essere genitore di, essere parente di, dunque portare un’onta a danno del loro apparire, sconveniente! La persona rifiutata viene distrutta psicologicamente, per cui è bene liberarsi dai condizionamenti esterni ed accoglierla a braccia aperte con amore per amore!

3) Avevo appena 16 anni quando ho sparato ad un giovane uomo uccidendolo. Non avevo la benché minima consapevolezza della gravità del mio gesto. Ho puntato la pistola e ho premuto il grilletto più volte. Tutto semplice. Più semplice e facile di quanto si credesse. Soltanto col passare degli anni tutto è diventato più difficile e complicato: fare i conti con la mia coscienza! Vivere con il senso di colpa, non poter più tornare indietro, non poter più rimediare. Arbitrariamente mi sono preso il diritto di togliere la vita ad un uomo, il diritto di togliergli il diritto di vivere la vita che Dio gli  ha donato. Ho creduto che nessun perdono mi avrebbe salvato, ma oggi la mia fede in Dio, l’ammissione del mio peccato ad un sacerdote mi ha ridato la pace interiore e  ricordo quella persona nelle mie preghiere. Non lo so cosa proverei ricevendo il perdono dai suoi famigliari, so che con Dio cercavo di giustificarmi, con i famigliari mi troverei dinnanzi al dolore che gli ho causato e non avrei giustificazione alcuna, probabilmente il loro perdono mi farebbe paradossalmente stare male seppur nella consapevolezza di un perdono avvenuto.

Un abbraccio e a risentirci.

 

Risponde Gaetano Fiandaca (Carcere di Padova)

1) I nostri parenti ci amano così per come siamo, senza pregiudizi e senza giudicarci, visto che c’è già chi l’ha fatto molto duramente.

2) Ospitare un ex detenuto è stato un gesto nobile per voi, anche verso Dio, perché questi gesti sono cosa molto gradita a Lui. Non so dire per quale motivo i famigliari di quel detenuto si siano comportati in modo cosi misero. Quello che posso dire è che si tratta  di persone di animo povero, le quali sono vittime dei loro pregiudizi talmente radicati che li rendono totalmente insensibili e incapaci di saper perdonare. Sicuramente al momento del giudizio finale si troveranno a dovere dare più spiegazioni loro per il loro comportamento che il figlio peccatore.

3) La richiesta che facciamo per l’abolizione dell’ergastolo è una questione di giustizia umana e democratica poiché non si addice ad uno Stato civile il fatto di tenere una persona, anche la più cattiva, tutta la vita in carcere, anche perché quella persona che una volta era cattiva oggi può essere diventata buona. E quindi è giusto che possa dimostrare ed adoperarsi per fare del bene nella vita sociale senza che aspetti la fine dei propri giorni nell’umiliazione del carcere.

 

Risponde Agostino Lentini

1) Suor Marta, siamo consapevoli che ai nostri parenti abbiamo creato un disaggio sociale, alcuni hanno accettato questa situazione escludendoci dalla loro vita, altri, la stragrande maggioranza, ci hanno sostenuto, credendo fermamente di un riscatto sociale della persona.

2) Suor Marta, situazioni simili purtroppo avvengono ancora, ma grazie a parecchie persone del volontariato e di Fede, riescono a sopperire agli ammanchi della cosi detta “società civile”, che pur condannando la persona non si rendono conto che anche loro fanno parte di quel sistema, che ha portato l’uomo a delinquere.

3) Suor Marta, riguardo all’appello per l’abolizione dell’ergastolo, ritengo che il perdono faccia parte del credo che ogni uno di noi ha nel proprio cuore. A che serve una persona rinchiusa a vita in un carcere? Non rende giustizia né a un vinto, né a un vincitore, né l’uno né l’altro troveranno gioia nel cuore. Sono pienamente convinto che dopo 20-25 anni una persona cambi, in questi posti si ha modo di rivisitare profondamente la propria coscienza in solitudine, il chiedere perdono nasce dal cuore, l’essere perdonati è notevolmente maggiore in una società che non ha il tempo di ascoltare ciò che detta il cuore.

