Domenica 31 Maggio 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

 

 

Quei permessi non sono un premio, sono un passo verso il recupero della propria umanità PDF Stampa E-mail
Condividi

Il Mattino di Padova, 30 dicembre 2013

 

A evadere da un permesso premio è un numero di detenuti davvero minimo, meno dell'uno per cento, ma si potrebbe dire che sono sempre troppi, e pensare che comunque, se c'è anche un piccolo rischio "mettendo fuori" prima i detenuti, è meglio non correrlo.

Se... se... ma forse le cose non stanno esattamente così. Cominciamo allora con una questione che riguarda le parole: non chiamiamoli, per favore, permessi premio, perché quelle prime ore di uscita dal carcere, dopo anni di pena, per tornare di solito nella propria famiglia, sono un momento importante di un percorso graduale per rientrare nella società, senza il quale quella stessa società rischierebbe molto di più. Le statistiche sembrano fredde e lontane, ma noi le vogliamo riempire di umanità, e spiegare che chi sta in galera fino all'ultimo giorno, quando esce è molto più pericoloso di chi viene accompagnato gradualmente alla libertà attraverso quei permessi, che sono la tappa fondamentale di una svolta verso una nuova vita.

 

Ora ci chiuderanno di nuovo... ci toglieranno ancora la speranza

 

Il Consiglio dei ministri vara un pacchetto di misure come risposta iniziale al sovraffollamento delle carceri... e neppure a farlo apposta nel giro di 48 ore si verificano due evasioni "eccellenti"... un serial killer psicotico (così si dice) e un collaboratore di giustizia... la storia si chiude in pochi giorni con l'arresto dei due fuggiaschi.

Questi sono i fatti... poi ci sono le ripercussioni che potrebbe avere tutto questo sul sentimento di chi deve decidere se e come applicare misure alternative al carcere e concedere permessi.

Ovviamente a nessuno piace l'idea di sentirsi "sotto tiro" come è accaduto al direttore del carcere di Marassi e, probabilmente, accadrà ai magistrati di queste vicende, ma il punto è che sarebbe davvero un delitto capitale fare passi indietro sulla strada della umanizzazione delle carceri, faticosamente intrapresa anche da una buona parte della classe politica con in testa il Capo dello Stato.

Perché dico questo? più di qualcuno penserà che, essendo io "di parte", sia giocoforza questo mio pensiero, ma mi permetto, proprio perché so cosa vuol dire "vivere" dentro, di scrivere così in quanto ho vissuto di persona la differenza enorme che fa su un detenuto l'essere immesso anche gradualmente in un percorso che porti a misure alternative, e l'essere invece tenuto dentro a "marcire" fino all'ultimo giorno della pena.

Sento spesso dire che un percorso rieducativo si può fare anche tutto all'interno di una struttura penitenziaria... la ritengo una delle idee più deleterie che possano esserci per la società. Sì parlo proprio della società come primo soggetto e non dei detenuti, perché il vero grande vantaggio di una misura alternativa va a ricadere da subito proprio sulla società.

A questo proposito di dati ne sono stati snocciolati tanti a favore di questa tesi e, ultimamente, anche il ministro e i vari telegiornali hanno fatto sapere che sono pochissimi i mancati rientri dai permessi. A parte qualche caso estremo (come quelli appena verificatisi) chi può pensare che un detenuto, dopo anni di carcere e venti e più ore al giorno passate in una cella di pochi metri quadrati sia così folle da giocarsi quel poco di libertà (controllata) che ha faticosamente guadagnato con anni di ravvedimento e di sacrifici?

Alle voci solite delle persone che hanno cercato di "cavalcare" subito queste vicende per alzare scudi e barriere contro quella, che è l'unica via possibile del reinserimento nella società, vorrei chiedere se sono così sicure che far pagare l'errore di pochi a tutti sia la strada corretta.

Il primo pensiero che c'è stato nella testa di tutti quelli dentro che aspettano con ansia il primo permesso è stato, ne sono certo: Oddio!... tutto inutile... ora ci chiuderanno di nuovo... ci toglieranno ancora la speranza... Ma questo non deve accadere, perché la stragrande maggioranza delle persone che sono in carcere è diversa, è cambiata e non vede l'ora di poter ripartire da zero nella propria nuova vita, ha già vissuto abbastanza da braccato e da rinchiuso per colpe proprie, che ha pagato e sta pagando cercando di ricostruire pazientemente la propria vita.

Le misure alternative sono la vera preparazione al rientro nella società, perché dopo anni di galera non serve a niente l'accanimento fine a se stesso su chi sta cercando in tutti i modi di dimostrare che è consapevole di aver sbagliato e vuole dare una svolta al proprio futuro: non si deve togliere questa speranza, non la si può cancellare solo perché è di moda dirlo o farlo...

Penso che, in questo periodo in special modo, ci sia la necessità da parte di tutti di creare solidarietà ed unione, la crisi che c'è fuori si sta ripercuotendo dentro in galera in modo drammatico, a volte oltre la sopportazione umana, è difficile anche cercare di spiegare la povertà e il disagio che ci sono in carcere, non lo si augura a nessuno.

