Domenica 15 Dicembre 2019
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Risposte alle domande della Psicologa della Casa di reclusione di Padova PDF Stampa E-mail
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Risposte alle domande della Psicologa della Casa di reclusione di Padova dott.ssa Donzella

 

1)Perché  non si è mai parlato dell’ergastolo ostativo?

2)Perché molti, anche chi dovrebbe, non conoscono l’esistenza degli “uomini ombra”?

3)Perché lo Stato parla di finalità educativa delle carcerazioni ma non dice che tutti i  detenuti non hanno le stesse possibilità?

4)Le legge uguale per tutti?

5)Questo percorso educativo efficace dovrebbe coinvolgere una persona con fine pena mai per riabilitarsi?

6)L’ergastolo ostativo come viene visto dalla chiesa?

7)Che pene ti daresti al posto dell’ergastolo, se tu fosse giudice di te stesso?

8)Le definizioni che recita la costituzione italiana che la pena deve avere finalità rieducativa è in sintonia con il fine pena mai?

9)E come un “uomo ombra” può agire l’assunto rieducativo della pena espiata?

10)Ti senti buono o cattivo?

11)Cos’è il carcere?

12)Come si coniuga il trattamento penitenziario e psicologico con fine pena mai?

13)Come vive un ergastolano con la mancanza di speranza?

 

Rispondono Giovanni Marfica e Nino Girgenti (Carcere di Parma)

 

1. Perché non si è parlato di ergastolo ostativo?

Perché è più facile rinchiudere centinaia di persone dentro un ghetto, togliere loro la parola, gli affetti, l’identità cambiando cosi, per sempre, il corso della loro vita piuttosto che aprire alla strada della legalità e dell’informazione. È un concetto difficile da trattare: la questione ergastolo bisogna affrontarla, bisogna viverla dal di dentro, solo in questo modo è possibile far comprendere all’opinione pubblica che è una condizione esistenziale che trasfigura il corpo e inibisce il pensiero. Nella quotidianità dei rapporti i sostenitori del “fine pena mai” hanno istituto un fronte nuovo, hanno interrogato la storia ed hanno decretato; “perché dobbiamo dar voce ai criminali?”, “perché dobbiamo avere clemenza?”. Oggi che la nozione di ostatività è venuta fuori e chi ne è condannato morirà in carcere, ci chiediamo quanti di coloro che erano favorevoli al fine pena mai siano disposti ad interrogare la propria coscienza. E quanti accetterebbero di aprire un confronto con abolizionisti dell’ergastolo, che a loro volta hanno scelto le parole all’interesse, la socialità e il sentimento di giustizia alla vendetta. Ci chiediamo, allora, quali strade è possibile intraprendere senza dover rinunciare alla propria identità, senza dover rinunciare a misurasi con identità altre.

 

2. Perché molti, anche chi dovrebbe, non conosce che esistono gli uomini ombra?

La maggioranza degli “uomini ombra” è stata condannata al fine pena mai per reati considerati di particolare rilevanza penale. La definizione “uomini ombra” è di recente esortazione. Ma la definizione porta con se identità che respirano, provano sentimenti, sperano quindi sono argomento di attualità. Chi dovrebbe, per ruolo istituzionale, politico o sociale. Conoscerne la situazione si limita, invece, alla sola elencazione di vita soppresse alla comunità di uomini e donne, decretandone la legittimità. Ma è anche vero che noi stessi, che viviamo sulla nostra stessa pelle la condizione di ostatività, poco facciamo affinché la nostra condizione sia argomento per l’apertura di un dibattito giuridico – culturale.

 

3. Perché lo Stato parla di finalità educativa delle carcerazioni, ma non dice che tutti i detenuti non hanno le stesse possibilità?

