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Perché nessuno muoia più come è morto Stefano Cucchi PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 28 settembre 2010

In un momento in cui civiltà e senso della legalità nel nostro Paese scarseggiano, un attore, Ugo De Vita, invece di recitare i grandi autori teatrali, racconta le tragedie della vita vera, storie di terrorismo, di mafia, di camorra, e lo fa insieme ai famigliari di tante vittime di questi anni.  L’ultima storia è quella di Stefano Cucchi, una vita finita a trent’anni pochi giorni dopo l’arresto e l’impatto, per la prima volta, con il carcere. Ed è in carcere a Padova che ha avuto luogo la prima, raccontata dai detenuti con l’emozione di chi le angosce e le paure di Stefano le ha vissute e capite fino in fondo.

Le storie degli altri diventano proprie

Mi è capitato spesso nei miei lunghi anni di detenzione di assistere a rappresentazioni teatrali in carcere e questo mi ha sempre lasciato sensazioni positive, ma l’ultima a cui ho assistito qui a Padova mi ha portato a un coinvolgimento personale così forte, che mi ha fatto sentire la storia raccontata come se fosse la mia. La vicenda è quella di Stefano Cucchi, un ragazzo di 31 anni deceduto per cause ancora da accertare, tra camera di sicurezza del tribunale, carcere e un reparto di un ospedale riservato ai detenuti dove ha passato i suoi ultimi istanti di vita e dove qualche medico, che avrebbe potuto forse salvarlo, l’ha invece lasciato morire. Un’esistenza fatta a volte di spensieratezza, altre di problemi legati all’uso di sostanze, agli affetti famigliari forti, ma anche indeboliti dalla droga, tutti sentimenti spenti tra il quindici e il ventidue ottobre del duemilanove, in luoghi che avrebbero dovuto, al di là delle sue colpe, salvaguardarne l’incolumità. Una storia che mai avrebbe dovuto succedere, una storia che ha toccato in me corde relegate nei meandri di ricordi mai totalmente cancellati, che la capacità teatrale di un regista e attore di teatro civile come Ugo De Vita ha saputo far riemergere, provocando un crescendo di emozioni. La sorella di Stefano a conclusione dello spettacolo con fermezza e pacatezza ha chiesto giustizia, per Stefano, per sé, per i genitori, per Valerio, suo figlio, il nipotino di Stefano, giustizia per un’intera società. Non ha colpevolizzato un’intera istituzione come il carcere, ha chiesto solo che vengano colpiti con fermezza i colpevoli e che questo possa essere un monito, perché altre sorelle, madri, padri, nipoti, non debbano più piangere morti assurde. Tutto questo non restituirà Stefano a una madre e a un padre distrutti dal dolore, non restituirà ad Ilaria un fratello amato. Ma se questa perdita potrà migliorare un po’ la nostra società, se potrà dare più trasparenza all’interno delle carceri, forse anche il dolore dei famigliari di Stefano può uscirne un po’ mitigato.

Maurizio Bertani

Quell’attimo che cambia tutto

Gli ultimi giorni della vita di Stefano Cucchi sono al centro della rappresentazione teatrale “In morte segreta”, che si è svolta sabato 18 settembre nell’auditorium del carcere “Due Palazzi”. Per me è stata la prima volta in assoluto che ho assistito a un evento del genere. L’argomento trattato, poi, era scottante, specialmente se presentato all’interno di un carcere, perché la tragedia che ha segnato la vita di Stefano Cucchi tocca inevitabilmente questa istituzione, per cui la curiosità da parte mia era molto forte, non tanto perché mi aspettavo che venissero rivelate verità nascoste, quanto perché in questa rappresentazione veniva data l’immagine di Stefano come una persona coi suoi difetti e i suoi pregi, l’immagine di un uomo, della sua vita in famiglia, dei suoi rapporti con la droga, ma quello che più mi ha colpito è stata la ricostruzione dei pensieri che gli sono passati per la testa nel momento del suo arresto e negli attimi finali in cui la sua vita è stata spezzata, e non per cause naturali. Attraverso la magistrale interpretazione di Ugo De Vita, regista, autore e attore, ho ricevuto emozioni forti, e mi sono ritrovato immerso nel personaggio, rivivendo con lui tante sensazioni comuni. Il momento del fermo della polizia in cui il tuo pensiero non è rivolto al reato in sé, ma alle persone a cui ti rendi conto di dare dolore, il fatto che quell’attimo rompe definitivamente quello che eri prima, e tutta la tua vita da quel momento si trasforma agli occhi degli altri, gli unici pensieri sono esclusivamente concentrati su come difenderti, come reagire, il resto è scomparso, totalmente resettato. Un termine questo che rende il concetto, perché cancella dalla tua mente qualsiasi immagine e pensiero razionale, lasciandoti solo l’istinto di sopravvivenza. Queste emozioni mi hanno rapito, io ero Stefano e percepivo la sua sofferenza e i suoi pensieri come se fossero stati miei, anzi erano miei.

Sandro Calderoni

Per riavere fiducia serve la verità

Alla rappresentazione teatrale nell’auditorium della Casa di Reclusione di Padova c’erano anche la mamma, il papà e la sorella di Stefano Cucchi, Ilaria. Prima dello spettacolo è stata proiettata un’intervista che Ilaria ha rilasciato, dove spiegava con emozione quello che è successo al fratello, chi era lui prima dell’arresto, quello che ha subito durante la sua breve carcerazione, e poi la sua uccisione, perché credo proprio che sia così che si deve definire la sua morte. Mentre parlava sono scesi nella sala un silenzio e una emozione sconvolgenti. Emozioni veramente forti, e anche io, che nella vita ne ho viste e sentite di tutti i colori, sono rimasto coinvolto emotivamente. Quindi, anche se avrei dovuto fare delle riprese con la telecamera per il telegiornale che facciamo dal carcere, ho deciso di non filmare quelle persone perché mi sono trovato nella loro stessa situazione, e mi sono seduto sulle gradinate appoggiando la telecamera sulle ginocchia perché non avevo il coraggio di “rubare” quei momenti così particolari e personali. Alla fine dell’intervista rilasciata da Ilaria c’è stato un lungo applauso, e io invece avrei voluto qualche minuto di silenzio, e allora mi sono rifugiato dove nessuno potesse vedermi, perché avevo bisogno di stare un po’ da solo con i miei pensieri. Subito dopo è iniziata la rappresentazione teatrale, e io ho acceso nuovamente la telecamera, pensando che lo spettacolo sarebbe stato sicuramente meno coinvolgente delle parole di Ilaria, ma mi sbagliavo. L’attore è riuscito a catturare l’attenzione del pubblico, il silenzio era tale che davvero non si sarebbe sentita una mosca volare. Verso la metà della rappresentazione ho deciso di dare la telecamera a un mio compagno, e ho dovuto lottare con me stesso per reprimere queste emozioni che mi invadevano. Alla fine è intervenuto il direttore del carcere di Padova, e anche lui ha sostenuto che per la morte di Stefano coloro che hanno sbagliato devono risponderne alla giustizia, e che l’accaduto ha provocato un enorme danno, sfiducia e pregiudizi nei confronti della Polizia Penitenziaria e soltanto la verità può ristabilire la fiducia che è andata persa.

Walter Sponga
 

 

 

 

 


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