Venerdì 14 Agosto 2020
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In strada per occuparsi degli “invisibili” PDF Stampa E-mail
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Gli avvocati di strada rispondono alle nostre domande, e permettono a tutti noi di capire che forse, in un mondo che corre troppo, non ci si rende neppure conto di quanti diritti calpestati esistano, e quante persone non abbiano nemmeno la possibilità di venire a conoscenza dell’esistenza di un diritto

 

di Nicola Sansonna

 

Sono io il “segretario” del progetto “Avvocati di Strada” a Padova. Esco ogni mattina dal carcere in articolo 21, lavoro esterno, assunto dalla cooperativa AltraCittà, e in pratica incontro, con gli avvocati disponibili, in luoghi diversi (alle Cucine popolari, al quartiere 6 dove si trova il carcere, prossimamente anche all’Asilo notturno) quanti hanno bisogno di tutela legale, curo l’archiviazione delle pratiche e l’iter delle stesse, e tutto ciò che è utile al funzionamento dell’ufficio. Moltissime sono le adesioni al progetto, sia di legali che di tirocinanti, studenti e neo laureati in Giurisprudenza, associazioni, singoli volontari. Già alla presentazione, che è stata fatta nell’ambito di un convegno organizzato da Agorà (Agenzia organizzazioni associate persone senza dimora), mi sono reso conto che temi apparentemente semplici nascondono insidie e complicazioni impreviste, mentre altri che sembravano irrisolvibili sono stati affrontati e risolti con successo. Qui di seguito pubblichiamo le risposte che l’avvocato Antonio Mumolo, storico fondatore di “Avvocato di strada”, progetto attivo a Bologna con notevole successo da oltre quattro anni, ha dato sulle prime questioni che sono state sottoposte alla sua attenzione.

 

Molti che finiscono in carcere perdono la residenza: come accade?

Avvocato Antonio Mumolo: La residenza si perde soprattutto quando c’è un censimento, e il Comune deve verificare i residenti. Normalmente quando il vigile urbano non trova una persona a un dato indirizzo, interroga i vicini, fa una piccola indagine, chiede se quella persona non vive più lì, o se è andata in vacanza. Se ha notizia che quella persona non sta più lì da parecchio tempo, la cancella. Questo non vuol dire che se uno torna in quella casa non riprenda immediatamente la residenza, la riprende senza problemi se c’è stato un errore da parte della polizia municipale.

 

Come si attiva una procedura per richiedere la concessione della residenza ad un apolide o a un senza fissa dimora?

Avvocato Antonio Mumolo: Una persona che vive in una città e, se straniera, non è priva di permesso di soggiorno, ha diritto alla residenza. Però dobbiamo cercare anche noi di non chiederla “con il cappello in mano”. Quando si chiede la residenza di una persona, si manda una lettera ai sensi della legge 241/90, una raccomandata con ricevuta di ritorno. L’ufficio ha l’obbligo di rispondere entro 30 giorni, colui che non risponde è responsabile sia in sede civile che in sede penale, perché commette reato di omissione di atti d’ufficio. Il passo successivo è naturalmente la valutazione della risposta; se la risposta è negativa verifichiamo le motivazioni, perché ogni atto amministrativo deve essere motivato. Se quelle motivazioni sono tali che effettivamente potrebbero reggere al vaglio di un giudice è un conto, ma siccome questo è molto raro che succeda, nel momento in cui la risposta è negativa, ad esempio perché c’è un precedente penale o cose del genere, si fa immediatamente una causa. Noi siamo disponibili a fornire tutti gli atti della causa che abbiamo già fatto a Bologna ed abbiamo vinto, rispetto alla residenza. In pratica si procede così: si fa una causa d’urgenza e si ottiene la residenza per quella persona. È importante questo, perché al momento in cui si ottiene una sentenza che afferma il diritto alla residenza di una persona, questa sentenza condanna il Comune e lo obbliga a iscrivere quella persona alle liste anagrafiche. Per gli altri, per quelli che vengono dopo, la strada è in discesa. Dovrà il Comune adottare lo stesso comportamento con tutti. Quindi questo è quello che bisogna fare. È utile che, quando mandate la lettera ai sensi della legge 241/90 per una persona che vive in strada, questa lettera sia accompagnata da una relazione dei servizi sociali, che dicono che effettivamente questa persona vive in questo Comune, vive in strada. Serve anche una relazione dall’associazione di volontariato che si sta occupando della questione. Perché una risposta facile da parte del Comune potrebbe essere: voi sostenete che questa persona vive in strada, io non l’ho mai vista, non so, posso concedere la residenza solo per le persone che vivono realmente qui.

 

Quando si esce del carcere privi di residenza, si può pensare ad una residenza “di soccorso”?

