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Giustizia: ecco perché la Marcia di Natale per l'amnistia e la libertà... PDF Stampa E-mail
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di Valter Vecellio


Notizie Radicali, 30 dicembre 2013

 

L'Associazione Nazionale dei Magistrati non fiata; le varie correnti che la compongono, neppure. Chissà, forse non si tratta di uno sfregio alla Costituzione, al diritto, alla legge, alla giustizia. Chissà, forse perché ne scrive Luca Fazzo, su quel giornalaccio che dirige Alessandro Sallusti, la cosa non merita attenzione.

Dicono che l'amnistia e l'indulto non sono le "ricette" adatte, che non è così che si risolvono i problemi che quotidianamente sono posti da una Giustizia allo stato comatoso. Ti guardano con una certa sufficienza, quando proponi di marciare da San Pietro a palazzo Chigi il giorno di Natale, perché lo Stato italiano, "Cesare" imiti quel "Pietro" venuto da quasi la fine del mondo che subito ha abolito l'ergastolo e introdotto negli ordinamenti del suo Stato - Città del Vaticano - il reato di tortura. Dicono tante cose, le rare volte che si riesce a parlare e a far parlare di giustizia, ma su questo tacciono. E si capisce.

Racconta Fazzo di una ditta, l'Alba Italia" di Verbania. Ditta fallita nel maggio del 1979. E comincia la via crucis. Perché per chiudere il fascicolo ci hanno impiegato ben trentatré anni. I creditori, com'è loro diritto, hanno chiesto di essere risarciti, per l'irragionevole durata del processo. Undicimila euro, che neppure vengono pagati. I creditori sono stati costretti a ricorrere al Tribunale Amministrativo Regionale della Lombardia, per costringere lo Stato a pagare il dovuto.

Ne volete sapere un'altra? Siamo a Milano. La Costruzioni Edili Speciali è un'azienda creata dall'ingegner Dario Pater; sono gli anni del fascismo, e la Ces deve realizzare edifici a base di Populit, un materiale per quel tempo innovativo. La Ces viene dichiarata fallita nel 1971, ma già negli anni '50 è in amministrazione straordinaria. La sentenza di fallimento è del 1971 e da allora la procedura si trascina tra errori surreali, curatori che vanno in esaurimento nervoso, creditori che muoiono prima di avere visto anche un solo centesimo dei loro soldi. A trentotto anni dalla sentenza di fallimento, nel 2009 i vertici del tribunale milanese decidono che è giunta l'ora di chiudere la pratica.

Scendiamo in Sicilia. Terremoto che distrugge la valle del Belice, anno di grazia 1968. Un agricoltore del luogo, Antonio Marchese, si vede la casa distrutta. Il risarcimento arriva, ma "solo" 45 anni dal terremoto. Nel frattempo Marchese è morto. La Corte di Cassazione ha riconosciuto le sue ragioni disponendo un risarcimento di 167mila euro. Alla memoria.

Di storie come queste se ne possono raccontare tante da farne un'enciclopedia dell'orrore giudiziario. È per questo che la Cedu ci ha imposto, entro il maggio prossimo, di trovare il modo di risolvere la piaga dell'intollerabile durata dei processi. Sono talmente tanti che non c'è denaro sufficiente per risarcire tutti coloro che ne hanno diritto. Leggete un po' cosa scrive Fazzo: "A dodici anni da quando è entrata in vigore la cosiddetta "legge Pinto", lo Stato ha accumulato un debito di oltre 340 milioni di euro verso le vittime della giustizia-lumaca. Soldi che verranno pagati chissà quando: nel bilancio del ministero della Giustizia esiste un apposito capitolo di spesa, il 1264, per fare fronte ai risarcimenti. Quest'anno, come gran cosa, sono stati stanziati 50 milioni per smaltire una parte dei debiti. Ma nel frattempo si accumulano altre condanne, anche se nel 2012 il governo Monti ha cercato di ridurre i risarcimenti. E il ciclo non si chiude mai. Così si è innescato un altro piccolo universo di contenzioso giudiziario, come se non ce ne fosse abbastanza".

Un meccanismo diabolico. Le lentezze dei processi celebrati in una città, sono sanzionate - per evitare eccessi di colleganza - da un'altra Corte d'appello: ecco che Torino decide su Genova, Milano su Torino, Brescia su Milano, e via così. E accade qualcosa che non sai bene se ridere, piangere, ridere e piangere insieme, il fai da te del risarcimento: Torino risarcisce i ritardi di Genova al minimo della cifra (la legge stabilisce una somma tra i 500 e i 1.500 euro all'anno); Milano risarcisce i ritardi di Torino con 500 euro per i primi tre anni, e con 750 dal quarto anno...Ma si può? E vi lamentate poi se nessuno viene a investire in Italia? E vi lamentate se chi può se ne scappa in Croazia o in Svizzera? Perché poi neppure i tempi di pagamento sono certi. "Alla Corte d'appello di Milano", dice Massimo Tribolo, l'avvocato che ha seguito la richiesta dei creditori della Alba, "va dato atto di avere imboccato la strada dell'efficienza. Ma non dappertutto è così, anzi. Torino è ferma ai risarcimenti del 2009, e non credo che sia la situazione peggiore d'Italia".

Così i creditori si rivolgono al Tar della regione in cui si trova la Corte d'appello che ha emesso la sentenza; ottengono la nomina di un cosiddetto commissario ad acta, che si impadronisce della cassa della Corte e provvede al pagamento. I soldi in quei casi saltano fuori, anticipati dalla Banca d'Italia. di fatto sottratti a qualche altra voce di bilancio.

Ecco, questa è la giustizia che dovrebbe arrivare al massimo in sei anni e invece ne impiega sei volte tanto. Ecco perché la Marcia di Natale. Ecco perché l'amnistia e l'indulto. Ecco perché non si parla di questa emergenza che riguarda tutti, e tutti paghiamo.

 

 

 

 

 


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