Domenica 18 Agosto 2019
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Risposte alle domande della redazione del “Messaggero di Sant’Antonio”

 

Risponde Biagio Campailla (Carcere di Padova)

1) Voi che non avete avuto misericordia ora chiedete misericordia, in nome di che cosa?

In nome della pace, del perdono e della clemenza.

2) Per chi uccide un uomo, chi è l’uomo?

In quel momento non ti poni nessuna domanda perché se te la ponessi non uccideresti nessuno.

3) Nel sentimento comune chi si macchia di un grave delitto dovrebbe stare dentro a vita, voi  che siete dentro a vita che cosa pensate?

Penso che ogni uomo meriti un’altra possibilità.

4) In ogni delitto c’è un prima e un dopo: chi eri prima e chi sei adesso?

In ogni cosa c’è un prima e un dopo, prima dovevo difendermi dal contesto, oggi i tempi sono altri e lo posso evitare.

5) Una vita felice e ricca di soddisfazioni è possibile anche dietro le sbarre?

Già e difficile avere una vita felice fuori, figuriamoci dietro le sbarre.

6) Quanto conta la solidarietà tra ergastolani?

Tantissimo perche abbiamo  le stesse sofferenze.

7) E’ opinione diffusa che solo il reo pentito meriti di essere reintegrato nella società. Ma qualora manchino i segni del pentimento, è giusta la scarcerazione?

Spesso i collaboratori di giustizia fanno finta di essere pentiti per avere sconti di pena ma in realtà sono più criminali di prima, invece molti sono pentiti del male che hanno fatto e scelgono di non avere nessun sconto di pena.

8) Che cos’ è il pentimento?

E’ qualcosa che sfugge alla galera e può continuare a far male e vivere senza un riconoscimento dentro la stessa persona.

9) Brucia più il delitto o la reclusione?

Tutte e due

10) Come si viene a patti con il rimorso?

Male

11) Cosa significa per voi la parola “rassegnazione”?

Perdita di speranza.

12) Come pensate di poter emendare il male fatto?

Non si può, ma lo vorrei fare.

13) Quali sono le cose che vi mancano di più della vostra vita prima della prigione? La libertà.

14) E’ importante mantenere un collegamento con il mondo esterno?

Essenziale.

15) Cosa può fare chi vive fuori dal carcere per creare un contatto con voi?

Anche facendoci delle domande come queste. E continuando ad avere fiducia in noi. 

 

Risponde Giuseppe Zagari (Carcere di Padova)

1) Voi che non avete avuto misericordia ora chiedete misericordia, in nome di che cosa?

Se la misericordia ha un nome, questo è quello di Dio, perché soltanto lui può dispensarla. L’uomo, pur se pieno di buona volontà, molto spesso si lascia sopraffare da quel senso di giustizia che giustizia non è: la vendetta non è ne’ misericordia ne’ perdono. Se in questo mondo ci sono uomini giusti, allora dico loro: abbiate misericordia di tutti noi peccatori perché a dover essere perdonati, siamo in tanti. E se tu uomo giusto non avrai misericordia, non sei poi cosi tanto diverso da noi.

2) Per chi uccide un uomo, chi è l’uomo?

L’uomo morto è vittima, il carnefice è dannato.

3) Nel sentimento comune chi si macchia di un grave delitto dovrebbe stare dentro a vita, voi che siete dentro a vita che cosa ne pensate?

Penso che chi si sia macchiato di un grave delitto, a prescindere da quali siano state le ragioni,deve pagare la giusta ammenda. Quello che non so è quale realmente sia il giusto castigo, poiché mai nessuno potrà risarcire né la vittima né i propri congiunti. Quindi se poniamo la questione sul lato umano credo non ci possa essere scampo per nessuno. Se la poniamo sul versante  scientifico, allora visto che l’uomo muta nel tempo, credo sia “giusto” dare una possibilità a chi stoltamente in passato ha sbagliato.

4) In ogni delitto c’è un prima e un dopo: chi eri prima e chi sei adesso?

Dando per scontato che io abbia commesso un delitto, prima ero niente, adesso sono nessuno.

5) Una vita felice e ricca di soddisfazioni è possibile anche dietro le sbarre?

Dietro le sbarre non ci potrà mai essere né vita né ricchezza, qui vige imperativa la desolazione,il rimorso, il rimpianto e tutto ciò che umanamente rabbuia un’esistenza.

6) Quanto conta la solidarietà tra ergastolani?

Ahi me! Ogni ergastolano porta con sé la sua croce e pure ci si aiutia nei momenti di particolare sconforto, chiusi in cella; per una consuetudine dobbiamo dimenticare le sofferenze altrui se vogliamocontinuare a vegetare.

7) E’ opinione diffusa che solo il reo pentito meriti di essere reintegrato nella società. Ma qualora manchino i segni del pentimento, è giusta la scarcerazione?

Sono fermamente convinto che ogni uomo con un briciolo di coscienza sia pentito per gli errori o gli orrori commessi. Se poi il pentimento deve diventare un mezzo disperato per uscire dal carcere, allora credo sia meglio tenere un disperato in cella che un non pentito fuori.

8) Che cos’è il pentimento?

