Sabato 06 Giugno 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

 

 

Da queste carceri può uscire solo gente incattivita PDF Stampa E-mail
Condividi

Il Mattino di Padova, 2 agosto 2010


Di settimana in settimana a osservare la situazione delle carceri si ha la sensazione di affacciarsi sempre più sull’orlo di un baratro. Per questo non abbiamo nessuna paura di parlare ancora di una misura impopolare come l’indulto: perché se qualcuno non prende il coraggio di fare cose impopolari, le carceri diventeranno ingovernabili, e chi ne uscirà sarà davvero molto più rabbioso, incattivito, delinquente di quando ci è entrato.

Oggi le carceri sono solo scuole del crimine

Bisognerebbe ogni tanto domandarsi se uno Stato civile, una collettività democratica, può arrogarsi il diritto di detenere delle persone nelle galere, calpestando impunemente le leggi, prima fra tutte la Costituzione.
Oggi le carceri sono criminogene e al loro interno impera l’università del crimine, perché sono nel totale abbandono, ci sono dai 25.000 ai 30.000 detenuti in più della loro capienza, la rieducazione è quasi a zero, si tengono persone a vivere in una promiscuità spaventosa, il nostro Paese viene condannato dalla Comunità europea perché ha superato ogni limite nel negare il rispetto dei diritti umani a chi vi è rinchiuso.
Anche i polli e i maiali negli allevamenti hanno la loro metratura pro capite, che non può essere violata perché i controlli produrrebbero multe salate e denunce per maltrattamento, per i detenuti invece va bene cosi.
Ma chi entra in carcere non è un pollo né un maiale, sicuramente è una persona che ha sbagliato e il suo sbaglio è giusto che lo ripaghi alla società anche con la detenzione, e che in quella detenzione si assuma le proprie responsabilità, però qualcuno mi può spiegare che cosa gli si sta insegnando, se poi la società, lo Stato, sono i primi a disattendere il dettato costituzionale?
Credo che ci sia qualcosa di assurdo in tutto questo, credo che per paradosso dovremmo essere proprio noi detenuti a gridare che non vogliamo né l’amnistia né l’indulto, ma che vogliamo solamente carceri rispettose dell’umanità che vi è rinchiusa, vogliamo carceri che producano reinserimento sociale, carceri che ci permettano di rientrare nella società non di nascosto ma a pieno titolo, come persone che hanno pagato, si sono ricostruite un’esistenza e hanno imparato, da un’esperienza come la carcerazione, non a diventare delle bestie, ma a recuperare la propria umanità. E gli strumenti ci sono tutti, la legge penitenziaria è stata pensata apposta per questo, e non certo per creare inutili carceri-parcheggio. Vogliamo carceri che producano sicurezza attraverso il reinserimento e i benefici penitenziari. Ma sopratutto vogliamo carceri dove le persone non siano costrette a desiderare di farla finita con un atto irreversibile come il suicidio, perché si trovano sole davanti al nulla. Quindi tenetevi pure l’amnistia e l’indulto, ma dateci carceri da cui si possa uscire sani e soprattutto vivi.

Maurizio Bertani


Qui dentro nessuno potrà aiutarmi

Vorrei, prima di esporre le mie ragioni a difesa dell’indulto, accennare alla mia posizione personale, che può essere accomunata a quella di tanti altri detenuti.
So benissimo che sono in carcere perché l’atto che ho compiuto è stato a dir poco disumano, l’aver quasi annientato tutta la mia famiglia, una moglie con la quale ho vissuto 35 anni, ferito un figlio di 15 anni, e essere quasi riuscito a suicidarmi, sono gesti che in condizioni normali uno non può nemmeno pensare. Ma purtroppo è successo. Conseguenza: 16 anni di carcere. Questo ha stabilito la legge, demandando all’Istituto Penitenziario il compito di rieducarmi e riabilitarmi con l’aiuto di personale appositamente strutturato per accompagnarmi nel percorso di detenzione.
È stato quasi un sollievo sentirmi dire, al mio arrivo a Padova: “Siamo qui per aiutarla a capire perché è successo…”.
Un perché che è ogni momento presente in me, sin dai primi attimi del mio risveglio in sala di rianimazione all’ospedale di Verona. Una domanda che rimarrà inevitabilmente senza risposta, perché qui nessuno potrà aiutarmi, il personale non basta, le ore settimanali previste per gli interventi di psicologi, psichiatri, educatori sarebbero sufficienti se i detenuti fossero i 350 previsti, ma non con gli attuali 820 e oltre.
Gli operatori hanno il compito di relazionare al magistrato sul comportamento di ogni detenuto per valutarne il progressivo “recupero” in vista della concessione di eventuali benefici, permessi premio, misure alternative al carcere. Ma il sovraffollamento, aggiunto alle risorse economiche sempre più scarse, pone lo Stato stesso in una posizione di illegalità. E pensare che il carcere deve rieducare coloro che lo abitano perché hanno agito illegalmente. E allora noi cosa possiamo fare per non sentirci persone inutili, abbandonate a se stesse, con tanti problemi qui in carcere, ma anche fuori, dove dobbiamo fare i conti con ciò che rimane del rapporto con il nostro nucleo familiare, tante volte esso stesso isolato dal resto della società?
Pensare quindi ad un indulto può essere forse l’unica soluzione percorribile, il minor affollamento darebbe modo agli operatori di svolgere il proprio lavoro in maniera più adeguata e positiva per la persona detenuta, che potrebbe così essere preparata ad affrontare il mondo esterno più motivata a non ricadere nell’illegalità.
E poi, perché non impiegare i detenuti ritenuti non pericolosi in attività socialmente utili come l’assistenza a persone bisognose, ammalati ricoverati in strutture ospedaliere, persone anziane nelle case di riposo, insomma fare in modo che possano dedicarsi a chi soffre e a chi non ha nessuno in grado di aiutarlo? Stare in cella 24 ore su 24 non è utile a nessuno, si incrementano solo tensioni e annullamento della persona, che spesso significa anche arrivare al suicidio per assenza di qualsiasi speranza.