È uno dei paradossi italiani: nella teoria si parla di finalità rieducativa, di reinserimento del reo, di applicazione dell’articolo 27 della Costituzione; poi, però, si scrivono i decreto come 4 bis O. P. e le possibilità risocializzative e buoni proposti vengono annullati di colpo. In verità, la finalità rieducativa finisce nel momento in cui si oltrepassa la soglia dello strumento principe della "osservazione collegiale della personalità" condotto da un gruppo di esperti e allargata anche all’ambiente famigliare e sociale per entrare nell’equivocità della presunta collaborazione con la giustizia. Una linea di confine che vanifica l’intero percorso trattamentale di una vita per lasciare posto all’opportunità, all’interesse, alla via più breve. Dove sta allora la finalità rieducativa della pena!? Il senso di giustizia, il rispetto per la propria storia e per quella altrui? Allora il messaggio che viene dato è questo: chi si è dichiarato disponibile ad intraprendere un percorso trattamentale basato anche sui principi che la legge decreta, lo farà per anni, si creerà una rete sociale, cambierà modo di pensare, conseguirà un titolo di studio, e diventerà vecchio, poiché a nulla sarà valso tanto sacrificio, tanta buona volontà se non avrà collaborato con la giustizia. Finalità educativa possibile, possibilità nessuna.

 

4. Le leggi sono uguali per tutti?

Sia beninteso non è nostra intenzione aprire una discussione sul diritto penale, avremmo bisogno di uno spazio di cui non disponiamo. Vogliamo però mostrare la fatica di una civiltà in cui se le leggi per i potenti sono sfavorevoli, in pochi giorni, si riscrivono ad personam. usando il diritto come strumento di garanzia è possibile, invece, attivare leggi che siano eque, valide per tutti, soprattutto per le madri detenute che scontano la pena con figlio di pochi mesi di vita, oppure ergastolani bianchi che scontano la pena all’interno di ospedali psichiatrici giudiziari; persone catalogate come malate di mente e anche delinquenti. Già queste due definizioni di per sé costituiscono un chiaro segno di ingiustizia perché se uno è ritenuto malato ha tutto il diritto ad essere curato. Questi parametri di legge posseggono una sorta di follia che mostra quanto la giustizia, nel suo elaborato complesso di norme, possa essere precaria e disumana.

 

5. Questo percorso educativo efficace dovrebbe coinvolgere una persona con fine pena mai per riabilitarsi?

Fa tutto parte di una critica di fondo. La legge Gozzini, dopo la riforma carceraria del 1975 ha introdotto nei luoghi di detenzione la possibilità del lavoro e dei permessi fuori dal carcere: la cultura della dignità e della riabilitazione al posto della punizione e della pena. Oggi questo principio non esiste più. Le carceri sono diventate luoghi in cui l’oscurantismo penale prevale sulla riforma ed il concetto di legalità della pena è stato sostituito da forme repressive che ne hanno annullato il concetto stesso. Per riapplicare quella riforma, per mettere in pratica quell’utopia, per coinvolgere una persona con il “fine pena mai” bisogna aprire il carcere e non solo agli insegnanti, ma anche a registi, psicologi, animatori. Volontari e volontarie di tutte l’età e di tutte le culture e non per offrire pietismo o assistenza, ma per cambiare l’istituzione e le dinamiche, per aprire un contatto con l’altro. Non sappiamo se sarà possibile attuare una politica del genere, quello che sappiamo per certo è il prezzo terribile che si paga quando si risponde all’odio con la stessa moneta.

 

9. Come un “uomo ombra” può agire l’assunto rieducativo della pena espiata?

Ogni uomo è un essere pensante capace di recepire, elaborare, costruire. Se un proposito rieducativo è associato ad un programma di reinserimento basato sui concetti seri, quali il lavoro, lo studio, la formazione professionale, i rapporti con la famiglia, il tutto può rappresentare, nel suo insieme , lo strumento di riconquista del pensiero e può collocare la persona condannata anche nell’ambito di quegli interessi socio - culturali, lavorativi che riguardano la collettività.