Il pentimento vero è aver preso coscienza di cosa sono stato per me, per la mia famiglia, per le persone che a causa mia stanno soffrendo tanto.

9) Brucia più il delitto o la detenzione?

Con tutta sincerità devo dire che l’uomo, con i suoi pregi e i suoi difetti, deve rassegnarsi a vivere il presente pur se amaro, ma non per questo si può dimenticare il passato, quindi posso dire che il delitto e la detenzione sono figli  legittimi, gemelli ma eterozigoti.

10) Come si viene a patti con il rimorso? 

Purtroppo anche il rimorso è ostativo.

11) Cosa significa per voi la parola “rassegnazione”?

Credo che la parola “rassegnazione” sia solo un termine convenzionale per cercare di comprendere ciò che realmente non possiamo. Non esiste la rassegnazione. Lo dimostrano gli ospedali, gli ostativi e tutti coloro che quotidianamente convivono con tanta, ma tanta pena nel corpo e nel cuore: se cosi non fosse non sarei qui a scrivere, non avrebbe senso.

12) Come pensate di poter emendare il male inflitto?

Chi ha commesso gravi reati come l’omicidio non credo si possa emendare, deve fare solamente ricorso all’umana gente e dire: chi voi siete io sono stato e chi io sono voi potreste essere.

13) Quali sono le cose che vi mancano di più della vostra vita prima della prigione?

Se devo entrare nello specifico dico che prima di ogni cosa mi manca la mia famiglia e poi tutto ciò che comprende la sfera sociale, come amici ecc.ecc.

14) E' importante mantenere un collegamento con il mondo esterno?

Credo sia molto importante mantenere contatti esterni, non tanto per una questione egoistica, e qui non vorrei peccare di presunzione visto da quale pulpito viene la predica, ma credo che un “buon” detenuto possa trasmettere ai giovani  qualcosa che nemmeno il più erudito dei maestri può fare. Mi riferisco esclusivamente a ciò che può dare delle negatività della sua grama esistenza: essere monito diretto delle brutture in cui s’inciampa perseguendo la nostra stessa strada. Far toccare con mano, ma senza sporcarla, la cruda realtà di chi nella vita ha fallito.

15) Cosa può fare chi vive fuori del carcere per creare un contatto con voi?

Può pubblicare questi scritti e chi ne sente la necessità o curiosità potrà contattarci scrivendo una missiva. 

 

Risponde Ferraioli Domenico (Casa Reclusione di Parma)