 

Risponde Antonio Papalia

1) I miei parenti vivono con me nella sofferenza per il fatto di sapermi in carcere e non per il fatto che sono un delinquente, perché non mi  ritengano tale.

2) Quello che scatta nell’animo umano, non sono in grado di dirlo,e penso che nessuno può pensare con la testa degli altri. Se i parenti rifiutano un suo congiunto, vuol dire che sono spietati e senza cuore; invece, dovrebbero aiutarlo e cercare di indirizzarlo a intraprendere la strada giusta, per non farlo ricadere di nuovo nell’illegalità. La società invece, dovrebbe essere più morbida e dare sempre una seconda possibilità a chi ha sbagliato, mentre, se si irrigidisce e prende le distanze dal carcerato questo si incattivisce sempre di più, e questo non giova a nessuno.

3) Per l’abolizione dell’ergastolo non si tratta del perdono ma in quanto la pena dell’ergastolo è disumana ed eterna, un uomo qualsiasi male ha potuto commettere dopo 10/20 anni di carcere ha più che pagato il male fatto, inoltre, lo stato non può rispondere al male col male.

 

Risponde Biagio Campailla (Carcere di Padova)

1) Non sono tutti i genitori che vedono i loro figli delinquenti. E importante soprattutto il modo di come si viene educati. Poi ogni caso vale per se. Io non sono mai stato visto in famiglia come un delinquente perché probabilmente forse non lo sono mai stato.

2) Per il ragazzo che non era stato accettato in casa dai loro genitori ribadisco che bisogna sempre vedere come s’è stati educati e come ci si comporta con i propri famigliari. E poi vedere dove sta il torto o la ragione. A volte siamo noi a essere delinquenti, ma a volte è colpa anche della famiglia che non è mai stata sufficientemente presente. Inoltre si può commettere reati anche per bisogno. Ti posso dire che nessuno è nato per essere cattivo però se vivi al sud, c’è più probabilità che lo diventi. Il meridione è una specie di giungla dove ti devi difendere dalle iene che ti stanno attorno. Poi ci sono i leoni che stanno in alto a vedersi la festa fra di noi così dopo gli viene molto più facile venirci a mangiare. Il loro pranzo però è particolare, basta metterci in galera e poi c’è chi mangia con la condanna dell’ergastolo ostativo e con tutto il resto finché ti gustano pian piano facendo pranzo completo e si abbuffano fino alla settima generazione. In questo modo metteno una etichetta a vita per tutti i famigliari. Ecco perché capita che certi famigliari ti abbandonano e ti tengano lontani perché sono ricattati dai leoni seduti in poltrona. Spero che conosci bene che cosa è la vita nel sud. Ti dico che riguardo alla famiglia ho 42 anni, sono padre di 4 figli di cui tre sposati e sono nonno di cinque nipotini immaginati un po’ avevo quattordici anni quando mi sono sposato e a quindici ero già papà.

3) Suor Marta ti confido che alcuni uomini ombra si aggrappano alla fede per trovare un po’ di conforto. E mentre qualcuno di loro cerca il perdono qualche altro cerca invece solo un po’ di clemenza per sperare a un futuro migliore.  Credo che il vero perdono lo possa dare solo Dio, ma dagli uomini mi aspetterei sono un po’ di clemenza.  Suor Marta sono un uomo ombra condannato all’ergastolo ostativo con una doppia condanna: soffro di una malattia che mi poterà alla morte molto presto e quello che mi dispiace di più che non potrò morire da uomo libero.

Ti abbraccio Suor Marta

 

Rispondono Diaccioli Salvatore e Lamberti Francesco (Carcere di CarinoIa)

1. Una volta, parlando con mia moglie, abbiamo affrontato questo argomento, la sua risposta è stata: «U Signuri mi mannau a tia pi maritu no bene e no mali. ( Il Signore mi ha mandato te come mio sposo nel bene e nel male ti amo come sei ).

2. Non saprei dare una risposta a quello che chiede, posso però dirLe, che un genitore, una moglie o dei figli non metterebbero mai alla porta il proprio coniuge, il proprio padre o il proprio parente che sia. Queste cose si avverano, a mio avviso, solo quando vi sono altri fattori che generano un disprezzo, il disprezzo non è amore; per amore si perdona.

