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Immigrazione: Cie Bari; perizia choc, per il tribunale condizioni di invivibilità PDF Stampa E-mail
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La Repubblica, 28 dicembre 2013

 

Nel Cie di Bari si vive in condizioni non accettabili: niente tende, niente aerazione, bagni praticamente impresentabili, nessuna attenzione alle attività sociali e didattiche degli occupanti che, non a caso, utilizzano in massa psicofarmaci. A sostenerlo è il perito nominato dal tribunale di Bari che nelle scorse settimana ha depositato una perizia al giudice sulle condizioni del Centro di identificazione di Bari: venti pagine nelle quali spiega che "i lavori effettuati alla struttura non sono sufficienti per un significativo miglioramento delle condizioni di vita degli occupanti". Si tratta della seconda relazione depositata dall'ingegner Francesco Saverio Campanale in un procedimento nato dalla class action proposta dagli avvocati Luigi Paccione e Alessio Carlucci. I legali avevano denunciato quella che definiscono "una struttura carceraria che costringe "gli ospiti" a un regime di detenzione". Il presidente del tribunale, Vito Savino, aveva nominato un suo perito chiedendogli di verificare le condizioni all'interno del centro. L'ingegner Campanale aveva individuato una serie di mancanze e il giudice aveva ordinato ai gestori del centro una serie di opere per metterlo a norma. Nelle scorse settimane c'è stato un nuovo sopralluogo: il tecnico ha depositato così la nuova relazione e il giudice si è riservato di decidere sul da farsi. "Noi - spiega l'avvocato Paccione - visto quello che ha scritto il suo perito speriamo proprio che ordini di chiudere un centro che viola i diritti umani".

L'ingegner Campanale aveva disposto più di un anno fa la realizzazione di alcuni interventi di messa a norma. Che però, spiega oggi, "sono stati eseguiti soltanto in parte: l'attuale situazione presenta ancora numerosi elementi di criticità". Per esempio sono "ancora troppo pochi e i box doccia e i vasi alla turca" che vengono utilizzati come servizi igienici. Oppure "non esiste un sistema di oscuramento, anche parziale delle finestre delle stanze alloggio". Non ci sono tende, quindi, ed è difficile riposare. "Le dimensioni della sala mensa sono rimaste inalterate, pertanto inferiori a quelle indicate nelle linee guida, così come non risulta incrementato il numero delle aule per le attività occupazionali, didattiche e ricreative. Per quanto riguarda il suggerimento - si legge ancora - di incrementare le strutture e attrezzature sportive, queste sono rimaste invariate, in attesa della realizzazione di un secondo campo polifunzionale. In conclusione - continua nella relazione - gli interventi effettuati al Cie hanno comportato soltanto un modesto miglioramento rispetto a quanto constatato nelle precedenti indagini, pertanto non sufficiente per un significativo miglioramento delle condizioni di vita degli occupanti".

La relazione dell'ingegner Campanale apre un precedente molto importante nella storia dei Centri di identificazione ed espulsione. Quella di Bari è la prima esperienza in questo senso, con una class action presentata dai cittadini per chiudere il centro per motivi umanitari. Ai legali si è poi unito anche il comune di Bari che ha mandato un suo tecnico a visitare la struttura che è arrivato alle stesse conclusioni, se non peggiori, di quelle del perito del giudice. "Le condizioni di vivibilità all'interno del centro - ha scritto l'ingegner De Corato - sono critiche anche in relazione alla lunga permanenza degli immigrati fino a 18 mesi. La mancanza di idonee e sufficienti attività determina forti tensioni che spesso si traducono in rivolta. La mancanza di una biblioteca, di un computer e di un apparecchio Tv che non sia obsoleto e, pertanto, la struttura non garantisce condizioni di vivibilità che sono invece garantite ai detenuti nelle carceri".

 

 

 

 

 


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