1) Voi che non avete avuto misericordia ora chiedete misericordia in nome di che cosa?
In nome delle non infallibilità dell’uomo. Tutti possono sbagliare, credo che tutti, nelle dovute proporzioni, meritino una seconda possibilità. Alle invocazioni del buon ladrone, Gesù rispose con spirito di accoglienza e misericordia. Credo che dopo una lunghissima espiazione di pena, nel corso della quale un uomo non può non ripensare ai suoi errori, sia giusto far prevalere la vita sulla morte, la luce sulla tenebre.
2)Nel sentimento comune chi si macchia di un grave delitto dovrebbe stare dentro vita, voi che siete dentro a vita che cosa pensate?
Credo che lasciare dentro a vita una persona sia rispondere al male con il male e si finisce, quindi, per applicare le stesse deleterie azioni di chi il delitto ha commesso. Credo altresì che sia in contraddizione con le nostre stesse carte costituzionali, le quali il 3° comma dell’articolo 27 stabilisce che tutte le pene devono tendere al recupero del condannato. Credo anche (e cui mi competono le recenti tesi scientifiche), che le persone sono sempre soggette ad evoluzione e cambiamento. Siamo tutti addivenire e non ciò che siamo stati.
3) In ogni delitto c’è un prima e un dopo, chi eri prima e chi sei adesso?
Se faccio un viaggio a ritroso nel tempo, fino all’epoca del mio arresto è in dubbio che la persona che vedo sia molto diversa di quella di oggi. Alla persona impulsiva, a credere nei falsi idoli, dalla visione limitate della vera esistenza, mettendo in secondo piano la mia famiglia (moglie, figlie). Ha preso posto una persona diversa, responsabile, che il futuro è dedicato solo a moglie e figlie, una persona riflessiva e matura. Il mio cambiamento come persona consiste in questo: l’aver assunto piene consapevolezze dei tanti errori e devianze.
4) Una vita felice e ricca di soddisfazioni è possibile anche dietro le sbarre?
Penso che la libertà sia il presupposto del quale partire (non è detto che ci si riesca ovviamente) allo scopo di raggiungere la felicità e le soddisfazioni della vita. Il carcere non può mai darti queste cose, anche se può fartene scoprire di altre che altrimenti, forse non avresti mai saputo. In me regna l’infelicità giornaliera nella quasi totalità, escluso quel po’ di tempo limitato delle visita di mia moglie e figlie e nel ricevere una loro lettera. Non ci può mai essere una vita felice e ricca di soddisfazioni dietro le sbarre, dal momento che vengono meno è dura prova i sentimenti e le relazioni con le persone che ti amano.
5) Quanto conta la solidarietà tra ergastolani?
Come tutte le realtà in cui l’individuo condivide le stesse sorti con i suoi simili, lo stesso dolore, le stesse privazioni, gli stessi stati d’animo, anche tra ergastolani nasce spontaneo quel senso di solidarietà e mutuo soccorso. E naturale sia cosi. E’ molto importante questa solidarietà in quanto attenua di molto tutte quelle dure implicazioni che le condizioni di uomini privati della speranza comporta. Allora diventa quasi vitale, per l’elemento dello spirito, una parola detta al momento giusto, lo scambio di piccoli oggetti ai quali si impara a dare il giusto valore e tante altre piccole attenzioni quotidiane.
6) È opinione diffusa che solo il reo pentito meriti di essere reintegrato nella società. Ma qualora manchino i segni del pentimento, è giusta la scarcerazione?
Seneca scriveva che “avere coscienza delle proprie colpe è il primo passo verso la salvezza”. Il punto è a mi avviso, come arrivare a questo riconoscimento. Quali sono le modalità e gli standard che possono far ritenere raggiunto il riconoscimento di cui parliamo. E’ chiaro che se l’unico parametro per stabilire l’avvenuto ravvedimento del detenuto condannato all’ergastolo ostativo sia quello della collaborazione con la giustizia, della delazione, siamo in presenza di una visione manichea che non tiene conto delle molteplici sfumature dell’animo umano di ogni singolo. Si può essere ravveduti e pentiti di cuore, senza per questo essere collaboratori di giustizia o delatori. La scarcerazione è giusta anche mancando i segni di pentimento, perché la persona dai 20 ai 30 anni di detenzione non è più la stesse è cambiata.
7) Che cos’è il pentimento?
Il pentimento, quello vero, puro e sincero, che scuote fino al perdono di ogni nostra fibra, è come scoprire la luce dopo l’esperienza del buio. E’ un percorso interiore che porta a modificare gran pare del proprio essere e vedere sotto una nuova luce tutto ciò che circonda. E’ ascoltare la propria voce interiore che prima si ignorava. Quella voce dello spirito che sempre suggerisce ad ogni uno di noi la giusta via da percorrere, ma che spesso si ignora per comodità, per egoismo.
8) Brucia più il delitto o la reclusione?
All’inizio è la reclusione a bruciarti perché, non avendo ancora intrapreso quel cammino lento ed inesorabile delle rivisitazioni delle propria esistenza, ti guida lo spirito di autoconservazione che ti porta a proteggerti dal duro impatto del carcere. Col tempo, abituandoti ed istituzionalizzandoti alla detenzione, alla reclusione, brucia di più senso di colpa per le iniquità commesse.
9) Come si viene a patti con il rimorso?
Credo che col rimorso ci si debba rassegnare e convivere per sempre. Il rimorso è un tormento che continuerà ad essere presente, vita natural durante.
10) Cosa significa per voi la parola “rassegnazione”?
Se per rassegnazione si deve intendere l’accettazione di una dolorosa situazione che noi stessi si è contribuito e creare, allora mi sento di rispecchiarmi in quanto stato d’animo. Ma allo stesso tempo, non credo la si debba vivere e subire passivamente, perché ritengo che aspirare al miglioramento delle persone sia doveroso per l’individuo. Sia per se che per le persone che continuano a credere in lui.
11) Come pensate di poter emendare il male inflitto?
Penso che l’unico modo per poter emendare il male inflitto, anche se non lo si potrà mai fare in pienezza, sia quello di volgere le proprie azioni al bene. Un sostegno di aiuto per i più bisognosi, dedicarsi un domani se viene concesso una seconda possibilità al volontariato aiutando i poveri, i senza famiglie, senza fissa dimora.
12) Quali sono le cose che vi mancano di più della vostra vita prima della prigione?
Quello che più mi manca della mia vita prima della prigione sono i miei genitori che sono venuti a mancare, mio fratello invalido al 100% dalla nascita, la mia famiglia tutta (in particolare moglie e figlie), sono loro il mio tormento giornaliero.
13) E’ importante mantenere un collegamento con il mondo esterno?
Sì. Per un detenuto ergastolano, il cui peso della condanna è un impatto devastante psicologicamente, sentirsi ancora parte della società è a dir poco vitale. Ben vengano perciò i rapporti con il mondo esterno per far sì che il condannato non si “scolli” mai della società di cui dovrebbe continuare a far parte ed in seno alla quale, un giorno (secondo la nostra costituzione), dovrebbe ritornare.
14) Cosa può fare chi vive fuori dal carcere per avere un contatto con voi?
L’art.17dell’ordinamento penitenziario L.26 luglio 1975, n.354 prevede la partecipazione di privati, istituzioni, associazioni pubbliche o private all’azione rieducativa. Chiunque sia animato da questo spirito, ha la possibilità di chiedere l’autorizzazione al direttore del carcere e, se autorizzato, potrà intraprendere il contatto con i detenuti secondo un progetto ben stabilito. Questa è una previsione dell’altissimo profilo culturale e civile che vada sempre più incoraggiate e messo in atto.