3. Il perdono è un gesto umanitario con cui, vincendo rancori e risentimenti, si rinuncia a ogni forma di rivalsa, di punizione o di vendetta nei confronti di un offensore. Per estensione, ha il valore di un’indulgenza verso le debolezze o le difficoltà altrui, oppure di commiserazione o di benevolenza. Gesù martoriato e crocifisso, rivolgendosi al Padre disse: «Padre mio perdona loro perché non sanno quello che fanno».

 

Risponde Domenico Papalia (Carcere di Padova)

l) Essere detenuto non vuol dire essere delinquente, ma sicuramente tutte le famiglie che hanno un detenuto tra loro vivono male, sopratutto i figli ed in particolar modo quelli in età scolare.

2) Essere un carcerato o un ex carcerato emarginato per fino dai parenti, significa esser spinto nuovamente verso la devianza. Tutta la società dovrebbe farsi carico del carcere perché ogni carcerato recuperato è un pericolo in meno per la collettività. Suor Marta, avete fatto bene ad accogliere il carcerato nella vostra casa. Non è forse scritto da qualche parte: visitate i carcerati?

3) Purtroppo la giustizia terrena non sarà mai infallibile e non tutti gli ergastolani sono colpevoli, ma chi è colpevole è giusto che faccia un esame di coscienza e chieda perdono a chi ha provocato dolore. Il perdono è bello quando lo si riceve, ma è più gratificante quando lo si dà. lo non posso chiedere perdono a nessuno poichè sono innocente, e non lo dico io, il mio stesso giudice dice di aver sbagliato. Debbo invece chiedere perdono ai miei familiari per avere preso una strada sbagliata che mi ha portato a frequentare certi ambienti e a trovarmi conseguentemente coinvolto, senza averne colpa, in certe situazione. Un caro saluto a Suor Marta e consorelle.

 

Risponde Marcello Dell'Anna (Casa Circondariale Nuoro)

1. Cara Suor Marta, una precisazione in merito. Il delinquente, finché non è carcerato, e’ un'altra cosa. Anche perché la convinzione che dentro ci siano soltanto delinquenti e fuori soltanto galantuomini non è che un’illusione. E poi non dimentichi la presunzione di innocenza o di colpevolezza. Ma veniamo a noi ... Sin da quando decisi di intraprendere una vita del tutto miserevole, e mi riferisco al mio passato, senza dubbio ho procurato ai miei familiari un'atroce sofferenza, un palese imbarazzo, una vergogna inimmaginabile. Loro, che hanno costruito la loro vita su valori e su solide basi, quelle dell'onestà, della legalità e della giustizia, si sono visti umiliati e mortificati dai miei comportamenti antigiuridici; questo sino a quando non decisi che era giunto il momento di riappropriarmi della mia vita, dei miei stessi affetti familiari, della mia dignità. Oggi posso dire che i miei familiari mi apprezzano, mi ammirano e sono orgogliosi di me perché da anni sono riuscito a diventare una persona diversa e migliore di quella che ero oltre vent' anni fa. In questa mia decisione ha certamente contribuito la riflessione, il rimorso, la restrizione, il carcere, la volontà di riscatto e di rinnovamento sociale e morale. Tuttavia, mi auguro che questi miei cari un giorno non mi giudicheranno più. Ho paura di un loro giudizio perché finalmente mi sono reso conto che la mia scelta di vita passata (facili guadagni, facili divertimenti) mi ha lasciato un vuoto dentro, un senso di disgusto, una non stima, una grande delusione, che non può essere in alcun modo colmata.