Avvocato Antonio Mumolo: Se una persona che esce dal carcere di Padova, decide di restare a Padova e non ha la residenza, la chiede nella maniera appena indicata. Ci metterà naturalmente un po’ di tempo ad ottenerla, e le associazioni in questo periodo la devono in qualche modo sostenere, però non più di dieci-quindici giorni. Dopo di che avrà la residenza. Pensare ad un momento intermedio può anche essere possibile, ma ci vuole un luogo fisico a questo punto, perché nel luogo fisico è molto più facile prendere la residenza, il vigile urbano arriva dopo due giorni a verificare se quella persona dorme lì e poi la concessione è automatica. Ci vuole però un luogo che sia deputato a questo.

 

È possibile una tutela sul lavoro dei cittadini extracomunitari privi di permesso di soggiorno?

Avvocato Antonio Mumolo: Per quanto riguarda gli extracomunitari privi di permesso di soggiorno, noi li tuteliamo nelle cause di lavoro: il fatto di essere un extracomunitario privo di permesso di soggiorno non significa infatti che sia anche privo di ogni diritto. Ha certi diritti come tutti gli altri cittadini. Per cui noi facciamo la causa se lui ha lavorato presso un datore di lavoro, ovviamente in maniera non regolarizzata, e ha diritto a percepire la retribuzione. Naturalmente adottiamo degli escamotage: siccome il lavoratore extracomunitario privo di permesso di soggiorno non può partecipare al giudizio perché rischia di essere mandato direttamente al Centro di Permanenza Temporanea e poi di essere espulso, gli facciamo fare una procura notarile, con un costo minimo, cinquanta euro, a un soggetto terzo, normalmente a un sindacalista che lo rappresenta in giudizio. Se vince la causa arrivano i soldi in studio e vengono consegnati a questa persona. Quindi il cittadino extracomunitario può essere tutelato in ogni sede.

 

È ipotizzabile l’apertura di uno sportello di consulenza gratuita in carcere che sia di orientamento legale?

Avvocato Antonio Mumolo: Quello di cui c’è bisogno in carcere è di avere una informazione generale su quelli che sono i diritti di una persona, sia mentre è dentro che quando è fuori: penso ai problemi della casa, della famiglia, della residenza, cioè a tutta una serie di questioni che non riguardano la vicenda per cui il soggetto è in carcere, ma riguardano appunto i diritti in generale. Allora una cosa che si potrebbe fare senza grossi problemi è quella di creare uno sportello di informazione giuridica. Informazione, che è un’altra cosa dalla consulenza. A gestire questo sportello di informazione giuridica inviterei tutti i giuristi disponibili, presenterei un progetto al Consiglio dell’Ordine ed al carcere, con una clausola ben precisa: l’avvocato che fornisce l’informazione giuridica si impegna a non prendere come cliente la persona a cui dà l’informazione. Mi sembra che questa sia una soluzione del tutto trasparente: con una clausola del genere e fornendo informazioni giuridiche, che non siano informazioni rispetto alla causa che sta portando avanti quel singolo detenuto, quindi la sua vicenda giudiziaria, ma informazioni su quelli che sono i diritti generali, tra cui anche il problema della residenza al momento in cui si esce, nessuno potrà dire che l’avvocato che fa questa cosa la fa per accaparrarsi il cliente, per aumentare la sua clientela.

 

Come si può “non ubbidire” ad un’ordinanza comunale che si ritiene ingiusta?

Avvocato Antonio Mumolo: Noi a Bologna abbiamo avuto un caso relativo al rispetto di alcune ordinanze antibivacco che il sindaco Guazzaloca aveva emesso nei confronti dei punkabestia, persone che girano con i cani e vivono in strada. I vigili le avevano applicate, per cui avevano emesso dei fogli di via nei confronti di queste persone. Ma un conto è molestare i passanti, quello è un reato e viene perseguito, un conto è stare seduti su una panchina con un cane a bere una lattina di birra non molestando nessuno. In questi casi abbiamo impugnato questa ordinanza, abbiamo impugnato il foglio di via e abbiamo vinto tutte queste cause. Tra l’altro la questura per emettere fogli di via applicava una normativa superata. C’è quindi un rimedio giuridico senz’altro nei confronti di queste ordinanze che per me sono offensive, non solo della dignità delle persone, non solo dell’umanità delle persone, ma anche dell’intelligenza di chi le emette. Perché sinceramente pensare di impedire ad una persona, solo perché ha un difetto fisico, di presentarsi in strada… mi ricorda un po’ le leggi naziste  rispetto alle persone deformi, o rispetto alle persone che avevano problemi psichici.

 

Il Progetto “Avvocato di strada” a Padova è promosso da: associazione Operatori Carcerari Volontari, associazione Il Granello di Senape, cooperativa sociale Cosep, cooperativa sociale AltraCittà.

 

 

 

 

 


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