Risponde Pasquale De Feo (Carcere di Catanzaro)

 

1) Voi che non avete avuto misericordia ora chiedete misericordia, in nome di che cose?
La domanda è posta male, sia perché parte dalla certezza della colpevolezza e sia che viene mischiata la religiosità con una pena disumana. Sappiamo tutti gli orrori del passato, quando la religione cattolica giudicava fatti terreni come opere del diavolo. Non mi risulta che abbiano avuto misericordia di tanti poveri infelici, trucidati in modo orribile solo perché la pensavano diversamente. Parliamo di milioni di vittime innocenti. La prima parte della domanda è posta come se chi commette un reato sia un essere crudele che gode nel farlo. Il reato non ha niente a che vedere con la persona, come diceva bene Don Benzi: “ la persona non è il suo reato”. Nessuno nasce cattivo e delinquente, i fattori sono tanti che possono scaturire o far commettere un reato o imboccare un percorso illecito, ma è palese che non lo si può essere per sempre, anche scienza l’ha certificato affermando che dopo 20 anni non si è più la stessa persona. Chi pensa diversamente è un criminale, perché solo i fanatici credono che niente sia immutabile. Il sottoscritto non chiede misericordia e ne l’ha mai fatto, ma solo una pena giusta secondo i parametri Europei, come stabilisce anche la Costituzione e la Convenzione Europea. Un religioso che fa una simile domanda mi fa pena, come uomo non lo giudico perché lo fa da se. La misericordia è provare una profonda compassione per l’infelicità del prossimo e cercare se è possibile di alleviarla. La compassione è sentirsi con il cuore vicino alle sofferenze del prossimo, con il desiderio di aiutare a porre fine. Non tutti conoscono queste virtù perché il fanatismo offusca la ragione e la vista, rendendo crudeli e cimici tutti quelli che credono che esiste una sola verità. Mi sono imposto da tanto tempo di rispettare il prossimo, non sono ipocrita, di amarlo non avendone la forza e le capacità, ma è deprimente che chi dovrebbe insegnarci queste virtù non ha la capacità ne di rispettare e ne di amare il prossimo. Un buon cristiano si dovrebbe attenere a ciò che disse Gesù: “non giudicare” ed essere compassionevole con tutti. Preferisco avere a che fare con criminali onesti che con onesti ma crimine nell’animo. Le auguro buona vendetta se ciò l’aiuterà a colmare il vuoto di affetto e amare chi non ha mai conosciuto.


2) Per chi uccide un uomo, chi è l’uomo?
Tante volte ho visto in TV i religiosi benedire i soldati che andavano in terra straniera ad uccidere gente inerme, e nelle omelie chiamati “profeti di pace”, mi suona strano che un soldato possa essere un profeta, addirittura di pace; tacito scrisse: “Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace”, i soldati solo così possono portare la pace. Sono sotto gli occhi di tutti le immagini della Somalia, Libano, Iraq, Afganistan ecc., dove la tortura e le uccisioni era normale pratica quotidiana. Mi chiedo: hanno più colpa i soldati che sono mandati e comandati a commettere queste atrocità o i politici che li mandano e i religiosi che li benedicono, legittimando moralmente e spiritualmente? Nella feroce repressione del Meridione che si perpetua ciclicamente da 150 anni, nei rastrellamenti che effettuano non badano troppo alle prove, perché i servi delle Colonie non hanno diritti; il Meridione è una colonia anche con il pieno consenso della Chiesa. Personalmente credo che la vita sia un dono divino e nessuno ha il potere di toglierla, neanche Dio, pertanto sono contro la morte da qualsiasi pulpito viene, perché non ci sono uccisioni giuste e quelle sbagliate. Sono accusato dell’omicidio di un boss della Camorra, sono innocente, anche se ha poca importanza perché quando la pena è definitiva, per la legge sei colpevole. Avendo scontato 30 anni di carcere ho pagato ampiamente i miei errori di una vita sbagliata. Sono due volte innocente perché i metodi delle procure, dei tribunali e le torture del 41 bis nei carceri, anche se fossi stato il peggior criminale sono diventato allo stesso tempo vittima e innocente.


3) Nel sentimento comune, chi si macchia di un grave delitto dovrebbe stare dentro a vita, voi che siete dentro a vita cosa pensate?
Il sentimento comune si costruisce, politici e religiosi sono molto bravi nel realizzarlo. Seneca scriveva che: “La gente è una bestia selvaggia che non vuole giustizia ma sangue”, aggiungo che la gente lo diventa perché i pifferai di turno li rendono tali per usarli per i loro interessi. Negli ultimi 20 anni ci sono stati tanti Savonarola che hanno mirato alle viscere della gente per tirare fuori gli istinti primordiali per creare il clima di caccia alle streghe con roghi e camere di tortura, per mortificare migliaia di persone che seppure avessero sbagliato, non sono colpevoli dei problemi del paese, i responsabili sono dei altri, ma lì usano con una martellante azione mediatica affinché siano tali e diventano la cortina fumogena per nascondere i veri responsabili dello squallore in cui hanno fatto cadere l’Italia, il degrado etico e morale ha raggiunto livelli inaccettabili, non c’è autorità morale che possa alzare la voce e tuonare contro i mercanti del tempio “il sistema ha fagocitato tutti nel suo cinico e crudele mercenario”. L’opinione pubblica è pilotata da chi gestisce il potere “ chiesa, sindacati , banche, confindustria e politica”. Il popolo subisce non avendo i mezzi per opporsi a questa perversa macchinazione. Credo che 20 anni di carcere sia una pena equilibrata, ma purtroppo non siamo nella civilissima Norvegia di religione Luterana, ma siamo in Italia dove la culla del diritto si è trasformato in un cimitero e la religione è cattolica.


