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Quando i figli aiutano i padri in cella ad essere più responsabili PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 13 settembre 2010

I figli, ma anche gli studenti aiutano i padri detenuti ad essere persone più responsabili. Sono in tanti a pensare che il carcere debba essere lontano dagli occhi della gente, relegato ai margini delle città, chiuso, invece è un carcere aperto alla società e  al confronto con essa l’unico modo di scontare la pena che responsabilizza le persone. Le due testimonianze che seguono raccontano proprio questo: che, incontrando tanti studenti che sono entrati a visitare il carcere, i detenuti hanno visto in loro le domande, le paure, il bisogno di verità dei loro figli, e sono stati costretti a trovare la forza di rispondere con sincerità e senza scaricare le proprie responsabilità.
Ecco un buon motivo per cui anche in questo nuovo anno scolastico continua il progetto “Il carcere entra a scuola, le scuole entrano in carcere”, realizzato dalla redazione di Ristretti Orizzonti con il sostegno del Comune di Padova e della Casa di reclusione.

Se penso al dolore causato a mia moglie e a mia figlia, le scuse sarebbero sempre poco

La cosa che più mi ha fatto riflettere in carcere è stato guardare come si svolgono gli incontri con le scuole. Dico guardare perché i primi tempi evitavo il confronto con gli studenti. Ascoltavo gli altri detenuti che raccontavano la loro storia ai ragazzi e non capivo tanto il senso di questo rispondere a tutte le domande che i ragazzi facevano. Poi ho cominciato a pensare che quei ragazzi avevano più o meno l’età di mia figlia e fare questo confronto mi ha letteralmente posto in una posizione difficile. Mi sono convinto che prima o poi mi sarei ritrovato di fronte a mia figlia e che mi avrebbe fatto domande così difficili. Allora mi è sembrato giusto decidere anch’io di confrontarmi con i ragazzi, convinto che sarebbe stato di aiuto non solo a loro ma anche a me stesso, perché se le domande che gli studenti facevano le avesse fatte mia figlia, dovevo imparare ad assumermi le mie responsabilità senza nascondermi dietro le false ideologie di una mentalità primitiva come la mia.
Ho immaginato di essere di fronte a mia figlia, che chiedeva “papà cosa hai fatto?”. Con un po’ di imbarazzo ho cominciato a raccontare alle classi il motivo per cui sono finito qui dentro. Racconto che sono stato condannato per un reato gravissimo, un duplice omicidio, nei confronti di due miei connazionali, una faida famigliare in Albania, spiego quanto è pericolosa la mentalità “dell’occhio per occhio, dente per dente”, e come questo odio sia stato inutile e distruttivo, finché poi dall’Albania mi è giunta la notizia che il padre di una delle vittime aveva deciso di chiudere la faida all’interno delle nostre famiglie. E così cerco di spiegare quanto il perdono fa riflettere più dell’odio.
A volte poi finisco per raccontare dell’affetto che provo per mia moglie, ma soprattutto per mia figlia, e questo porta i ragazzi a farmi delle domande su di loro. Spesso mi sono trovato in difficoltà a rispondere perché non mi ero mai posto il problema di dover dare delle spiegazioni, anzi ho sempre creduto di essere stato nel giusto per essermi vendicato, e che nessuno poteva giudicarmi male, ma alla fine sono giunto alla conclusione che non posso trovare giustificazioni di fronte a mia figlia. Con le mie azioni non ho fatto del male solo a quelli che consideravo miei nemici, ma anche alle persone a me care. Ho procurato e continuo a procurare dolore a mia figlia, che ho lasciato che era piccolissima e che ha trascorso la sua vita da bambina, da adolescente e ormai da ragazza matura, senza di me, o meglio con un padre che può vedere solo dentro le sale colloqui del carcere, in visite che durano per un totale di poche ore all’anno.
Con questa consapevolezza ho cominciato a raccontare ai ragazzi non solo il mio reato, ma anche i sensi di colpa che provo nei confronti di mia figlia e di mia moglie perché oltre ad essere sole, devono affrontare mille difficoltà per venire a fare i colloqui con me. Infatti ogni colloquio prevede costi alti, tanto tempo e tanti soldi, a volte umiliazioni e stress all’entrata del carcere, sacrifici enormi. Ricordo che una volta mia figlia, ancora piccolissima, appena è entrata nella sala colloqui mi ha abbracciato e invece di raccontarmi di come andavano le cose all’asilo, mi ha detto: “Papà, perché mi hanno tolto le scarpe?”. Io le ho risposto dicendole una bugia, le ho fatto una battuta spiegandole che volevano regalargliene un paio di nuove, e lei mi ha creduto, ma io mi sono sentito umiliato, perché ti arriva una bambina di cinque anni innocente, non ha fatto niente e la controllano, la spogliano, le tolgono le scarpe.
Mia figlia mi considera e mi chiama padre, ma non credo di poter essere chiamato così visto che io il padre non l’ho mai potuto fare. E allora il mio riconoscimento verso mia moglie diventa ancora più grande quando penso che ha fatto da madre e da padre a mia figlia per farle sentire il meno possibile la mia mancanza.
Il dolore che ho causato loro è enorme e adesso mi rendo conto che loro pretenderanno da me una presa di consapevolezza e di responsabilità. So che lo meritano, ma non so quanto io sarò capace di fare. E la cosa mi preoccupa. Comunque, quando verrà il momento di ritornare a casa, spero solo di riuscire a dimostrarmi un padre e un marito responsabile per non deluderle mai più.

