Sabato 15 Agosto 2020
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Cronaca di un “primo ingresso” in carcere PDF Stampa E-mail
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È un carcere visto con gli occhi “stupiti” di una visitatrice che si meraviglia per tutte quelle piccole cose incomprensibili, e anche quella massa di piccoli divieti che per un detenuto sono purtroppo di “ordinaria amministrazione”

 

La testimonianza che segue ce l’ha mandata Nadia, una donna che è stata “ospite” del carcere femminile della Giudecca per qualche ora, per assistere alla presentazione di un libro. Abbiamo deciso di pubblicarla perché, per noi che il carcere lo conosciamo bene, come detenuti e come volontari, è interessante vedere l’impatto che ha con questa realtà una persona totalmente “estranea” e ancora capace di meravigliarsi per certi piccoli assurdi, per certi divieti, per tutto quello che ogni giorno rende così difficile la vita “da galera”.

 

La Redazione

 

Ho scritto a chi di dovere chiedendo di poter assistere alla presentazione di un libro da poco uscito sulle carceri femminili nell’Italia dell’Ottocento. Si tratta del volume di Simona Trombetta dal titolo Punizione e carità. Da tempo sto conducendo una ricerca sulle carceri femminili tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento, e anche per questa ragione mi interessava partecipare all’incontro. Ho dovuto comunicare con anticipo la mia presenza perché l’evento si svolge all’interno di un carcere, quello femminile della Giudecca a Venezia e qualche ufficio ministeriale deve fare i controlli di rito. Sono quasi le tre del pomeriggio e cammino sulla fondamenta dell’isola della Giudecca. Non so dov’è il carcere, non ci sono mai stata. Non sono mai entrata in nessun carcere finora. Prima di un ponte giro a sinistra e guardo, pensando che è inutile chiedere a qualche passante. Mi dico “Un carcere si vede!”, ma non è così. Fermo un tizio che mi suggerisce di seguirlo: “Devo andarci anch’io” dice. Il penitenziario è a una cinquantina di metri, me lo indica. È un normale palazzo che si distingue da quelli intorno solo per una bandiera italiana issata su un’asta obliqua. Entro. Alla mia destra c’è una piccola stanza dove i “visitatori”, che io immagino siano per lo più i parenti delle detenute, devono fare anticamera, previo controllo di documenti e permessi, in attesa di andare a colloquio. Nella stanza ci sono già altre persone e quando è il mio turno consegno la carta d’identità a un’agente donna che si trova dall’altra parte del muro. Il muro ha una finestra, blindata immagino, che sul lato inferiore ha un aggeggio scorrevole che permette di far passare quasi solo carte. Di fronte a questa apertura, sulla parete opposta, c’è una finestra vera dalla quale si vede il palazzo di fronte e un pezzo di cielo. È alta e ovviamente ha le inferriate. Sotto alla finestra, un vecchio tavolo quadrato forse di formica.  Nella stanza ci sono anche quattro sedie tutte di ferro e il colore scrostato fa affiorare in molti punti la ruggine. Sulla parete di fronte alla porta d’ingresso, è ritagliata un’altra porta attraverso la quale si accede a un bagno. Una volta entrata scopro che non c’è la chiave. Sulla parete col riquadro verde che incornicia il volto dell’agente di turno, c’è una bacheca e, appesi, alcuni avvisi tutti destinati ai parenti. Uno datato 28-12-’96 recita “Si ricorda ai Sig. Parenti che dal primo gennaio 1997 verranno accettate come documenti solo le carte d’identità (né passaporto, né