4) In ogni delitto c’è un prima e un dopo: chi eri prima e chi sei adesso?
Ero uno delle migliaia di ragazzi meridionali sacrificati sull’altare della discrepanza della colonia del Sud Italia. La povertà e l’ignoranza ti fa vedere le cose sotto altre prospettive, gli sbocchi per una affermazioni sociale sono la rassegnazione di una vita precaria o cercare di scalare i gradini della società come gli squali della finanza senza badare ai mezzi. Vedere i figli dei notabili avere tutto come un diritto divino, l’arroganza dell’élite locale e la prepotenza contro la gente, ha influito molto sulla psiche di un ragazzo. Ho usato la scorciatoia per arrivare in cima , la caduta è stata piena di sofferenze, dolori e brutalità. Volevo cambiare il mio mondo, dare benessere e serenità alla mia famiglia, invece il mondo ha cambiato tutta la mia vita. Oggi dopo aver capito tramite la conoscenza, che la mia disgrazia non è frutto della mia volontà ma del sistema coloniale creato nel meridione, dove non ci sono le stesse opportunità del Nord, anche se non sono diventato uno scienziato riesco vedere la vita sotto prospettive diverse, anche per un affermazione sociale. Sono trascorsi 30 anni ma lo Stato non ha cambiato una virgola nei suoi interventi, solo repressione, d’altronde è l’unica vera industria che funziona a pieno regime senza flessione nel meridione.


5) Una vita felice e ricca di soddisfazioni è possibile anche dietro alle sbarre?
No! Assolutamente no. Sfido chiunque ad essere felice legato alla catena come un cane, anche se fosse d’oro. La culla naturale dell’uomo è la libertà, togliere questo diritto l’essere umano non potrà mai essere felice. Le soddisfazioni che si possono raggiungere non hanno nulla a che vedere con la felicità. Il carcere non solo distrugge la persona ma anche tutto il mondo che lo circonda. La sensazione, le emozioni, le percezioni e tutto ciò che una persona libera vive in modo naturale in carcere sono falsate. Gli anni di carcere disgregano famiglie, sentimenti e amicizie diventando un’altra pena da scontare, senza dimenticare la castrazione sessuale a cui si viene costretti, ma imposizione non contemplata nella pena pertanto una sofferenza aggiuntiva. A tutto ciò si aggiungano le torture del 41 bis e gli abusi arbitrari delle baronie carcerarie, perché ogni direttore interpreta e applica le leggi e i regolamenti secondo il suo metro di giudizio. Il carcere è già un abominio di suo ma con tutto ciò si cerca di renderlo il più afflittivo possibile. I cappellani degli istituti di pena conoscono bene la realtà, quella reale e non la solfa artificiosa che spendono a piene mani i funzionari del ministero.


6) Quanto conta la solidarietà tra ergastolani?
La comunità carceraria non è composta solo da ergastolani; tra noi fine pena 9999 ci sono sensazioni simili e ciò alimenta la solidarietà tra di noi. Nella sofferenza, principalmente di chi non ha più futuro, la solidarietà è un collante spontaneo che viene dal cuore. Tutte le personalità arrestate, anche se rimangono poco tempo in carcere, la prima cosa che decantano una volta scarcerati è la solidarietà ricevuta dai reclusi. L’ultimo che ricordo è l’On:le Alfonso Papa, rimase talmente impressionato dalla solidarietà ricevuta che una volta scarcerato è andato spesso a fargli visita, anche il giorno di Natale. E’ stata meritoria la denuncia sull’inferno del carcere di Poggioreale: “una vergogna europea”. Anche il cappellano di Poggioreale Don Franco Esposito ha denunciato le spaventose condizioni del carcere e del sistema penitenziario. La società avrebbe molto da imparare dai reclusi sulla solidarietà.