Ulderico G.


Guardate l’America, Schwarzenegger comincia a svuotare le galere

Quando si parla di metodi di punizione per i delinquenti comuni, i giustizialisti italiani spesso rivolgono lo sguardo verso gli Stati Uniti in cerca di spunti per i propri slogan che inneggiano alla “tolleranza zero”. Una cosa preoccupante, visti i tassi di carcerazione che ci sono nel “Paese delle libertà”, ma oggi mi viene voglia di dire davvero “Guardate l’America!”.
Pochi mesi fa, Arnold Schwarzenegger, il governatore repubblicano della California, ha dato avvio ad una operazione di riduzione della popolazione detenuta con l’obiettivo di rimettere in libertà 6.500 detenuti entro sei mesi. Praticamente, il governatore d’acciaio ha firmato una legge che modifica il metodo con cui si calcola la permanenza in carcere, in maniera da consentire una più rapida liberazione di chi sta completando programmi di rieducazione o di cura dalla tossicodipendenza.
Oggi le carceri californiane scoppiano e i bilanci statali si sono aggravati al punto da formare un debito di 20 miliardi di dollari, però quello delle carceri è un problema che si trascina da trent’anni, da quando alcuni politici “pragmatici” hanno avuto la pessima idea di tagliare la spesa destinata al sociale, sicuri di poter risolvere i problemi della gente col carcere. Evidentemente a lungo andare hanno cominciato finalmente a capire che costruire asili, scuole e ospedali costa meno che costruire stazioni di polizia e galere. Infatti, ultimamente l’esplosività della situazione aveva creato reazioni a tutti i livelli della società civile e, come in ogni film hollywoodiano che si rispetti, sono intervenuti a risolvere la situazione “i buoni”, cioè la Corte federale che, riconoscendo la violazione dell’ottavo emendamento della Costituzione, ha chiesto al Governatore di ridurre il numero dei detenuti di almeno 55.000 unità nei prossimi tre anni.
La situazione delle carceri italiane non è tanto migliore. Già l’estate scorsa la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia a risarcire un detenuto per averlo tenuto in condizioni di sovraffollamento, con un trattamento considerato inumano e degradante, ora le cose vanno anche peggio.
Io vedo la Casa di reclusione di Padova, considerata un carcere modello per le diverse attività lavorative e culturali che si svolgono all’interno. Eppure, anche qui le celle sono strapiene e arriveremo presto a novecento detenuti in un carcere progettato per 350. Anche qui ci si ammala, per le condizioni igieniche peggiorate, le medicine che scarseggiano, abbondano solo gli psicofarmaci, utili per tenere calmi quei detenuti, più della metà, che sono in branda a vegetare in attesa del fine pena. Anche qui si muore, dall’inizio dell’anno ci sono stati quattro morti, tre per suicidio. E se tutto questo succede in quella che è considerata un’“isola felice” delle galere italiane, come saranno le altre?
Allora, se anche il severo Schwarzenegger, che si presentava ai propri elettori sguainando il suo coltello da terminator, ha deciso di far uscire 6.500 detenuti per far rispettare la legalità, credo che i politici italiani devono trovare il coraggio di fare lo stesso e approvare in fretta una proposta di amnistia e indulto. Solo così, chi vuole insegnare a noi il rispetto delle leggi ci può dimostrare in prima persona di saper rispettare quelle stesse leggi.

Elton K.
 

 

 

 

 


Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it