2. Gran bella domanda Suor Marta. Entrare nei meandri dell'animo umano, nemmeno a dirlo! Troveremmo pensieri e principi filosofici, morali, etici e religiosi di cui la storia è piena. Ritengo piuttosto che il giudizio di una società nel valutare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato dipende, con tutta probabilità, dalle tipicità e dalla storia di quel Paese. La nostra società, ad esempio, è diventata così malvagia e vendicativa perché ha eretto se stessa a fine ultimo, e non si è più preoccupata di rispettare nulla al di fuori della propria conservazione, o della propria riuscita nella storia, ossia, a far uso del supremo castigo in maniera assoluta. Tutto ciò ignorando o dimenticano quello che Cristo ha detto a proposito di quello che non è utile per scacciare il demonio: non è con il male che si può vincere il male. Il giudizio, per essere giusto, dovrebbe tener conto non soltanto del male, che uno ha fatto, ma anche del bene che farà; non solo della sua capacità a delinquere, ma anche della sua capacità a redimersi. La società, forse, non può nemmeno immaginare il bene che può recare a noi un sorriso, una parola, una carezza. Un bene del quale da principio non ci accorgiamo, al quale perfino sul principio possiamo cercare di resistere, ma che poi a poco a poco si insinua in noi, si impadronisce di noi, ci conquista, ci addolcisce, spreme dal nostro cuore sentimenti che parevano sepolti e dalle nostre labbra parole che parevano dimenticate.

3. Parole sacrosante le Vostre Suor Marta. Ancora oggi, dopo circa cinque lustri, se ho un diverbio con mia moglie non riesco a mantenere il muso e, sia io che lei, sembriamo due bambini che fanno a gara a chi arriva a perdonare per primo, e così dopo pochi secondi dallo screzio ci amiamo più di prima. Non riesco nemmeno ad immaginare mia moglie che soffre per un mio mancato perdono, o perché io mantengo una stupida posizione di principio. E ciò mi accade anche con le persone con le quali quotidianamente mi confronto. Condivido pienamente il Suo pensiero Suor Marta. Senza dubbio dobbiamo avere prima noi la capacità di saper perdonare se vogliamo essere perdonati. Infatti, su questo delicato tema, certo che Lei mi capisca, voglio dirLe con sincerità, che il peso che grava sulla mia coscienza riguarda non solo me, la mia vita, i miei familiari, ma anche e soprattutto i familiari di coloro ai quali ho procurato sofferenze indelebili attraverso i miei comportamenti antigiuridici: anche loro vittime delle mie scelte, anche loro irrimediabilmente segnati dall'essersi ritrovati senza un padre, un marito, un fratello, o un figlio. Credo che non si possa rimediare del tutto al reato commesso né pretendere il perdono delle persone in esso coinvolte. Si può soltanto sperare di raggiungere un equilibrio interiore per cercare di diventare persone migliori, e questo può essere realizzato solo tentando un approccio, per essere ascoltati, per essere possibilmente perdonati proprio dalle persone vittime di quei reati. Ecco, oggi posso dire che se avessi l'opportunità di riconciliarmi con questi familiari, lo farei senza esitazione, chiedendo loro dapprima di ascoltare il mio profondo pentimento per quanto commesso e dopo chiedendo il loro perdono. Questo non è follia, ma coraggio di voltare definitivamente pagina, riappropriandosi della propria dignità.

 

Risposte Santo Barreca (Casa circondariale Nuoro)

1. La mia famiglia vive questo dramma guardando sempre avanti senza mai voltarsi indietro, nella certezza che non sono nato delinquente né tantomeno morirò tale. Si sa, gli uomini sbagliano ma per fortuna possono anche redimersi e cambiare.

2. Secondo me il povero carcerato non aveva una famiglia che gli volesse veramente bene, oppure al posto del cuore i suoi famigliari avevano pietre. Questo, ovviamente, mi dispiace. L'umiltà del carcerato ha fatto sì che trovasse delle persone amorevoli per accoglierlo. Sono dispiaciuto, non per lui ovviamente, ma per la sua famiglia poiché non riconoscendo il proprio parente non ha riconosciuto se stessa. Questo comportamento è l'auto-sconfitta della famiglia come istituzione.

3. Sono un convinto fautore dell'abolizione della pena dell' ergastolo perché oggi pretendo il rispetto di quelle regole che io stesso un tempo ho violato. Attualmente, invece, noto con disgusto che sono le stesse istituzioni, che hanno voluto condannarmi a questa vile pena, a non rispettarle ... Il perdono esiste, ci credo. Mi è stato concesso più volte in passato e anch'io ho perdonato più volte.

 

 

 

 

 

 

 


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