7) E’ opinione diffusa che solo il reo pentito meriti di essere reintegrato nella società. Ma qualora manchino i segni del pentimento, è giusta la scarcerazione?
La disastrosa situazione della giustizia e delle carceri è tutta colpa di una minoranza giustizialista che fa opinione perché sono molto potenti, hanno il concetto che una persona perbene deve essere delatore, il loro modello è l’ex Germania dell’est, chi collaborava con la STASI (polizia segreta) e spiava e accusava tutti anche i familiari, era un ottimo cittadino, chi non lo faceva diventava un nemico dello Stato, un mostro senza diritti da perseguitare. Con questo concetto hanno creato abomini incredibili che hanno pagato con la rovina, torture e sofferenze migliaia di persone. I cosiddetti pentiti, indirizzati e pilotati dall’apparato della repressione, adoperando l’infame art. 41 bis (associazione mafiosa) un reato senza reato che per essere condannati basta la parola di questi mascalzoni trasformati in eroi, che hanno legittimato tanti rastrellamenti nel meridione. Commettere un reato se ne paga la sanzione, le premiazioni a certi individui perché mettono decine di persone al loro posto per non scontare la condanna dei reati commessi, questo non è pentirsi dei propri errori, ma essere la faccia della società. Ci si pente davanti a Dio dei propri errori se è un credente, e non accusando tanti poveri infelici aumentando i suoi errori, orrori. Questo meccanismo perverso protetto con vigore dell’apparato repressivo, è diventato un business di centinaia di milioni di euro senza nessun controllo, ma pagato a caro prezzo da chi ci finisce dentro, si viene stritolati anche economicamente. Ci sono centinaia di episodi, ne cito uno solo: il famoso pentito Scarantino reso tale dalle torture subite a 41 bis all’isola di Pianosa, a niente valsero le 33 denuncie dei familiari alle Procure di Firenze e Livorno, tutte insabbiate dal Procuratore Pierluigi Vigna. Il suo racconto sulla strage del Giudice Borsellino era tutto inventato, ma chi lo costruì come pentito? E gli suggerì tutti i particolari? Solo chi aveva tutta la documentazione, la DDA di Caltanisetta. Nel frattempo le persone accusate da lui sono state all’ergastolo e torturate al 41 bis per 20 anni, l’apparato repressivo con il suo potere ha fatto scendere il silenzio, ormai possono questo e altro. Di questi pentimenti meno famosi ce ne sono stati a centinaia, tanti di questi figuri si sono macchiati di reati gravissimi,alcuni anche centinaia di omicidi, hanno scontato pochi mesi e rimessi in libertà. Per fortuna siamo di un paese laico e non confessionale pertanto la giustizia non c’entra niente con il pentimento che è un fatto religioso.


8) Che cos’è il pentimento?
Un essere umano che prende coscienza di aver commesso un errore. Lo ammette a se stesso e si ripromette di non farlo più, avendo compreso di aver sbagliato. Il credente si pente davanti a Dio facendo mea culpa, promettendo di non incorrere più nell’errore, per chi ha fede e un peccato e cerca di espiare la colpa con la preghiera e le buone azioni. I pentiti di giustizia sono un’altra cosa, è un mercimonio che ha ridotto la giustizia alla mercede di tristi figuri, usati dalle procure speciali (DDA) secondo i loro fini, i cosiddetti pentiti si fanno strumentalizzare per sempre di più. Questo indecoroso mercato continua sulla pelle di migliaia di persone quasi tutti meridionali,come sempre.


9) Brucia più il delitto o la reclusione?
La reclusione è una conseguenza all’errore commesso, si soffre per la perduta libertà ma principalmente nelle condizioni che si è costretti a scontarla, psicologicamente la si legittima anche se si contesta l’illegalità diffusa nel sistema penitenziario. I delitti o i reati possono far soffrire quando si acquista la consapevolezza del reato fatto; che bisogna dividere in due categorie, anche se questo non li legittima. Lo scontro tra bande in determinati contesti sociali e la logica conseguenza dell’emarginazione prodotta dall’incuria voluta dallo Stato,purtroppo si innesca la logica della giungla “la sopravvivenza prima di tutto”, si è colpevoli inconsapevoli. Le violenze sui bambini, donne, popolazioni inermi per credenze religiose o ideologie politiche e razzismo, creano situazioni che sfociano in barbarie. I pedofili, gente malata, l’unica spiegazione che so dare anche se penso tutto il male possibile, più criminali sono le persone che li aiutano a non essere perseguiti dalla legge, principalmente quando lo fanno le religioni. La chiesa cattolica ha da fare tanti mea culpa per i tanti pedofili che ha protetto, ciò ha disgustato il mondo intero. I religiosi benedicono i soldati che bombardano, moralmente ne sono responsabili. Come le barbarie commesse in nome di Dio o in nome di una ideologia, aizzati da religiosi e capi popoli. Altrettanto i massacri per razzismo, benedetti dai religiosi, politici e potere economico. Il divieto di vietare da parte della Chiesa i preservativi in Africa, ha causato con l’AIDS circa 25 milioni di morti e il doppio di infettati, è stato il più grande genocidio della storia. La Chiesa nei secoli ha appoggiato tutte le dittature del mondo, tranne quelle comuniste: da Hitler, Mussolini, Franco, Pinochet ecc.,per rammentare solo quelli più recenti. Non mi risulta che ci sia stato un mea culpa della Chiesa ma lo stesso si erge ad autorità morale. Le ideologie politiche,principalmente quelle comuniste, hanno legittimato centinaia di milioni di morti, senza nessun pentimento, addirittura chi ieri esaltava Stalin, Mao, Ceausescu, ecc: il presidente Napolitano, Veltroni, D’Alema ecc. si siedono in Parlamento e parlando di democrazia e diritti umani, senza aver mai fatto mea culpa per la responsabilità morale per le tante barbarie prodotte dalla loro ideologia. Il razzismo ha prodotto sempre orrori e odi feroci, come quello antimeridionale inventato da quel criminale di Cesare Lombroso, usato per legittimare il genocidio da parte dei piemontesi dopo l’ignobile conquista del meridione: un milione di morti, mezzo milione di arresti, saccheggio selvaggio di tutte le risorse economiche, la distruzione sistematica di tutti i mezzi di produzione, la ridicolizzazione della storia secolare (sette secoli) del Sud, il calpestamento della cultura, tutto per creare una colonia stile africano, per ridurci in servi Ilotici, quali siamo ancora. Tutti ne hanno tratto interessi, tra cui anche la Chiesa, e nessuno ha fatto un mea culpa per le barbarie commesse, ancora oggi vige il segreto di Stato dopo 150 anni, di cosa hanno paura se tutto si è svolto come ci raccontano con l’epica “favoletta” risorgimentale? Io sono uno dei tanti meridionali costretti dal sistema coloniale a sbagliare, ed è questo che mi brucia, capire di essere una vittima predestinata senza saperlo. Ma quello che mi brucia di più è che nulla è cambiato e migliaia di ragazzi meridionali sono destinati a fare la mia stessa fine. Gesù disse “non guardare la pagliuzza negli occhi degli altri, ma guarda al tronco che hai nei tuoi occhi”. Se anche i religiosi si mettono a giudicare invece di comprendere, credo sia iniziata la fine di un’era.