patente)”. Mi lascia perplessa l’impossibilità di usare il passaporto, documento col quale – anche dopo il tristemente noto 11 settembre – si gira il mondo. Mi chiedo perché. Appesi alla bacheca ci sono poi altri due fogli, molto grandi. Si tratta di lunghe tabelle. La prima porta il titolo Tabella n. 1 Generi vittuari e di vestiario consentiti”. La seconda invece Tabella n. 2 Generi vittuari non consentiti”. Mi metto a leggere e la stranezza di quegli elenchi mi convince a prendere qualche appunto. Nei pacchi che i familiari possono far giungere alle loro congiunte recluse, la frutta secca e la frutta esotica sono tabù così come “tutta la frutta non inclusa nei generi consentiti”. Cerco allora nella tabella n. 1, quella appunto dei generi consentiti, e leggo che solo mele e pere vanno bene. Mi chiedo perché una banana, una pesca o una prugna, per esempio, non possono oltrepassare le mura del carcere. Fra i generi non consentiti poi ci sono “dolci, torte, panettoni farciti e no”. Che stranezza! Niente panettoni, anche quelli senza uvetta e canditi, ma sono concessi i pandori. Nemmeno il pane, i pomodori, la cipolla e l’aglio possono entrare così come il sale, le olive e le sardine salate. Nessuna bibita alcolica o analcolica. No ai succhi di frutta, ai biscotti, al caffè, allo zucchero. Mentre capisco la ragione per cui “cibi conservati in vasetti di vetro e/o di metallo” sono vietati, e dunque anche “marmellata, mostarda e nutella”, mi è più difficile comprendere perché il divieto sia esteso anche agli “alimenti integrali in genere”. Per completare l’elenco, sono vietate “creme, salse, minestre preparate”, “mais e cibi liofilizzati” (perché il mais?), “cibi in polvere o in buste sigillate”, “pasta cruda, riso cotto e non”, “tutti i tipi di formaggio molle comprese le sottilette”, e poi uova e funghi siano essi cotti o crudi. Mi è mancato il tempo per annotare i generi vittuari e di vestiario consentiti. Qualcosa però me lo ricordo: la carne cotta può entrare e così gli affettati. Dei vestiti ricordo solo che è consentito l’accappatoio però senza cintura, mentre le scarpe devono essere senza lacci e se invece ne sono dotate debbono però essere molto corti. Ci chiamano, è ora di entrare. Lascio la sala d’attesa, con i muri, che dovrebbero essere bianchi, e sono invece a metà fra il grigio e il giallo sporco, qua e là qualche frase incisa forse con una chiave. Siamo venti, venticinque a voler entrare per assistere alla presentazione del libro. Si apre il cancello blindato e facciamo ingresso in una stanza che fa fatica a contenerci tutti. Siamo costretti a sostare lì, tutti insieme, perché dobbiamo riporre le nostre cose (ad eccezione di libri, quaderni e penne) all’interno di alcuni armadietti. Mentre attendiamo di avviarci verso la sala predisposta all’incontro, sento una donna che, osservando il giardino interno all’istituto di pena attraverso una finestra, dice ad altre due “è emozionante entrare in questo carcere”. Mi mette a disagio l’uso della parola “emozionante”, come se ci si trovasse di fronte a un capolavoro pittorico o architettonico di qualche capitale europea: “Signori e signore iniziamo il nostro galera-tour”. Una agente ci fa strada. Si apre un altro cancello automatico oltrepassato il quale, dopo due o tre metri, saliamo una rampa di scale. Giungiamo a un corridoio e, attraversatolo in larghezza, di fronte a noi si apre una sala conferenze. È lunga, piena di sedie rosse da regista. Fuori dalla porta restano quattro o cinque agenti.

