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Fermiamoci a pensare, invece di invocare la vendetta PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 6 settembre 2010

Gli omicidi per strada, dovuti a scontri per guida imprudente, per l’uso del cellulare, per un bicchiere di vino di troppo, per mille altre ragioni, hanno comunque sempre qualcosa di insensato e suscitano tanta rabbia e voglia di vendetta proprio perché è difficile farsene una ragione. Ma la storia di Marina, la donna investita e uccisa da due ragazzi sinti in fuga per essere stati sorpresi a rubare del kerosene, di insensatezze ne ha ancora di più. Abbiamo provato a ragionarci su, a cercare di capire perché è successo tutto questo, e se davvero non si può far niente per fermare un clima di rabbia che, per quanto giustificato dall’orrore di questa morte, rischia di deteriorare ancora di più la vita sociale, e di far crescere smisuratamente la voglia di una giustizia vendicativa.

Omicidio davvero volontario?

È di qualche giorno fa la notizia di una donna investita e uccisa da una macchina inseguita dai carabinieri, una notizia ampiamente riportata  dai giornali e dalle televisioni e commentata con ogni tipo di accuse, condanne, desideri di vendetta. Il particolare che più è stato messo in risalto è che gli investitori erano zingari, pregiudicati, che sono fuggiti con la macchina (che non era rubata) a folle velocità, imboccando una stradina di tre metri di larghezza in senso vietato e travolgendo la donna su uno scooter.
La notizia della morte di questa donna ha suscitato nella gente sentimenti di comprensibile rabbia, ma anche dichiarazioni che a me sono sembrate avventate. C’è stato chi ha dipinto questi zingari come criminali in carriera, che nella loro ascesa criminale sono partiti dai furti per culminare nell’omicidio. Qualcuno ha detto che la donna è stata “ammazzata per 2 litri di  gasolio”.  Qualcun altro ha previsto che tra venti giorni gli assassini saranno liberi del tutto, liberi di ammazzare ancora, e c’è stato chi ha detto che verrà fatta una indagine per sapere come mai questi pregiudicati, nonostante i loro precedenti, erano liberi e non in carcere, e se qualcuno ha qualche colpa dovrà pagare (riferito a un giudice, s’intende).
Io però vorrei provare semplicemente a capire quali sono le colpe reali.
Se uno desse retta  a quanto scritto da certi giornali, si convincerebbe che gli zingari (che  in questo caso sono  sinti, cioè zingari italiani) siano non dei ladruncoli ma degli spietati assassini, che pur di raggiungere il loro scopo, impossessarsi di pochi litri di gasolio, non  hanno esitato ad ammazzare una persona innocente. Il reato a loro attribuito sembrerebbe essere omicidio a scopo di rapina o di furto, roba da ergastolo insomma, roba da metterli in cella e buttar via le chiavi in un canale, come ha detto qualcun altro.   
In realtà io credo che le cose siano andate diversamente: gli zingari sono usciti di casa con l’intenzione di andare a rubare, ma non pensando certo di ammazzare nessuno. Sorpresi dai carabinieri si sono dati precipitosamente alla fuga. Nella fretta e con il terrore di essere arrestati si sono infilati nella prima strada che offriva loro una possibilità di salvezza, che era però una strada imboccata in senso vietato. Entrare in una strada col divieto d’accesso per di più a folle velocità si sa che è una cosa pericolosissima, loro oltre a mettere in pericolo la vita degli altri hanno messo in pericolo anche la loro. Se invece che uno scooter avessero incontrato un camion si sarebbero semplicemente sfracellati. La domanda è questa: perché rischiare così tanto quando sarebbe stato molto più semplice, una volta scoperti, fermarsi? Cosa avrebbero rischiato? Una denuncia a piede libero, pensano i più. Ma non è esattamente così.  Fino a qualche anno fa poteva essere così ma con le leggi attuali le cose sono parecchio cambiate, e gli zingari, almeno uno di loro (visto che si tratta di un pregiudicato che conosce bene la strada del carcere) lo doveva sapere. Nel 2005 è entrata in vigore una legge che si chiama “ex Cirielli”, che per far accettare le modifiche al meccanismo delle prescrizioni (venne anche chiamata Salva-Previti) introdusse una serie di inasprimenti per i recidivi. Per cui può benissimo succedere che un recidivo  che va a processo con l’accusa di tentato furto, dove un incensurato potrebbe prendere una condanna sì e no di qualche mese con la condizionale, rischia tre anni di carcere da scontare fino all’ultimo giorno. Sarà stata la paura di questa condanna, eccessiva per un po’ di benzina, che ha fatto rischiare così tanto ai fuggitivi? Questo non serve certo a giustificarli, ma almeno a cercare di capire le ragioni di un gesto dalle conseguenze così gravi.

