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Giustizia: noi siamo e restiamo garantisti... e buon 2014! PDF Stampa E-mail
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di Piero Sansonetti

 

Gli Altri, 28 dicembre 2013

 

Il 2013 è stato l'anno della vittoria dei giudici su Berlusconi, dopo una guerra, con fasi alterne, durata circa 20 anni. La posta era alta. Berlusconi voleva riformare la giustizia, e togliere potere ai giudici; i giudici volevano spedire in prigione Berlusconi. Ci sono riusciti.

Recentemente il professor Alfonso Stile, eminente studioso di diritto penale, ha definito Berlusconi - in modo, credo, assai felice - la prima "vittima non innocente" di una macchinazione giudiziaria.

La fine della guerra tra il cavaliere e la magistratura dovrebbe avere un effetto positivo: quello di ripulire dall'"effetto-caimano" la lotta politica e culturale tra giustizialisti e garantisti. Questa lotta - che vede una piccolissima pattuglia di garantisti rifiutare la resa, di fronte alla schiacciante superiorità numerica, giornalistica, economica e politica degli avversari - è stata una costante del dibattito politico degli ultimi due decenni ed ha letteralmente sconvolto la mappa della politica italiana, mescolando e spesso ribaltando le posizioni di destra e sinistra. La sinistra italiana è uscita culturalmente sfregiata da questa battaglia ed ha accettato una posizione di subalternità nei confronti del giustizialismo e del moralismo (persino sessuale), spesso con entusiasmo, talvolta come male necessario e minore.

Per capire la realtà di oggi basta dare un'occhiata ai giornali di questi ultimissimi giorni dell'anno: l'annuncio di un provvedimento di aumento degli sconti di pena per i detenuti ha provocato una sollevazione di una parte dell'opinione pubblica, guidata da quella che ormai è considerata l'ala più avanzata e "pura" della sinistra italiana: l'asse Grillo-Travaglio-Santoro. Attenzione: stavolta Berlusconi c'entra poco. Il provvedimento del governo gli servirà appena appena ad una diminuzione di pena di un paio di mesi, ma questo sconto sarà sottoposto comunque alla decisione del tribunale di sorveglianza, dunque al potere della magistratura.

Recentemente ho partecipato, in Aspromonte, ad un bel dibattito sul tema giustizia, insieme al Pm napoletano John Woodcock e al procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho. Il procuratore di Reggio mi è sembrato una persona seria, ragionevole, aperta alla discussione e sicuramente di forte tempra morale (e nessuno può mettere in discussione le sue ottime doti di investigatore che ha raso al suolo la camorra dei casalesi). A un certo punto della discussione, De Raho ha espresso una sua convinzione che è questa: "La giustizia deve essere a disposizione dei deboli, perché i forti non ne hanno bisogno". La sua frase è testuale, e io - forzandola appena - provo a tradurla così: "la giustizia sia forte coi forti e indulgente coi deboli". Idea che trovo affascinante e molto nobile. È una idea, per così dire, "etica", che si contrappone all'etica della sopraffazione o anche, più semplicemente all'"etica del mercato". E tuttavia il limite della posizione di De Raho sta esattamente in questa sua bellissima convinzione di tipo morale. Perché? Perché De Raho, come la gran parte dei magistrati e anche degli intellettuali di sinistra, fa coincidere etica e giustizia. E questa certezza di coincidenza è esattamente l'elemento che sgretola lo Stato di Diritto e pone le fondamenta per lo Stato Etico. Lo Stato Etico può essere solo autoritario. Non si tratta di contestare il principio etico di De Raho (che a me piace) si tratta di negare la possibilità che etica e giustizia possano allearsi o addirittura sovrapporsi. Se l'etica si sovrappone alla giustizia, nasce il regime. L'etica può avere a che fare con la politica, mai con l'amministrazione della giustizia. Anche perché bisognerebbe poi stabilire che è il titolare dell'etica, e cioè qual è il potere che la esprime. Durante il fascismo il potere era il fascismo. Nel Cile di Pinochet era Pinochet. E durante il comunismo sovietico era il partito, o i capi del partito, o "il" capo del partito. Il regime non nasce da un'etica cattiva. Qualunque etica, se si fa potere, se diventa assoluta e insindacabile, realizza il regime.

Queste considerazioni un po' confuse che ho scritto sono il filo conduttore del lavoro che questo giornale sta svolgendo ormai da quasi cinque anni. Tra mille difficoltà, ostracismi, condanne, irrisioni. Noi siamo persuasi che oggi la battaglia per il ripristino della stato di diritto sia la battaglia fondamentale da combattere. Se non si vince questa battaglia, allora vince l'idea della sopraffazione e la legge dei rapporti di forza. Non si illuda nessuno: i rapporti di forza, per definizione, sono sempre a vantaggio del più forte. Senza lo Stato di diritto, il debole è sottomesso e vessato.

La battaglia per lo Stato di diritto si può condurre solo assumendo il punto di vista "garantista" come le colonne di Ercole. Garantismo vuol dire rifiuto dell'emergenza, rifiuto dell'insindacabilità del potere, difesa dell'innocenza, difesa delle opinioni dell'avversario, rifiuto della superiorità dell'etica, rifiuto dei linciaggi e delle condanne popolari, contestazione del potere giudiziario. Leggete le pagine che seguono e troverete molti spunti in questa direzione. Sono un po' il riassunto di questi nostri cinque anni di fatica. E sono il punto di partenza per ricominciare la battaglia politica, intellettuale e giornalistica.

 

 

 

 

 


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