 

Quella distanza, quello scollamento così evidente tra chi in carcere è costretto a vivere e chi invece sceglie di entrarci per qualche ragione

Mi metto seduta ad una estremità della quinta o sesta fila che è completamente vuota. Dopo cinque minuti arrivano alcune detenute. Sono giovanissime, sui vent’anni. Una si infila vicino a me lasciando però fra noi una sedia vuota. Le sue compagne non ci stanno tutte e le dicono di scalare di un posto. Lei tergiversa per qualche secondo e ho la netta sensazione che avvicinarsi a me la imbarazzi. Poi lo fa, io le sorrido, lei ricambia ma abbassa lo sguardo. Adesso sono io a sentirmi in imbarazzo. Per tutto il tempo della presentazione del libro lei resta seduta di sbieco, rivolta verso le sue compagne e dandomi in parte la schiena. Tutte le ragazze che si sono sedute nella mia fila – e qualche altra detenuta seduta nei posti che mi stanno davanti – indossano delle tute da ginnastica. Altre invece, di quelle più vecchie (quaranta, cinquant’anni), sono tiratissime: gonne, camicette o maglie eleganti, così come le scarpe. La gran parte delle donne recluse io la vedo da dietro e rimango colpita dalle loro acconciature. Molte sembrano appena uscite dal parrucchiere. I colori dei capelli sono brillanti, è evidente che la gran parte si fa la tinta e a nessuna di loro si vede la crescita. I tagli sono ben fatti e le pettinature anche. Penso che forse in galera il tempo da dedicare a se stesse lo si trova e la cura della propria persona è fondamentale, un modo di “tenere” e di “tenersi” insieme, di resistere quindi. Le detenute parlano fra loro e io mi chiedo se è concesso a noi “visitatori” scambiare con loro parole. Ad un certo punto sento il pianto di un bimbo in sala, mi volto e vedo che qualche fila dietro di me è seduta una giovane zingara che tiene in braccio un bimbetto di un anno circa. Per tutta la durata della presentazione del libro resterà in sala rumoreggiando ogni tanto, e a me viene da ridere perché qualche volta le relatrici devono alzare il tono della voce per superare i vocalizzi di protesta del bebè. Il dibattito inizia. Introduce la direttrice e, a seguire, si succedono gli interventi del professor Paolo Macrì, della professoressa Lucetta Scaraffia, e della dottoressa Simonetta Matone, sostituto procuratore presso il Tribunale dei minorenni. Si parla del libro, del suo contenuto ma se ne elogia molto anche la scrittura. Il libro è da leggere perché restituisce, ricostruendo anche alcune situazioni particolari, le dinamiche attraverso le quali si sono formate in Italia le prime carceri femminili. Naturalmente le suore, unico personale femminile a cui lo stato italiano delegava la custodia delle detenute, occupano lo spazio centrale del racconto. Le relatrici si soffermano molto sul ruolo svolto da questo personale religioso. Ci sono tre suore sedute quasi alla fine della sala e spesso, quando si parla delle loro antiche consorelle, le relatrici rivolgono a loro lo sguardo. A dire il vero questo elogio, talvolta davvero sperticato, della loro funzione mi lascia perplessa. Personalmente ho raccolto testimonianze diverse nell’ambito delle mie ricerche. Suore dure, ligie ai regolamenti, figure di potere, e suore invece  “disubbidienti”, elastiche e solidali. L’autrice decide di intervenire solo alla fine lasciando che le persone del pubblico formulino qualche domanda. Interviene per prima una giornalista della redazione di “Ristretti Orizzonti”. Pure lei è poco convinta della sottolineatura solo in positivo della funzione delle suore e si chiede se non si debba riflettere anche sugli effetti più contraddittori di questa presenza. Interviene poi una donna detenuta. È italiana e parla della sua esperienza carceraria in Germania. Contesta che oggi il carcere, e in generale il sistema penale, nei confronti delle donne sia meno punitivo, come invece pare essere stato nel corso dell’Ottocento, quando l’idea che la donna fosse più debole dell’uomo paradossalmente aveva suggerito una sua minore imputabilità. Il dibattito finisce con applausi. Le detenute hanno ascoltato, battuto le mani, hanno riso a qualche battuta dei relatori e qualche volta hanno borbottato. Mi alzo dalla sedia e ripercorro la strada verso l’uscita. Sono un po’ stranita. Per un’ora e mezza forse più si è parlato di carceri ottocentesche, di suore, di congregazioni, di concezioni della pena consacrate da Lombroso, ma non è un caso che mormorii e battute di mano delle detenute  scattassero quando la discussione coglieva aspetti legati al presente. Ho avvertito anche fisicamente una sorta di scollamento dentro/fuori, fra chi in carcere è costretto a vivere e chi invece sceglie di entrarci per qualche ragione. Linguaggi diversi, abbigliamenti diversi, sguardi diversi. Ma era la mia prima volta e forse molte cose non le ho capite. Restituisco la chiave dell’armadietto dopo aver ritirato la mia borsa, mi viene riconsegnata la carta d’identità e aperto il blindato. Oltrepasso il portone. Sono libera.

 

 

 

 

 


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