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Quanti morti ancora per far qualcosa per le carceri? PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 26 luglio 2010

Tre giorni fa un detenuto della casa circondariale di Catania si è suicidato in cella recidendosi la carotide. Dal 1 gennaio 2010 si sono tolti la vita 38 detenuti, 4 agenti penitenziari e un dirigente generale. E continua a farsi strada, nel cinismo generale, una domanda: quanti morti servono ancora per ammettere che non siamo più un Paese civile e fare qualcosa per le carceri? Un senatore del PDL ha presentato un disegno di legge per la concessione di un’amnistia e un indulto. Un’eresia, forse, per quanti sono convinti che dopo l’indulto del 2006 siano rientrati in carcere tutti.  Ma non è affatto così, la recidiva dell’indulto è stata intorno al 27%, meno di quella che c’è quando una persona sconta tutta la pena parcheggiata nelle nostre galere. E le galere come sono oggi fanno diventare le persone più pericolose di quando sono entrate, allora forse ci vorrebbe il coraggio di dire che bisogna mettere fuori un po’ di gente, per esempio i tossicodipendenti, e tenere dentro chi è realmente pericoloso per la società.

Un’amnistia per ridurre il danno da “malagiustizia”

Il Senatore Luigi Compagna del PDL ha presentato un disegno di legge volto alla concessione di un’amnistia e un indulto. Un atto politicamente “ingombrante”, ma anche coraggioso e meritorio di attenzione. L’amnistia non è stata concessa con l’approvazione dell’indulto del 31/07/2006, l’ultima è datata 12 Aprile 1990. Sono passati oltre 20 anni, la popolazione carceraria è cambiata, l’arrivo in Italia di tanti immigrati ha determinato un uso del carcere sempre più allargato anche per reati “minori”, e leggi sempre più punitive. Tutto ciò ha portato a un inumano aumento degli abitanti delle carceri, con una violazione dei più elementari diritti, con celle omologate per  una persona che ne contengono almeno 3-4-5. Oggi mancano medicine, hanno tagliato i fondi per i programmi per i tossicodipendenti, non c’è personale che possa seguire davvero le persone detenute. Il detenuto vegeta in uno stato catatonico 20 ore al giorno in cella, viene spesso riempito di psicofarmaci, e resta così inerme, incapace anche di lamentarsi delle condizioni in cui vive.  
Ogni giorno il totale dei detenuti costa circa 11 milioni di euro, prelevati dalle tasche dei cittadini per pagare un sistema che non funziona. Ogni anno ci sono dalle 170.000 alle 200.000 cause penali che vanno in prescrizione, la spesa supera gli 80 milioni di euro per non celebrare dei processi che si sono protratti troppo a lungo senza arrivare a una sentenza definitiva. Ogni anno lo Stato spende 38 milioni di euro come riparazione verso persone vittime di ingiusta detenzione o errori giudiziari. Dire allora che non si vuole un’amnistia per sanare, almeno in parte, questo sistema, è un po’ ipocrita. I procedimenti penali giacenti presso i tribunali italiani sono più di 3.500.000, e un’amnistia porterebbe un considerevole sgravio dei procedimenti pendenti, che altrimenti saranno in buona parte prescritti, ma anche un considerevole risparmio economico, e questo è un secondo buon motivo. Un terzo buon motivo riguarda il diritto alla vita. L’osservatorio permanente sulle morti in carcere comunica che dal gennaio 2000 ad oggi si sono verificati 593  suicidi nelle carceri. Lo Stato garante della sicurezza dei cittadini non riesce a garantire la vita ai detenuti. Ma non solo, negli ultimi tre anni 23 agenti si sono tolti la vita. Lavorare per lo Stato non garantisce la vita neppure ai suoi dipendenti. Questi sono in un certo senso “suicidi di Stato”, indotti da una condizione insopportabile sia per chi la deve subire, sia per chi è chiamato a gestirla. In un mondo, quello del carcere, regolato da emergenze continue, l’unica libertà diventa la scelta di morire. Quando un detenuto si vede esposto a sofferenze che la legge non prevede, entra in uno stato di rabbia verso tutto quello che lo circonda e verso se stesso. La detenzione dovrebbe avere come funzione essenziale la responsabilizzazione dell’individuo, ma se non si pensa al detenuto inserito nella società, se lo si lascia solo parcheggiato in galera, si crea un’esistenza contro natura, inutile e pericolosa.
L’approvazione del disegno di legge su amnistia e indulto può aiutare a ridurre i danni che la gestione della giustizia giornalmente produce. Uno Stato forte non deve avere paura di produrre legalità e sicurezza anche attraverso atti di clemenza. Soprattutto quando è lo Stato stesso il primo che viola i diritti dei suoi cittadini, producendo illegalità all’interno degli istituti chiamati a punire proprio chi la legalità non l’ha rispettata.