10) Come si viene a patti con il rimorso?
Trascorso il tempo della gioventù che ci fa credere che il mondo è nostro dove tutto ci è possibile e l’agire viene prima di pensare dovuto al delirio di onnipotenza dell’età. Allora si inizia a riflettere su ciò che è stato e si è fatto maturando la consapevolezza di una vita buttata e il rimpianto dell’esclusione dalla naturale competizione dell’esistenza, impedito da interessi di potere che hanno creato un emarginazione economica e razzista. Trovandomi in un carcere del Nord, dove le istituzioni locali mi facevano sentire un cittadino, ho iniziato a riflettere a pormi delle domande ma non sapevo rispondere. Mi chiedevo perché al Sud non ci sono le stesse possibilità del Nord; perché gli investimenti nella misura dell’80% dello Stato vengono fatti al Nord; perché le briciole destinate al Sud hanno risonanza mediatica talmente elevata che oscurano quelli fatti al Nord; perché tutti gli appalti dello Stato sono assegnati alle ditte del Nord che investono i guadagni al Nord; perché i reclusi italiani sono tutti meridionali; perché il 100% dei sepolti vivi nel regime di tortura del 41 bis sono meridionali; perché il meridione è in queste condizioni; perché nessuno tuona contro questo sistema; perché anche la Chiesa sta zitta. Non riuscivo a capire e ciò ha alimentato il desideri odi conoscere e sapere, ho iniziato a leggere libri in merito e ho appreso che a scuola mi avevano insegnato una storia mentoniera e bugiarda, tutto il risorgimento era una favola, tragica ma inventata per nascondere crimini orribili. Ho compreso perché mi trovavo in carcere e ho dato le risposte a tutte le mie domande, tutti i problemi del Meridione anche quelli attuali sono iniziati con l’unità della penisola e la creazione della colonia. Paradossalmente la conoscenza ha fortificato il mio animo e assolvendomi dal passato e trasformando il mio ruolo in vittima. Nel Meridione lo Stato si è affrancato dal suo ruolo affinché si evolvesse il degrado e lo presentasse come una degenerazione etico-generazionale, un metodo usato all’inizio di questo Paese “erano tutti briganti”, ora continuano “sono tutti mafiosi”. Una cortina fumogena per nascondere il sistema coloniale e il razzismo strisciante istituzionalizzato da leggi repressive. Quando si istituzionalizza l’oppressione Ilotica il meccanismo e di mostrificare chi la subisce, per legittimare agli occhi della popolazione il crimine che si perpetua. Mi chiedo e lo chiedo, sono io e migliaia di migliaia di ragazzi meridionali a dover avere rimorso?


11) Cosa significa per voi la parola “rassegnazione”?
Il sistema penitenziario cerca in tutti i modi di convincere i reclusi ad adattarsi e rassegnarsi. Personalmente non mi sono mai rassegnato, ne aggrappato alla speranza ma ho cercato sempre di lottare. All’inizio con la mia ignoranza facevo il gioco del sistema perché non avevo i mezzi culturali e ne le conoscenze delle norme e dei regolamenti. Oggi anche se autodidatta ho qualche rudimento per lottare e difendermi dagli abusi sistematici delle carceri. Anche se i media censurano la notizia; il sistema penitenziario è il luogo più illegale del Paese. Tutti gli addetti ai lavori lo sanno come tanti politici ma nessuno fa niente per sanare questa nefandezza che ci fa vergognare in Europa.Infine non ci si può rassegnare alla cattività, siamo nati liberi, nostro elemento naturale.