Togliere la speranza è come uccidere, forse addirittura peggio, anche perché "dentro" questa flebile speranza te la sudi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Ed è così che arrivi a capire quanto male hai fatto agli altri e a te stesso, e aspetti con ansia il momento della prima uscita per abbracciare in modo normale i tuoi cari, per vedere come preparare una nuova vita senza più zone oscure e ricominciare a camminare alla luce del sole senza più avere e provocare paura: questo è ciò che c'è dentro un permesso o una misura alternativa, questo è il vero tesoro che la società non può e non deve gettare alle ortiche, altrimenti la pena sarà sempre inutile e insensata.

 

Marco L.

 

"Evasi da un permesso premio"

 

Evasi da un permesso premio: questo era il titolo che per due giorni campeggiava sui giornali, l'argomento centrale dei talk show di prima serata, si voleva punire i colpevoli, cioè quei giudici che avevano concesso i permessi.

Anche io che sono in carcere, al primo impatto mi sono preoccupato, ho dimenticato dove mi trovo e pensavo ai miei parenti che vivono in Italia, e speravo che NON dovessero incontrare queste persone, questi erano i miei primi pensieri. Ma dopo qualche giorno gli evasi sono stati arrestati e per tutte le persone per bene la paura è passata.

Invece i problemi per chi è in carcere sono appena iniziati. Anche prima di queste evasioni, poter accedere ad un permesso premio era difficile, oggi, dopo tutta quella propaganda che si è fatta contro chi aveva solo applicato la legge, è certo che per un bel po' di tempo pochissimi usufruiranno di questo beneficio, e alcuni di quelli che in permesso uscivano e speravano di festeggiare il Natale a casa, il Natale l'hanno "festeggiato" in carcere aspettando il benedetto permesso che non è arrivato. Anche io, se fossi il magistrato di Sorveglianza, non vorrei mai subire quello che hanno subito i magistrati che hanno concesso il permesso ai due evasi, anche se hanno fatto il proprio lavoro.

Poi, mi ha impressionato vedere che tutti i mass media hanno descritto solo il serial killer del 1981. Vorrei chiedervi: non avete il dubbio che una persona dopo più di 30 anni, di cui molti di manicomio criminale, non è quello che era 30 anni fa? L'istinto di evadere dalle situazioni difficili esiste in tutte le persone, anche in quelle che gridavano allo scandalo, mi riferisco a tutte quelle persone che chiedevano ai marò italiani di non tornare in India, anche quella si poteva chiamare incitazione ad evadere o no?

Evadono meno dell'uno per cento dei detenuti che usufruiscono di permessi premio, più del 99% torna in carcere rispettando le regole, anche se molti vivono in condizioni disumane non si danno alla fuga, ma cercano di rafforzare gli affetti familiari e reinserirsi nella società. Con questi dati presentati dal ministro Cancellieri al Parlamento, mi chiedo: perché si è fatta tutta quella propaganda?

In Albania, all'entrata di un istituto di pena è scritto: "Nel trattamento dei detenuti bisogna accentuare non la loro esclusione dalla società, ma il loro essere parte di essa".

Mi chiedo se non è arrivato il tempo anche in Italia di cambiare punto di vista: di non vedere i detenuti come persone da reinserire nella società, ma di persone della società che hanno commesso dei reati, e che sono parte di Essa anche mentre scontano la pena.

 

Clirim B.

 

Non vale la pena scappare tutta la vita

 

Il permesso è importante per tanti motivi, perché ti dà la possibilità di ricominciare da zero, di rialzarti, soprattutto se ti è stata data qualche opportunità durante la detenzione. Quando sono stato condannato, undici anni fa, il mio primo pensiero è stato: "Mi comporto bene per dieci anni e poi al primo permesso che mi danno scappo in Albania". Dico questo, con sincerità, perché all'inizio la pensavo così, però è passato del tempo e io ho imparato tante cose, e la prima è che non potevo fare una cosa del genere. Prima di tutto per la fiducia che mi hanno dato tante persone qui in carcere, che magari hanno creduto in me. Poi uno nella vita deve anche decidere se se la sente di cambiare o vuole rimanere sempre quello che era prima, la sfida è proprio questa.

Io ogni volta che esco in permesso l'ultima telefonata la faccio a mia madre, prima di rientrare, ed è lei che mi dice ogni volta: "Torna dentro, non fare sciocchezze". Io non ho una famiglia in Italia, i miei genitori vivono in Albania e sono anziani. È anche per loro che io penso che non vale la pena scappare tutta la vita, a parte che non conviene proprio a noi stessi fare una cosa del genere.

Guardando il telegiornale che parlava di due che sono scappati da un permesso e poi li hanno presi subito dopo, ho pensato che a quei due il "tradimento" del permesso premio gli costerà caro. Ma anche se fossi sicuro di "farla franca", è comunque sbagliato, dico io. A me è stata data la possibilità di lavorare durante la carcerazione e questo mi ha permesso di aiutare la mia famiglia economicamente, e ho imparato un mestiere che può essere che mi servirà un domani, ma il più importante è quello che ho imparato partecipando alla redazione di Ristretti Orizzonti e sto imparando negli incontri che noi facciamo con gli studenti, sia dentro, che fuori dal carcere per quelli che possono usufruire dei permessi.

Confrontandomi con tanti ragazzi ho imparato una cosa che sembra elementare, ma è importantissima per noi che spesso abbiamo commesso reati proprio per non aver pensato alle conseguenze: prima di agire contare fino a dieci, perché è troppo importante sia nella vita di detenzione sia nella vita una volta fuori, e ti aiuta a cercare di non buttare all'aria quello che hai costruito in tutti questi anni.

 

Pierjn K.

 

 

 

 

 


Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it