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Qui dove si butta la vita e non si costruisce nulla per il futuro PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 30 agosto 2010

A ferragosto le carceri hanno riempito tutti i giornali e le televisioni con i loro disastri: i parlamentari in visita hanno infatti raccontato di corpi ammassati, sezioni simili a canili, letti a tre e anche a quattro piani. Quello che non si è visto è il vuoto che un carcere ridotto così lascia nelle persone che devono scontare una pena al loro interno: vuoto di affetti, vuoto di prospettive, assenza totale di speranza. Questo bisogna ora raccontare, dopo aver descritto il sovraffollamento, perché è importante che si capisca che in queste carceri non si sta solo stretti, si butta la propria vita e non si costruisce nulla per il futuro.

Gli affetti sotto l’occhio vigile di una fredda telecamera

Quando si parla di affetti in carcere si dovrebbe intendere un rapporto realmente privato, che riproduca quell’intimità famigliare che consentirebbe una condivisione di emozioni e pensieri e uno scambio profondo di sentimenti, simile a quello che può avvenire quasi esclusivamente nell’ambito famigliare.
Ebbene, nella quasi totalità dei Paesi aderenti all’Unione Europea, c’è una legge che consente che avvengano regolarmente i colloqui intimi, mentre invece tra quei pochissimi nei quali ciò non è previsto c’è l’Italia. Io ora vorrei testimoniare, attraverso episodi che son capitati a me, il significato reale della necessità che venga introdotta una legge di questo tipo. Io mi sono sposato 19 anni fa in carcere. Con mia moglie abbiamo convissuto poco tempo, io da allora non sono più uscito, si può immaginare cosa possa significare avere i colloqui all’interno di una sala del carcere. Una sala sotto l’occhio vigile di una fredda telecamera, in tavoli freddi, con un chiasso infernale, perché di solito in 20 metri quadri si è stipati in 10 famiglie, praticamente l’impossibilità di uno scambio affettivo reale. Quindi io in questi 19 anni ho costretto, mio malgrado, mia moglie a relazionarsi con me attraverso questo sistema. Noi non abbiamo figli, quindi abbiamo vissuto questa esperienza con i bambini degli altri detenuti che ci hanno un po’ fatto sentire genitori anche noi: vedere i figli degli altri detenuti che giocano, corrono, si avvicinano al nostro tavolo, ci coinvolge in maniera molto forte.
Un giorno, mia moglie, dopo che avevamo iniziato a parlare con questi bambini e si giocava, mi ha detto in maniera molto inaspettata e decisa: ”Sai che se io non ho potuto avere i figli che io e te avevamo desiderato, la colpa è solo tua, ma tu lo sai che cosa mi hai fatto?”
Mi ha ammazzato con una frase così forte ed inaspettata. Io ho raccolto le mie energie migliori per riuscire a risponderle, ma mi son sentito veramente piccolo, era una situazione che io credevo lei avesse metabolizzato, invece no, ci sono momenti difficili che neanche facendo due o tre ore di colloquio  è possibile riuscire a risolvere. Perché certe cose appartengono ad una sfera talmente intima, talmente profonda, che non riusciamo a condividerla con una telecamera che ci osserva, nel chiasso di una sala colloqui che impedisce quasi di comprendere le parole che ci scambiamo, e quindi tocca urlare per farsi capire.
A mia moglie ho risposto “Ma senti, guarda che forse riusciamo a fare qualche bambino appena esco, ed io non esco vecchio, tu sei ancora più giovane di me, e nel caso non potessimo più avere dei figli, potremmo sempre adottarne uno, no? L’amore che abbiamo da dare a quel bambino è immenso, l’abbiamo maturato in noi in tutti questi anni”.
Ebbene mia moglie mi ha risposto una cosa che di nuovo non mi aspettavo, mi ha detto: ”Guarda che io e te un bambino l’abbiamo già adottato, il nostro bambino è il legame d’amore che ci unisce e che in questi anni siamo riusciti a proteggere e a difendere, altrimenti come avrei potuto io, in questa sala colloqui, riuscire a conservare e a difendere questo legame?”.
In quel momento ho capito che mia moglie mi ha detto una cosa che aveva nella pancia da tanti, tanti anni ed è scoppiata a piangere, io avrei voluto piangere con lei, lo desideravo tanto, ma non ci sono riuscito. Non ci sono riuscito perché quel pianto apparteneva a me ed a mia moglie, era nostro, non sono riuscito a condividerlo all’interno di quella sala colloqui con una telecamera che ci fissava, era una questione talmente intima, profonda, e per lo stesso motivo io da anni, per esempio, non bacio mia moglie al colloquio. Io non bacio mia moglie per lo stesso motivo per cui non ho pianto, perché il far trasparire certe emozioni con una telecamera fredda che ci osserva io non riuscirei a sopportarlo.
Quindi mi domando: ma una persona reclusa deve essere punita anche nell’amore? E fino a che punto? Perciò  stiamo attenti a non trasformare il castigo per una persona che ha commesso un delitto, in un delitto contro quella persona.