Antonio Floris

Sono sempre più assurde le morti sulle strade


Morti sulle strade, famigliari che perdono i propri affetti più cari in modo violento e inatteso, spinti nel baratro della disperazione e della rabbia, una domanda ossessiva, “perché a me?”. Non c’è un perché, naturalmente, ma non si può neppure imputare questa immane tragedia al fato.
Due ragazzi sinti non sono il fato, non ci sono scusanti per aver provocato una morte attraverso una folle corsa in auto per sfuggire alla polizia, dopo un tentativo di furto che può aver provocato un danno economico di pochi euro. Eppure all’interno di tutto questo si è spenta una vita umana, una donna, madre di una ragazza di 16 anni, non avrà più la possibilità di vedere sua figlia crescere e quella ragazza non avrà più una mamma.
Io sono detenuto, un detenuto che da un po’ di tempo cerca di ragionare sulla complessità delle storie di chi commette reati, senza per questo voler prendere le difese di nessuno, perché chi ha sbagliato verrà giudicato e sanzionato nella misura che un giudice riterrà equa. Ma trovo che nella complessità di una storia vi siano mille sfaccettature, che a volte portano a situazioni fuori controllo. Un primo aspetto difficile è che i protagonisti di questa storia sono nomadi, e anche se come i sinti si trovano in Italia da generazioni non sono proprio ben visti, anzi fanno parte di quella categoria di brutti sporchi e cattivi, da tenere ai margini della società sempre e comunque.
Viviamo in una società dove mi pare che non ci sia più molta ragionevolezza, ma odio, rabbia e rancore, che spingono tutti a una spasmodica ricerca di vendetta: sono sentimenti giustificabili da parte di chi ha subito la terribile offesa di una morte assurda, ma ingiustificabili da parte di una intera società. Una società dove non si fa prevenzione, non si educa al rispetto delle regole, comprese quelle stradali, e però si ritiene che per ogni reato l’unica soluzione sia sempre più carcere.
In questa società, dove la pena non ha più un senso rieducativo, ma è sempre più profondamente dentro una vecchia idea vendicativa, tanta stampa usa parole che secondo me non hanno dentro il raziocinio che ci si aspetta dall’informazione, ma si spingono oltre, con titoli violenti e ricerca di sensazionalismo. Così è facile incanalare le scelte del lettore, che trova più semplice identificarsi con la vittima e non pensa mai che potrebbe succedergli di essere il carnefice, mentre la ragione ci dice che, magari con modalità diverse, ma a tutti possono capitare situazioni simili (il ragazzo che guida dopo aver bevuto troppo, la donna che parla al cellulare mentre è al volante, sono tutti comportamenti a rischio che possono avere conseguenze tragiche).
Le forze dell’ordine poi sono sempre più pressate dalle richieste della politica e da leggi sempre più restrittive, fatte in nome della sicurezza, in realtà il rischio è che per perseguire i colpevoli di reati anche piccoli, come il tentato furto di pochi euro di gasolio, si finisca in una spirale di insicurezza sempre più inarrestabile.
Ecco perché credo che, al di la delle proprie responsabilità personali di cui ognuno di noi dovrà rispondere, quindi anche i due giovani sinti dovranno farlo davanti a un giudice e qui non mi sento di entrare nel merito né di dare giudizi, per il resto rimango convinto che la nostra sia una società malata, i sintomi sono la mancanza di prevenzione, la continua richiesta di pene sempre più severe, il peggioramento di tutto il sistema penale, la non accettazione dell’altro, lo straniero irregolare visto come sicuro delinquente
Tutto questo già oggi spinge all’indifferenza, tanto che sempre più vediamo che, nel caso di incidenti stradali, la gente spesso non si ferma neppure a prestare soccorso.
Mi convinco sempre più che la nostra società ha bisogno di una pausa, ha bisogno di ragionare sulle mille complessità delle storie, la vita non è bianco o nero, ci sono all’interno delle storie mille sfaccettature e mille colori, bisogna cominciare a riconoscerli se si vuole migliorare la nostra società e quindi la nostra convivenza.

Maurizio Bertani
 

 

 

 

 


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