Franco Garaffoni

Certezza della pena solo per i disgraziati

Sono stato arrestato nel 1999 per una “informazione confidenziale” a seguito della quale sono stato trovato con della droga e una valigia con armi. Sono stato accusato di traffico d’armi e di droga, anche se in realtà armi e droga li avevo solo custoditi per pochi soldi, che alla fine non avevo nemmeno ricevuto, ero responsabile, certo, ma non un grande trafficante. Non avendo denaro per ingaggiare avvocati come Pecorella o Ghedini, e non avendo amicizie importanti e influenti, è “normale” che sono stato condannato a una pena enorme che sto ancora scontando. Ma magari nessuno mi crede ed è più facile pensare che l’importante è che sia stata fatta giustizia e che la mia condanna sia stata “esemplare” e abbia superato i venti anni di carcere.
Ho raccontato questa storia per testimoniare che in Italia per qualcuno c’è la certezza della pena eccome. Quante volte ho pensato che, se avessi avuto soldi, avrei potuto pagare per screditare chi mi accusava, oppure rivolgermi alle persone “giuste” che potevano aggiustare le cose e farmi evitare questa fine, o almeno tirare in lungo i processi e rinviare la galera per anni. Certo, se avessi avuto molto denaro mi sarei fatto ricoverare in ospedale, invece che restare in carcere, dato che sono cardiopatico, con pressione alta, con diverse ernie tolte, e ho subito parecchi interventi chirurgici a una gamba e ai piedi per una invalidità congenita. Ma ci volevano soldi e le amicizie per aprire le “vie infinite”, come quelle che ha trovato il signor Carboni, recidivo del caso Calvi, o di recente altri “detenuti illustri”, che dopo pochi giorni di carcerazione si scopre che sono ammalati e il loro stato non è compatibile con il nostro regime carcerario a “cinque stelle”. Cosa che non si è verificata nel mio caso, nessuna pietà o sensibilità.  
Avrei preferito anche io il soggiorno nel Castello della Crescenza al carcere a “cinque stelle” dove sono tuttora richiuso, in una cella di circa 9m² con quaranta gradi di caldo, con altre due persone che non capisco se sono stravolte più dagli psicofarmaci o dal malessere del carcere. A questo punto mi chiedo per quanto tempo ancora, in un Paese come l’Italia, dove si dice che non c’è certezza della pena,  a fare la galera fino all’ultimo giorno saremo sempre noi poveri.

Milan Grgiç

L’inutilità delle condanne che arrivano anni dopo il reato

Sono stato arresto nel febbraio del 1999, scarcerato nel febbraio del 2000 per decorrenza dei termini di custodia cautelare, e l’inizio effettivo dell’espiazione della mia pena è stato nel febbraio del 2009. Sintetici nella loro assurdità e drammaticamente reali per chi li subisce, questi pochi dati testimoniano più di tante parole prima il disastro giudiziario, e quello carcerario dopo, in cui versa la giustizia in Italia.
Il mio caso è uno degli innumerevoli episodi dei tempi biblici della giustizia italiana, ed è paradossalmente molto più interessante se analizzato dal punto di vista della “parte sana” della società, cioè di tutte quelle persone che teoricamente dovrebbero essere garantite dal sistema delle pene, che punisce gli autori di reato.
A chi giova una carcerazione procrastinata di 10/15 anni rispetto al momento in cui è stato commesso un reato? In che misura un provvedimento giudiziario di questo tipo risponde alle intenzioni del legislatore che formulò con lungimiranza l’articolo 27 della Costituzione, quello che parla dell’importanza della rieducazione del reo? Come inciderà su chi lo subisce e di conseguenza che tipo di garanzia può rappresentare in prospettiva futura per la società?
Nello spazio temporale di 10 anni che ho trascorso da libero prima della condanna, in che maniera era tutelata la società visto che ora mi trovo a scontare una pena di dieci anni, quindi per un reato non da poco?
L’atteggiamento spesso pilatesco della classe politica, il garantismo riservato per lo più a pochi privilegiati, fenomeni sociali come l’immigrazione governati prevalentemente con l’uso esagerato della galera, hanno portato la giustizia sull’orlo del collasso. Il mio caso è un’infinitesima parte di questa catastrofe. Sarebbe il momento di cambiare finalmente direzione, il momento in cui la società pretenda un funzionamento della giustizia degno di un paese del XXI secolo e non di una comunità medioevale. Indulto e amnistia non sarebbero regali ai criminali, ma uno strumento indispensabile per sanare oggi almeno in parte i disastri commessi ieri, da chi ha pensato al carcere solo in termini di propaganda elettorale.
Un provvedimento di amnistia unitamente ad una revisione organica del Codice penale, sono strumenti necessari per decongestionare un sistema oberato da milioni di processi ancora da celebrare e viziato da 200.000 prescrizioni all’anno.    

Oddone Semolin
 

 

 

 

 


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