Bruno Turci

Il carcere come è oggi non aiuta a rispondere delle proprie scelte sbagliate

Il reato commesso da una persona può condizionare pesantemente la vita degli altri componenti della sua famiglia, nel mio caso quella di mia sorella e dei miei genitori, ma esserne consapevoli e rispondere delle conseguenze delle proprie scelte sbagliate non è mai facile. Ricostruire poi dei rapporti chiari, stabili e duraturi che facciano riassorbire delle ferite così profonde ed a volte ancora sanguinanti non è scontato, ma ci si può provare con un po’ di umiltà e capacità di ragionare e confrontarsi con la famiglia, senza voler sempre fuggire dalle proprie responsabilità.   
In carcere però ci finiscono sempre più spesso persone disagiate, emarginate e prive di mezzi, come le loro famiglie. Quindi come si può riflettere sulla ricostruzione di rapporti con famiglie, che sono in chiara e permanente difficoltà, e sul delicato rapporto con il reato e la vittima dello stesso, se non si arriva a mettere insieme il pranzo con la cena?! Forse bisognerebbe allora aprire una lunga riflessione sulla giustizia per i poveri e per gli altri... meno poveri e meno puniti, e sul fatto che parlare di assunzione di responsabilità da parte delle persone detenute è un'opera titanica, nel contesto attuale delle carceri.
Io sto affrontando, da semilibero, giorno per giorno un percorso lento, quasi estenuante di recupero e ripristino della mia vita e delle relazioni che servono per non farla ripiombare in un incubo. Credo che, se non riuscissi a ritrovare la mia famiglia, i miei colleghi di lavoro, una relazione sentimentale stabile, non saprei neppure dire quale sarebbe il mio scopo finale in questo mondo cosi preso dai suoi ritmi frenetici e dalla spasmodica corsa al successo, ai soldi, alle scorciatoie, tutte cose che mi riportano indietro nel tempo, quando anche la mia vita era fatta così, e alla fine mi ha regalato solo sbarre e mura di cinta.
Trovare spazi adatti alla riflessione sul reato, alle conseguenze che ha portato alla propria famiglia ed a quella delle vittime nel carcere di oggi è un'impresa quasi impossibile senza un aiuto esterno, senza un reale sostegno da parte di persone che ti aiutino a capire e farti capire.
È solo nel duro confronto giornaliero con la famiglia, con il lavoro, con la responsabilità verso gli altri, con la scuola e la cultura la chiave di volta che può indurre la persona che ha sbagliato a recuperare se stessa e recuperare le emozioni positive nei confronti degli altri.
Un carcere chiuso, inutile, privo di relazioni con l'esterno che ti mettano alla prova sul serio, che ti sollecitino a svegliarti, è deleterio. Serve solo a riprodurre il clima fertile per ricommettere gli stessi sbagli di prima o a peggiorarne le conseguenze.
Io ho avuto la fortuna di avere vicino mia sorella e la mia famiglia, i miei parenti e gli amici che mi hanno aiutato e mi aiutano ogni giorno, non solo materialmente. Provare a “cambiare pelle” quando si è adulti con storie pesanti come le nostre è difficile, impegnativo, quasi impossibile. Ho detto “quasi”, non a caso, l'opportunità bisogna saperla cogliere e qualcuno può e deve proporla, devono farlo gli operatori del carcere, e le famiglie, quelle del detenuto e forse anche quelle delle vittime, possono accettare questa sfida, i volontari possono appoggiarla. Perché provare a spezzare le catene che legano odio e carcere, reato e vendetta è sempre molto difficile, ma farlo da soli lo è ancora di più.
Il carcere come è oggi però sempre più deresponsabilizza in quanto spegne il cervello e lo proietta solo sulla pura sopravvivenza quotidiana, non lascia gli spazi necessari per dare un senso vero e profondo alla pena, una pena che dovrebbe far cambiare veramente nelle persone detenute il modo di ascoltare gli altri, di avere attenzione per loro, siano essi i propri famigliari o i famigliari delle vittime del reato.
Di questo credo si dovrebbero occupare le istituzioni, per una politica della sicurezza e della giustizia lungimirante, ma forse questo non interessa a nessuno.

Daniele B.
 

 

 

 

 


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