12) Come pensate di poter emendare il male inflitto?
Tutte le domande a cui ho risposto fino adesso, non solo sono cattive e dettate da un fanatismo malato ma traspare un credo simile a quello dei tribunali dell’inquisizione. Un reato non è un peccato, con il reato si infrange il patto che ogni cittadino stipula alla sua nascita con la comunità, ed è ad essa che deve sanare il debito, e non alla Chiesa. Il male non si può combattere con altro male, ma solo con il bene, come insegna Gesù, che tanti religiosi con i loro dogmi di violenza hanno dimenticato. Certi religiosi hanno nostalgia delle camere di tortura e dei roghi nelle piazze, e pertanto ritengono che chi non emendi i suoi errori a Dio sia un soggetto da immolare al rogo, oggi può essere quello mediatico del carcere, della gogna sociale e dall’esclusione dalla vita pubblica. L’art. 27 della Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione; la cittadinanza paga le tasse per avere anche il servizio della rieducazione nelle carceri. L’insegnamento al rispetto delle regole e che infrangerle è sbagliato; preservare il bene comune è interesse di tutti anche di chi ha commesso un reato, la rieducazione è farcelo capire. Per me questo significa emendare i miei errori, capire i miei sbagli e ripromettermi di non farli più.


13) Quali sono le cose che vi mancano di più della vostra vita prima della prigione?
Tutto. Dai miei affetti familiari, amori, amicizie, passioni, insomma la mia vita. Quello che non mi manca è il mio “lavoro” per guadagnarmi i soldi. Ho trascorso due terzi della mia esistenza in carcere, perdendomi tutte le emozioni della vita, questa consapevolezza mi riempie l’animo di rimpianti perché non potrò mai più recuperare tutto ciò che ho perso. Oggi comprendo di aver sprecato anche le mie capacità, avrei potuto sfruttarle diversamente creandomi un’attività che mi avrebbe consentito di avere una vita decorosa e felice. Purtroppo rimuginare sul latte versato non serve, bisogna solo fare tesoro dell’esperienza vissuta e adoperarla per costruire un futuro senza errori.


14) E’ importante mantenere un collegamento con il mondo esterno?
La vita è fatta di relazioni, senza diventa come una pianta senza acqua e muore. Relazionarci con l’esterno aiuta a non regredire culturalmente e umanamente rimanendo nella scia del progresso del mondo libero. Le persone libere possono darci tanto ma anche ricevere tanto, perché le sofferenze della cattività aprono il cuore alle sensazioni divine che ogni essere umano ha in se, ma emergono in situazioni particolari. Il carcere dovrebbe comprendere anche un’area dove le relazioni costruiscono la riconciliazione con tutta la società, in modo da responsabilizzare con fiducia i reclusi, tutto ciò è possibile con le relazioni esterne. Purtroppo essendo l’istituzione penitenziaria totale, non contempla nel suo DNA la funzione di fare interagire la società con il carcere, perché ritengono che il muro che lo delinea è un mondo a parte. La società e le istituzioni locali dovrebbero farsi carico di alimentare le relazioni sociali con i reclusi.


15) Cosa può fare chi vive fuori dal carcere per creare un contatto con voi?
Da alcuni anni collaborare con blog e siti per far sentire la nostra voce e informare la gente della realtà del carcere, anche per contrastare la disinformazione dei funzionari del ministero e dell’apparato repressivo. Abbiamo fondato alcune associazioni come “Liberarsi” e “Fuori dall’ombra”. L’associazione Liberarsi alcune volte all’anno stampa un giornalino “Mai dire mai” con i nostri scritti. La gente può seguirci in rete o scriverci direttamente in carcere. Il blog “Urla dal silenzio”, i siti sono “informacarcere” e “Carmelo Musumeci”. Ci sono anche tante realtà come “Ristretti Orizzonti” che stampa un magnifico giornalino, con un loro sito. La gente farebbe bene a interessarsi delle carceri perché con le migliaia di leggi che ci sono chiunque può infrangerne una e trovarsi a vivere l’esperienza della prigione, inoltre devono sapere come vengono spesi i soldi, sono impiegati male essendo che servono per tenere in piedi un apparato elefantiaco che somiglia a un carrozzone politico, pieno di sprechi, ruberie e privilegi, piuttosto che effettuare il servizio per cui il popolo paga. Quello che chiediamo è già contemplato nella Costituzione, nella Convenzione Europea, nei trattati internazionali e nelle leggi penitenziarie, ma siccome l’arbitrio del sistema è diventata la norma non vengono applicati. Quello che chiediamo è legalità, trasparenza e abolizione della tortura e delle leggi repressive e quindi chiediamo:
1) Legalità.
2) L’applicazione dell’art. 27 della Costituzione.
3) L’introduzione del reato di tortura nel C.P.
4) Pene adeguate ai parametri Europei.
5) L’abolizione della pena di morte dell’ergastolo.
6) L’abolizione della tortura del 41 bis.
7) L’abolizione dell’art. 4 bis.
8) L’abolizione dell’art. 416 bis.
9) Che la pena sia un periodo di insegnamento e non intesa solo come punizione, afflizione e tortura.

10) Di poterci rifare una vita dove vogliamo dopo aver scontato la pena, e non rimanere ancora prigionieri con infinite misure di sicurezza a scontare un altro ergastolo.


Quello che chiediamo è che il nostro Paese si avvicini alla civiltà dei paesi del Nord Europa, dove la legalità e rispetto dei diritti per tutti i cittadini in custodia carceraria sono un fatto naturale. Saluti a tutti voi e che la pace di Gesù non abbandoni i vostri cuori e la vostra serenità.



 

 

 

 

 


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