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Giustizia: troppi detenuti-studenti vengno bocciati, flop dello studio in carcere PDF Stampa E-mail
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di Alessia Campione

 

Il Messaggero, 29 dicembre 2013

 

In carcere è prigioniera anche la scuola. Le lunghe giornate in cella che diventano l'occasione per un riscatto con lo studio non sono ancora una realtà. Gli studenti dietro le sbarre che riescono a diplomarsi sono un fenomeno marginale, con piccoli numeri costanti nel tempo. Nel 2012 solo dieci detenuti in tutta Italia si sono laureati, e in 13 anni sono stati appena cento. Ai corsi di formazione scolastica in carcere più della metà degli iscritti è stata bocciata.

È il ministero della Giustizia a fornire la fotografia di come l'istruzione diventa un'alternativa inadeguata per un recupero sociale. La funzione rieducativa della pena in queste cifre fallisce. Sono pochi quelli che decidono di dedicarsi agli studi universitari: il numero complessivo dei detenuti in Italia è 62.756, tra questi gli iscritti a un corso universitario sono 316. Tutti maschi, quasi tutti italiani: gli stranieri sono appena 51, meno di uno su sei, nonostante nel totale della popolazione carceraria rappresentino circa un terzo. Numeri alti invece tra chi frequenta i corsi che vanno dall'alfabetizzazione alla scuola secondaria: 15.900 iscritti, divisi in 953 corsi diversi. Ma quando si arriva al dunque i detenuti promossi sono una minoranza, appena il 42,4%. In questo caso la maggioranza degli studenti è originaria di altri Paesi: 8.959, dei quali 3.450 hanno superato l'anno di scuola. Le comunità più rappresentate in prigione sono quella marocchina, la rumena, l'albanese, quella tunisina.

Il drammatico affollamento - più volte denunciato anche dal presidente Giorgio Napolitano - è il primo ostacolo: come si può studiare se in prigione se per ogni cento posti devono viverci 135 persone? Eppure secondo il sottosegretario all'Istruzione Gabriele Toccafondi, la chance che offre lo studio è preziosa: "L'istruzione nei penitenziari contribuisce ad abbattere la recidiva fino all'80% e aiuta il reinserimento". Scuola e lavoro. "Chi impara un mestiere durante la detenzione - sottolinea ancora Toccafondi - raramente torna a delinquere una volta tornato libero". L'università, invece, è la scelta di chi non solo ha naturalmente già un diploma di scuola secondaria, ma che ha anche un sostegno familiare, o una posizione sociale più elevata della maggioranza dei detenuti. I corsi di laurea preferiti sono quelli umanistici: lettere, le facoltà politico- sociali, giurisprudenza.

Le iniziative però per incoraggiare lo studio, soprattutto universitario, sono sporadiche. A Parma l'Università ha offerto dieci borse di studio da mille euro ciascuno, e per finanziare questa cifra non troppo impegnativa si sono mobilitati cinque enti: Provincia, Comune, Opera Pia SS. Trinità, Fondazione Mario Tommasini e Caritas diocesana del capoluogo emiliano. "Questa iniziativa offre una cornice istituzionale a un rapporto individuale che esiste tra studente detenuto e università", fa notare Gino Ferretti, rettore dell'ateneo di Parma. Nella provincia emiliana sono una ventina gli studenti universitari. L'università di Padova ha invece promosso un progetto di tutorato con un protocollo d'intesa con il ministero della Giustizia: il penitenziario offre spazi e strutture, l'ateneo orientamento, didattica, anche libri gratuiti, e rinuncia alle tasse d'iscrizione. Mentre per imparare un mestiere, quello gettonatissimo di addetto alla cucina che piace molto anche ai ragazzi liberi, è di questi giorni l'accordo tra il carcere di San Nicola di Avezzano e il comune abruzzese. Coinvolge sette detenuti con la collaborazione dell'istituto professionale alberghiero dell'Aquila. Si può fare, se si vuole.

 

Eraldo Affinati: la scuola può aiutare proprio i ragazzi più difficili

 

"Anche se viviamo nel Paese di Cesare Beccaria, dobbiamo ancora imparare quello che lui scrisse nel 1764 e cioè che la pena non dovrebbe tendere alla punizione, ma alla rieducazione del condannato".

Così Eraldo Affinati, scrittore di successo, insegnante di italiano presso la Città dei ragazzi, a Roma, e da sempre impegnato nel recupero dei ragazzi difficili. "Per come è costruito l'impianto penitenziario italiano - spiega Affinati, lo studio in carcere resta ancora oggi problematico. Se l'ambiente carcerario non sostiene il sistema didattico posto al suo interno, prendere il diploma dietro alla sbarre resterà quello che è oggi: una sfida, bella ma difficile".

 

Perché un insegnante, che ha già un lavoro impegnativo, sceglie di salire in cattedra in condizioni di così forte disagio?

"I ragazzi complicati, bocciati, indisciplinati e ribelli, sono paradossalmente quelli che ti possono regalare le maggiori soddisfazioni.

Il peggiore dei miei studenti compie sempre un passo in avanti rispetto al contesto sociale da cui proviene".

 

Cosa insegnare? Come insegnare?

"Bisogna riuscire a conquistare la fiducia degli adolescenti. Per farlo è necessario esporsi, prendere posizione, farsi accettare, non limitarsi a spiegare e mettere il voto. Sarebbe impossibile insegnare a leggere e a scrivere senza conoscere le storie di chi abbiamo di fronte. La lingua è la casa del pensiero. Se non usi bene le parole, non potrai mai sapere chi sei".

 

Come vive uno studente problematico l'approccio con lo studio?

"Per lui soltanto leggere un testo può essere un ostacolo insormontabile, figuriamoci studiare! Eppure dentro di sé cova passioni segrete, bellezze inesplorate, energie preziose con le quali potrebbe ottenere tutte le coccarde che vuole. Avrebbe bisogno di adulti credibili in grado di scuoterlo dal torpore".

 

Nel suo ultimo libro, "Elogio del ripetente", lei rivela la differenza e l'utilità di conoscere il punto di vista di chi fallisce per capire cosa non ha funzionato.

"Attraverso gli occhi smarriti di Romoletto, noi decifriamo non solo e non tanto ciò che non funziona a scuola, ma la crisi etica che stiamo vivendo in Italia, a mio avviso ben più grave di quella economica. Prima o poi lo spread si abbasserà e i nostri risparmi verranno tutelati meglio di quanto non siano oggi, ma questo non basterà per ridare entusiasmo ai nostri ripetenti".

 

L'Italia è indietro nelle esperienze di insegnamento come la sua "Penny Wirton", la scuola per giovani stranieri che ha aperto a Roma. Perché?

"Insegnare gratis la lingua italiana uno a uno, come facciamo da molti anni nei locali della Chiesa di San Saba, all'Aventino, vuol dire niente voti, niente classi, niente registri. Solo competenze e sorrisi. È difficile realizzare tutto questo nella scuola pubblica. Ma io non dispero perché conosco tanti insegnanti che, fuori dalla luce dei riflettori, lo stanno già facendo".

 

 

 

 

 


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