Dritan Iberisha

Ma perché sono così limitate le possibilità di contatto con chi fuori ci attende per anni?

Mio figlio ora ha 18 anni, ma all’epoca del fatto che mi ha poi portato in carcere ne aveva 15. La mia esplosione di follia l’ha costretto in ospedale per le ferite che io gli ho procurato fisicamente e moralmente, togliendogli anche la presenza di sua mamma e pure la mia, in quanto prima sono stato ricoverato in ospedale per un intervento e poi trasferito in un altro servizio ospedaliero per essere sottoposto ad osservazione psichiatrica: un baratro totale ed incredibile. Quante domande e pensieri si rincorrono da quel periodo, e tante non troveranno mai risposta, anche perché il rivangare quei fatti può provocare traumi ulteriori. Tutto dipenderà dalla forza di mio figlio, se vorrà ripercorrere l’accaduto e assieme capire o farci aiutare a capire il perché sia scattata nella mia mente quella azione distruttiva. Dopo che è successo il fatto, io e mio figlio siamo rimasti 41 giorni senza né vederci, né sentirci. Cosa poteva pensare lui di suo padre, come stava reagendo, in che modo avrebbe ripreso i contatti con l’esterno, con i suoi compagni, gli amici, quali sofferenze avrebbe vissuto per la perdita di sua mamma, il suo futuro, un padre in carcere, e lui costretto a vivere con altri parenti? Si sarebbe chiuso in casa per paura del giudizio della gente per quello che ho fatto io?
È stata una immensa emozione, quando finalmente ci hanno fatti incontrare, abbracciare, piangere assieme. Poi ci hanno lasciati parlare un po’ ma in presenza della psicologa che lo segue, degli zii, i tutori con i quali vive, e dello psichiatra dell’ospedale; non più di mezz’ora ma è stato magnifico.
Le visite di mio figlio in carcere sono state più frequenti nei primi due anni. Alcune volte veniva con gli zii materni, altre con mia sorella, o con il parroco del paese, che me lo portava e poi usciva lasciandoci soli a parlare; e io me lo tenevo vicino, stretto stretto. Ora ci sentiamo telefonicamente ogni 15 giorni, però il tempo di 10 minuti è poco; alcuni discorsi rimangono a metà, il “bip, bip” di fine telefonata è inesorabile e allo stesso tempo inquietante.
Ma perché non ci sono dati spazi più ampi per le telefonate e gli incontri? Forse lui è anche impressionato dal luogo in cui mi trovo ed ha difficoltà ad affrontare l’ingresso in carcere per i colloqui. Io mi domando come potremo affrontare il mondo esterno tra molti anni, se ora ci vengono continuamente limitati i contatti con chi fuori ci attende. Il carcere è isolamento, è come stoccare in una specie di deposito le persone considerate inutili, che non serviranno più a nulla. Per fortuna grazie ad iniziative di volontariato ci sono situazioni in cui ci si può muovere in maniera diversa, costruttiva, per evitare 20 ore di sosta in cella, ma non tutti possono essere inseriti in attività che ti diano modo di esprimerti, confrontarti, “metterti in gioco”. A me però sta succedendo, da qualche mese infatti ho modo di dare un senso a questa vita partecipando agli incontri che facciamo con studenti, che alla solo vista mi ricordano mio figlio. Certo sento un nodo alla gola ed una stretta al cuore a pensare a lui, e un tremendo dolore al ripetersi delle immagini che mi riportano a quel giorno della tragedia, ma spero che il tempo passi veloce e io possa in qualche modo ridare a mio figlio tanto di quello che gli ho tolto, e rendermi utile a tutti quelli che ne avranno bisogno.

Ulderico G.
 

 

 

 

 


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