 

10. Ti senti buono o cattivo?

Ci sentiamo dimenticati. È una sensazione che si percepisce nel momento in cui si varca la soglia del carcere. Da quel momento non esisti più, sei solo, perduto e in balia del nulla. Ma noi, nella piccola indifesa quotidianità cerchiamo di custodire la nostra identità, coltivando la speranza, senza odiare l’altro, anzi attivando uno scambio di pensieri su cosa rappresenti, in realtà, il carcere. Ma non è semplice. Dopo l’approvazione di alcune leggi speciali nel 1992, dopo le misure restrittive emanate nel articolo 4 bis O. P. i condannati per quei reati, ritenuti di particolare rilevanza sociale, hanno visto lacerata ogni forma di libertà personale, una privazione che ha coinvolto gli affetti famigliari, fino al punto da farci sentire provati anche nello spirito. Tanti anni di solitudine ti fanno crescere , cambi anche nel modo di affrontare la quotidianità. Capisci che è tempo di altri doveri, di altri messaggi: educazione alla liberta, al senso di giustizia, al rispetto per l’opinione altrui, alla fedeltà per le proprie idee. Buono o cattivo? Non ci sentiamo di pronunciarsi nel senso che ognuno di noi deve sempre lavorare per scoprire se stesso. Siamo però convinti che l’impegno per quanto stiamo facendo in tema di attività lavorative, sociali e scolastiche ci aiuterà a rompere il muro dell’alterità e contribuirà a determinare la possibilità di costruire attraverso gli affetti, l’istruzione il lavoro il ritorno nella società.

 

11. Cos'è il carcere?

È un luogo affetto da "miserie endemica" dedito a frequenti lotte di sopravivenza, abitato da una miriade di esseri pensanti, diversi tra loro, ma con una dignità propria oltraggiata dalla ristrettezza degli spazi che toglie ogni senso di umanità. E un mondo di contraddizioni, ma né incosciente né stolto, e tutta la conoscenza che noi possiamo avere di questa drammatica quanto inconcludente esperienza ci indica che il carcere è un “non luogo”. Un “non luogo” che ospita la gente positiva, conoscere nell’agire, pur nell’alone romantico di certe espressioni nei loro scritti, di certe ingenuità nei loro gesti, persone che hanno cercato negli anni una nuova forma di dialogo, un nucleo di pensiero e di azioni a cui legarsi, un’occasione per aspettare l’arrivo di un nuovo giorno.

 

12. Come si coniuga il trattamento penitenziario e psicologico con il fine pena mai?

La nostra opinione sul concetto di coniugazione del trattamento penitenziario e psicologico con il fine pena mai nasce dalla convinzione che il trattamento può e deve essere sentito da tutte le componenti interessate come un progetto da improntare su equilibri di idee, ma anche su proposte nuove in cui la discussione porti a modificazione anche del modo di pensare, di proporsi e di progettare idee per il futuro. Questo è uno dei motivi che ci spinge nel cercare di capire il pensiero e l’opinione di coloro che ci osservano quando - e succede spesso – il pensiero e l’azione degli osservati coincide con la mediocre intenzione di esibire una redenzione costruita sulla banalità dei propositi. La nostra angoscia (la nostra di chi scrive) si manifesta ogni qualvolta le nostre parole possono essere motivo di fraintendimento, a volte sgradite, ma hanno il pregio di essere oneste proposte di responsabilità e di sincerità nei riguardi di chi pazientemente svolge il lavoro psico–attitudinale di confronto e di sincero dialogo con i detenuti.

 

13. Come vive un ergastolano con la mancanza di speranza?

La ragione principale a cui ognuno di noi aspira è l’esigenza di un pieno reinserimento sociale, così da riconquistare (o veder restituita, laddove la carcerazione è materia subita ingiustamente) la dignità! Asseriamo che la pena, se collegata ad una concreta azione risocializzante meglio potrebbe tutelare la società civile in quanto promuoverebbe il dovere civico della responsabilità. Discutere di speranza quando si è stati condannati ergastolo è cosa difficile ma non impossibile. Tuttavia crediamo che solo attraverso un’azione lungimirante atta a sviscerare la paura di non rivedere la libertà può aiutare a credere sia ancora possibile trovare una ragione per ridare i colori ad un’esistenza segnata dal dolore.   

 

      

 

 

 

 

 


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